XXXIX.

In questo mezzo l'ancella, levatasi, andò a letto per letto gridando

in capo a quelle malarrivate, che si levassero. Ma in capo a me gridò

indarno. Io a gran fatica la udii, e per nulla non mi curai della sua

intimazione.

Erano, credo, le quindici ore, quando sopravvenne la badessa con le

due suore del dì dinanzi, ed altre suore assai; e tutte, ai vaghi

lineamenti dei loro volti, pareva che si rendessero l'aria l'une

all'altre maravigliosamente. Mi si posero tutte a considerare; e veduto

ch'io m'incamminava a gran passi per quella via che tutti dobbiamo

correre ultimamente, non si diedero più nessun pensiero del fatto mio.

Ma cavata di molta stoppa dalle loro profondissime tasche, l'andarono

distribuendo a molte fra quella giovanaglia, acciocchè la filassero

e ne facessero parecchie paia di lunghe e grosse calze. E la badessa,

incorandole al nobile lavorío:

Orsù, giovani valorose, diceva; così oggimai conviene che voi vi

spoltroniate. Questa bella stoppa, acciocchè voi sappiate, è di alcune

egregie donne di Caserta, e me l'hanno recata acciocchè io ne faccia

fare di belle e di morbide calze, chi ai mariti e chi ai fratelli,

che stanno espiando nelle pubbliche galere qualche lieve colpa di

gioventù, come d'essersi gittati alla strada o cose altre. Voi già

sapete ch'io ve ne pagava un grano il paio di fattura; ma ora ve ne

pagherò solamente un tornese: e Dio sa s'è troppo! che di ciò che vi

do pei lavorii, mai non ne ricolgo la metà. E mai nessuno non si pentì

tanto del fatto suo, quanto io d'essermi messa in questo ginepraio. Ma

i fatti son maschi e le parole femmine, dice il proverbio. Ed io, come

femmina, non so far altro che parole; e sempre mi lascio vincere dal

mio buon naturale.

Dopo una sì eloquente diceria, ch'ella profferì con tal enfasi,

ch'io, temendo d'esserne io il subbietto, mi riscossi palpitando,

la badessa andò via con l'altre suore. Le elette fra quelle giovani

donne si messero all'affannoso mestiere, che, a lavorar tutto l'anno,

prometteva loro un sei grani di guadagno; e l'altre se ne stettero,

chi a dondolarsi immodestamente su i lettucci, chi a vagare con le

mani spenzolate per la chiostra, chi a cantarellare goffamente, che il

cervello me ne scoppiava fuori della fronte, e chi a rampicarsi, con

ogni più strano argomento, sulla muraglia, per tentare, afferrandosi

all'ingraticolato del finestrello, di veder qualche viso d'uomo di

fuori.

Io era in quella prima età, in cui tutto, insino la sventura, insino

la morte, è poesia. Allora l'uomo, ignaro della fatale tenacità onde

la natura, provvedendo alla conservazione delle specie, inchioda

l'animale nella vita, immagina che il torsela sia cosa facile. Forse

è questo un benigno risguardo della Provvidenza. Perchè, come egli

avviene che l'uomo più agevolmente sopporti quei mali da cui crede di

potersi sciogliere a suo libito, e sia poi impazientissimo di quelli

ai quali si crede inevitabilmente soggetto, così in quel primo mare di

dolore in cui affatichiamo in sull'uscire della puerizia, l'inganno

che ci tiene tutti, di poterne uscire a riva sempre che la tempesta

infierisca troppo, ci mena, come per un sogno, di giorno in giorno,

e quasi ci addormenta in seno all'onde. Sopravviene poi l'età del

disinganno di tutto, anche del potersi torre così agevolmente la vita.

Ma ci trova già da lungo tempo battuti e fatti alla scuola del dolore;

e già accomodati, quel che ci parve impossibile nelle prime lezioni, a

sopportare e ad esercitare il tristo e difficile mestiere della vita.

Battette il mezzodì all'oriuolo dell'ospizio, ed apparvero nella

cameraccia due di quelle oscene suore, se già non vi paia ch'io troppo

contamini questo nome; ma non la badessa, nè quell'altre due sue

fedeli segretarie. L'una portava con ambo le mani una larga e fumante

pentolaccia, con entro qualcosa che gittava intorno intorno un grande

odore. L'altra portava un monte di scodelle di creta rozzissima, e

sulla scodella ch'era in cima del monte erano molti cucchiai di piombo.

