LVI.

Io non poteva saziarmi di quel libro, il quale io, che già aveva

imparato che bibbia vuol dire libro, estimai non immeritamente nominato

così per eccellenza. Quivi è prosa, poesia, grandezza, piccolezza,

cielo, terra, tutto: nè v'ha, credo, condizione di vita sotto il sole

che non trovi in quel libro l'idea onde togliere l'esempio del suo

perfezionamento o della sua consolazione. Lo tenni, io credo, due mesi

fra le mani; e quando mi sentii cristiana, lo rendetti alla fine, non

senza lacrime, a suora Geltrude, quasi mi fosse convenuto separarmi dal

mio più amoroso amico.

Il terzo libro ch'io n'ebbi fu la Divina Commedia di Dante Alighieri.

Lo stupore ch'io presi da questo libro fu più grande di quello ch'io

aveva preso dalla bibbia. Perchè se in quella apparisce alcun che di

più che umano, non reca maraviglia, quando v'è dentro l'afflato di Dio.

Ma quel che apparisce di più che umano nel poema di Dante, che non era

inspirato, è cosa inesplicabile, perchè al tutto fuor dell'ordine della

natura. Io lo lessi da capo a piedi, e l'intesi tutto, salvo alcuni

accennamenti ai fatti dei suoi tempi, che intesi poco di poi, appena

seppi alcun poco la storia. E mi maravigliai quando udii dire che quel

poema era le più volte inintelligibile. Vero è ch'io ebbi la fortuna

che la prima copia che mi venne alle mani era senza comenti nè chiose

di sorte alcuna. Perchè qualunque volta, dappoi, vedutane alcun'altra

di altra edizione, abbassai gli occhi a caso al comento di sotto, quel

medesimo che avevo compreso, mi parve non comprenderlo più; e così

intesi la ragione di quella volgare e stolta fama, che il più gran

poema del mondo sia oscuro.

Senza comenti e senza argute spiegazioni di allegorie cui egli mai non

pensò, io vidi quel grandissimo fra gli uomini, annoiato de' loro vizi

e della vita pratica in generale, volersi ritrarre all'altezza della

virtù e della vita speculativa, ed esserne impedito da un malvagio

pervertimento in cui la curia romana aveva condotto il mondo: ed

egli più forte e della curia romana e del mondo, non potendo condursi

praticamente a quell'altezza, condurvisi speculativamente per mezzo

del poema, e con quello tentare di ricondurre il mondo alla sua norma.

Io lo vidi imprendere quel gran viaggio per il mondo speculativo,

e nell'Inferno biasimare il vizio e punirlo, nel Purgatorio lodare

la virtù, quanto se ne può sperare dagli uomini, ed affinarla,

nel Paradiso mostrarla in tutto il suo splendore e pura da tutta

l'infermità umana, e premiarla. Io lo vidi, finalmente, per la nuova

via ch'egli s'aveva spianata, poichè l'antica via era ormai distorta

e contaminata, pervenire a ricongiungersi in quel punto dove la sete

immortale del bene si spense, e il suo desiderio si fermò come ruota

mossa da due forze contrarie ed eguali.

Io rendetti Dante a suora Geltrude e n'ebbi le rime di Francesco

Petrarca, e vidi per prova che tutti quei fantasmi fuggitivi, tutte

quelle immaginazioni vaghe e malinconiche, tutto quanto, in fine,

il nostro cuore sente di più secreto, la nostra fantasia vede di più

vaniente, tutto (quel ch'io mai non avrei presupposto per innanzi) era

possibile a dire. E v'è tale sentimento riposto, v'è tale laberinto del

mio cuore, dove io non sarei mai penetrata, se una sua parola non me ne

avesse data a un tempo la rivelazione e il filo.

N'ebbi Omero volgarizzato da un grande ellenista e gran poeta ad una, e

cominciai a conoscere l'antichità, e mi maravigliai che insino in quei

tempi ch'io credeva felici, quel vecchio padre nominasse l'uomo il più

infelice degli animali.

N'ebbi un libro in quattro volumi, di cui non mi ricorda l'autore,

che parlava a lungo delle cose asiatiche, e vi trovai che un filosofo

cinese, vivuto non so quante decine di secoli innanzi Cristo, aveva

detto che l'uomo era il più infelice degli animali, per essere il più

corrotto.

Quivi trovai che nell'India i Bracmani, cioè una setta di filosofi

adoratori d'un Dio unico ed eterno, ch'essi chiamavano Brama, e dal

quale credevano dato il loro libro sacro detto Veidam, si astenevano

dalla carne degli animali che servono l'uomo, e per fare che anche il

volgo se ne astenesse, messero in voga la dottrina della trasmigrazione

delle anime degli uomini nei corpi di animali d'altra specie. E mi

parve che il mondo sia stato assai più virtuoso, o per meglio dire,

assai meno perverso in altri tempi ch'ora non è. E andai considerando

l'atrocissima stoltezza dell'uomo, che crede che tutti gli animali che

vivono sulla terra sieno fatti o per servirlo nei suoi bisogni, o per

nutrirlo delle loro carni come loro sovrano; e spesso per l'uno e per

l'altro. E va tronfio, e gli affatica, e li maltratta, e gli crucia,

e gli sgozza, e gli squarta, e gli scortica, come loro re. Ma s'egli

è re de' polli, dei maiali, degli agnelli e dei giovenchi, perchè sono

più deboli di lui, o tali egli li ha saputi rendere, non è già re delle

tigri, de' leoni, de' coccodrilli e degli boa, perchè non è re chi

non è più forte. Ma o re o non re, non è cosa onesta l'ammazzare chi

t'è stato lungamente compagno nella vita, e co' suoi lunghi sudori te

n'ha alleviato il fascio, e col suo sangue te l'ha salvata. E il non

onesto, cioè il male, non mai, nè per quantunque gravissima ragione, va

permesso. E voi, o legislatori della terra, sentite di sopportare un

delitto che rende infame il suo autore, quando non porgete l'orecchio

alla testimonianza de' beccai, o di quegli scellerati a cui regge

il cuore d'immergere un coltello nel petto al più nobile, al più

generoso degli animali, al vecchio e cagionevole cavallo, che nei

vigorosi giorni di gioventù rizzò gli orecchi alla tromba di guerra,

combattette per voi che sedevate a mensa tranquilla, e poi che sentì

voto l'arcione, tutto grondante di sudore e di sangue, versò amare

lacrime di tenerezza e di dolore sull'eroe che fu spento combattendo

per la patria, e ne lambì e ne baciò le sanguinanti ferite.

E non m'astenni a questi pensieri di versare una lacrima sul primo

amico della mia infanzia, su quel cane generoso e costante, che morì

presso a quella buca per non abbandonarmi.

E così io fluttuava in un gran mare di cose e di pensieri, e leggeva

tuttavia, e mai mai non era sazia.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 85 / 140 题