La stridula voce dell'usciere, e l'agitata perplessità del viso di
suora Geltrude, mi ruppero, a guisa d'una bolla d'acqua, la cara
visione che m'era apparsa. Suora Geltrude non rispose sillaba, ma,
senza mai lasciare di guidarmi per mano, s'incamminò tacitamente
appresso a quello.
Per corridoi e scale moltissime pervenimmo a un'immensa sala, dove,
presso d'un uscio grandissimo, ma perfettamente chiuso, erano altri
assai uscieri messi a nero, ritti in piedi, con le braccia ripiegate
sullo stomaco, e, quel che non è facile ai Napoletani, tutti taciturni.
Quivi giunte, l'usciere cui eravamo venute dietro, ci fe cenno del
viso e della mano di fermarci, quasi fosse dentro da quell'uscio la
dea Cerere d'Eleusi, de' cui misteri rompere l'augusto silenzio fosse
troppo grave peccato. Poscia, aperto, pianamente e il meno che gli fu
possibile, l'imposta destra di quell'uscio, e ficcatosi di traverso
nella sottile apertura come un'anguilla, se la trasse subitamente
dietro, quasi avesse temuta la profanazione del tempio. Riuscito poco
di poi, ci accennò con la mano che si fosse atteso un tantinetto.
Rientrò, riuscì, tornò ad entrare e tornò a riuscire non so quante
decine di volte, accennandoci sempre misteriosamente che si dovesse
attendere. Nè v'era sedia o panca veruna dove poter sedere, ed io già
mi sentiva tutta venir meno. Onde suora Geltrude, non ne potendo ella
stessa più dalla noia, volse le spalle a quel servidorame, risoluta,
che che ne dovesse seguire, d'andarsi con Dio.
Non eravamo appena mosse, che quell'usciere ci corse dietro,
bisbigliando nell'orecchio a suora Geltrude, che oramai sua eccellenza
il duca già ci sapeva colà, e che bisognava attendere a ogni modo. E
mentre suora Geltrude gli poneva in considerazione che le religiose
non si tengono ad aspettare le ore intere agli usci nè pure dalle
grandissime maestà, e ch'ella era ben ferma di partirsi, ed ecco sua
eccellenza, quasi avesse inteso il susurro e la causa di esso, dare
una furiosa strappata di campanello. L'usciere non ci consigliò più
ma c'impose di rimanere; e, levando le berze assai ridicolosamente, in
meno che non balena, entrò, riuscì, aprì ambo le imposte dell'uscio, e
ci chiamò dentro.
Allora apparvero i penetrali di Priamo, o più tosto apparve un'altra
ampia sala, e sua eccellenza con un gran latoclavo, con infiniti
nastri, ricami e ciondoli rappresentanti o pianeti e costellazioni
celesti, o animali terrestri, o cose altre pellegrine. Sua eccellenza
era presso al muro destro della sala, che con un leggiadro spazzolino
di piume spolverava la cornice d'un gran quadro di Raffaello, e, per
conseguente, si trovò alquanto rivolto verso di noi, quando l'usciere
ci mise dentro. Ma noi non avevamo appena avuto il tempo d'inchinarci,
quando sua eccellenza, dilatatasi e rigonfiatasi un istante verso di
noi, per tema forse che noi non perdessimo alcun micolino di ciò che
gli ornava la parte sinistra del petto, senza credere convenevole
di rispondere al nostro inchino, ci volse in un attimo il suo pingue
groppone.
