Erano i primi dì dell'agosto dell'anno milleottocentoventisei, quando
la Chiara fu impalmata da quel giovane di pelo rossiccio che registrava
i nomi dei fanciulli che erano marchiati. Questo giovane, con quei
quattrinelli che poteva raggranellare alla meglio, aveva compero un
cavalletto calabrese, di questi che non direi già corrono, ma anzi
volano, anzi saettano. S'aveva compero ancora uno di questi calessetti
triangolari senza molle, che paiono seggiolini volanti. E appena
aveva finito di scrivere all'ospizio, correva alla casa sua, ch'era
quivi vicino, e rifocillatosi prestamente con qualche merenduzza,
e sceso sulla via, attaccato da se stesso quel suo cavallino, che
aveva allogato colà presso in una stalletta, montava il calessetto,
e se ne andava snello snello ora a questo ora a quel contorno della
città. Quivi menando il suo ronzino ora al trotto, ora all'ambio, ora
al galoppo, sfidava quanti calessetti di quella fatta gli venivano
scontrati. E quando era vincitore, tornava lieto, e rasciutta e
governata la bestiuola, se n'andava tutto pettoruto al caffè al canto
di Porta Nolana, ed entrando col cappello così un poco di traverso sul
capo, faceva del bravo, e raccontava la sua ventura a certi ragazzoni
che quivi la sera si riducevano a veglia. E quando era perdente, o
teneva quatto quatto le vie più solitarie, o si riduceva in sul primo
fare della sera alla sua casetta; e quivi sbuffato e pianto a suo
bell'agio, ne andava a letto tutto svogliato e maninconoso.
Avvenne un dì che, essendosi sfidato in sulla via di Melito con chi
non aveva meno voglia di lui di fiaccarsi il collo, se lo fiaccò
veramente. Perchè la bestiuola, cacciata a tutta furia e troppo più
che le sue forze finalmente non comportavano, guadagnò in prima la
mano, e poi sfrenatasi e messasi in salti, si rivolse al calessetto e
quello ribaltò; e il valente cocchiere si ruppe il capo e le braccia e
le coscie, e s'altro aveva che fosse da rompere, se lo ruppe. Ricolto
a gran pena da un fosso dov'era caduto, e trasportato per morto alla
sua casetta, quando si fu risentito, tutto pieno il capo delle idee
dell'ospizio, non fu tardo a botarsi alla Vergine Annunziata, che se
risanava, senza voler più sapere di cavalli nè di calessi, avrebbe
menata in isposa una sua figliuola. E risanato, nè già che non
rimanesse un poco sciancato e monco dal lato destro e impedito al tutto
del braccio sinistro, girò tutto l'ospizio, e restò preso dagli occhi
ridenti della Chiara; la quale, così com'è il più delle fanciulle, rise
prima della mellonaggine che appariva nel volto del giovane, e quando
dalle costui svenevolezze s'accorse che quella mellonaggine poteva
riuscire a matrimonio, fece le mostre d'aver sorriso alla molta venustà
di lui.
Così seguirono le sponsalizie, e così la Chiara ci abbandonò;
lietissima d'abbandonarci, come era stata lietissima di vivere con noi;
lietissima del matrimonio, come era stata lietissima del pulcellaggio;
e lietissima della casetta del giovane, com'era stata lietissima della
stanza di suora Geltrude. O indole beatissima! E pur v'è alcun mortale,
cui la natura fu di tanto cortese, che messe nel suo cuore una fonte
inesausta di stupida letizia, che versa il suo denso umore sopra le
cose più laide, e ne attuffa in quello la laidezza. E forse non era
nè anche questo: e la Chiara, che non era, com'ella mi aveva detto,
mai uscita dall'ospizio, si partiva tutta lieta dal porto, dove forse
un giorno sarebbe tornata tutta mesta e stanca e rotta da un lungo e
tempestoso viaggio!
Ma qual si fosse la causa di tanta diversità di desiderii, io che non
da un solo ma da mille viaggi e da mille orribilissime tempeste mi
sentiva al fianco di suora Geltrude ridotta nel più dolce e tranquillo
porto che mai pellegrino sciagurato osò desiderare dalle onde delle sue
sciagure, il solo fugace pensiero di staccarmi un solo istante da lei
mi faceva fremere.
