XXXIII.

Convento si domandano colà quelle tane di cui poco innanzi vi toccai.

Alle quali per volermi menare senz'altra formalità, non ci si era

appena riserrato dietro quel grande uscio, che in un canto di quella

prima sala vedemmo aprirsi un usciolino ch'io non aveva scorto dianzi,

e due uscieri di quelli che ci avevano cacciate fuori, ci furono sopra

come due veltri. Uno di questi due era quel medesimo ch'era venuto in

prima a chiamarci nella loggia; e faceva con quell'altro assai cenni

e sogghigni. Ed io che non aveva per anche imparato che gl'infelici

appaiono sempre ridicoli alla gente, mi guardava stupefatta per tutta

la persona, se mai avessi nulla indosso che fosse cosa da far ridere.

Intanto, se bene, come intendete, non al tutto selvaggia di

quell'ospizio, nondimeno io ignorava compiutamente gli andari che quivi

si tenevano per le fanciulle di età già provetta: e però non mi sapevo

ancora risolvere della fiera disperazione che scoppiò nel viso di suora

Geltrude dopo le ultime parole del duca. Ma quando que' due uscieri,

per interminabile immensità d'andirivieni, c'ebbero condotte in una

lontana stanza, tutta intorno intorno scaffali di grossissimi volumi,

la quale io riconobbi essere quella stessa dove in uno di quegli

scartabelli era stata registrata la mia consegna alla coppia Volpe,

io fui ben chiarita del tutto. Perchè alla tavola ch'era nel mezzo

della stanza sedeva quel medesimo sopracciò sui passati per ruota,

ch'era venuto primieramente a domandarci ed a sbeffarmi il primo dì

che, nella cameretta a mezzo le scale, suora Geltrude era tutta intesa

a richiamarmi dalla morte alla vita. Il quale, poi che gli uscieri

gli ebbero notificata la sentenza del duca, fece di me quello strazio

che si conveniva alla sua viltà, ridendo anche di suora Geltrude,

alla quale, dopo infiniti altri amarissimi motteggi, finalmente,

smascellandosi delle risa:

In fè di presso ch'io nol dissi! soggiunse; voi v'eravate presupposta

che per abbigliarla così da nuova sposina, che il duca volesse

rimettere della sua giustissima austerità. Ma come san Dionigi nè san

Martino non v'impetrarono tanto lume di grazia da farvi accorgere che

simile rifiuto di plebaglia non istava bene in alunnato?

Suora Geltrude gli diede del manigoldo e del facchino; e reprimendo

a crudissima forza, per non crescerne gioia a quel furfante, le calde

lacrime che già le rompevano dagli occhi, gl'impose, come la padrona

al suo domestico, di recare al duca, che quando non le fosse presto

riparato l'infame torto che se le faceva, acconciandomi fra le alunne,

ch'ella intendeva d'aver dimandata la sua licenza e di restituirsi al

suo monastero di Regina Coeli, donde si era creduta chiamata a meno

ingiurie, ed a vivere fra gente meno discortese e meno salvatica. Nè

le villanissime parole, che ne seguitarono contro a me meschinella,

del sopracciò e degli uscieri, nè l'incredibile turbamento di suora

Geltrude, che già più non bastava a rattenere il pianto, potettero

impedire ch'io non raccogliessi da tutto quel dialogo, che suora

Geltrude era una delle bennate e gentili religiose francesi, invitate

dall'ospizio a reggere e ad educare un centinaio di sue fanciulle

nominate alunne dell'opera, le quali, per avere avuti più propizi i

santi, non erano state balestrate nelle fiere gole ov'io n'andava; che

il numero di queste alunne non era fatalmente di cento, ma si allargava

o restringeva a beneplacito del duca; che negli undici dì ch'io era

stata come in bilico della vita in quella stanzetta, suora Geltrude

aveva fatto ogni estrema opera d'avermi seco fra le alunne; e che, dopo

averne avute mille promesse e mille riscontri da tutti gli ufficiali

dell'ospizio e dal duca stesso, finalmente i suoi pietosi sforzi erano

riusciti al felice fine che avete letto.

Poscia che suora Geltrude ebbe ridotto al silenzio quel mio carnefice,

discostatasi un tantino da me, come se volesse fare a poco a poco

quello che non era bastante a fare tutto insieme, ed asciugatisi gli

occhi con la sua pezzuola bianca in modo, quanto era possibile, ch'io

non me ne avvedessi, rivoltasi a me:

Addio, angeletta mia, mi disse con una soprabbondanza di tenerezza che

ancora mi sforza al pianto, addio. Tu non meritavi di nascere dalla

miseria o dalla colpa, o almeno meritavi di nascere fra un popolo meno

barbaro o meno reo. Ma non t'avvilire. Io t'annunzio dolore e pianto

e spietata morte su questa terra. Ma Iddio, quell'Iddio al quale non

mi è nè pure conceduto d'indirizzarti con quella vivissima fede che

m'infiamma, certo non t'inspirò un'anima celeste se non perchè dovevi

adornare il cielo del tuo martirio. Segui dunque il tuo alto destino,

e levando la mente a Dio calpesta e copri dell'orrore stesso delle tue

miserie quegli scellerati che te n'hanno coperta.

Al fine di queste parole suora Geltrude tremando disparve. Io rimasi

instupidita guardando l'ultimo lembo del velo di lei che svolazzò

dietro l'uscio, e il sopracciò ch'era seduto, e i due uscieri ch'erano

in piedi, e me stessa in una spera che m'era di rimpetto. Nè credetti

di perdere suora Geltrude per sempre. Nè voi crediate, o Padre

(concedetemi la trista superiorità del dolore), che, quando alcuna

grande sventura sopravvenga, che l'uomo ne comprenda a un tratto la

immensità. Se così fosse, pochi sventurati vivrebbero; e si vede, per

l'opposto, che pochissimi muoiono. Ma fra tanta stupidità non potetti

fare a meno di non ammirare quanto mai sia grandissima la malvagità

degli uomini; che quello sciagurato godeva tanto del mio supplizio,

senza che io lo avessi pur mai veduto, o gli avessi mai fatto, o gli

potessi mai fare alcun male al mondo!

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 56 / 140 题