L'una e l'altra posarono in terra la pentola e le scodelle. Quella

delle scodelle tolse la scodella ch'era in cima e la pose anche in

terra accanto al monte delle altre, e cavatisi di tasca assai pezzi di

quel buon pane della sera dinanzi, ne distribuì uno per testa a tutte

quelle tapine. Allora queste, in meno assai che non lo dico, quale

levandosi del letticciuolo e quale deponendo in qualche cantuccio la

rocca col pennecchio o la calza, togliendo ognuna una scodella e un

cucchiaio si assisero in terra a cerchio intorno alla pignatta, con le

gambe incrocicchiate sotto le cosce, perchè altrimenti non sarebbero

potuto capir tutte intorno a un'olla sola; nè in altra guisa, che

vediamo talvolta, in qualche stampa di costumi orientali, stare i

Turchi a quel loro strano desco, se non che quivi, in luogo di tappeti

e di piumacci, v'era quello smalto umido e sfondato.

Questo fatto dell'acchiocciolarsi tutte a tondo fu operato con rara

speditezza. Le due maestre si accovacciarono nel modo stesso alle due

estremità del diametro; e profondando elleno le prime il cucchiaio in

quel capace pentolone, diedero le mosse a quei barberi, che di poco

avevan mestieri a giungere al palio.

Forse avete veduto, padre mio, fra i vostri villerecci diporti, se

talvolta la contadinella in sul mezzodì, con un catino di crusca sotto

il braccio, s'avvia dalla casetta nel giardino, gridando, ti ti, ti ti;

che tutti i polli le corrono appresso a stormo, e come più tosto ella

ha posato in terra il catino, tutti sono intorno intorno a quello, e

non vi capendo entro tutte le loro testoline, i più piccini ficcano il

loro picciol collo di sotto quello dei più altetti, e se taluno leva il

capolino per raccogliere lo spirito o per ingozzare il beccato, ed ecco

un altro, che non aveva potuto rompere l'ordinanza, porre immantinente

il capo donde quello l'ha tolto. Questa immagine mi rendette quel

ghiotto e saporito desinare. Eran ceci soffritti nell'olio, e me ne

veniva alle nari un così aguzzo e appetitivo odore, ch'io non so com'io

abbia a fare a discacciare la vergogna o a trovare le parole per dirvi

che quell'odore mi vinse.

Di subito mi ricorsero al pensiero tutti i diavoli e tutti i martorii

dell'inferno, e così come pur dianzi mi erano sembrati nulli a quelli

che mi s'apparecchiavano sulla terra, così allora mi parvero troppo

più insopportabili. Nessun oratore, nessun dialettico seppe mai trovare

tanti sillogismi per persuadere ad altri l'assunto suo, quanti ne trovò

in un baleno la mente mia per persuadermi ch'io dovessi continuare a

vivere, e per conseguente, mangiare di quella vivanda. Incontanente

mi ritrovai la forza di levarmi a sedere sul letto, e per insino di

scenderne, e tenermi ritta, e camminare; e facendomi dal posto dove

quelle così esquisitamente mangiavano, dissi con quel filo di voce che

m'avanzava:

O sorelle, darestene un cucchiaio anche a me, acciocchè io non mi muoia

al tutto di fame?

Perchè no, rispose quella che pareva la più benigna fra le due suore.

Se tu hai, non dic'altro, un altro solo grano in tasca, tu ne potrai

torre una buona satolla.

Come, soggiuns'io, non è cotesto il nutrimento comune di tutte le mie

compagne?

Povera la mia bimba, ella mi rispose con amara e velenosa ironia. Io

non so se tu non intenda, o se veramente tu non voglia intendere,

quello che hai già bastantemente udito. La madonna non dà nè ceci,

nè olio, nè letto, ma quindici once di pane il dì, e cinque grani. Il

pane gli è questo, (e ne cavò della tasca, che n'era piena, un tozzo

simile a quello del dì davanti). Dei cinque grani, tre ne vengono a noi

per il letto, se già tu non volessi dormire in terra stanotte. Restano

due, che non bastano, perchè questa vivanda costa tre grani per testa.

Abbimi dunque per iscusata, ed eccoti i due grani che t'avanzano.

O come! dissi io, respingendo con un poco di sdegno la mano ch'ella

già mi stendeva per darmi i due grani; o chi dà l'altro grano il dì

all'altre fanciulle?... Quegli lo darà anche a me.

