LI.

Poscia che suora Geltrude m'ebbe ragionato questo con un'aria di viso

più grave del consueto, io che la mirai fisamente mentre ch'ella parlò,

abbassai gli occhi cogitabonda; nè troppo mi sapeva risolvere, nè di

quello ch'io le dovessi rispondere, nè di quello che le sue medesime

parole mi volessero significare. Ma ella levandosi, mi prese dolcemente

per mano, e condottami all'uno dei due grandi cassettoni ch'ella aveva

dietro il suo letto nel fondo della stanza, e tirando fuori una dopo

l'altre le tre cassette ch'erano collocate in quello, me le mostrò

tutte piene di libri elegantemente legati, e mi disse:

Or vedi; due altri cassettoni de' così fatti sono a Regina Coeli, e

fra pochi dì saranno qui accanto a questi: e tutti i libri che sono in

questi e in quelli voglio che sieno come cosa tua, anzi sono tuoi. Nè

però sono ancora quella camera di cui pur dianzi ti toccai; ma per un

cominciamento, ti serviranno. Prenderai qual s'è l'una di queste opere:

ma di questo ti fo accorta, che tu non ne prenda mai una nuova, se

prima non avrai assoluta e terminata di leggere e d'intendere il meglio

che ti sarà possibile quella che avrai presa. Se in ciò io ti cogliessi

in fallo una sola volta, le cassette sarebbero immantinente e per

sempre chiuse, e la tua lezione finita. Ora togli qual più t'aggrada.

Io, divenuta tutta cocente e rossa nel viso, tolsi a caso un assai

grosso e bel volume in forma ottava; e mentre lo toglieva, battette

l'ora del mio lavoro femminile. Ed io, riposto il volume fra un

guanciale e l'altro del mio letto, poichè suora Geltrude si fu seduta

accanto a' telai con un suo libro, mi messi all'opera con le mie

amiche.

Queste non m'ebbero già invidia che suora Geltrude m'avesse di

tanto privilegiata. Ma la Chiara e la Clementina sorrisero un cotal

riso amichevole, e si maravigliarono ch'io volessi porre il cuore

negli studi, che da quelle cose in su ch'elle medesime mi avevano

insegnato, erano loro, sempre che vi s'erano niente accostate, riusciti

d'indomabile noia. E sola l'Eugenia, contemplandomi con quegli occhi

misteriosi, e sospendendo per pochi istanti l'ago (che ricamava), mi

disse:

Quanto vorrei esservi compagna nelle vostre letture, o Ginevrina! Ma

quel poco di lena che ho nel petto a gran fatica mi basta a questo

lavoro.

E trasse un sospiro dal profondissimo del petto, che pareva che

il cuore le si svellesse. Ed io che mi struggeva della voglia di

divorare quel volume, come avviene a chi ha l'animo tutto vinto da un

solo pensiero, che non gli avanza luogo per nessun altro, non diedi

per quella volta troppo retta alla sua mestizia, nè al suo doloroso

sospiro. Il che, per quello che poscia seguì, mi fu causa di molte

lacrime.

Battette l'ora della scuola, ed io v'andai per abito e per necessità,

senza intender sillaba di quello che il maestro diceva. Battette l'ora

del desinare, ed io ebbi fra l'appetito universale una inappetenza

che non aveva avuta mai più ai giorni miei. Era di giugno, e si

desinava alle quindici ore, ed alle sedici si poteva andare a letto

e rimanervi insino alle ventun'ora. Battette finalmente l'ora di

meriggiare, e sopravvennero quegli invocati silenzi, nei quali la mia

mente più sciolta e più pellegrina, soleva, finito lo studio delle due

lingue, abbandonare questo mondo, del quale già mi pareva aver saputo

bastantemente; e spaziarsi in un altro ch'ella si andava fabbricando di

dì in dì, tutto assai più accomodato alle umane necessità, tutto bene,

in fine, e dove il male, del quale io non sapeva vedere la necessità,

non fosse un elemento necessario. Quel giorno io sperai più. Sperai che

cominciasse un'era novella per me; e che tutti quei libri, dei quali

suora Geltrude m'aveva conceduta la lettura, mi dovessero insegnare a

trovare realmente in questo mondo tutto quel bene, o tutto quel meno

male, ch'io andava cercando immaginariamente in quell'altro.

