XXXVII.

Io rimasi immobile in quel mio canto mentre durò quella nuova commedia.

Ma non sorrisi, perchè non ne avevo la forza, e perchè in tutto

lo spettacolo, il ridicolo era di gran lunga vinto dall'osceno e

dall'atroce. Intanto era già notte ferma, ed alcune delle più malconce

fra quelle dolorose, già si andavano posando in su i letticelli, dico

a due a due e insino a tre a tre per letticello; mezzo spogliandosi

quei cenci ch'avevano indosso e mezzo no, e ricoprendosi malamente

con qualche altro straccio. Ed io, che avrei mille volte tolto di

giacermi tutta la notte in terra più tosto che di contaminarmi di

tutte le brutture onde quei lettucciacci parevano ed erano veramente

ripieni, nondimeno, non ne potendo più dalla fiera umidità di quello

smalto e del muro ov'ero appoggiata, che quasi tutto grondava gocciole

freddissime, feci una gran prova di levarmi in piedi, e d'accostarmi

a un letticciuolo che m'era più da presso, nel quale mi parve che ci

dovesse poter esser luogo per me non vedendovi su che una sola di

quelle tribolate. Balzò colei dal lettuccio, come se la tarantola

l'avesse morsa, e balzando, mise un tale spaventevole grido e così

storse gli occhi e così aprì le fauci, che quando lessi d'Aletto, del

cui fischio spaurì tutta Italia, prestai sempre a questa furia il gesto

e la sembianza di colei.

Accorsero al terribile segno le tre fattucchiere, alle quali quella

loro ancella del grido fece palese ch'io voleva coricarmi nei loro

letti senza pagare. Allora la graziosa badessa, come sforzandosi

d'inchinare al benigno quella sua cera ferina:

Povera la mia ragazza, mi disse; tu non sai ancora bene le nostre

costumanze. Sappi, dunque, che la Madonna non somministra letto nè

altro, ma, come già mi pareva di averti detto, quindici once di pane

e cinque grani il giorno; e tu hai già avuto tutto per oggi; e vedi

che non è poco; e si può dire che non ti spettava, che quando ci sei

venuta era valico di molto il mezzodì: ma io non ho mai avuto il mal

dello stitico. Il pane, ch'era del buono, credo l'avrai già mangiato,

che non se ne vede orlicciuzzo di residuo. E se dei cinque ottimi grani

ch'io t'ho annoverati, tu ne hai voluto far limosina, per rimedio forse

dell'anima tua e de' tuoi parenti, tu ben facesti, nè io te ne saprei

dare altro che lode. Ma per istanotte tu non ti ci coricherai. Perchè

il posto del letto costa tre grani per notte; e tu al certo non li hai.

O li avresti per disgrazia?... ed allora ti ci potresti coricare.

Io non li ho, rispos'io con un fremito di sì ferale rabbia, ch'io non

avrei mai creduto che tanta me ne potesse scoppiare dal cuore, che

fu pure albergo perenne di umanità e di dolcezza. E guardandomi come

forsennata le mani e le dita e l'ugne, tutte convulsivamente rattratte,

se mai bastassero a fendermi il petto e squarciarmi le viscere e porre

una volta in terra queste membra, e pure vedendo che non bastavano, con

ambo i pugni stretti mi percossi disperatamente la fronte, di sorte che

la pezzuola di seta, di cui quell'angelo di suora Geltrude me l'aveva

fasciata, si sollevò e cadde in terra, ancora annodata a tondo come un

piccolo turbante. Immantinente la raccolse la badessa, e sciogliendola

e gualcendola e poi sciorinandola verso la lucerna:

Or vedi, mi disse, e' ci saria pure il modo che tu non passassi una

così fiera notte, com'è quella che ti s'apparecchia. Questa pezzuola

come già tu déi conoscere, vale meno che nulla, e se tu la vedi tesa

avanti il lume, vedrai come ride tutta. E nondimeno io, per fartene

servigio, la torrei pe' cinque grani; e ti migliorerei di tre grani,

perchè veramente la non vale più di due. E pure mi peggiorerei di tre

grani per non vederti morire stanotte su la nuda terra. Tu poi dei

cinque grani ne daresti tre a me, che con le mie suore do a nolo questi

letti, per non vedervi patire; e Dio sa se ce ne disertiamo: dormiresti

accanto a questa mia ancella, che ora mi ha chiamata, e, per giunta, ti

rimarresti ricca degli altri due grani.

E mentre mi diceva queste parole con assai ungimento, e come se non

avesse avvertita la mia orribile disperazione, stendeva la mano quasi

per porgermi il fazzoletto, e come veramente pentita della troppo larga

profferta. Io, già tutta indolenzita la persona per la mortale umidità

di quel suolo, già stracca e rifinita dal digiuno, e più dalle orrende

afflizioni della giornata, non potendo più tenere il capo levato,

che già la tomba e le streghe e la lucerna cominciavano a vacillarmi

e rotearmi intorno, ebbi appena la forza di spingere un tal sì fuori

della bocca, che la strega stette un momento sopra di se, incerta della

mia deliberazione. Poi, vedendo ch'io, già barcollando, cercava il

tettuccio a tentoni, quella sua fida ancella, sostenendomi alcun poco

il fianco, mi v'accompagnò; e mi vi compose su alla meglio così come

stavo, senza spogliarmi, ed ella medesima mi vi s'appiattò allato. Le

vecchiarde disparvero col fazzoletto, non si ricordando, come il dì

seguente me n'addiedi, di darmi i due grani. Ed io, guardando fiso il

moribondo lume della lucerna, perchè non mi avanzava nè pure la forza

di distorne gli occhi addolorati, li chiusi finalmente al morire di

quello, come s'io mi morissi anch'io; e chiudendoli mi parve che, da

che avevo veduta l'ultima volta suora Geltrude, io avessi camminati

dieci lunghi anni di sciagure.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 60 / 140 题