XXV.

Quando mi destai, mi trovai nella bottega d'un sellaio rimpetto

l'Orto Botanico. Ero tutta livida e pesta ed affranta per la persona,

e mi grondava a larga vena il sangue dalla tempia medesima che nel

cominciare della mia infanzia avevo rotta a uno spigolo d'un marmo

nella Casa della Nunziata. Io mi sentiva tutta indolenzita, e con

la sinistra mano asciugavo stupidamente il sangue che mi veniva giù

dalla tempia su gli occhi e nella bocca, e sbadigliando come dopo un

lungo sonno, guardavo in viso coloro che m'erano intorno, senza ancora

riconoscere me stessa nè rammentarmi del caso seguíto.

Era già quasi notte quando, ripresa in massima parte la virtù dei

sentimenti, compresi tutto l'orrore dello stato mio. Il dolore della

ferita al capo e di tutte le membra lacere e sanguinose, non mi parve

più cosa sopportabile. Il braccio destro non potevo più muoverlo

solamente; e solo dal vederlo e dal male non dicibile che vi sentivo,

m'accorgevo di averlo ancora. Mi guardavo tutta e mi pareva un sogno.

Mi pareva di vivere così in ispirito; ma che nessuna facoltà corporale

rispondesse più alla mia volontà nè agli usati uffizi della vita. Oh

padre mio! com'è terribile il sentimento di sentirsi vivo, e di non

aver più nè gambe per camminare, nè braccia per operare, nè voce per

parlare. Desiderai un'altra volta di morire: ma abituata, così com'ero

da gran tempo, a non isperare più nessun bene, non badai molto a

sperare il bene sommo dei mortali, la morte.

Intanto s'affollava gran popolo innanzi la bottega per vedere la

giovinetta che, com'essi dicevano, la lava s'aveva pigliata; e il

sellaio e la sua donna già temevano gravemente pe' loro arnesi, e già

si pentivano del sentimento di compassione che li aveva sospinti a

raccettarmi nella loro bottega. Tutti domandavano, e tutti rispondevano

a un tempo; tutti narravano il caso mio senza saperlo, e tutti

l'udivano senza ascoltarlo; ed era un bisbiglio ed una confusione

incredibile. Pure di mezzo un tal frastuono io ricavai, che il ponte,

portato dalle acque a gran furia, s'era rincontrato nell'altro ponte

ch'era più innanzi e s'era fermo: che il mio corpo era più volte

comparso e sparito sulla superficie delle onde; e che finalmente s'era

intoppato nel ponte rovesciato, ma già la foga dell'acque ne lo levava;

che tutti guardavano e compativano al fiero accidente, ma nessuno non

si scrollava; e che allora un lazzarone, o che facesse meno stima della

sua vita che tutti gli altri riguardanti, o che, quel che torna lo

stesso, avesse l'animo più alto e generoso, si slanciò fra le onde, ed

afferratami per un piede, me ne trasse fuori com'un cadavere.

Il lazzarone era quivi, e tutti lo mostravano a dito; ed egli se ne

stava modesto quanto poteva nell'aureola di gloria che lo circondava,

e con un viso in cui era dipinta una cotal grossolana bontà, che

considerandola, e pure rammentando ch'egli era un lazzarone, lasciava

intendere che gli uomini sono più infelici che malvagi; e che, se

riescono malvagi, è sola colpa di quegli scempi o di quegli scellerati

che non sanno o non vogliono educarli.

Intanto la calca cresceva; e la donna del sellaio, sentendo l'imminente

pericolo, s'appigliò ad un partito che me la fece, sempre che poscia

ripensai a lei, tenere per donna di molta discrezione. Volta al mio

salvatore, gli disse:

Tu vedi in che stremo della vita è questa ragazza. O che non vai tu dal

commessario a dargli avviso del seguíto?... Chi sia quest'infelice non

è via alcuna di saperlo, ch'ella non può parlare: e il caso mi par bene

da partecipare alla corte.

Il lazzarone andò, e poco di poi venne un birro ed uno scrivano con

tre Tedeschi a prendere per iscritto il seguíto. Per fortuna il birro

era di corto passato dal quartiere di Vicaria a quello di Foria, e

conosceva donna Mariantonia, la quale, come albergatrice di studenti,

aveva continua pratica con quella qualità di gente; e per conseguenza

conosceva anche me e mi riconobbe. Onde fattosi far largo dai Tedeschi

col calcio degli archibusi, mi pose sopra un biroccino menato a mano

dal lazzarone, e conducendo me, il lazzarone, il sellaio e la sua donna

al corpo di guardia del commessariato del quartiere di Vicaria, ci

consegnò ad altri birri e scrivani e Tedeschi ch'eran quivi e s'andò

con Dio. Questi ci sostennero tutti, mi portarono su e mi riportarono

giù non so quante volte, interrogarono ed esaminarono minutissimamente

il sellaio, la sellaia ed il lazzarone, fecero una sorta di processo

addosso a tutti e tre, e poi costrinsero il lazzarone a pagare il nolo

del biroccino, ed il sellaio a pagare le spese delle loro processure.

Onde mi rammento che queglino andarono via maledicendo l'ora che

mi avevano salva e raccolta dalla morte, giurando che mai più per

l'avvenire non avrebbero soccorso un moribondo.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 42 / 140 题