LVIII.

Erano i primi dì dell'agosto dell'anno milleottocentoventisei, quando

la Chiara fu impalmata da quel giovane di pelo rossiccio che registrava

i nomi dei fanciulli che erano marchiati. Questo giovane, con quei

quattrinelli che poteva raggranellare alla meglio, aveva compero un

cavalletto calabrese, di questi che non direi già corrono, ma anzi

volano, anzi saettano. S'aveva compero ancora uno di questi calessetti

triangolari senza molle, che paiono seggiolini volanti. E appena

aveva finito di scrivere all'ospizio, correva alla casa sua, ch'era

quivi vicino, e rifocillatosi prestamente con qualche merenduzza,

e sceso sulla via, attaccato da se stesso quel suo cavallino, che

aveva allogato colà presso in una stalletta, montava il calessetto,

e se ne andava snello snello ora a questo ora a quel contorno della

città. Quivi menando il suo ronzino ora al trotto, ora all'ambio, ora

al galoppo, sfidava quanti calessetti di quella fatta gli venivano

scontrati. E quando era vincitore, tornava lieto, e rasciutta e

governata la bestiuola, se n'andava tutto pettoruto al caffè al canto

di Porta Nolana, ed entrando col cappello così un poco di traverso sul

capo, faceva del bravo, e raccontava la sua ventura a certi ragazzoni

che quivi la sera si riducevano a veglia. E quando era perdente, o

teneva quatto quatto le vie più solitarie, o si riduceva in sul primo

fare della sera alla sua casetta; e quivi sbuffato e pianto a suo

bell'agio, ne andava a letto tutto svogliato e maninconoso.

Avvenne un dì che, essendosi sfidato in sulla via di Melito con chi

non aveva meno voglia di lui di fiaccarsi il collo, se lo fiaccò

veramente. Perchè la bestiuola, cacciata a tutta furia e troppo più

che le sue forze finalmente non comportavano, guadagnò in prima la

mano, e poi sfrenatasi e messasi in salti, si rivolse al calessetto e

quello ribaltò; e il valente cocchiere si ruppe il capo e le braccia e

le coscie, e s'altro aveva che fosse da rompere, se lo ruppe. Ricolto

a gran pena da un fosso dov'era caduto, e trasportato per morto alla

sua casetta, quando si fu risentito, tutto pieno il capo delle idee

dell'ospizio, non fu tardo a botarsi alla Vergine Annunziata, che se

risanava, senza voler più sapere di cavalli nè di calessi, avrebbe

menata in isposa una sua figliuola. E risanato, nè già che non

rimanesse un poco sciancato e monco dal lato destro e impedito al tutto

del braccio sinistro, girò tutto l'ospizio, e restò preso dagli occhi

ridenti della Chiara; la quale, così com'è il più delle fanciulle, rise

prima della mellonaggine che appariva nel volto del giovane, e quando

dalle costui svenevolezze s'accorse che quella mellonaggine poteva

riuscire a matrimonio, fece le mostre d'aver sorriso alla molta venustà

di lui.

Così seguirono le sponsalizie, e così la Chiara ci abbandonò;

lietissima d'abbandonarci, come era stata lietissima di vivere con noi;

lietissima del matrimonio, come era stata lietissima del pulcellaggio;

e lietissima della casetta del giovane, com'era stata lietissima della

stanza di suora Geltrude. O indole beatissima! E pur v'è alcun mortale,

cui la natura fu di tanto cortese, che messe nel suo cuore una fonte

inesausta di stupida letizia, che versa il suo denso umore sopra le

cose più laide, e ne attuffa in quello la laidezza. E forse non era

nè anche questo: e la Chiara, che non era, com'ella mi aveva detto,

mai uscita dall'ospizio, si partiva tutta lieta dal porto, dove forse

un giorno sarebbe tornata tutta mesta e stanca e rotta da un lungo e

tempestoso viaggio!

Ma qual si fosse la causa di tanta diversità di desiderii, io che non

da un solo ma da mille viaggi e da mille orribilissime tempeste mi

sentiva al fianco di suora Geltrude ridotta nel più dolce e tranquillo

porto che mai pellegrino sciagurato osò desiderare dalle onde delle sue

sciagure, il solo fugace pensiero di staccarmi un solo istante da lei

mi faceva fremere.

