Poco di poi la levata del sole, l'usciuolo fu aperto da que' due
uscieri del duca che già sei anni prima m'avevano accompagnata a
registrare nel libro de' passati per ruota, a marchiare e poi al
convento, ed io maravigliai grandemente l'immortalità dei carnefici.
Costoro erano seguíti da un uomo macro e lungo, con un giubbone di
seta e un panciotto a falde pendenti, e i calzoni corti insino al
ginocchio, e le calze di seta e le scarpe con grandi fibbie d'argento,
e tutto nero come una piattola, salvo la goletta con le sue facciuole
ch'era bianca, e con una gran parrucca tutta piena d'amido e coduta,
nobile somiglianza che l'uomo volle avere al quadrupede. Ed era tale
in fine, qual io non avrei mai creduto di dover vedere effettivamente
nessun uomo, e quali appresso a poco m'erano apparse certe figurine
ch'io aveva viste altra volta, rappresentanti i cortigiani di Luigi
decimoquinto di Francia, quando, incanutendosegli e guastando la chioma
troppo frescamente, gli comparvero, ultimo esempio di schiavitù, in
quella foggia, che assai ben celava la disonestà del capo reale; e
tutta Europa e insino America fu coverta di parrucche e di code. A
costui seguitavano due altre figure poco differenti da lui, e suora
Giustina all'ultimo, in atto assai mesto e dimesso, e come dolente
di quello che seguiva; alla quale s'accompagnava un giovane di
forse trent'anni, che, solo a vederlo, lo avresti detto avvocato, sì
luccicanti occhiali aveva agli occhi, tanto ciarlava, così spiccava le
parole e così disonestamente gesteggiava con le mani.
Questi, adunque, era un avvocato, e propriamente l'avvocato salariato
a vettura dal duca, e quell'altro un notaio, e quegli altri due, due
testimoni. I quali tutti, per ordine del duca, venivano in visita ad
apporre i suggelli ed a fare inventari e cose altre delle masserizie
state di suora Geltrude, come devolute di legge all'ospizio. E venivano
in compagnia di suora Giustina, che, per diritto d'anzianità, era
succeduta di fatto a suora Geltrude in quella specie di precedenza
nell'alunnato; ma non si trovava d'essere nè tanto benivogliente di me,
nè stata nel convento di Regina Coeli educatrice della figliuola del
barbassoro.
Quand'io intesi la causa di quella comparsa, non mi calse troppo
dell'altre masserizie, che pure avrei desiderate di serbare tutta la
vita come si serbano le memorie carissime; ma dei libri non potevo
sostenere solamente il pensiero che mi fossero rubati. E sapevo troppo
bene che, già assai prima d'infermare, suora Geltrude n'aveva distesa
tutta di sua mano una scritta di queste che chiamano testamenti
olografi, nel quale dichiarava formalmente che, salvo quel che di
legge ricadeva al suo proprio convento di Regina Coeli, il restante e
particolarmente i libri, non voleva averli lasciati ad altri che a me.
Onde tutta accesa d'uno sdegno che il lungo digiuno rendeva più acerbo,
significai a quegli avvoltoi di corte, che suora Geltrude aveva fatta
erede me della sua robicciuola, e che del resto poco montava, ma dei
libri non volevo lasciar toccare un solo a persona del mondo.
Il notaio fu il primo a sorridere, aggrottando le ciglia in un certo
modo, come chi in difesa del forte, fa beffe del debole che troppo
presume del suo buon diritto. E invitandomi, fra grave ridente e
cortese, ad uscire del gabinetto, e cominciando ad aprire il cassetto
della tavola che quivi era, e gli armadi, e ogni altra cosa, frugò e
rovistò per tutto, mentre quelle due sue anime dannate notavano quel
ch'egli dettava; e finalmente venne fuori il testamento, che il notaio
lesse ad alta voce ridendo. L'avvocato, o che così veramente credesse,
o che tale fosse l'accordo già innanzi preso, dichiarò che quello era
caso da duca; ed essendo già assai ben tardi, gli uscieri corsero a
chiamarlo, ed egli venne col codazzo di due segretari, che mi parve che
non gli si fosse torto un capello in testa dal dì che la vidi la prima
volta, tanto somigliava se stesso.
