Non essendo sedia nè scanno alcuno da sedere in quelle grotte, ed io
non avendo più la forza di reggermi in piedi, mi sedetti per terra in
quel cantoncello dov'ero. Poscia, sentendomi mancare ogni lena, lasciai
cadermi di mano il pane e la moneta; e qualche minuto appresso ruppi
in un così dirottissimo pianto, che quasi i singhiozzi mi soffocavano.
Così mi sfogai alla fine per più di tre ore a piangere, non guardando
più in viso a nessuno, nascondendo quanto potevo le mie lacrime, e
non accusando più nè il cielo nè la terra nè gli uomini de' mali miei,
perchè avevo imparato ch'era tutto inutile.
Quando fui bene stracca di piangere, velai così un poco gli occhi di un
certo sopore che non si poteva dire propriamente sonno, ma più tosto
una oppressione e uno sfinimento di cuore. Alla fine anche da questo
sopore mi sciolsi, e potetti, bene sfogata e bene desta, considerare a
mio bell'agio tutto l'orrore dello stato mio.
Erano oramai le ventiquattro, e già da meglio che un'ora non si vedeva
più lume nel luogo ove io era. E pure tardò di molto ancora a venire
una di quelle tre streghe, ma non già la reina, con una lucernuzza
di terra in mano con solo un lume già mezzo morto. Venuta in fondo
della bolgia, levò lo scarno braccio che pareva una negromantessa nel
solenne esercizio dell'arte sua, e la posò in sur una specie di mensola
di legno che sporgeva del muro ov'era stata confitta. Di poi tornava
indietro, e in andandosene, mi guardò un momento e fece sceda di me
verso le mie compagne, che avevo fatto sgabello del sinistro braccio al
mio capo stanco. E senza pure far segno d'avvertire com'era piaciuta la
sua sceda, s'andò con Dio.
Al fioco lume di quella lucernuzza io vedeva gli occhi delle mie
compagne tutti spalancati e fissi su quel tozzo che m'era da presso.
Ed il famelico luccicare di quegli occhi mi messe nel cuore tanta
pietà del fatto loro, che al tutto dimentica di me stessa, raccolsi
il tozzo di terra, e levando a gran fatica il mio destro braccio,
volontieri ne feci loro servigio. In un baleno il tozzo volò di mano
in mano e di bocca in bocca; e più d'una si rammaricò gravemente di
qualche arrabbiato morso avuto nella mischia su le mani o sul mento.
Alla fine una più ardita fra loro, avvicinandosi a me, mi disse, quasi
all'orecchio, ma in modo che le altre compagne udirono:
Poichè sei tanto generosa, che non ci regali tu quella moneta ch'è in
terra? Certo per oggi la t'è inutile, perchè di nutrimento nè, come
veggo, hai bisogno, nè potresti ormai procacciartene, ch'è già notte.
Così stasera darai la buona ventura a noi, che prima al sommo Iddio e
poi a te ne renderemo grazie infinite; e dimane con una simile che tu
n'avrai, potrai cavarti ogni tua voglia.
Io che all'aspetto dell'altrui miseria non pensai mai alla mia propria,
di subito gliene diedi. Ma io non vidi mai mastini allora sciolti
uscire addosso al poverello con quel furore e con quella tempesta, che
quasi tutte quelle sciagurate, insino quelle che per fiacchezza erano
giaciute tutto il dì su i lettucci, precipitarono addosso a colei che
aveva già tolta la moneta. I gridi, i pugni, i calci, lo stracciarsi
a ciocca a ciocca i capelli, il tirarsi contro a vicende i trespoli e
le tavole dei letticciuoli, e il rompersi tutte a sangue, furono cose
non più udite o vedute. Finalmente comparvero le tre maliarde, e con
voce ch'io non avrei mai creduto che ne avessero tanta nella gola,
minacciarono pene sterminatissime se quel tafferuglio non si chetava.
E chetatosi il tafferuglio, e inteso il fatto come stava, la reina
strappò la moneta a quella prima cui io l'aveva data, e, volgendo le
spalle con le altre due sue vecchiarde, se l'appropriò come cosa a lei
debita per legge.