Ma vi novererò io tutti i libri che andai leggendo? Corsero quattro
lunghi anni dal dì che suora Geltrude mi diede il primo libro, e mi
parvero un lampo. Io posso dire che non v'è buon libro italiano o
francese, ch'io non corressi anzi non istudiassi in quegli anni; e
studiandolo, l'animo mio non s'informasse da esso. Ora, leggendo cose
di scienze naturali, mi pareva che quello fosse unico e vero sapere.
Ora, leggendo cose astratte e intellettuali, mi pareva che della natura
delle cose a noi non fosse possibile di saper nulla, e le scienze
naturali mi parevano più tosto una storia di fantasmi e d'apparizioni
diverse, che un ordinamento di fatti; e le scienze intellettuali
mi parevano la sola verità che fosse al mondo, perchè avevano il
fondamento loro non nella natura delle cose, che ci è ignota, ma nelle
deduzioni del nostro intelletto, delle quali potevamo conoscere tutta
l'indole e tutti gli elementi; e perchè per mezzo di esse si poteva
almeno pervenire a quella conclusione, che gli elementi dei fantasmi
e delle apparizioni delle scienze naturali ci sono compiutamente
sconosciuti. Ora, leggendo le vite degli uomini illustri di Plutarco,
traslatate in francese dal d'Amiot, l'uomo mi pareva più che uomo,
anzi la più bella cosa fra le cose create. Ora, leggendo non so che
volgarizzamento delle vite de' Cesari di Svetonio, l'uomo mi pareva
l'animale più nefario, anzi la più mostruosa fra tutte le cose create,
o da poter creare nei più strani delirii della nostra fantasia. E
sempre e in tutte le cose diversa oggi da quello ch'ero stata ieri,
cominciai in processo di tempo e insensibilmente, quel che mai non mi
sarei presupposta alle mie prime lezioni, a non avere più fede nè in
quello che leggevo, nè nelle deduzioni ch'io vi veniva facendo sopra.
E nondimeno, fra tanto ondeggiare e tanto cozzarsi di pensieri e di
opinioni contraddittorie, quella nube che mi s'era condensata intorno
alla mente ed all'animo in sul mio primo mettermi per il gran mare
della lettura, cominciò a poco a poco a dileguarsi. Dico almeno in
proporzione ch'io cominciai a toglier fede a quello che leggevo.
Perchè, insino che tutto quello che leggevo mi sembrò vero, ad ogni
menoma contraddizione io era smarrita. E non potendo intendere come due
veri potessero contraddirsi fra loro, davo la colpa a me di non aver
bene inteso, e mi profondavo in una cupa meditazione, dove più andavo
al fondo, e più mi si faceva buio. Ma quando cominciai ad avere un
poco più fede nel mio intelletto, ed un poco meno in quel che leggevo,
le contraddizioni anche più grandi nelle quali m'imbattevo non mi
mettevano più tanta sollecitudine; e spesso anzi mi movevano a riso
sulla vanità del sentenziare umano.
Poscia che quella nube mi si fu dileguata, io confesso che la mia vita
cominciò a divenire quel che si dice comunemente una vita felice, e
quel che a me piace di nominare più tosto una vita sopportabile. Io
non abbondava, ma non mancava di nessuna delle cose necessarie alla
vita materiale. E poichè, per legge inemendabile della natura umana,
ai bisogni materiali soddisfatti sottentrano sempre i bisogni della
mente e del cuore, a questi soddisfacevano in gran parte il ricamo, le
mie tre compagne, i libri e suora Geltrude. Nè per la buona educazione
e per il bene tutto insieme delle fanciulle, anzi di tutti i giovani
universalmente, si può immaginare nulla di più savio, che quello
che suora Geltrude mi diceva essere comunissimo in Francia, voglio
dire, di non lasciar mai loro il tempo non dico solo d'annoiarsi, ma
nè pure di guardare un momento solo in viso la vita. Essa è troppo
pericoloso specchio a chi vi si mette dentro a rimirarsi. E più è viva
la luce che brilla negli occhi che vi si mirano, più la riflessione di
quello specchio li offende. L'animo che non trova più negli oggetti
estrinsechi nè dove fermarsi, nè dove esercitare, e direi quasi
disfogare, quella virtù operativa che il suo Creatore gli ha impressa,
si ferma in se stesso, ed in se stesso la disfoga, e rivolge contra se
quelle forze che il Creatore gli aveva date per domare la natura.
Nè però era compiuto tutto il gran vuoto del mio cuore. E spesso
i fantasmi fugaci della prima età, e le speranze, o più tosto le
immaginazioni di una felicità ignota e sovrumana, della quale io
non sapeva rendere a me stessa nè il modo nè la forma, non mancavano
di affacciarmisi alla fantasia, massime nei dì di primavera. Ma la
fredda persuasione in cui ero precipitata, che tutto ciò che più si
desidera al mondo o è impossibile a conseguire, o non è quale appare, o
conseguíto non giova, uccideva subito quelle immaginazioni, e dissipava
quei fantasmi. E ricredutami dell'impossibile, se non mi appagai del
possibile, almeno mi v'acquetai; e cominciai a poter patire la vita.