E poichè il duca fu venuto, tutti gli fecer piazza, ed ei passando ed
inclinando il capo in qua e in là, come chi è avvezzo ad essere sempre
salutato, s'assise alla sedia d'appoggio nel gabinetto, e in sedendo,
gittato così un certo sospiro di soddisfazione di se medesimo, disse:
Signori miei, eccomi qua.
L'avvocato e il notaio gli sedettero incontro sopra due seggiole
ch'erano nel gabinetto. Io, che non era mai voluta uscire a malgrado
dei replicati inviti del notaio, rimasi confitta in uno de' due
estremi cantucci del gabinetto, suora Giustina s'assise quasi sotto
l'architrave dell'uscio a un'altra seggiola che si fece portare, e
i due segretari, i due testimoni e i due uscieri s'acconciarono come
poterono.
L'avvocato, sputato ch'ebbe e nettosi il muso e tutto il volto con
una pezzuola bianca assai ben sudicia, distendendo e levando su il
braccio destro, e poi, aperta la mano, e congiunto l'indice al pollice,
cominciò:
Veneratissimo signor duca governatore, signora badessa, signor notaio,
e signori testimoni, e voi tutti signori e signore.
E qui si fece dai principii della scienza delle leggi, e parlò della
repubblica di Platone; e quindi discendendo al dritto romano, citò le
dodici tavole e gli euremi e i responsi dei giureconsulti, e addusse le
pandette, il codice, e le novelle; e fra un mare di latinità divenendo
all'età media, allegò Francesco d'Accorso, Cuiacio e Gottifredo; e
pervenuto al codice francese, recò le sentenze del Portalis, del Merlin
e del Sirey, e concluse: primieramente, che quel testamento era nullo
di dritto e di fatto; secondariamente, che la comunità di Regina Coeli
non aveva nulla che pretendere dall'ospizio in sull'eredità di suora
Geltrude; e in terzo luogo, che le masserizie, i libri e qualunque cosa
fosse stata della defunta, s'apparteneva di legge alla Madonna.
Laonde il duca, che già prima d'una cotanto eloquente diceria, era
persuaso che così era come l'avvocato diceva, si levò sentenziando che
il tutto s'intendeva devoluto alla Madonna; e dato ordine che tutte
l'altre masserizie fossero vendute per conto di lei, comandò che i
libri fossero stati il dì seguente trasferiti nella sua biblioteca,
che n'avrebbe egli tenuta ragione all'ospizio. E tornando via coi
segretari, rivoltosi un istante, chiamò a se suora Giustina, e le disse
non so che assai pianamente, e quella rispondendogli non so che altro,
egli replicò imperiosamente così doversi fare com'egli aveva ordinato.
Di poi, continuando il suo cammino, disparve fra un grande strisciare
di piedi che faceva egli stesso e che gli era fatto ancora intorno da'
due segretari e dagli uscieri. L'avvocato gli corse dietro strisciando
anch'egli come un rettile, volendo così somigliare quell'animale
all'andatura, come lo somigliava al battere della lingua. Il notaio,
fatto prestamente trasportare dalla stanza nel gabinetto e quivi
ammonticchiare alla peggio i due cassettoni, il letto, la biancheria e
qualunque altra cosa v'era che si fosse appartenuta a suora Geltrude,
n'inchiavò l'uscio, e lo sigillò col suo sigillo: e conclusi e raccolti
i suoi atti e le sue scritture, fatta riverenza a suora Giustina,
n'andò anch'egli con Dio. E così fu ordinato e solennizzato legalmente
un furto, non per grandezza ma per qualità, il più infame che sia stato
mai commesso sotto il sole.