Nell'alunnato non si viveva splendidamente; ma certo la vita, benchè
non iscema della sua naturale mestizia, diveniva almeno una cosa
portabile. Delle cose necessarie a quella non vi si mancava di nessuna;
ed a chi dal seno della natura s'avesse portata un'indole benigna, non
mancava nè anche un qualche modo di compierne lo spaventevole vuoto.
Ma per me, che v'avevo trovata quella madre, ch'era stata il sospiro
della mia infanzia, la vita ch'io quivi menava, non m'era solo una cosa
portabile, ma un sogno lungo e beato, anzi una beatitudine sovrumana,
in seno alla quale lungamente m'addormentai.
Quivi da tutte le giovani, che, come vi dissi, sono poco più di cento,
si lavora assai bene d'ogni più esquisito lavoro femminile, come
tessere tele e tappeti finissimi, ricamare dilicatamente, intrecciar
seta con oro e altre cose somiglianti; e dieci monache francesi sono
le maestre e le reggitrici. Tutto il profitto che si raccoglie da
questi lavori va in pro della comunità. Ma la comunità stessa veste e
nutrisce discretamente le fanciulle, e procura assai convenevolmente
la loro buona educazione. V'è la sala per la scuola, v'è la cappella
per orare, v'è il refettorio per mangiare; e tutto è recipiente. E
poichè nulla in Napoli, nè anche le cose meno imperfette, non possono
mancare di qualche aristocrazia, cioè, di qualche ingiustizia,
v'è finalmente, a sinistra della più gran sala, una stanza ch'è
la bellissima fra tutte, volta all'arco del sole, con due spaziose
finestre, tutte a belle lastre di cristallo quadrate, che rispondono
sull'ampissima via della Nunziata, e non meno anzi più confortevole e
casereccia dell'infermeria. In questa lavoravano e dormivano un quattro
o cinque delle più destre ed abili fanciulle, e delle più amate da
suora Geltrude, che, fra le dieci monache francesi, era la più anziana
dell'ospizio: e vi dormiva ella medesima, come le altre nove dormivano
sparse per le altre sale attendendo all'immediata cura del grosso delle
fanciulle.
È superfluo ch'io vi dica, che quando io fui tutta risanata e netta, e,
quanto portava la mia complessione naturalmente assai poca e minuta,
tornata assai ben ritondetta della persona, che suora Geltrude mi
trasferì dall'infermeria a convivere seco in quella sua allegrissima
stanza. Erano allora tre le giovanette che quivi coabitavano con lei,
perchè, di quattro, una s'era di corto maritata; onde io fui quarta fra
una così amorosa camerata.
Ora io vorrei avere imparato un poco lo stile, per potervi descrivere
con qualche evidenza la felicità dei lunghi giorni ch'io trassi al
fianco di suora Geltrude, e la buona anzi la scelta educazione ch'io
n'ebbi. Nè dal dì ch'io confusi i miei giorni co' suoi vi fu più scusa
per me, s'io non divenni quel che vi può essere di meno imperfetto fra
le donne.
Io, come più cagionevole e, per il difetto della mia vita passata,
più bisognosa dell'occhio vigile della maestra, ebbi licenza di
porre il mio lettino accanto proprio a quello di suora Geltrude; e
questo lettino era in tutto assai più bellino di quello che avevo
nell'infermeria. Ebbi quattro paia di calze di refe e due paia di
scarpe di schiena di vitellino; ebbi quattro camice, due sottane,
una buona veste di merino d'Inghilterra, un bustino di dobletta con
istecche d'osso di balena, due moccichini e due pezzuole scempie per
il collo, di refe, due sciugatoi e due sciugamani di tela, un pettine
fitto di bossolo da ripulire i capelli, uno grave di corno da ravviarli
e uno anche di corno, ma nero, da reggerli, e insino due belli
legacci da calze con l'elastico. Ricca di così nuovi e belli arredi,
ebbi ultimamente un piccolo cassettone da riporveli dentro, e questo
collocai fra il letto di suora Geltrude e il mio.
Chi vi può esprimere, padre mio, il conforto, il contento ch'io
sentiva di vedermi una volta in quel che si chiama casa, al coperto
dall'umidità, dal freddo, dai nembi, dalle procelle tutte a cui ero
stata sempre esposta, di sentirmi una volta netta e vestita, dopo
essermi sentita, da ch'ebbi memoria di me, sempre nuda e scinta e
scalza, e sempre, per quant'io l'abbominassi, fra lo squallore e il
sudiciume. O padre, odo dire che i ricchi e i grandi provano fra le
delizie e gli svagamenti del mondo una certa asciugaggine di tedio,
che ne conduce più d'uno al suicidio. Certo anch'io ho sentito talvolta
quanto è insufficiente la misera tazza della vita all'insaziabile sete
di felicità che la natura ci soffia a tutti nel petto. E nondimeno, se
a quei grandi annoiati fosse potuta assegnare per medecina il trarre
un sei mesi la vita ch'io aveva tratta per tredici anni, forse che,
tornati ai loro palagi ed alle loro coltri, non s'ucciderebbero.
Il cibo ch'io prendeva al refettorio in compagnia di tutte l'altre
fanciulle consisteva in un buon pane di mediocre bianchezza, e, di
cotto, una minestra e un lesso, tre soli dì della settimana; e gli
altri quattro dì, qualcuna di queste minestre che si domandano di
macro, ed uova non meno di due per testa; e le frutte non mancavano
mai. La sera si merendava, più tosto che cenare, d'un'altra minestrina;
e quasi ogni dì s'asciolveva il mattino di qualcuna di queste briose
focacce che qui chiamano pizze, dalle quali, come di cosa gravissima,
io costantemente m'asteneva.
S'io mi dovessi rammentare del desiderio di prendere qualcosa ancora,
che, alla fine del desinare o della cena, mi pareva leggere talvolta
negli occhi delle meglio complesse fra quelle giovani, io dovrei dire
che questo cibo non era troppo copioso. Ma finalmente nè anche era
troppo scarso; e per me, in particolare, o ch'io fossi di quelle che
non hanno necessità di troppo largo nutrimento, o che fossi avvezza, e
in casa donna Maria Antonia e nel convento e da per tutto, a reggermi
tutte le ventiquattr'ore con un tozzo di pane risecco, riusciva più che
abbondantissimo. E nondimeno non era mai evitabile, poichè le monache
desinavano e cenavano in disparte da noi a mensa più fornita, che suora
Geltrude, fingendo d'aver desiderio di cenare un poco più raccolta
nella sua propria stanza, non si facesse recare quivi la sua cena, ed
allargandola d'alcun'altra vivandetta di suo, non costringesse, con
soavissimi e irresistibili modi, noi tutte quattro a mangiarla seco.