Io non trovo più parole che bastino ad esprimere la grandezza de' miei
dolori; e nondimeno mi resta a dire assai. E poichè nulla di ciò che mi
viene alla penna può agguagliare la disperazione che mi vinse, quando,
ritornata un poco in me stessa, mi cominciai ad accorgere d'aver
perduta suora Geltrude, me ne passerò in silenzio.
Il sopracciò, senza mai cessare di pigliarsi giuoco di me, trasandò
insino a domandarmi delle mie condizioni con parole tanto immodeste,
che io, ch'ero l'innocenza stessa, non le compresi. Di poi scrisse in
uno di quegli scartafacci il dì e l'ora della mia, com'egli diceva,
passata per ruota, e della mia entrata nel convento. Finalmente mi
consegnò in anima e corpo a' due uscieri che mi menassero a marchiare,
e quindi mi menassero al convento. Costoro, impostomi di camminar
loro innanzi, e messami per un lungo e tenebroso corridoio, quando
credettero di non poter essere veduti da nessuno, cominciarono a
brancicarmi protervamente, a darmi scappellotti e pizzichi ed a gioire
della mia disperata confusione.
Io povera infelice, se bene non intendessi tutta l'infamia di questi
modi, pure mi parvero cosa troppo disonesta. Nè sapendo che altro mi
fare, cominciai a mettere le più acute grida che mai, ed a piangere
dirottamente. Allora quegli assassini, battendomi quanto poterono
menar le mani, cominciarono a gridar forte che s'io non voleva andare
in convento con le buone, vi sarei andata con le cattive; e che sì,
ch'essi avrebbero mandato per i soldati ch'eran giù di guardia,
e che gli ordini di sua eccellenza si volevano eseguire a ogni
modo. E tirandomi violentemente per le maniche e per il lembo della
vesticciuola, come se io non fossi voluta andare da me e facessi loro
resistenza, destarono una grande indegnazione del fatto mio in tre o
quattro ufficiali del luogo, che essendo tratti ai miei gridi, lodarono
assai il buon zelo de' due uscieri.
Mi strascinarono finalmente in quella medesima sala dov'io era stata
un'altra volta marchiata quando fui ricacciata nella buca dalla
donna di Santa Anastasia. Quivi mi apparvero le cose medesime che
già mi vennero vedute altra volta. Monache arcigne, balie sguaiate,
e il grosso rettore, e quei da' maschi occhiali che bollava, e quel
giovanaccio di pelo rossigno che scriveva; e mai non mi sarebbe parso
che fossero passati quattro lunghissimi anni. Gli uomini e le cose
spesso si cangiano in un istante, e spesso ancora durano un gran pezzo
nel medesimo stato: ed anche ciò è incostanza!
Gli uscieri baciarono religiosamente la mano al padre rettore; e mentre
io me gli accostava anch'io asciugandomi gli occhi con una mano, e
l'altra distendendo a quella del rettore, gli uscieri mi diedero un
forte spintone, quasi che io mi fossi mostrata ritrosa di baciargliene.
Poscia gli dissero ch'io era quella fanciulla del fatto dell'olio, che
sua eccellenza mandava in convento. Del che poi che tutti ebbero preso
il solito sollazzo, gli uscieri mi fecero appressare al torchio, dove
mi tolsero con molta grazia la pezzuola scempia di seta, che suora
Geltrude mi aveva appuntata al collo. Al quale, poscia ch'io ebbi la
consueta stratta di corda, i due uscieri, obbliando di rendermi la mia
pezzuola, fra gli scherni e i motteggi universali mi condussero via
dalla sala nelle scale. E quindi uscimmo nella corte.