Le tre mie più strette e più fidate compagne si chiamavano, l'una
Chiara, l'altra Eugenia e l'altra Clementina. La Chiara era una giovane
di forse vent'anni, non bella, ma graziosissima, tutta colma e rotonda,
sempre vermiglia nel viso, con certi capelli e certi occhi nerissimi,
o lavorava o andava o desinava, tutto dì lieta e serena e festivissima,
come se i genii del riso le fossero stati sempre intorno e le avessero
adombrata la trista scena dell'universo. L'Eugenia era bionda e bella,
aveva gli occhi cilestri, pallidi e naturalmente umidetti, che spesso
non sapevi se il sole vi brillasse dentro troppo vivo o s'ella versasse
una lacrima; se anche intermetteva il suo lavoro, immobile sempre e
penserosa sulla sua seggiola; e nel bianchissimo viso velata sempre
d'una nube di malinconia, ma così trasparente, che nulla non nascondeva
delle più riposte cose dell'anima. La Clementina non era così mesta
come l'Eugenia, nè così allegra come la Chiara, ma ora s'attristava
delle luttuose condizioni della vita, ora desiderava con tanto ardore
di consolarsi, che scambiando alla fine il desiderio con la cosa
desiderata, si consolava veramente; e d'indole mezzana fra l'una e
l'altra, era come l'interprete fra quelle due anime che mai non si
sarebbero intese senza lei.
Io non so quale fosse l'indole mia, perchè il conoscere se stesso è il
più difficile, anzi l'impossibile nella vita. Ma questo so per certo,
ch'io intendeva tutti e tre quei cuori e da tutti e tre era intesa;
ch'io le amai tutte tre come più che sorelle, e come più che sorella
ne fui riamata. Già da gran tempo non v'era più segreti fra loro tre.
Fra pochi dì non vi fu più segreti fra me e loro; nè già ve n'era da
gran tempo fra noi quattro e suora Geltrude. O quale beatitudine!
qual sodalizio era quello, e come vivamente adombrava sulla terra
quel celeste al quale tutti sospiriamo! Qual rinnegamento di se
medesimo! quanta virtù! Ed eravamo una suora di Regina Coeli, e quattro
trovatelle!
Da quello che già v'ho narrato de' casi miei; da quello che ancora
m'avanza a narrarvi, voi non mi dovreste credere troppo credula alla
virtù. E pure io la venero, io l'adoro, nè la credo già un vano nome,
ma una cosa esistente e reale. Essa non gode d'abitare le reggie nè
i palagi dei grandi, dove è uccisa dalla ricchezza e dal potere; non
gode d'abitare i troppo squallidi tuguri della plebe, dove è uccisa
dagli stenti e dalla fame; ma gode d'abitare ed abita veramente fra le
condizioni medie, dove solo può trovarsi il retto, e che dovrebb'essere
quella squadra a cui dovrebbono ridursi tutte le oscene proporzioni
onde il mondo è sì brutto. Questo tentò Gesù Cristo per via della
carità, gridando tutti fratelli. Questo tentò la sana filosofia di
tutti i secoli, sposandosi alla religione, e conculcando la grandezza
e sollevando la povertà. E nondimeno il mondo fu sempre, ed è, e sarà
forse in sempiterno, composto di grandissimi e di piccolissimi, cioè,
di uomini viziosi. Ogni grandissimo lascerà presupporre cento mila
piccolissimi, e sarà un vizio moltiplicato per cento mila.
L'uomo è quello che fu la sua educazione. La virtù che regnava fra noi
quattro, sarebbe regnata anche fra le altre cento, se non vi fosse
stata nell'alunnato la piccola aristocrazia della stanza di suora
Geltrude. La virtù di queste cento e quattro, sarebbe regnata anche
fra le dugento cinquanta che morivano di fame di freddo e di vizio in
quelle caverne, e sarebbero state trecento cinquantaquattro. La virtù
di queste trecento cinquantaquattro, sarebbe regnata fra le altre
migliaia che muoiono tutto dì in culla per mancanza di un seno che gli
allatti; ed il mondo sarebbe più popolato e meno vizioso.
La terra basta a nutrire assai più uomini, che non sono i seicento
milioni che ora la calpestano. Ma se fosse mai possibile ad un uomo
solo d'appropriarsela veramente tutta, quell'uomo solo vivrebbe, e
i seicento milioni morrebbero tutti di fame. Di veramente infelici,
di veramente mancanti delle cose necessarie alla vita, potrebbe non
esserne nè anche un solo sulla terra. Ma posto che non si potesse,
la società degli uomini basta a soccorrere troppo più infelici che
non sono in effetto quelli che hanno bisogno d'essere soccorsi. Ma
se, o nessuno non le si fa efficace interprete del bisogno di questi
infelici, o quello ch'essa dà per soccorrerli, s'investe ad altro, la
colpa non è nè della Provvidenza, nè del Caso, nè del Fato, nè della
Natura, nè di comunque voglia chiamarsi il mistero delle cose; ma degli
uomini stessi.