Quell'anno, io non so per influsso di quali stelle maligne, le
pubbliche calamità d'ogni genere furono tante e tali, che quasi non
vi fu nessuno che non si botasse a qualche santo. E molti si botarono
alla Vergine d'impalmare una sua figliuola; e, quel che non s'era mai
visto negli scorsi anni, l'ospizio tutto, e l'alunnato massimamente,
era divenuto una sorta di pubblico passeggio, dove venivano tutti
questi botati a scegliersi la mogliera. Il che era gran noia a suora
Geltrude, e in ispecie a me, che me le raccomandai con le lacrime
agli occhi, tanto ribrezzo io prendeva dello sguardare di quelli
sconosciuti, che quando alcuno ne capitasse, di nascondermi nel suo
gabinetto, o almeno farmi destramente ombra di se e del suo manto,
ch'io non fossi increscevolmente considerata; massimamente ch'era cosa
inutilissima, essendo io fermissimamente risoluta di vivermi al fianco
suo, ed al fianco suo consacrare ancora io a Dio la mia verginità!
E quando ci venne l'olimpico giovane che impalmò la Chiara, io seppi
così bene nascondermegli, che, la Dio mercè, que' suoi occhi spaventati
non si scontrarono ne' miei, che non già per vederlo, ma per meglio
nasconderseli, gli furono tuttora sopra. Nè però potetti fuggire il mio
destino, che mi riservava inevitabilmente una noia di questa qualità.
Perchè, lasciamo stare che più d'uno di quei che ci vennero, ai quali
io non potetti tanto celarmi che non ne fossi veduta, mi domandarono in
isposa, ma un dì mi seguì qualcosa di meno aspettato.
Il giovane che aveva sposata la Chiara non rifiniva mai di parlare
della dolcezza del matrimonio in generale, e della virtù e delle
grazie della sua moglie in particolare. Il che non mi reca maraviglia,
perchè la Chiara era veramente graziosissima; e della sua virtù non è
mestieri ch'io vi dica oltre, quando vi ho detto ch'era vivuta assai
anni al fianco di suora Geltrude. E parlando con questo e con quello
di questa sua gran felicità che aveva trovata nel matrimonio, e di
questa sua gran fortuna d'aver trovata una sì onesta e bella e ben
costumata giovane di moglie, infra gli altri coi quali si confidò di
tanta sua ventura, fu quel cotale marchiatore a un tempo e maestro che
già vi dissi. E tutte le volte che il torchio non lavorava, e che il
registro era chiuso, era un gran parlare fra questi due della buona
ed austera educazione, e disinvolta a un tempo, che suora Geltrude
sapeva dare alle fanciulle, massime a quelle cui voleva il meglio; e
il buon maestro a sfogarsi col giovane, che se anche a lui venisse
fatto di potersi imbattere in una giovane bella e ben parlante,
chi sarebbe stato meglio di lui; e che, in quel fondo gli pareva, o
egli s'ingannava forte, d'essere un uomo come un altro, e cose altre
somiglianti, che dicono gli uomini già assai ben oltre nell'età, quando
si risolvono di dare il cervello a rimpedulare.
Acceso dunque costui, prima dalle parole, forse inconsiderate, del
giovane, e poscia assai più dalla sua propria fantasia, come quegli che
di poca levatura aveva mestieri, cominciò a non trovar più luogo dal
gran caldo che aveva di farsi sposo. E poi che l'Eugenia, la Clementina
ed io, non già per bisogno che se n'avesse, che loro la voce, e me la
voce e i libri di suora Geltrude, avevano menate assai di lungi, ma
per non acquistarci più invidia di quella che il troppo bene che suora
Geltrude ci voleva non ci aveva già acquistata, non ci astenevamo mai
di venire con tutte le altre giovani allo lezioni di ambo quei nostri
maestri: costui cominciò a porci l'occhio addosso, ed a guardarci ed a
riguardarci per entro quei suoi cristalli, ch'era una cosa, per dirvi
il vero, troppo ridicola; e a non ridergli sul grugno, ci costava uno
sforzo grandissimo.
