Era fitto inverno. Tutto taceva: se non che i due abati ad ora ad
ora russavano. Io non poteva chiudere le palpebre, parte per la paura
degli strazi della donna se non fossi stata pronta ad aprir l'uscio a
don Gennaro ed agli altri cinque studenti ch'eran fuori, e parte per
la naturale vigilia ch'è sempre causata dall'inedia e dal turbamento
de' nervi. L'immaginativa mi s'accese. Parvemi che il gran segreto
della vita mortale mi fosse aperto per la prima volta; nè mai in
questa più provetta età mi accadde di avere una così viva rivelazione
delle condizioni dell'essere. Quel giorno, tutti gli altri scorsi,
e la vita intera mi parve un fantasma, un sogno, un incubo doloroso,
ma accompagnato dalla tremenda realità della veglia. Mi parve che, a
traverso il guizzo di quella lampada, mi trasparisse come per lampi un
ordine infinito di nuove ed ineffabili sciagure, le quali, pure essendo
dolore e pianto, si trasformavano in non so che d'umano; ed ecco
larve, spettri, sembianze ora note ora ignote, trasformarsi da belle
in orrende, e ingrandirsi, e impiccolirsi, e sparire, e ritornare.
Oh padre! qual notte! Quale ignoto e spaventoso mondo abitano in
quelle ore gl'infelici! Alla fine, erano, credo, le sette ore della
notte, quando giunsero i tre Aquilani, che, presa la chiave di sotto
il guanciale degli abati, aperto il cassettone, trangugiato quel
pochissimo di residuo cibo e fumato a posta loro, entrarono nel letto
più grande e si furono presto addormentati. Poco di poi tornarono i due
congiunti di don Gaetano, e dietro a loro don Gennaro, che a quell'ora
terminava d'imbandire da cena al suo padrone. I due giovani si
lamentarono un cotal poco sommessamente a don Gennaro del saccheggiato
piatto, dove non rimanevano più nè anche i segni dell'antica vivanda.
Don Gennaro promise loro che gliene avrebbe rifatto il dì seguente;
e così queglino chetandosi si raccolsero nel terzo lettuccio, e don
Gennaro entrò con placido animo nella sua camera. Io passai di là per
ridurmi in cucina sul sacconcello, e passando vidi don Gaetano e donna
Mariantonia, ciascuno al suo posto, che fingevano d'essere sepolti nel
più profondo sonno, e don Gennaro, che piamente spogliandosi i suoi
panni, si preparava ad entrare accanto alla sua pudica consorte.