XLIX.

Io non so s'io sia stata troppo folle a voler filosofare, così poca

cosa qual sono. Ma io ho l'immaginativa ardentissima, e spesso un

pensiero me ne rampolla mille altri nella mente; sì che, scrivendo

così come la penna gitta, corro assai di lunge dalla mia via, e riesco

correndo dove non mi ero proposta di pervenire. E se ciò vi pare, come

a me pare veramente, troppo grave colpa, e troppo disconvenevole allo

scopo di questo racconto, io voglio essermene pentita, e ne imploro il

vostro perdono.

E tornando colà donde m'ero, senza avvedermene, partita, dico che, da

ch'io uscii dall'infermeria, tre mesi non erano ancora compiti, ed io

era già assai innanzi nel lavoro d'ogni opera di ricami e di drapperia.

La mia maestra, e, più di lei, le tre mie amiche, in mezzo alle quali

io sedeva tutto il dì e gran parte della notte, erano sempre intorno

a me, chi a insegnarmi una cosa e chi un'altra. E poi che l'invidia

non aveva potuto penetrare la soglia di quella stanza, era fra loro a

chi potesse più presto e più destramente farmi accorta dei più riposti

segreti dell'arte. Ed essendo elleno valentissime chi in una cosa e

chi in un'altra, ciascuna in quella in che più valeva, si affaticava

di rendermi pari a se; di sorte ch'io posso dire, senza tema di troppo

presumere, che fra non molto io valsi quel che ciascuna di loro in

ciascuna delle tre arti in che esse più valevano.

La mattina, più o meno prima del desinare, secondo le stagioni,

eravamo chiamate a scuola; e s'andava tutte nella sala che vi dissi.

Quivi erano molte panche intorno e molte seggiole in mezzo, e ad

una sedia d'appoggio, in fondo della sala, sotto la finestra, ch'era

dell'alte, e con una tavola dinanzi, si vedeva assiso un sacerdote

di grossa e larga complessione. Questi, senza mai levarsi di quella

sedia, in tre susseguenti mezz'ore insegnava tre varie discipline a

tre varietà d'ordini in che tutte le giovani erano divise. Insegnava

leggere e scrivere, insegnava gramatica, ed insegnava il galateo di

monsignor della Casa. La sua voce, ardita e sonora nella prima lezione,

diveniva assai ben fioca nella seconda, e nella terza diveniva al tutto

inintelligibile.

Io, non per gli ammaestramenti di costui, ma per una specie di mutuo

insegnamento, nel quale suora Geltrude ci faceva di continuo esercitare

fra noi quattro alla sua presenza, divenni prestamente maestra nella

prima disciplina: e col medesimo metodo spingendomi assai ben oltre

nell'altre due, mi accorsi che se quel buon prete era pervenuto co'

suoi molti anni di studio a leggere correntemente; della gramatica e

del galateo e di qualunque cosa finalmente leggesse, non ne comprendeva

un solo iota. Seppi dappoi che questi era stato institutore del

duchino, e lo aveva addottrinato in ogni sorta di scienze, e che poscia

che il duchino, per inclinazione irresistibile, si fu dato alle cose

dell'armi, il duca, per riconoscenza della pellegrina instituzione data

al figliuolo, e, ad una, per non dovergli dare più una pensione di suo,

l'aveva fatto eleggere a maestro delle alunne con cinquanta ducati il

mese.

Il mercoledì e il sabato, mezz'ora prima di quel buon prete, veniva

un uomo, cui dicevano il maestro di lingua francese. Quando io udii

questo, prima di vederlo, domandai se forse egli fosse un francese,

e mi dissero che non era. Tosto cominciai a maravigliarmi ch'essendo

nell'alunnato, anzi convivendo con noi, anzi essendo nostre maestre,

dieci monache francesi, delle quali più d'una erano tenute ed erano

veramente assai ben instrutte anche nella loro patria letteratura,

che si chiamasse di fuori un non francese ad ammaestrarci in quella

lingua. Ma quand'io fui la prima volta chiamata alla lezione di lui, e

che gli levai gli occhi sul viso, io fui al tutto stupefatta di vedere

quell'uomo medesimo da quei grossi occhiali, che già due volte, alla

mia memoria, m'aveva marchiata nella sala del rettore. In somma, questi

era fratello del rettore, per favore del quale, oltre al suo impiego di

marchiatore, aveva avuto soprappiù il magisterio della lingua francese

nell'alunnato. Nè però sapeva più francese di quel che il prete sapesse

gramatica o galateo.

