L.

Suora Geltrude era nata d'un'illustre famiglia di Lione, dove era stata

diligentissimamente educata. Ebbe la sventura di perdere nell'infanzia

la sua madre; e però fu sempre pietosissima a noi che nè anche avevamo

conosciuta la nostra, nè anche ne avevamo delibate le prime carezze,

e i primi baci. Suo padre l'ebbe condotta giovinetta in Parigi; ed era

di quelli che amavano il viver libero, non il vivere senza legge. Tanto

bastò che entrambi fossero strascinati sulla piazza della Rivoluzione,

ed ella tenuta coi pugnali nudi a occhi aperti e per le chiome a capo

rialzato, acciocchè vedesse cadere dall'alto del patibolo il capo mozzo

del padre. Mentre il carnefice tagliò il laccio, mentre la mannaia

discese, il padre le inviò l'ultimo sguardo e le disse, addio: il

capo, cadutole ai piedi, ruzzolando pronunziò la prima sillaba del

nome di lei, e le sue chiome, ch'erano bionde, in un istante divennero

canute fra le mani degli altri carnefici che gliele tenevano afferrate.

Abbandonata a se stessa, stette in forse di voler morire. Ma un vecchio

barba di lei la raccolse dalla morte, e la condusse pericolando in

Napoli, dove il barba si ricongiunse in Dio al fratello, ed ella, nel

monistero di Regina Coeli, si velò per sempre quegli occhi che avevano

potuto vedere cosa tanto nefanda.

Tale era suora Geltrude. Pietosa alle mie sventure, m'aveva posto amore

di madre, e m'aveva dalla miseria più estrema condotta a un vivere

umano e discreto. Pietosa alla mia ignoranza, mi esercitò efficacemente

nell'idioma francese e nell'italiano, che sonava rotondo sulle sue

labbra come s'ella fosse nata di qua dalle chiuse dell'Alpi. E quando

mi vide pratica di queste due chiavi dell'umano sapere, pietosa

finalmente ai mali in che sarei potuta incorrere, se, concedendo al

fato, ella m'avesse lasciato sola su questa terra, come colei ch'era

troppo conoscente del mondo, delle sue tristizie e delle sue enormità,

risolse, quella cognizione di esso ch'io non poteva acquistare col

commercio, e ch'era pur sola bussola in così buio oceano, di farmela

acquistare con la continua lezione degli scritti degli uomini grandi.

Erano corsi forse quindici mesi dal dì ch'io le viveva al fianco

nell'alunnato, e un giorno ella prese a parlarmi così:

Tu credi, giovanetta inesperta, che l'andare i lunghi anni alle scuole

e l'avere molti maestri, sia il cammino che conduce al sapere. E

però, non essendoti accaduto, e per essere donna e per essere nelle

condizioni che tu sei, di poter avere nè l'uno nè l'altro, credi di non

poter mai più sapere nulla, e ne prendi una grandissima malinconia. Ma

tu sei errata; sappi, o figliuola, che per l'ordinario le più grandi

scuole e i più rinomati maestri sono come le scuole e i maestri che

tu hai veduti qua dentro; e sappi che le medesime cagioni che hanno

questi, hanno ancora quelli di sedere in sulla scranna magistrale. Io

non ti dirò già che non si può sapere nulla al mondo: perchè questa

grande e sola verità non è pane da poter masticare co' tuoi denti, nè

da potere smaltire col tuo stomaco. Ma se tu vuoi conoscere le più

eloquenti orazioni degli uomini sulla gran quantità ignota chiamata

universo, e sulle altre più piccole che si contengono in esso, e, per

adattarmi al tuo linguaggio, se tu vuoi sapere, tu non devi nè andare

a scuola nè frequentare maestri. Cerca, se mai ti vien fatto una

volta nella vita, di penetrare in una di queste grandi camere tutte

a scaffali di libri, che si chiamano biblioteche. Quivi passa la tua

vita a leggere dal primo insino all'ultimo volume che vi troverai. Poi

raccogliti in te stessa, e pensa a tutto quello che t'hanno ragionato

quei libri; e, pensando, abbi per fermo che non v'è libro al mondo

tanto sublime che non contenga di molti errori, nè così meschino,

che non contenga una qualche verità. Ed allora, fra tutte queste

cose che avrai letto, vedrai alcune attenenze, poi alcune altre che

non avevi vedute prima, e poi alcune altre ancora. Persevera nel tuo

raccoglimento, e vedi quante più puoi di queste attenenze, e vedi,

direi quasi, le sottoattenenze che queste attenenze medesime hanno fra

loro. E così di sottoattenenze in sottoattenenze perverrai a pochissime

attenenze primitive, cioè a pochissimi principii oltra i quali non

potrai più procedere con l'intelletto; e crederai che quelli sieno il

vero sapere, e sopra quelli reggerai la tua vita.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 79 / 140 题