Tutto quel dì non mi fu possibile di prendere nutrimento veruno senza
recerlo immantinente, benchè io, per appagare suora Geltrude che se
n'accorava, mi sforzassi assaissimo del contrario. La notte seguente
peggiorai considerabilmente, e non fu un solo quel momento che parve
alla mia affettuosa vegliatrice, e da me medesima, ch'io trapassassi.
Allora ella accostava la sua bocca alla mia, non per raccogliere il mio
spirito fuggente, ma come per infondermi col suo fiato un poco della
sua vita in vece della mia che già svaniva. Oh padre! quando seppi
qualche lettera, e che lessi e rilessi mille volte Renato, fra l'estasi
inenarrabile in cui quel libretto rapisce, quando Amelia si fu renduta
suora della Carità, la vestii sempre delle forme e dello sguardo più
che angelico di suora Geltrude.
Il terzo dì si attese fino alle due pomeridiane, allorchè fu udito
giù per la corte un gran roteare di carrozza, e un grande scalpitare
di cavalli, e un frustare interminato. Suora Geltrude si fece al
finestrello della mia cameretta, il quale rispondeva sulla corte,
ch'era delle ampissime: e vide ch'era il cocchiere di sua eccellenza
(così quivi dicono al duca), che, per acconciarsi all'ombra, stringeva
e rivolgeva indietro una bella muta di quattro britanni destrieri.
Incontanente si udì, presso alla cameretta ov'io giaceva, una voce alta
e imperiosa. Ed era sua eccellenza in persona che montava le scale.
Suora Geltrude non gli diede il tempo di sparire; e uscita subito della
cameretta, e fattasegli animosamente incontro, non so che gli disse,
nè so che n'ebbe; ma se non le fu possibile d'indurlo ad entrare nella
cameretta, lo indusse almeno a permettere che finalmente si mandasse
per il cerusico.
Non vorrei che voi credeste che, non già il cerusico, che non fu potuto
avere per essere in quei dì andato a Salerno, ma il medico, che fu
domandato in quello scambio, fosse venuto quel dì medesimo. Anzi venne
soltanto alle due pomeridiane del dì seguente, ch'era il quarto da che
il fiero accidente m'era intervenuto. Battevano, dunque, le diciannove
ore quando l'uscio della cameretta, spalancato furiosamente da un
usciere, vomitò dentro un'onda di giovani sconosciuti; i quali tutti,
all'abito, alla cera ed al portamento, rammentavano don Gaetano. Quando
costoro furono tutti dentro, non altrimenti che sogliono i soldati nei
loro esercizi, fecero ale di se, lasciando per mezzo di essi libera
l'entrata a un esimio barbassoro di provetta età e di rigogliosa
sembianza, che, con passo solenne, appoggiandosi a un bastone o
più tosto a una lunga mazza, incurvava affettatamente il dosso, non
perchè tale fosse l'abitudine della sua persona, ma come oppresso dal
gravissimo pondo della sua scienza. Come per consuetudine, e senza più
quasi avvertirlo, alternava i suoi sguardi quando alle svariate ragioni
di ciondoli che gli pendevano dal sinistro petto della giubba, dei
quali pareva che tutto si venisse pascendo, e quando a coloro nei quali
s'abbatteva. E veduto che da poter ammirare il suo smisurato sapere
non era quivi se non io e suora Geltrude, già cortesemente levatasi
in piedi al suo entrare, del suffragio delle quali stimo che poco si
curasse, inacerbì il viso sì considerabilmente, che quel conforto che
l'infermo sente all'appressarsi del medico, sola medicina talvolta del
male e dei rimedi, tornò in maggiore spavento.
Postosi a sedere e incavalcato l'un ginocchio sull'altro, que' suoi
novizi mediconzolini gli fecero siepe intorno. Ed egli non guardando
nè me nè suora Geltrude nè i mediconzoli, ma, per enfiatura, i muri e
il cielo della stanza, domandò, non si vedendo a chi e come uomo che ha
l'animo assai di lungi da quel che dice, quale fosse il male mio. Suora
Geltrude, rimessasi a sedere, gli venne narrando con eloquentissima
brevità il caso succedutomi, non tacendogli, com'io avessi già prima
il capo ferito, e come per ben quattro dì non fossi stata soccorsa per
modo veruno. Le quali ultime cose ella non potette dire altrimenti che
a fatica grandissima, perchè il barbassoro, alla novella dell'olio e
della buca, cominciò a sghignazzare strepitosamente, quasi invitando
que' suoi studenti a fare altrettanto. I quali sbellicandosi alla volta
loro delle risa, furono cagione che assai guardie e custodi e serventi
che si baloccavano scioperati per le scale e per la corte, e che insino
i cocchieri, i famigli, i donzelli, i mazzieri e gli altri straordinari
del duca, per l'appunto allora allora arrivato, traessero tutti al
portentoso romore.
Costoro, sbatacchiato violentemente l'uscio della stanzetta, che s'era
rinchiuso dietro al medico, chi potette capire nella stanzetta, entrò,
e chi no, sporse il capo dentro a più potere; di modo che furono
innumerabili le teste, che qual ritta e quale curvata, ci furono vedute
riempiere tutto il vano di quell'usciuolo. Del quale accidente il
medico, non che darsene alcun fastidio, fu anzi il più contento uomo
del mondo. E poichè per quella volta la fortuna non gli aveva posto
davanti un auditorio più scelto, risolse d'aversi quello, qualunque
si fosse, che poteva. Laonde, ritornato assai grave e circonspetto nel
viso, slungò un cotal poco più il ginocchio di sotto, e battendo della
mazza in terra, rivoltosi a me, senza però guardarmi troppo fisamente,
mi disse ad alta voce:
Andiamo, via: che ti senti?
Io poverina, scema più che mai di forze per la dieta di quattro dì,
già prossima a soffocare dall'aria mortalmente rarefatta di quella
cameruzza, e, nel tempo stesso, fieramente sdegnata degl'increscevoli
portamenti del medico e della sua scempiata domanda, stetti un momento
sopra di me, quasi risoluta di non rispondere. E nondimeno già, per
adolescente qual ero, assai ben avvezza a dissimulare gl'insulti della
bassa e della mezzana canaglia, gli risposi che mi sentivo vinta dai
patimenti e quasi moribonda; con voce così tenue e così fioca, ch'io
credo certissimamente ch'egli non aveva intese le mie parole, quando si
volse alla nobile udienza, e facendosi dai principii della medicina,
disse cose nuove ed incredibili, e parlò parole sesquipedali. E
discendendo da Ippocrate insino a Hanneman, fermò, più tosto in greco
che in italiano, la diágnosi del mio male, e concluse che l'acetato
di morfina, ministrato nella dose di un trilionesimo di grano, era
medicina certissima alle mie infermità.
Dopo la quale conclusione, confermata con innumerabili nomi francesi,
inglesi e tedeschi, tutti non facilmente pronunziabili, i quali
nondimeno, per il fato singolarissimo d'Italia, riuscivano assai
solenni e sonori a quella plebe, rizzatosi in piedi, senza degnare
tanto basso da salutare, non dico me, ma suora Geltrude, ci volse
rapidamente il tergo, e scomparve in meno che non lo dico, seguitandolo
la sua fiorente scuola, e tutto il restante di quella prestantissima
ragunanza.
L'usciolino si richiuse sopra di loro: e noi ci rimanemmo libere da
un così disonesto frastuono, ma assai più incerte di quel che fosse da
fare, e col capo assai più scempio e svanito, che mai prima non s'era
state.