Tutta la notte non fu potuto dormire, perchè donna Mariantonia e
don Gennaro, presedendo nell'assemblea degli studenti, discorsero e
disputarono le ragioni della richiesta. Fu unanime sentenza che il
nuovo governo volesse rimandare ai babbi tutti gli studenti provinciali
ch'erano nella città, e l'afflizione fu grandissima ed universale.
Pianse donna Mariantonia, pianse don Gennaro; e questo s'intende.
Furono bagnate le selvose guance de' tre giovani aquilani e de' due
nipoti di don Gaetano; e furono umidi gli occhi (chi il crederebbe?)
de' due pingui abati pugliesi. Ma rimasero secchi i due occhiolini che
giravano nell'angusta fronte di don Gaetano, che, come vigliacco, non
versò mai una lacrima.
La mattina seguente scendemmo tutti processionalmente le scale, e donna
Mariantonia, chiudendosi dietro l'uscio, che serrava a saliscendi,
l'inchiavò e si nascose la chiave nel petto. Quando fummo nella
via, m'intimò di aspettarla quivi sull'uscio, ed essa ne andò con
don Gennaro, don Gaetano e gli altri sette studenti alla volta del
commessariato.
Erano avanti l'uscio da via, che non era de' suntuosi, tre piccoli
scalini, sopra il primo dei quali io mi sedetti; stracca e stordita
dalla veglia della notte e dal desiderio, caro e tremendo a un tempo,
di rivedere il giovinetto. Già, da che s'era involato dagli occhi miei,
gl'istanti m'erano sembrati secoli. Senz'avvedermene, io aveva sempre
gli orecchi intesi a contare i tocchi dell'oriuolo di San Giovanni.
L'oriuolo batteva l'ore ad ogni quarto; e mai non ne udiva il suono
ch'io non rimanessi attonita e disperata della sua spietata lentezza.
Mi condussi finalmente alle sedici ore, e mi parve per la prima volta
d'intendere l'eternità, che insino allora era stata per me una parola
vota di senso. Le convulsioni che mi ha sempre causato l'aspettare,
divennero una specie di manía. Guardavo verso il canto di Santa Sofia;
già vedevo, già toccavo il garzonetto... O padre! non è poesia, ma è
prosa, ma è tutta verità, s'io vi dico che più volte strinsi le braccia
dietro a quel fantasma, e altrettante mi tornai al petto con esse.
Entrai nella piccola corte, per l'instinto ch'ebbi sempre di nascondere
quanto potevo il mio dolore: e perchè quel dolore onde allora mi
struggevo, mi pareva una cosa così gentile, così cara, così sacra, che
nessun mortale non mi pareva degno di contemplarlo. Quivi cominciai
a fare un disonesto strazio de' miei capelli, cominciai a battermi
le guance, a percuotermi questo infausto seno, nido di così tenace e
doloroso affetto, a stracciarmi ed a troncarmi quanto potevo con le
unghie e coi denti tutte le mie tenerissime e bianche carni, ed a fare,
in fine, quasi presaga dell'avvenire, ogni mio potere per distruggere
in sul loro spuntare queste che poi furono chiamate bellezze, e
causarono la mia totale perdizione.
Più dell'aspettare mi disperava il pensiero che quella mia
gentucciaccia sarebbe tornata a casa giusto circa il mezzodì; e
dovendo, come avevo inteso la notte essere inevitabile, sgomberare
della città tutto quel viluppo di studianti, donna Mariantonia non mi
avrebbe già mandata per l'acqua alla fonte, ma tenuta a casa perch'io
l'aiutassi in quel trambusto. Ed allora come avrei più veduto il
mio amore?... In un momento s'oscurò il cielo, e cominciarono lampi
spessissimi, che parvero trasfondere io non so che d'elettrico e di
ardente nel mio sangue che già bolliva.
Ora come verrà?... cominciai a dire, cessando di percuotermi e
congiungendo le mani in sul mio grembo. E se la pioggia lo bagna? e se
un lampo lo abbarbaglia? e se un fulmine l'incenerisce?...
