Io aveva creduto insino allora, che la terra e il genere umano fossero
Napoli e i Napoletani; che gli ordini più sublimi di questo genere
umano fossero quei feroci della fonte Capuana e dell'orto Botanico, e
quei gendarmi del convento; e che la meta finale a cui questo genere
umano intendesse, fossero certi saporitissimi desinari, e certe
appetitivissime cenette, che, con eloquenza senza pari al mondo,
que' miei eruditissimi studenti ragionavano sempre fra loro solersi
dalla gente scelta fare qui alle lune estive, ponendo le tavole o in
una bella contrada marina detta Santa Lucia, o in un'altra spiaggia
deliziosissima detta Posilipo.
Il restante di quel libro mi dimostrò, che Napoli era un punto di una
piccola contrada detta Italia; che quest'Italia era un punto d'un'altra
piccola contrada detta Europa; e che questa Europa era un punto fra
l'immensità degli altri sterminati continenti, e dello sterminatissimo
oceano che la circonda. Mi dimostrò che i Napoletani erano al genere
umano meno di quello che una sporticciuola di pesciolini è a tutti i
pesci dell'oceano. Mi dimostrò che quegli ordini che io aveva creduti
soli al mondo di fatto e di bontà, erano un aborto nè pure menomamente
considerabile nella lunghezza de' tempi e nella infinità e bontà degli
ordini con che il genere umano si è retto e si regge. E mi dimostrò
ultimamente che la meta finale del genere umano, non erano, o certo non
dovevano essere, i desinari e le cene di Posilipo e di Santa Lucia, ma
la minore infelicità, e il maggior perfezionamento morale di tutti gli
uomini.
Così si concludeva quel libro, o almeno così io me lo conclusi.
E questa terra, che m'era apparsa un punto alla fine del primo
trattatello, m'apparve immensa, interminata, alla fine del
rimanente del libro. I tempi delle sue memorie, che mi erano spariti
nell'infinito, m'apparvero della più profonda e remotissima antichità.
E dal mio letticciuolo, anzi dall'Europa, dal vecchio mondo mi lanciai
di volo per l'Atlantico sul nuovo, e vidi la metà del genere umano
sgozzata e interamente distrutta da qualche rimasuglio, di cui una
piccola parte dell'altra metà, detta Europei, s'è voluta sgravare.
E torcendo lo sguardo disdegnosa da tanta immanità, seguitai il mio
volo per l'immensità del Pacifico, e fermai l'occhio sopra un piccolo
paradiso che vi sorgeva, e si chiamava Otaiti, e quivi vid'io approdare
una fiera nave, e portarvi nel suo grembo necessità, colpe e sciagure
ignote. E involandomi da così disonesta fortuna, m'apparvero i lidi
orientali dell'Asia, e vidi la cuna delle prime memorie della civiltà,
anzi del globo, e un impero d'incredibile vastità che in vano innalza
un muro di mille e mille leghe contra le umane belve erranti dell'Orsa,
che due volte lo straziano e lo fanno schiavo; e vidi un altro impero,
che già empì la terra del suo suono, cui non fu arme o sostegno alla
fatale rovina il doppio corno della luna. E mentre seguo sull'Africa
la traccia della sua rovina, rivedo stupefatta quel rimasuglio
d'Europei, che, non contento d'avere distrutta la metà del genere
umano, chiamandoli non uomini ma scimmie parlanti, compra con l'oro
rubato a quelli l'altro terzo degli uomini che avanzavano, e se ne
serve e gli ammazza come bestie, solo perchè il colore di questo terzo
degli uomini è diverso da quello di esso rimasuglio. Volgo lo sguardo
inorridita dalla riapparsa schiavitù, ch'io credetti che Gesù Cristo
avesse abolita dalla terra, e ritorno all'Europa, e la veggo tutta
lieta aggravarsi vilmente in sullo scempio della più piccola ma più
bella sua parte, per bassa voluttà di vendetta d'essere già tutta poco
fa stata una delle provincie di questa sua piccola parte. Quivi, al
suono delle catene e del dolore, riconobbi la mia patria, e discesi dal
mio immenso volo, e, discendendo, vidi anche quivi il vicino fastidire
il vicino povero e le fortune afflitte, ed il migliore gemere sempre.
E rimasi stupefatta che questa razza caucasea, sola dotata dalla natura
del dono d'arrossire, non arrossisse di tanta sua infamia.