La natura e le cure più che materne di suora Geltrude mi furono vero
medico e vera medicina. Appena, partita che fu quella marmaglia,
l'aria della stanzetta si fu alquanto rinnovata, e che la respirazione
cominciò a divenirmi più leggera, nè la mestizia di suora Geltrude, nè
la mia mortale debolezza, non bastarono a rattenere il riso, che surse
spontaneo sulle labbra di entrambe. Suora Geltrude, pigliato animo del
mio sorridere, mi recò incontanente una tazzetta di brodo, ch'io mi
sforzai di bere, e che bevvi. Nè avendone ancora ai miei dì assaggiato
gocciolo, dopo poco tempo che l'ebbi bevuto, sentii corrermi non so
che di mirabilmente vitale per le vene e per l'ossa, ch'io non aveva
mai più sentito. Adagio adagio potetti di nuovo sollevarmi a sedere nel
letto, di nuovo la ferita risaldò; e per non ve l'allungare, dopo una
settimana di questa cura fui in istato di levarmi.
Era l'aprile, e il sole, tutto pregno di vita e di speranza, percoteva
risplendentissimo su quel mio benchè assai misero finestrello. Suora
Geltrude, tutta lieta e serena di cogliere l'ultimo frutto delle sue
angeliche cure, fatta recare una conca ripiena d'acqua limpidissima e
tepida, mi tolse la camicia che avevo, ch'era anzi sudicetta che no,
ed appressata la conca al lettuccio, e fattami discendere in quella,
mi venne tutta lavando con una delicatissima spugna intrisa d'un fine
sapone di rosa. E rasciuttami bene la persona con un asciugatoio
nitidissimo, mi sciolse e ravviò, e lasciò stare sciolti in forma
di zazzerina, i miei foltissimi capelli, i quali, acciocchè il mio
capo capisse meglio nella buca, donna Mariantonia aveva ristretti e
rannodati, non senza un'infinita fatica; perchè avendomeli ella stessa
poco dianzi tagliati per venderseli, erano assai ben corti. Poscia
m'aiutò a mettere una camicia di bucato, un paio di calze, e, per
la prima volta della mia vita, le scarpe, e mi vestì di sua mano una
sottana e la vesticciuola. All'ultimo, cavatesi della tasca due belle
pezzuole scempie di seta, m'appuntò l'una al collo con uno spilletto
d'acciaio vermiglio, e dell'altra mi fasciò assai morbidamente la
fronte, ove la margine della ferita era ancora un cotal poco livida e
sanguigna.
Quando suora Geltrude m'ebbe così caramente vestita, prese
leggerissimamente il mio capo con ambe le sue mani, e rialzatolo un
pocolino, mi baciò nella bocca e nella fronte. Ed a me, che, oltre
alla consolazione di vedermi così abbigliata, imparavo per la prima
volta a conoscere i non dicibili piaceri della nettezza, mi pareva
sensibilmente di avere lasciato in quella conca, nella quale ero
primamente discesa dal letto, il grave fascio de' mali miei.
Suora Geltrude, presami per la mano, e condottami fuori della
cameretta, e fattami soavemente montare sull'altro pianerottolo
delle scale, per corridoi e viottoli molti mi fece riuscire in una
bellissima loggia, avanzo degli antichi giardini nominati della
Duchesca; che tutta ancora adorna e maestosa d'un bel colonnato dorico,
così come veramente era, così pareva una cosa reale. Quivi, per entro
il colonnato, interrotta dal quale è sempre più maravigliosa una
prospettiva, forse perchè ogni bellezza, se da alcun velo apparisce
tramezzata, viene più sovrumana, si vedeva il Vesuvio, che, quasi pegno
di pace alla terra ed al mare, facea grembo di se alle onde placide
e turchinissime del golfo; e mandando dalla bocca un gitto di fummo
sottilissimo e leggero, pareva in lontananza, non già il più orribile
dei vulcani, ma un vaso ove ardesse l'odorato profumo onde tutta
oliva l'aria che ne circondava. Quindi accompagnando dell'occhio il
dolcissimo declivio del monte, l'incontrava il colle di Camaldoli, come
un piccolo altarino, sul quale gli uomini della contrada venissero ad
offerire umili sacrifici al gran dio del fuoco, acciocchè fosse più
tardo a vomitare l'inferno sulle città e sulla campagna. Apparivano
finalmente le montagne di Stabia, di Castellamare e di Sorrento, ben
cerulee e bene spiccate dal cilestro dell'orrizzonte, e tutte terminate
a frastaglio ed a lineette greche: e Capri, all'ultimo, quindi
visibilmente divelta da un'antichissima rovina.
O Padre, quanto è mai vero, che tutte le maraviglie non sono nella
natura, ma in noi. Io, che, dal primo dì che fui menata via da
quell'ospizio, aveva e da Sant'Anastasia e dalla via Carbonara, e,
più che altronde, dalle altissime finestre di donna Mariantonia,
contemplate mille e poi mille volte quelle eterne bellezze, e mi erano
sembrate o insipide o nulle, ne presi quel dì una cosa così grande
e stupenda e più che umana impressione, che sempre che poscia me ne
rammentai, ed ancora ora che vergo qui queste carte, sono interrotta
dalle più cocentissime lacrime.
Il delirio in cui quella scena mi rapì, l'ora tepida e tranquilla,
quel senso ineffabile di dolcissima malinconia causato sempre dalla
convalescenza, e quel, direi quasi, soave tremito delle ginocchia
ch'ella porta sempre con seco, onde mi parea d'essere tanto leggera
che il mio piede non toccasse più la terra, mi fecero credere fuori
di questo mondo in un altro meno reo e meno infelice, ove mi fosse
conceduto alla fine di ricongiungermi per sempre al mio adorato
garzonetto, che in quel punto mi parve mio ab eterno, e mi parve
che senza lui io non fossi tutta, ma fossi la metà di me stessa. E
sentendomi per le guance le tenere mani di suora Geltrude, e stupida
guardandola nel volto, e parendomi ch'ella fosse un angelo di quel
paradiso nel quale io mi sentiva novellamente salita, già quasi le
confidava il caro segreto del mio cuore, quel solo che ancora non le
avevo aperto... allorchè venne un usciere del duca a dimandarci.