Io aveva creduto insino allora che la terra fosse una grandissima
pianura, la quale grandissima pianura avesse Napoli per centro, e per
ultimo confine avesse l'orizzonte ch'io era pervenuta a scorgere di
sotto il pino di Sant'Anastasia, o dalle finestre di donna Mariantonia.
Baia, Sorrento ed Avellino mi erano sonate distanze sterminatissime.
E un dì, che con un fardelletto sotto il braccio seguivo don Gaetano
ch'andava in Vicaria, e che questi, per mostrare a uno studente suo
amico il sito memorabile di quel che gli era stato narrato da un altro
studente di non so quali valentie di guerra, che sempre gli tonava
dalla bocca cannoni e bombe, salse su gli scalini di San Piero a
Maiella, e mostrò i gioghi di Maiella, ch'egli diceva di veder quindi,
io salsi anch'io quegli scalini, e guardando quei gioghi credetti
aver veduto il finimondo. Avevo creduto che il cielo fosse una mezza
sfera di cristallo, in cui fossero appiccate le stelle, la luna e il
sole, il quale avviatosi per un arco quando più piccolo e quando più
grande di quella mezza sfera, s'andasse a riposare la sera dietro
il colle di San Martino, e il dì seguente innanzi l'alba per dietro
Capri e Castellamare si riconducesse a risalire il dorso del Vesuvio e
ricorrere l'usato cammino.
Quel trattatello mi dimostrò con chiare e irrefragabili ragioni, che
la terra è un globo della circonferenza di novemila leghe; che si gira
intorno a se stessa nel tempo di ventiquattro ore, con una velocità
appresso a poco seicento volte maggiore di quella d'una palla di
cannone, e fa il giorno e la notte; che si gira nel tempo di un anno
intorno a un altro globo, ch'è il sole, che n'è distante trentaquattro
milioni e cinquecento mila leghe, e ch'è della circonferenza di un
milione e ventotto mila volte maggiore di essa; e girandovisi non
nella medesima direzione nella quale si gira intorno a se stessa, ma
alquanto obbliquamente, fa la diversità delle stagioni. Mi dimostrò,
che questo sole è immoto rispetto alla terra, ma si gira intorno a se
stesso nel tempo di venticinque giorni e dodici ore. Mi dimostrò, che
la luna è una terra quarantanove volte minore di questa, dalla quale
è distante ottantasei mila leghe; che si gira intorno a se stessa
e intorno a questa nello spazio di ventisette giorni e otto ore; e
variamente illuminata dal sole per la varia interposizione di questa,
fa i quattro quarteroni che veggiamo. Mi dimostrò, che intorno a questo
sole si girano undici altre terre delle quali alcune sono più grandi
assai di essa; e una chiamata Giove è mille quattrocento settanta volte
più grande di essa, ed ha quattro lune intorno; e un'altra chiamata
Urano ne ha sei; e una chiamata Saturno ne ha sette. Mi dimostrò, che
tutte le molte migliaia di stelle lucide che si veggono a occhio nudo,
delle quali le più vicine al sole ne sono distanti almeno centomila
volte più ch'esso non è a noi e tutti i molti milioni che si veggono
solamente col telescopio, sono altrettanti soli più o meno grandi,
centri ancora essi di più o meno terre. Mi dimostrò, che tutte quelle
innumerabili piazzette biancheggianti che la notte veggiamo sparse
qua e là nel cielo, e si chiamano stelle nebulose, o solo nebulose,
sono certi sterminatissimi raunamenti d'innumerabili soli, tutti fra
loro non meno distanti che sia questo nostro sole dalle stelle lucide,
con le quali e con tutte quelle altre milioni di milioni che, quasi
immenso fiume di latte, si vedono la notte serpeggiare a onde tutto
il convesso del cielo da mezzodì a settentrione e si chiamano galassia
o via lattea, forma ancor esso una nebulosa: e che, come tutti i soli
di tutte le nebulose hanno una certa corrispondenza di movimenti fra
loro, così hanno una certa corrispondenza di movimenti fra loro tutte
le nebulose. E mi dimostrò, finalmente, che come ogni nebulosa ha un
movimento che corrisponde a quelli di tutte le altre nebulose, così
forse tutto il raunamento di tutte le nebulose che noi conosciamo ha
qualche corrispondenza di movimenti con altre milioni di milioni di
raunamenti di nebulose che noi nè conosciamo, nè possiamo conoscere.
Così si concludeva il trattatello, aureo ancora di assai altre verità,
comunissime oggi ai sapienti, ma o tremende o incredibili agl'idioti,
quale era stata io insino a quel punto. Se il mio intelletto non fu
annullato da un così subito e così incommensurabile rivolgimento
d'idee, io ne lo tenni sempre assai virile. Ma se la mente non fu
impari a comprender tanto, non fu già pari il mio corpicino, che ne
intristì fieramente come se ancora o il vestito o il nutrimento gli
fosse mancato. Io era ad ora ad ora di là dalla nostra nebulosa e da
quelle che noi conosciamo, in quelle ignote, e ne ammucchiava milioni
di raunamenti incontro ad altri milioni; e sperava di poter giungere
a comprendere almeno in un modo suppositivo un principio, un sito,
un confine; nè sapeva per anche che tutti i tempi, e tutti i luoghi,
e tutti gli spazi esistenti e immaginari sono idee relative a quei
pochi corpi che noi conosciamo, paragonati gli uni con gli altri, ma
che nell'universo preso tutto insieme non v'è nè tempo, nè luogo, nè
spazio, ma v'è l'infinito, che l'uomo è stato fatalmente condannato a
riconoscere senza comprendere.
Giunto a quell'infinito, che la mente non ebbe più seno a comprendere,
mi rivolsi in dietro, e ricaddi sulla terra, che allora mi apparve
un punto. Ma una tanta caduta non potette impedirmi di considerare
la stoltezza dell'uomo, che crede che questo universo sia fabbricato
per se, e ch'egli ne sia l'unico abitatore, e l'unica intelligenza; e
che il sole sia fatto per dargli il giorno, la luna per illuminargli
le notti, e le stelle per abbellirgli quelle che la luna non sorge
ad illuminargli. Ma se la terra è un globo, che con tanti altri globi
si gira intorno a un altro globo, che con infinite altre migliaia di
globi si corrisponde co' movimenti d'infinite altre migliaia, e forse,
anzi senza forse, milioni di raunamenti di globi; perchè il fenomeno
della vita e dell'intelligenza sarebbe solo di questo globo? O perchè
solo questo globo conterrebbe la massima delle intelligenze fra tutti
gli altri milioni di milioni di globi; e questa massima intelligenza
sarebbe posta in un animale pieno di miserabili necessità, che un'aura
o calda o fredda annichilisce?