Questi pensieri annullarono la mia ragione già traviata. Uscii sulla
piazza, e m'incamminai su per la via dell'Orticello, seguitando la mia
invisibile stella. Pervenni alla porta che domandasi di San Gennaro, e
quivi si terminava per me il mondo conosciuto. Quando m'affacciai alla
piazza detta delle Pigne, che allora mi parve immensa, infinita, io ne
presi quella impressione, io credo, che prese Vasco di Gama dal Capo
di Buona Speranza. Entrai in un caffè ch'era a sinistra della porta
sul rialto che serve di sentiero, dimandando per dove s'andava alla
Croce al Sacramento. Quivi era una gran mano di giovani scioperati, chi
con sigaro e chi con pipa, tutti sdraiati laidamente sopra seggiole
e canapè, ch'erano intorno intorno e in mezzo, con un ginocchio
sull'altro, disputando di teatri e di farse, d'istrioni e di saltatori,
come della cosa pubblica più grave e più importante alla salute di
tutta Italia. V'era la padrona assisa al banco; la quale io domandai
della via. Quella me l'insegnava più tosto benignamente. Ma io non so
perchè, tutti quelli scioperati ch'erano quivi, cominciarono a sbeffare
me e lei, e intorno al mio essere tutta lacera e scalza e molle ed
aver gli occhi pregni di lacrime, chi diceva una scempiataggine e
chi un'altra; e ne ridevan tutti come di cosa assai sollazzevole. Ed
alcuni che m'erano più da presso, mi davano, così per modo di celia, di
piccoli calci nei fianchi con la punta de' loro stivali, e cominciarono
leggermente l'uno a rimandarmi all'altro come una pallottola, e poi
ne facevano le grasse risate. Io poverina, tutta confusa e rossa nel
viso per la vergogna, non ebbi più spazio nè vigore d'imparare la via,
nè la padrona che per non dispiacere ai signorini rideva anch'essa
d'insegnarmela. Onde Dio solo sa come giunsi, fra gl'indegnissimi
scherni di quella canaglia, a trarmi fuori del caffè, non ostante che
piovesse dirottissimamente. Cominciai a camminare verso la diritta
della porta, sullo sterrato che va lungo le antiche mura della
città. La pioggia infuriava, e dagli antichi terrapieni si vedevano
rovinare giù dai vani de' merli infiniti fiumi d'acqua. M'abbattei
in un villano, il quale si menava innanzi un asino, che a furia di
vergate non poteva fare che camminasse più che tanto. M'arrischiai di
domandargli la strada; e questi fu più cortese ch'io non mi pensava.
Levando il dorso della mano, mi mostrò a dito poco lungi una via che
saliva alla prossima collina, dicendomi:
In fondo a quella è la Croce al Sacramento.
Era la pioggia divenuta uno spaventoso diluvio. Non si vedeva quasi più
nulla. Rovinava dalla via de' Vergini un torrente, che qui chiamano
lava, o più tosto un rapidissimo fiume, che correva precipitosamente
con mille gorghi e rigiri per l'ampissima strada. In mezzo a quella era
una sorta di ponte di legno, sostenuto da gravi ruote e da pesantissime
catene, sotto il quale quel torrente passava; ed era data una via a
chi da una parte della strada volesse passare a un'altra. Io mi trovai
quasi in capo a questo ponte, ch'era il solo oggetto ch'io vedeva con
qualche certezza. Nella direzione medesima del ponte vedevo, a traverso
le onde che piombavano dal cielo, la via Saponara, in fondo alla quale
io già m'immaginava che avrei trovato il mio solo bene. Vidi una canuta
e stanca vecchierella, sopra cui batteva la pioggia e il vento in tal
modo, che pareva dovesse annichilarla; e pure non s'abbandonò d'animo,
e salì il ponte, che le acque già quasi parevano sommergere, e giunse
dall'altra sponda a salvamento. Mi feci cuore, o più tosto un dio, di
cui allora mi era sconosciuto il nome ma non la fatale possanza, mi
strascinò già cieca com'ero divenuta degli occhi e della mente, e salsi
il ponte. Il quale giusto in quell'istante fu coperto e rovesciato e
strascinato via dalla crescente e impetuosissima piena dell'onde, e si
sommerse, e mi sommersi anch'io, e l'onde si chiusero sul mio capo.