Quell'anno, io non so per influsso di quali stelle maligne, le

pubbliche calamità d'ogni genere furono tante e tali, che quasi non

vi fu nessuno che non si botasse a qualche santo. E molti si botarono

alla Vergine d'impalmare una sua figliuola; e, quel che non s'era mai

visto negli scorsi anni, l'ospizio tutto, e l'alunnato massimamente,

era divenuto una sorta di pubblico passeggio, dove venivano tutti

questi botati a scegliersi la mogliera. Il che era gran noia a suora

Geltrude, e in ispecie a me, che me le raccomandai con le lacrime

agli occhi, tanto ribrezzo io prendeva dello sguardare di quelli

sconosciuti, che quando alcuno ne capitasse, di nascondermi nel suo

gabinetto, o almeno farmi destramente ombra di se e del suo manto,

ch'io non fossi increscevolmente considerata; massimamente ch'era cosa

inutilissima, essendo io fermissimamente risoluta di vivermi al fianco

suo, ed al fianco suo consacrare ancora io a Dio la mia verginità!

E quando ci venne l'olimpico giovane che impalmò la Chiara, io seppi

così bene nascondermegli, che, la Dio mercè, que' suoi occhi spaventati

non si scontrarono ne' miei, che non già per vederlo, ma per meglio

nasconderseli, gli furono tuttora sopra. Nè però potetti fuggire il mio

destino, che mi riservava inevitabilmente una noia di questa qualità.

Perchè, lasciamo stare che più d'uno di quei che ci vennero, ai quali

io non potetti tanto celarmi che non ne fossi veduta, mi domandarono in

isposa, ma un dì mi seguì qualcosa di meno aspettato.

Il giovane che aveva sposata la Chiara non rifiniva mai di parlare

della dolcezza del matrimonio in generale, e della virtù e delle

grazie della sua moglie in particolare. Il che non mi reca maraviglia,

perchè la Chiara era veramente graziosissima; e della sua virtù non è

mestieri ch'io vi dica oltre, quando vi ho detto ch'era vivuta assai

anni al fianco di suora Geltrude. E parlando con questo e con quello

di questa sua gran felicità che aveva trovata nel matrimonio, e di

questa sua gran fortuna d'aver trovata una sì onesta e bella e ben

costumata giovane di moglie, infra gli altri coi quali si confidò di

tanta sua ventura, fu quel cotale marchiatore a un tempo e maestro che

già vi dissi. E tutte le volte che il torchio non lavorava, e che il

registro era chiuso, era un gran parlare fra questi due della buona

ed austera educazione, e disinvolta a un tempo, che suora Geltrude

sapeva dare alle fanciulle, massime a quelle cui voleva il meglio; e

il buon maestro a sfogarsi col giovane, che se anche a lui venisse

fatto di potersi imbattere in una giovane bella e ben parlante,

chi sarebbe stato meglio di lui; e che, in quel fondo gli pareva, o

egli s'ingannava forte, d'essere un uomo come un altro, e cose altre

somiglianti, che dicono gli uomini già assai ben oltre nell'età, quando

si risolvono di dare il cervello a rimpedulare.

Acceso dunque costui, prima dalle parole, forse inconsiderate, del

giovane, e poscia assai più dalla sua propria fantasia, come quegli che

di poca levatura aveva mestieri, cominciò a non trovar più luogo dal

gran caldo che aveva di farsi sposo. E poi che l'Eugenia, la Clementina

ed io, non già per bisogno che se n'avesse, che loro la voce, e me la

voce e i libri di suora Geltrude, avevano menate assai di lungi, ma

per non acquistarci più invidia di quella che il troppo bene che suora

Geltrude ci voleva non ci aveva già acquistata, non ci astenevamo mai

di venire con tutte le altre giovani allo lezioni di ambo quei nostri

maestri: costui cominciò a porci l'occhio addosso, ed a guardarci ed a

riguardarci per entro quei suoi cristalli, ch'era una cosa, per dirvi

il vero, troppo ridicola; e a non ridergli sul grugno, ci costava uno

sforzo grandissimo.