Finalmente un dì che l'Eugenia era a letto, il che, come a cagionevole
e infermiccia ch'ell'era, assai spesso le seguiva, e che la Clementina
le teneva compagnia, io, cui già per il mio continuato leggere
dava tutto l'alunnato gli epiteti di dottoressa, di filosofessa e
somiglianti, non volli mancare d'andare alle consuete lezioni, perchè
non lasciavo passare nessuna occasione di poter moderare con la mia
molta modestia e umiltà il mio involontario essere da più di loro, ch'è
quello, come sapete, che non si perdona mai al mondo. E lasciando,
non senza gran malinconia, la mia inferma amica, mi misi ad andare
in branco con tutta quella turba femminile, parlando ora a questa ed
ora a quella il più amorevolmente ch'io poteva, e non avendo mai per
contraccambio delle mie amorevolezze altro che villani tratti, e scempi
ed amari motteggi.
Pervenute alla sala della scuola, ci mettemmo tutte a sedere; ed io
dove la folta era più spessa, per non essere noiata dagli sguardi
curiosi del maestro di francese. Venne da prima il prete, e perorò
la sua triforme diceria. Di poi venne l'altro, ed entrando cominciò
a guardare nel posto dove solevamo sedere le mie due amiche ed io. E
non vedendoci, cominciò, già prima di sedere in cattedra, a dimenare
il capo di qua e di là, che pareva una cutrettola. E poi ch'alla fine,
per quanto io tentassi di nascondere il mio capo fra quelli dell'altre,
m'ebbe scorto, mi fece un sospiroso sorriso, che proprio, padre mio,
mi mancò la forza di non ridere, e risi; e quel milenso, s'io non
m'ingannai, prese più baldanza del mio riso. E vedendomi senza le due
mie amiche, nè volendo perdere una così destra occasione di parlarmi,
nè sapendo come meglio si fare a farmi accostare un poco più a lui,
mi chiamò a recitare non so che di francese, ch'io sapeva benissimo e
ch'egli non sapeva. Cominciando io, se bene un cotal poco fastidita di
tanta noia, a recitare quel ch'ei volle, ed ecco il buon uomo che dice
di non udirmi troppo bene. Io levai più la voce; ma fu tutt'uno. Egli
si ostinò a dire ch'egli non m'udiva, e mi consigliò, in un certo modo
che a me convenne seguitare il suo consiglio, di andarmi a sedere un
poco più presso a lui.
Quand'io fui dov'egli volle, ed ebbi recitato quel ch'ei volle,
l'oriuolo battè le sedici ore, e la lezione fu finita. Tutte le
giovani si levarono per andarsene; e mentre io mi levava anch'io, quel
fastidioso mi disse:
Ginevrina, io avrei qualche cosa a dire a suora Geltrude: ed ora
non potrei venir dentro, ch'è tardi. Recherestele voi quel ch'io vi
dicessi? Ed allora piacciavi rimanervi qui un pochettino con meco.
Quand'io l'udii parlare così, divenni tutta gelata; e non sapendo come
disdirmi di voler rimanere, e pur non volendo, gli dissi, così fra
confusa e noiata:
Perdoni, signore; ma io non potrei davvero. Una mia amica è forte
malata a letto, e m'attende; e dovrei già esserle al fianco.
E mentre egli disse ed io risposi, tutte le giovani ebbero bene e
meglio il tempo di sgomberare dalla sala; ed egli, ottenuto di fatto
ciò ch'ei voleva, seguitandomi ch'io già moveva per andarmene, anzi
avanzandomi come per impedirmi il cammino, toltisi gli occhiali ed
appressatami a una spanna gli occhi agli occhi, cominciò, con certi
denti di fuori che parevan bischeri, a dirmi non so che, a chiamarmi
non so che altro, e ch'egli spasimava, e che aveva perso meco il suo
francese, e che i miei occhi e la mia bocca e il mio naso lo avevano
condotto in non so che termini. E per non ve l'allungare, cominciò a
dire tante e sì stolte e sì sazievoli e sì rincrescevoli e sì proterve
e sì insopportabili svenevolezze, ch'io finalmente, non sapendo più nè
che mi dire nè che mi fare con un uomo che mi pareva uscito del senno,
colto bene il mio tempo, mi sciolsi alla più gran fatica del mondo da
lui, e di corsa ricoverai tutta affannosa e trafelata nella mia stanza.