Senti! disse la suora. All'altre fanciulle lo danno le loro mani. O

non vedi tu com'esse hanno lavorata la calza e filata la stoppa tutta

la mattina, tanto che la carne s'è loro spiccata dall'ugna? Tu sai

solamente levarti a ora di desinare, e trarre all'odore. Ma se tu

guardi un poco più in là, tu t'accorgerai che questi ceci, chi non se

l'è faticati, non li mangia.

Io mi volsi dov'ella m'additò, e vidi in su certi lettucci in

fondo della spelonca non poche di quelle cattivelle, e, il più, le

fanciulle; delle quali, perchè m'erano alle spalle quand'io giaceva

sul letto, non m'era punto avvisata che non avessero fatto cerchio alla

pignatta. Queste, non altrimenti che il cane rode l'osso, si rodevano

quell'orribile pane, e pure guatando di traverso alla pignatta ed al

fummo che ne usciva, e col capo all'insù quasi bevendo col naso l'odore

ch'ella gittava, mi messero nel cuore una gran pietà del fatto loro,

benchè io cominciassi ad averne una non minore di me medesima. E non

irricordevole in quel punto de' due grani non rendutimi la sera innanzi

da quella loro badessa:

Or bè, le dissi; due grani avete già; e due ne ha la badessa di miei,

che non me li rendette iersera, ed ecco un grano più dei tre che voi

dite. E lasciatemi, per pietà, torre un boccone di questi ceci, ch'io

non mi muoia. Ed abbiatevi anche il pane; ch'io non avrei la forza di

masticarne nè d'inghiottirne un solo boccone, tanto mi dolgono i denti

e le gengive, e tanto ho arida e risecca la gola.

O Vergine Maria, rispose la strega adirata. Quanto mai è lungo e noioso

il noviziatico di questa fanciulla; e com'è perfidiosa e linguacciuta.

Sì signora, si ritennero i due grani per la lucerna che v'avete goduta

iersera e stanotte; e costa due grani per testa la settimana. E se

tu l'hai tu il capo di zucca, che ti possa far lume la notte, noi

non l'abbiamo già noi. A tempo di carestia pan veccioso, disse il

proverbio. Se tu hai fame, e tu mangiati questo pane, ch'è buono. E non

mi rompere più il capo.

E così detto, e gittatomi quel tozzo nel viso, si rimesse alla danza

del cucchiaio, visto che, perchè ella non l'avesse menata mentre aveva

parole con me, non però era stata punto intermessa dall'altre.

Allora l'altra buona suora, che l'era al dirimpetto, non ignara, io

credo, della pezzuola della sera innanzi:

Ascoltate, suora Rachele, le disse. Voi siete umanissima fra tutte le

suore, e so che assai v'incresce di questa povera fanciulla, comunque,

per ben educarla, vi sforziate di parere brusca nel viso. Ma udite.

Insino ch'ella non possa togliere a lavorare alla volta sua, ella vi

darà quella sua tonacella di merino di Francia; e poichè la benigna

stagione lo consente, si rimarrà con sola quella sottana che ha di

sotto, che veggo ch'è assai recipiente. Io voglio aver detto insino

ch'ella ne avrà per un mese di buon desinare. Che ne dite, eh!;

sarebb'egli troppo a pagargliene tre carlini?... E se la tonacella non

vale tanto, voglio più tosto avervi a rifar di mio. Ma, a dirvela, non

mi regge più il cuore di vederla languire a quel modo.

Suora Rachele faceva le lustre di balenare come se la tonacella fosse

valuta assai meno dei trenta grani. Ma io, spogliandomela senza più,

gliene diedi, e mi rimasi in gonnelletta, che quasi a un tratto ebbi

scorno di me stessa. E vedendomi parte del seno ignudo, mi ristrinsi ed

appuntai con frettolosa e tremante mano la camicia al collo, come seppi

il meglio, con quello spilletto d'acciaio che a fatica avevo recuperato

dagli uscieri, quando mi spuntarono la pezzuola, che poi non mi

rendettero. Suora Rachele piegò studiosamente la tonacella, e ripiegata

se la messe in seno. Ed io, ingegnandomi anch'io di accoccolarmi in

quel foltissimo cerchio, soddisfeci di qualche cucchiaiata di ceci

all'imperiosa necessità della natura.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 62 / 140 题