Appena io m'accorsi che suora Geltrude non era più, le rialzai il capo
dal mio seno e spalancai disperatamente gli occhi miei ne' suoi. Ahi!
ma quegli occhi erano ancora aperti e non mi guardavano più! Ahi Dio
mio! ma come potetti apparirti degna d'un dolore così sterminato!
Suora Geltrude non morì allora, non è morta, nè morrà mai per me finchè
non morrò ancora io. La sua voce, che sola conobbe le vie del mio
cuore, mi vi risuona sempre viva e vera; e viva e vera e lampante la
sua cara immagine m'è sempre dinanzi, e ora mi siede accanto, ora mi
cammina allato, ora mi si stringe al seno, ora mi ragiona del gran bene
che mi vuole.
La compagnia che sempre mi tenne dappoi ed ancora mi tiene suora
Geltrude, mi fu cagione d'intendere donde venne nelle menti, cui la
religione non la rivelò, la prima idea dell'immortalità dell'anima.
Perchè così viva e vera ed amorosa ancora e perduta di me qual io
la vedo e odo ed ascolto, che altro potrei credere se non quel che
veramente credo, cioè, che così com'ella mi amò e mi fu sempre da
presso in vita, così ora, dopo morta, il suo spirito ancora non
m'abbandoni?
Quella voce e quella immagine m'imposero e mi diedero la forza di
svellermi da quel cadavere che non era più lei. Ed appena sveltamene,
io riparai nel gabinetto, tediata del sole che non nasceva quel dì per
la mia madre.
Quivi non versai già una sola lacrima; ma mi sedetti sopra una sedia
d'appoggio che v'era; e con gli occhi asciutti di disperazione,
guardai lungamente intorno a me; e qualunque cosa vedevo, la toglievo
in mano e la contemplavo lungamente come insensata. Ora prendevo un
libro, ora il calamaio, ora la penna, e pensavo ch'erano cose state
già toccate lungamente da lei. Ora prendevo un velo, ora un soggólo,
ora una pezzuola, e pensavo ch'erano cose state lungamente in sulla
sua persona, e le accostava alle mie nari per sentire se odorassero
ancora di lei, e poi le accostava alle mie labbra aridissime, e le
baciava, ma così rabbiosamente, se mai può dirsi rabbioso il bacio,
e senza tenerezza, ma come per una vendetta del destino. E togliendo
spessissimo una piccola sperina ch'era sul tavolino, mi vi specchiavo
dentro, contemplando, così come stolida, ora i miei capelli tutti
scarmigliati per la lunga negligenza, ora il mio volto pallido e smunto
per la lunga inedia, ora il livido ch'era di sotto a' miei occhi
per la lunga vigilia. Finalmente mi cessò questa specie di stupida
convulsione, ed io stetti più ore su quella sedia, immobile e senza
pensieri come una statua.
Dopo più ore, ch'io stetti come una statua, il sole, che tramontava,
allungò i suoi pallidi raggi nel gabinetto, e mi ferì gli occhi.
E quasi destatami da un grave sonno, pendeva da un appiccagnolo di
rimpetto a me un piccolo oriuolo da tasca che suora Geltrude aveva
sempre al collo e ch'io aveva carico la sera dinanzi, ch'ella viveva
ancora; ed io vidi ch'erano le ventidue e mezzo, e mi parve udire
nella stanza appresso un gran calpestio e un gran susurro. Ah padre,
quell'istante mi ruppe veramente il sonno o più tosto la stupidità che
m'aveva aggravata, e compresi che il cadavere era levato. Mi rizzai
furiosa per uscire. Ma quella cara immagine mi ritenne, e mi minacciò
di sparirmi per sempre s'io rimirava anche un istante quel che non era
più lei; ed io ricaddi sulla sedia, e finalmente piansi. Ma quel pianto
non mi sollevò, e fu il più disperato pianto della mia vita.
Quando fui bene stanca, ma non già sazia, di piangere, caddi in una
fievolezza mortale, che cominciò a rammentarmi quei giorni, ch'io
credetti troppo facilmente che non tornassero mai più, dico quei lunghi
giorni ch'io non vissi al fianco di suora Geltrude. Io cominciai a
sentirmi infelice, non più di quella infelicità comune a tutti gli
uomini, ch'è la condizione anzi la conseguenza dell'essere, ed alla
quale gli anni, le sciagure e gli studi se non ci accordano almeno
ci avvezzano; ma di quella infelicità che par sempre nuova, che non
è di tutti, che non è condizione o conseguenza dell'essere, ma è solo
di alcuni come martiri, destinati a colmare con l'immensità del loro
dolore il gran vuoto della misura che la natura dimanda a tutta la
specie umana. Dopo tante letture e tanto pensare, avevo immaginato che
le mie opinioni intorno agli uomini ed alle cose dovessero moderare
sensibilmente l'amarezza delle sventure. Ma mi accorsi troppo bene del
mio inganno. E vidi per prova che le deduzioni della filosofia valgono
a consolare delle lievi sventure; ma incontro alle grandi tacciono;
o se non tacciono, le aumentano. Perchè il savio, ch'ha la giustizia
nel cuore, sente non solo il danno ma l'ingiustizia di esso, e se ne
sdegna; ed anche quello sdegno è dolore.
E mentre io d'infelicità in infelicità, e di sdegno in isdegno,
m'era condotta con la fantasia alle più remote e incognite regioni
del dolore, se nel mondo del dolore v'ha nulla ancora di remoto e
d'incognito, mi riscosse dalle mie terribili immaginazioni non già,
come il più delle volte incontra, un rumore o una voce volgare, ma un
alto e profondissimo silenzio ch'io m'accorsi che mi regnava intorno.
Qualche istante di poi battè la mezza notte, ch'io credeva che fosse
compieta; e cominciò sensibilmente a turbarmisi il discorso della
mente: nè in vero sapevo più s'io era in sogno o desta, che nove ore
m'erano apparse qualche minuto.
Mi levai senza troppo intendere per che fare, ed appressai l'orecchio
al buco della serratura dell'usciuolo, e tutto era silenzio nella
stanza contigua; nè pure vi s'udiva quel non so che di leggermente
sospiroso e lamentevole che sempre accompagna il sonno degli uomini,
quasi si lagnassero de' mali del dì passato o del vegnente: e compresi
che nella stanza non vi dormiva persona. Volsi finalmente, per uscire,
la gruccia della serratura a colpo ch'era sull'uscio; e sentii ch'era
stato, senza ch'io me n'avvedessi, serrato a chiave di fuori. Mi tornai
sulla sedia dove il sole mi sorprese ancora più stolida del dì davanti.