Riapersi gli occhi in quelli di suora Geltrude, che mi attendeva
all'entrata dell'alunnato. Quand'ella mi vide, fece involontariamente
un certo atto di dolorosa maraviglia, dal quale mi parve intendere
ch'ella prendesse dello stato mio un orrore assai più grande, che
già non prese quella prima notte che mi raccolse moribonda d'in
sulla ruota. Riavutasi prestamente dalla sua maraviglia, ella corse
a baciarmi e ad abbracciarmi, ed io sentii come se un ferro aspro e
tagliente m'avesse stritolato il cuore, e versai un altro fiume di
lacrime da questi occhi, che, dopo tanto piangere, io giudicava seccati
in sempiterno. Se dunque quel che si chiama male è dolore e ci sforza
alle lacrime, e quel che si chiama bene anche è dolore ed anche ci
sforza alle lacrime, chi fu mai il primo stolto che inventò la parola
piacere sulla terra?
L'alunnato prende tutto il primo piano del magnifico edifizio del quale
vi ragionai. In compagnia di suora Geltrude, che mai non distaccò
la mano dalla mia, io fui condotta dalla prima e superba sala in
una seconda a destra, e quindi, per assai altre, nell'ultima, ch'era
l'infermeria. Questa era assai ben allegra e spaziosa; non però tanto,
che non vi si potesse godere dentro quella specie di raccoglimento,
quel non so che di confortativo e casalingo, tanto difficile a trovarsi
in questa città, vaga, come sapete, assai più della via di Toledo,
di cui anche il nome è servaggio, che degl'inestimabili e liberi e
schietti piaceri domestici. Quivi in poco d'ora io potetti obbliare
compiutamente il convento; e mi parve d'essere stata, come per
miracolo, trasportata dagli angeli del Signore, non in un'altra città,
non in un'altra parte della terra, ma in un altro pianeta.
Appena i facchini ebbero posta in terra la barella, suora Geltrude e
un'altra monaca, ch'era già nella stanza e che mi parve la medesima
che già quella nefaria notte l'aveva aiutata allo stesso ufficio, mi
sollevarono sulle loro braccia, e mi riposero sopra un canapè, così
com'ero rinvolta in quel coltrone. I facchini, passata la materassa
dalla barella sopra un lettino, furono pagati ed accommiatati; e suora
Geltrude con la sua compagna, che le dicevano suora Giustina, aiutate
ancora da altre suore che ministravano intorno, mi tolsero soavemente
quel cencio di quella camicia ch'avevo indosso e lo mandarono ad
abbruciare. E nettomi, quanto lo stato mio lo consentiva, il molto
fastidio che avevo per la persona, mi ravviarono e rannodarono
dolcemente i capelli, e mi vi misero su una cuffia che m'incresparono
mollemente con due piccole benderelle. E finalmente fasciatemi con
fasciature di lino le posteme onde mi marciva in più luoghi la persona,
massime quella piaga orribile che minacciava di rodermi la mano, mi
misero indosso una camicia lina di bucato, e m'assettarono in un molto
ragionevole lettino, dove sopra due coltrici di lana erano le lenzuola
line bianchissime, e due guanciali con le federe medesimamente line, e
una bella coltre di dobletto. Una conversa, ch'era anche francese, mi
recò spacciatamente una tazza di buon brodo; e durante tutto quel dì io
ne fui, ad ogni ora, ristorata di una tazza.
In quel mezzo suora Geltrude aveva provveduto che per una conversa
fosse domandata licenza al duca di poter mandare per un cerusico. E non
appena la conversa era partita con l'imbasciata, che s'imbattè con uno
di quegli uscieri, il quale mandato appostatamente dal duca, veniva
a pregare per parte di lui suora Geltrude, che, per qualunque cosa
concernesse me, egli intendeva di trasfondere in lei ogni sua autorità,
e che avea comandato a tutti gli ufficiali di obbedirle in ciò come
a un altro se stesso. Suora Geltrude sorrise il riso che i generosi
sorridono alla viltà dei vili. Pure, rendute urbanamente le convenevoli
grazie al duca, pregò l'usciere d'andare per il cerusico. L'usciere non
ebbe mestieri di molti prieghi a correre di volo; e poco di poi ci fu
significato l'arrivo del cerusico.
Questi, la Dio mercè, era una persona di senno; e mai non m'uscirà
della mente la sua amorevole presenza. Era un uomo di forse
cinquant'anni, di vista corta e caliginosa, ma di quella caligine che
annunzia l'ingegno e il lungo studio; era di Monteleone, e gli dicevano
Niccolò, e per semplicità di costume parlava quel suo dialetto nativo
non ingiocondo sulle sue labbra, ove sonava cordialità e fiducia di se
stesso. E sedendomisi accanto al letto, e con quella sua grossa e buona
voce, e con un sorriso che pareva la probità stessa, confortandomi a
stare di buona voglia, non m'aveva ancora slegata la piaga, ed a me già
pareva ch'ella cominciasse a guarire. La sciolse, la medicò e la rilegò
con un garbo e una pianezza ch'era tutta sua, ed in pochi giorni m'ebbe
risanata, anzi ridonata la mano, anzi tutta me stessa, che tornai
liscia e lustra, come la serpe che si rinnuova a primavera. L'ultima
volta ch'egli venne, suora Geltrude volle dargli della sua immensa
gratitudine qualche lieve pegno, ch'egli, come pagato dall'ospizio,
rifiutò con una naturalezza, che mostrava il nessuno sforzo che quel
rifiuto gli costava. Quest'uomo vive ancora, perchè, per entro la
gelosia di questa mia misera celletta, lo vidi pochi dì sono ch'entrava
tutto pio nella chiesa. O onore della specie umana, anzi, più che uomo,
angelo di consolazione! Io ti vidi, e non potetti caderti ginocchioni
ai piedi, ed abbracciare le tua ginocchia, e bagnarle delle mie
lacrime, e adorarti come la virtù stessa, come la più certa rivelazione
del tuo divino Fattore!