Già, ritrattesi nella stanza comune, e adagiatesi sui loro letti, le

mie tre compagne dormivano. E suora Geltrude, aperto l'usciuolo del

gabinetto dov'erano quei libri ch'ella non aveva giudicato convenevole

d'accomunarmi, vi s'era messa a leggere sopra una sedia d'appoggio che

v'aveva. Io mi distesi vestita sul letto coi guanciali e con la testa

dappiedi; perchè, essendo per antica costumanza del luogo, socchiuse a

quell'ora le imposte di entrambe le finestre, quivi soltanto, per mia

gran ventura, veniva obbliquamente qualche raggio di luce da quella fra

le due finestre che m'era più a rincontro del letto.

Apersi finalmente il frontespizio di quel libro. Era una geografia. Era

scritta in un corrente stile italiano da un Italiano, del quale non mi

viene fatto di rammentarmi il nome. Precedeva all'opera un trattatello,

ch'aveva per titolo cosmografia o descrizione dell'universo. E si

assegnava per ragione di esso, il non potersi intendere che cosa fosse

la parte se non s'intendeva che cosa fosse il tutto, e quali attenenze

v'erano fra questa parte e questo tutto. Lessi dalle sedici alle

ventun'ora, e dalle ventun'ora a un'ora di notte, che ricamai, andai

rugumando quello che avevo letto in quelle cinque ore. Lessi l'ora

della ricreazione, innanzi la cena, dall'un'ora alle due, e mentre

cenai andai rugumando quel ch'avevo letto in quell'ora. Andai a letto

come trasognata, e nè pure pensai ad addormentarmi. Ma adagiatami alla

meglio col capo dappiè come il giorno, lessi tutta la notte al debole

e vacillante lume d'una lampada pensile, che pendendo dal palco nel

giusto mezzo della stanza, m'era assai più vicina dappiedi del letto

che da capo. Il dì seguente feci medesimamente, e poi l'altro, e poi

l'altro; e se talvolta la notte, sforzata dalla necessità della natura,

velavo alcun poco gli occhi, il libro che adagio adagio mi s'inchinava

sul seno, quasi leggermente premendomelo, mi ridestava; ed io, rimorsa

da un amaro pentimento, mi riponeva con assai più fervore alla lettura.

Gli uomini colti sono convenuti fra loro di annoverare fra le specie

della pazzia il regno continuo ed assoluto di un'idea o d'un pensiero

qualunque sopra tutte le altre idee e tutti gli altri pensieri; e

questa sorta di pazzia domandano comunemente monomania. Ma io non so

qual troppa differenza, almeno in quanto alla stranezza individuale

che ne conseguita, possa essere fra il trionfo d'una sola idea sopra

tutte, o il trionfo di più d'una: lasciando stare, che mai questa idea

trionfante non può essere, secondo natura, veramente una. Per questo

verso, se non si voglia domandar pazzia il trionfo delle idee di

stato sopra tutte le altre nel cervello del Machiavelli, nè il trionfo

delle idee del bello pittoresco sopra tutte le altre nel cervello di

Michelangelo, e fare come il volgo, che nel suo linguaggio fa filosofo

sinonimo di pazzo, sarebbe mestieri avere più carità a coloro cui si

dice monomani, e non annoverarli fra i matti; ma i più di essi fra

la parte più sensitiva e più eletta del genere umano. Nè vi ragionai

questo per anticiparmi una difesa, ora che mi tocca di dirvi che

da quel mio leggere interminato io fui chiamata monomana per tutto

l'ospizio; ma perchè veramente a quei dì io fui sotto l'indomabile

sferza delle idee astronomiche e geografiche; nè a mensa, o a letto, o

andando, o sedendo, o ricamando, o anche parlando, ma come un automato,

di quanto m'occorreva di dover dire, io pensava e vedeva altro che

sole, terra, luna, pianeti, stelle, comete, poli, equatore, eclittica,

oceano, antipodi, Italia, Marco Polo, Cristofano Colombo ed Americo

Vespucci.

Ed io stessa mi credetti d'ammattirne. Nè però n'ammattii. Ma poscia

ch'io ebbi avuto il tempo di smaltire quelle idee, ed appropriarmele

in tanto ch'elle divennero come essenzialmente parte dell'essere mio

intellettuale, bene estimai essere stata veramente pazza insino allora,

com'è la massima parte del genere umano.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 80 / 140 题