Era nel fondo della sala una gran tavola tonda ricoperta d'un bel
drappo verde, ed accanto a quella sopra una gran sedia d'appoggio
era sdraiato un giovane di forse venticinque anni, tutto vestito da
cavalleggiere pollacco, con un morione o caschetto quadrangolare
in testa, da un lato del quale sorgeva un superbo pennacchio
bianco di penne di colomba, che pareva simbolo a un tempo di pace,
d'innocenza e di snellezza. Gli scendevano insino al petto due neri
e lunghissimi mustacchi alla cinese: i quali mentre si carezzava e
palpava e allungava con la sinistra, con la destra impugnava o più
tosto palleggiava e percoteva a quando a quando in terra un'immensa
scimitarra, che, non già nuda, ma nascosa in un largo fodero d'acciaio,
urtandosi in quello ad ogni scossa, pareva fremere della sua ignobile
prigionia. Ed alle percosse ed al fremito della scimitarra rispondendo
i colpi degli stivali e dei risonanti sproni contro la terra e contro
le spranghe di sotto della tavola, ne veniva tutto insieme un cotale
strepito o rimbombio di guerra, che l'eco della capace volta fedelmente
ripeteva. Dall'altra parte della tavola, era un uomo di mezzana età,
con assai libri e carte innanzi a se sulla tavola, e una seggiola
molto modesta di dietro, ma era levato in piè, si vede perchè sua
eccellenza s'era levata. In conclusione, questi era il segretario del
duca, e l'altro il figliuolo, al quale il duca, quando ci volse così
amabilmente il tergo, disse ridendo, ma sforzandosi di reprimere il
riso per conservare il decoro ducale:
Buchino, ecco quella ragazza di cui si rise tanto pochi dì sono con la
duchessa e con la duchessina.
Uh! Uh! Uh! Uh!
Cominciò a grugnire del riso il duchino, pure guardandomi con certi
occhi fra sciocchi e pazzi, e pure affaticando della sciabla e degli
sproni il pavimento e la tavola.
Uh! Uh! Uh!... ma come è possibile!...
Seguitava spalancando sghangheratamente la bocca, digrignando i denti,
ritirando in dentro il labbro di sopra, e sporgendo in fuori quel di
sotto e il mento: moda di ridere che poscia intesi avere il duchino
apparato dai droghieri inglesi, quando nei teatri e nei giardini
d'Italia vanno faccendo beffe degl'Italiani, che li tollerano.
Poscia che lo sghignazzío del duchino si fu alcun poco chetato, il
duca passando dietro la seggiola del figliuolo, andò ad assidersi alla
gran sedia curule ch'era dietro la tavola, nel mezzo, fra il duchino e
il segretario. Quando sua eccellenza si fu seduta, tossi, sornacchiò
e sputò un gran farfallone in su un bel tappeto turco di velluto
cangiante ch'era disteso sul pavimento sotto la tavola. Poscia, senza
mai degnare d'uno sguardo nè suora Geltrude nè molto meno me, volto al
segretario, disse:
Don Cristofano, vedete se il numero delle alunne dell'opera è compito.
Don Cristofano squadernò un gran libro; e veduto non so che in quello,
e richiusolo, piegò le braccia e si volse al duca in quella attitudine,
io credo, che lo schiavo romano si rivolgeva al suo padrone, dicendo:
Eccellenza sì, è compito.
Dunque non ho che farvi, disse il duca, a suora Geltrude, avendo sempre
gli occhi raccolti in giù sulla tavola. È mestieri ch'ella vada in
convento. Nè troppo me ne duole, a dirvela fuor de' denti; perchè di
simile sorta canagliaccia non vorrei in alunnato.
Suora Geltrude volle umilmente rispondere al duca. Ma sua eccellenza
non aveva appena terminato di profferire l'ultima sillaba, quando tutti
gli uscieri, che avevamo veduti di fuori, i quali, entrati nella sala
appresso a noi, ci si erano di qua e di là schierati intorno, divenuti
tutti banditori:
Uscite, Uscite:
Gridarono con una voce così orrendamente strepitosa, ch'io credo che ne
tremasse Vicaria e Porta Capuana, e che tutte le madri stringessero al
petto i loro figliuoli. E datoci subito di piglio al lembo dei vestiti,
e condotteci fuori poco meno che per forza, ci serrarono l'uscio
addosso che ancora quel gran tuono muggiva.