Educata fra la plebe, io credeva quel che la plebe crede, cioè che

nella scienza sia la felicità; e però la cupidità di sapere era

sterminata. Misera! nè ora lo crederei! nè sapeva come nella comune

infelicità degli uomini nulla v'ha di meno infelice che una fortunata

ignoranza! Certamente la scienza strappa qualche fulmine dalle mani

della natura nemica ai suoi medesimi figliuoli; ed in ciò giova a tutta

la famiglia umana. Ma i suoi sacerdoti sono essi stessi le vittime

che s'immolano sui suoi altari, che si bruciano nel suo eterno fuoco,

e trovando il male al mondo dove gl'ignoranti trovano il bene, il

dolore dove gl'ignoranti trovano il piacere, la nullità dell'uomo dove

gl'ignoranti trovano la grandezza, in fine il trionfo della natura

sull'uomo dove gl'ignoranti trovano il trionfo dell'uomo sulla natura,

rivelano con le loro miserie il maraviglioso mistero di Prometeo,

inchiodato per comando di Giove sul Caucaso, e divorato le viscere da

un avvoltoio, per aver dato agli uomini il fuoco della scienza.

Cupidissima, dunque, di sapere, io cominciai ad affliggermi gravemente

quando m'avvidi dell'ignoranza de' due miei maestri. Non ch'io non

facessi assai frutto con le tre mie amiche, ch'erano in sostanza

i miei veri maestri, ma perchè mi pareva che alla fin fine io non

potessi mai sapere più di esse medesime che mi addottrinavano, e la

mia ambizione si spingeva assai più oltre. Quanto mai ero sciocca! Io

non aveva ancora imparato che per chi ha fior d'ingegno il maestro è

cosa inutilissima; e che si può imparare da se almeno tanto, quanto già

basta a rendere infelice! Ma io ebbi un più efficace aiuto.

Suora Geltrude non lavorava di sua mano, ma sopravvedeva solamente

i nostri lavori. La sua giornata e grandissima parte della notte la

consumava a leggere, quando assisa accanto i nostri medesimi telai, e

quando in un suo ben piccolo gabinetto, ch'era immediatamente appresso

alla nostra stanza, ed aveva anch'esso una finestretta che rispondeva

nella via della Nunziata. Questo era pieno di libri e di carte insino

al palco; e sempre ch'ella ne usciva, l'inchiavava accuratamente, e

ne portava seco la chiave. Ed io che la vedeva passare la sua vita

ravviluppata fra i libri, nel più profondo del mio cuore non osava già

dolermi di lei, che non avrei avuta tanta mostruosità di forza, ma mi

doleva incredibilmente del mio destino, che mi aveva appresentata a

lei in forma tanto meschina, ch'ella non degnasse a porgermi anche in

ciò quella mano soccorrevole ch'ella m'aveva porta in tutto il resto,

e ritirarmi ella almeno, poichè quei due maestri non erano da tanto,

dalla mia, com'io mi pensava, infelicissima ignoranza.

Ma quella mia più che madre, ve lo dirò con le parole medesime ch'ella

usava dappoi nel raccontarmelo, aveva veduto che il mio ingegnuolo

somigliava quei fertilissimi ma sodi e intatti terreni della Luisiana,

abili a portare ogni frutto più dolce, ma pieni di sterpi e di spine,

perchè mai la mano dell'uomo non li aveva esercitati. E lasciando a'

due miei maestri ed alle tre mie amiche la fatica di rompere la prima

volta il seno a questa terra, e dissodarla, e disveglierla; quando le

parve tempo di spargervi i semi di quei frutti, ch'ella ne attendeva

alla loro stagione, si accinse finalmente ella stessa alla bell'opera,

che tale pare sempre la scienza a' suoi martiri; e cominciò ad essere

la mia prima maestra.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 78 / 140 题