Non fu sonno quello ch'io dormii, ma una certa sonnolenza o litargia di
relassamento. E quale sonnolenza! Il volgo ha sempre sulle labbra mille
dettati e proverbii, che accennano di felicità sognate da infelici. Ma
io credo e so per esperienza che lo sventurato sogna sventure; e che il
fato, insieme col vero bene, gli dinega anche il finto.
L'ora ch'io giacqui risupina su quel duro paglione, io non sognai già
gli accidenti della giornata, come il più delle volte interviene. Ma
non è in questo vero mondo che ci è dintorno, o in quell'altro che ha
vita solo nella fantasia degli uomini, nessuna o cosa o ombra, o brutta
o terribile, ch'io non sognassi quella notte. Cadaveri, becchini,
feretri, mortori, sepolture, scheletri che mi minacciavano, e, volendo
io gridare, m'imponevano silenzio accostando l'ossa del dito al cavo
del teschio, assassini coi pugnali nudi che m'erano sopra e già mi
sgozzavano, l'oceano furibondo in una notte caliginosa ed io sola sur
un battello e intorno a me mare e cielo da per tutto. Mi fu veduta alla
fine una larva squallidissima, ed avea le sembianze della massima fra
le tre maliarde. Mi s'appressava lenta e minacciosa da prima, ma quando
mi fu vicino, aprì la bocca per mordermi. Gli occhi si fecero fuoco
e le uscirono della fronte, ed ella ingigantendo, toccò la volta col
capo che ripercosso tornò sul mio. Ed io volli gridare e non potevo, e
mi destai; e mi trovai sulla fronte il pugno della fida ancella che mi
dormiva a fianco.
Tu non ci lascerai dormire persona stanotte, mi disse l'ancella,
con cotesto tuo sordo gemito; che m'hai già rotto il capo. E se vuoi
piangere, piangi il giorno, e la notte farai bene a farci dormire.
E levandosi a sedere sul letto, io non so donde si togliesse quegli
arnesi: ch'io le vidi, a una sola percossa di fucile, trarre il
fuoco della pietra, e accenderne l'esca e il zolfino, ed all'ultimo
un piccolo moccolino, che appiccò così com'era acceso all'estremità
del trespolo che le sporgeva da capo, e vi ripose accanto gli altri
arnesi. Come più tosto ci si potè vedere, mi fece un gran cipiglio
adirato, e sollevando quello straccio che le serviva di coltre, vi
si asciugò il pugno bagnato del freddissimo sudore onde tutta la
fronte mi gocciolava. Di poi scese nuda del letto, e grattandosi, anzi
graffiandosi per tutta la persona in un certo modo assai sconcio e
plebeo, si gittò in dosso quello straccio; e tolto di sotto il letto,
ove, si vede, lo aveva preparato, un bicchieruolo di vetro tutto
rotto agli orli, nel cui fondo aveva qualche gocciolo d'olio, andò a
rifornire ed a riaccendere la lucerna.
Poscia che il mortifero incubo o la villana percossa della donna
m'ebbero destata, io non potetti più chiudere le palpebre. L'ancella
mi si ricoricò allato tuttavia borbottando; e il suo borbottío, e
il passeggiare che facevano la grotta e i letti topi grossissimi,
piattoloni e lucertole verminare, e lo scrosciare dell'acqua che
veniva giù a furia dalle grondaie prossime al finestrucolo di quella
prigione per una gran pioggia che s'era messa, mi tennero desta tutto
il rimanente della notte.
Non andò guari che un raggio di luce si fu messo per quel foro
ingraticolato di ferro, e cominciò a farmi la rete sul lettuccio.
Questo raggio di luce non m'arrecò speranza e salute, come il dì
dinanzi; ma disperazione e languore di morte. Versai qualche altra
lacrima, ma presto mi racchetai per debolezza estrema. Fino che non
vidi la luce del dì, non avendo tocco nulla di cibo da trentasei ore,
sentii qualche stimolo di fame. Ma il primo raggio che mi ferì gli
occhi, m'estinse quello stimolo, e non mi conoscendo più la forza
di alzare un solo dito, nè avendo nessuna cagione di sperare la mia
liberazione, mi risolsi di morirmi di fame. Ed avendo non una volta
udito dire, che chi si muore o di sua mano o per qualunque altra
operazione della sua propria volontà, cade fra le bocche di Lucifero
per giudizio inesorabile di Dio, che non consente che l'uomo repugni
all'ordinamento di Lui quando per suoi imperscrutabili fini destina
alcun mortale a una lunga agonia su questa terra; ne prendevo un grande
spavento. E nondimeno, acquetandomi nella mia assoluta impossibilità
di poter vivere in quelle eterne tenebre, fra quelle anime già in vita
dannate, mi parve finalmente che niente di peggio io avrei potuto mai
trovare nel vero inferno. E parte, non troppo buona loica, ignorando
che non si può volere e pentere al tempo stesso, mi confortavo di
poter ottenere già prima di morire il perdono da Dio della mia morte.
E raccolte tutte le forze dell'anima mia nel profondo di me stessa,
e volta la mente a Dio, lo pregai con ferventi preci a rivolgere un
istante sopra di me il suo divino sguardo, ed a considerare se non
gli paresse che il calice della mia passione fosse già consumato. E
perdonando con intensa volontà a chiunque mi avesse fatto male sulla
terra, ed a' miei ignoti genitori, ed alle balie, ed alla donna
di Sant'Anastasia, ed a donna Mariantonia, ed al duca; di tutti i
sentimenti amari ch'io conservava nel cuore contro agli uomini feci
olocausto a Dio in redenzione di quel peccato nel quale avevo a cadere.
E pregandolo, alla fine, ad aver misericordia dell'anima mia, ed a
riguardare con giusti occhi quella mia operazione, compostami con
gravosa pena sul letticciuolo, tutta mi disposi ad attendervi la morte,
che non mi pareva troppo lontana, tanto mi sentivo esausta e rifinita.