Finalmente un dì che l'Eugenia era a letto, il che, come a cagionevole

e infermiccia ch'ell'era, assai spesso le seguiva, e che la Clementina

le teneva compagnia, io, cui già per il mio continuato leggere

dava tutto l'alunnato gli epiteti di dottoressa, di filosofessa e

somiglianti, non volli mancare d'andare alle consuete lezioni, perchè

non lasciavo passare nessuna occasione di poter moderare con la mia

molta modestia e umiltà il mio involontario essere da più di loro, ch'è

quello, come sapete, che non si perdona mai al mondo. E lasciando,

non senza gran malinconia, la mia inferma amica, mi misi ad andare

in branco con tutta quella turba femminile, parlando ora a questa ed

ora a quella il più amorevolmente ch'io poteva, e non avendo mai per

contraccambio delle mie amorevolezze altro che villani tratti, e scempi

ed amari motteggi.

Pervenute alla sala della scuola, ci mettemmo tutte a sedere; ed io

dove la folta era più spessa, per non essere noiata dagli sguardi

curiosi del maestro di francese. Venne da prima il prete, e perorò

la sua triforme diceria. Di poi venne l'altro, ed entrando cominciò

a guardare nel posto dove solevamo sedere le mie due amiche ed io. E

non vedendoci, cominciò, già prima di sedere in cattedra, a dimenare

il capo di qua e di là, che pareva una cutrettola. E poi ch'alla fine,

per quanto io tentassi di nascondere il mio capo fra quelli dell'altre,

m'ebbe scorto, mi fece un sospiroso sorriso, che proprio, padre mio,

mi mancò la forza di non ridere, e risi; e quel milenso, s'io non

m'ingannai, prese più baldanza del mio riso. E vedendomi senza le due

mie amiche, nè volendo perdere una così destra occasione di parlarmi,

nè sapendo come meglio si fare a farmi accostare un poco più a lui,

mi chiamò a recitare non so che di francese, ch'io sapeva benissimo e

ch'egli non sapeva. Cominciando io, se bene un cotal poco fastidita di

tanta noia, a recitare quel ch'ei volle, ed ecco il buon uomo che dice

di non udirmi troppo bene. Io levai più la voce; ma fu tutt'uno. Egli

si ostinò a dire ch'egli non m'udiva, e mi consigliò, in un certo modo

che a me convenne seguitare il suo consiglio, di andarmi a sedere un

poco più presso a lui.

Quand'io fui dov'egli volle, ed ebbi recitato quel ch'ei volle,

l'oriuolo battè le sedici ore, e la lezione fu finita. Tutte le

giovani si levarono per andarsene; e mentre io mi levava anch'io, quel

fastidioso mi disse:

Ginevrina, io avrei qualche cosa a dire a suora Geltrude: ed ora

non potrei venir dentro, ch'è tardi. Recherestele voi quel ch'io vi

dicessi? Ed allora piacciavi rimanervi qui un pochettino con meco.

Quand'io l'udii parlare così, divenni tutta gelata; e non sapendo come

disdirmi di voler rimanere, e pur non volendo, gli dissi, così fra

confusa e noiata:

Perdoni, signore; ma io non potrei davvero. Una mia amica è forte

malata a letto, e m'attende; e dovrei già esserle al fianco.

E mentre egli disse ed io risposi, tutte le giovani ebbero bene e

meglio il tempo di sgomberare dalla sala; ed egli, ottenuto di fatto

ciò ch'ei voleva, seguitandomi ch'io già moveva per andarmene, anzi

avanzandomi come per impedirmi il cammino, toltisi gli occhiali ed

appressatami a una spanna gli occhi agli occhi, cominciò, con certi

denti di fuori che parevan bischeri, a dirmi non so che, a chiamarmi

non so che altro, e ch'egli spasimava, e che aveva perso meco il suo

francese, e che i miei occhi e la mia bocca e il mio naso lo avevano

condotto in non so che termini. E per non ve l'allungare, cominciò a

dire tante e sì stolte e sì sazievoli e sì rincrescevoli e sì proterve

e sì insopportabili svenevolezze, ch'io finalmente, non sapendo più nè

che mi dire nè che mi fare con un uomo che mi pareva uscito del senno,

colto bene il mio tempo, mi sciolsi alla più gran fatica del mondo da

lui, e di corsa ricoverai tutta affannosa e trafelata nella mia stanza.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 87 / 140 题