XLVII.

Nell'alunnato non si viveva splendidamente; ma certo la vita, benchè

non iscema della sua naturale mestizia, diveniva almeno una cosa

portabile. Delle cose necessarie a quella non vi si mancava di nessuna;

ed a chi dal seno della natura s'avesse portata un'indole benigna, non

mancava nè anche un qualche modo di compierne lo spaventevole vuoto.

Ma per me, che v'avevo trovata quella madre, ch'era stata il sospiro

della mia infanzia, la vita ch'io quivi menava, non m'era solo una cosa

portabile, ma un sogno lungo e beato, anzi una beatitudine sovrumana,

in seno alla quale lungamente m'addormentai.

Quivi da tutte le giovani, che, come vi dissi, sono poco più di cento,

si lavora assai bene d'ogni più esquisito lavoro femminile, come

tessere tele e tappeti finissimi, ricamare dilicatamente, intrecciar

seta con oro e altre cose somiglianti; e dieci monache francesi sono

le maestre e le reggitrici. Tutto il profitto che si raccoglie da

questi lavori va in pro della comunità. Ma la comunità stessa veste e

nutrisce discretamente le fanciulle, e procura assai convenevolmente

la loro buona educazione. V'è la sala per la scuola, v'è la cappella

per orare, v'è il refettorio per mangiare; e tutto è recipiente. E

poichè nulla in Napoli, nè anche le cose meno imperfette, non possono

mancare di qualche aristocrazia, cioè, di qualche ingiustizia,

v'è finalmente, a sinistra della più gran sala, una stanza ch'è

la bellissima fra tutte, volta all'arco del sole, con due spaziose

finestre, tutte a belle lastre di cristallo quadrate, che rispondono

sull'ampissima via della Nunziata, e non meno anzi più confortevole e

casereccia dell'infermeria. In questa lavoravano e dormivano un quattro

o cinque delle più destre ed abili fanciulle, e delle più amate da

suora Geltrude, che, fra le dieci monache francesi, era la più anziana

dell'ospizio: e vi dormiva ella medesima, come le altre nove dormivano

sparse per le altre sale attendendo all'immediata cura del grosso delle

fanciulle.

È superfluo ch'io vi dica, che quando io fui tutta risanata e netta, e,

quanto portava la mia complessione naturalmente assai poca e minuta,

tornata assai ben ritondetta della persona, che suora Geltrude mi

trasferì dall'infermeria a convivere seco in quella sua allegrissima

stanza. Erano allora tre le giovanette che quivi coabitavano con lei,

perchè, di quattro, una s'era di corto maritata; onde io fui quarta fra

una così amorosa camerata.

Ora io vorrei avere imparato un poco lo stile, per potervi descrivere

con qualche evidenza la felicità dei lunghi giorni ch'io trassi al

fianco di suora Geltrude, e la buona anzi la scelta educazione ch'io

n'ebbi. Nè dal dì ch'io confusi i miei giorni co' suoi vi fu più scusa

per me, s'io non divenni quel che vi può essere di meno imperfetto fra

le donne.

Io, come più cagionevole e, per il difetto della mia vita passata,

più bisognosa dell'occhio vigile della maestra, ebbi licenza di

porre il mio lettino accanto proprio a quello di suora Geltrude; e

questo lettino era in tutto assai più bellino di quello che avevo

nell'infermeria. Ebbi quattro paia di calze di refe e due paia di

scarpe di schiena di vitellino; ebbi quattro camice, due sottane,

una buona veste di merino d'Inghilterra, un bustino di dobletta con

istecche d'osso di balena, due moccichini e due pezzuole scempie per

il collo, di refe, due sciugatoi e due sciugamani di tela, un pettine

fitto di bossolo da ripulire i capelli, uno grave di corno da ravviarli

e uno anche di corno, ma nero, da reggerli, e insino due belli

legacci da calze con l'elastico. Ricca di così nuovi e belli arredi,

ebbi ultimamente un piccolo cassettone da riporveli dentro, e questo

collocai fra il letto di suora Geltrude e il mio.

Chi vi può esprimere, padre mio, il conforto, il contento ch'io

sentiva di vedermi una volta in quel che si chiama casa, al coperto

dall'umidità, dal freddo, dai nembi, dalle procelle tutte a cui ero

stata sempre esposta, di sentirmi una volta netta e vestita, dopo

essermi sentita, da ch'ebbi memoria di me, sempre nuda e scinta e

scalza, e sempre, per quant'io l'abbominassi, fra lo squallore e il

sudiciume. O padre, odo dire che i ricchi e i grandi provano fra le

delizie e gli svagamenti del mondo una certa asciugaggine di tedio,

che ne conduce più d'uno al suicidio. Certo anch'io ho sentito talvolta

quanto è insufficiente la misera tazza della vita all'insaziabile sete

di felicità che la natura ci soffia a tutti nel petto. E nondimeno, se

a quei grandi annoiati fosse potuta assegnare per medecina il trarre

un sei mesi la vita ch'io aveva tratta per tredici anni, forse che,

tornati ai loro palagi ed alle loro coltri, non s'ucciderebbero.

Il cibo ch'io prendeva al refettorio in compagnia di tutte l'altre

fanciulle consisteva in un buon pane di mediocre bianchezza, e, di

cotto, una minestra e un lesso, tre soli dì della settimana; e gli

altri quattro dì, qualcuna di queste minestre che si domandano di

macro, ed uova non meno di due per testa; e le frutte non mancavano

mai. La sera si merendava, più tosto che cenare, d'un'altra minestrina;

e quasi ogni dì s'asciolveva il mattino di qualcuna di queste briose

focacce che qui chiamano pizze, dalle quali, come di cosa gravissima,

io costantemente m'asteneva.

S'io mi dovessi rammentare del desiderio di prendere qualcosa ancora,

che, alla fine del desinare o della cena, mi pareva leggere talvolta

negli occhi delle meglio complesse fra quelle giovani, io dovrei dire

che questo cibo non era troppo copioso. Ma finalmente nè anche era

troppo scarso; e per me, in particolare, o ch'io fossi di quelle che

non hanno necessità di troppo largo nutrimento, o che fossi avvezza, e

in casa donna Maria Antonia e nel convento e da per tutto, a reggermi

tutte le ventiquattr'ore con un tozzo di pane risecco, riusciva più che

abbondantissimo. E nondimeno non era mai evitabile, poichè le monache

desinavano e cenavano in disparte da noi a mensa più fornita, che suora

Geltrude, fingendo d'aver desiderio di cenare un poco più raccolta

nella sua propria stanza, non si facesse recare quivi la sua cena, ed

allargandola d'alcun'altra vivandetta di suo, non costringesse, con

soavissimi e irresistibili modi, noi tutte quattro a mangiarla seco.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 70 / 140 题