Poscia che il desinare fu finito, gli studenti ricominciarono a fumare
disperatamente. Donna Mariantonia corse a serrare in un armadio, ch'era
dietro il suo letto, il rimasuglio della vivanda, e qualche cantuccio
di pane, che, per una specie di grandiosità da studenti, era avanzato
allo scempio universale. Poi m'impose di sparecchiare, e di governare
tutti gli arnesi da tavola; e solo dopo ch'io mi fui per altra lunga
pezza arrabattata, e ch'ella mi sentì assai prossima a morire di
stento, mi concedette alcuno di quei cantucci, molto argomentando
intorno alla salubrità del pane e dimostrando con evidenti ragioni che
nulla ci ha al mondo di più nutritivo; massime pe' giovanetti.
Di poi mi comandò ch'io ricominciassi i miei viaggi alla fonte, dove
mi convenne tornare diciannove altre volte; sì ch'era notte buia, ed
io mi ravvolgeva ancora con la secchia per la lugubre via Carbonara.
Battevano le due ore di notte ai Santi Apostoli, quando io venni
con l'ultima secchia dalla fontana. I due abati e il fedelissimo don
Gaetano erano già a casa. Donna Mariantonia si veniva a quando a quando
stringendo al seno quella testina di cetriolino, in un'attitudine,
della quale, la Dio mercè, io non era allora capace a comprendere tutta
la svenevolezza; altrimenti io credo che mi sarebbe venuto a recere
dal fastidio. Ella mi comandò di mettere subito la tavola, ch'era ora
di cena. Quando fu apparecchiato, volle imbandire da se quel residuo
di vivanda, quasi temendo ch'io non ne portassi via alcun briciolo con
gli occhi. Fu chiamato a cena. Donna Mariantonia ammonì don Gaetano e i
due abati, che, cenando essi, lasciassero pur da cena agli altri cinque
signorini, ch'erano fuori; ed avrebbero cenato tardi al loro ritorno a
casa. In fine, questa parola cena rimbombava per tutta la casa, come se
si fosse trattato della più lauta imbandigione.
Quando la signora e i tre signorini furono a tavola, la signora mi
chiamò e mi bisbigliò all'orecchio, in tal modo che tutti udirono,
ch'io votassi una certa specie di vasi, ch'erano per le stanze. Ve
n'era due grandissimi nella stanza degli studenti, ch'era la medesima
dove si cenava, ed uno meno grande nella camera nuziale. Questi tre
grandi arnesi, che si tenevano dì e notte in camera con infinita
offensione delle nari, bastavano ad ogni uso.
Io che, forse non ultima delle mie sventure, mi portai dal nascimento
un instinto indomabile di nettezza, ed un odorato così fine e così
sensitivo, che come un grato odore tutto mi rallegra e consola di
beate speranze, così un odore malvagio mi accresce incredibilmente il
fascio della vita, levai gli occhi al cielo, come per dirgli ch'era
troppo. Poi rammentandomi quante volte li avevo inutilmente levati,
li ritornai a terra, e fatto rocca del cuore, ubbidii ai comandamenti
della padrona.
Quando si fu cenato, donna Mariantonia disse ch'io sparecchiassi.
Poscia, non senza gravi minacce, m'ingiunse di aspettare desta il
signorino ed i signorini nella camera degli studenti; nè ardissi
passare per la sua stanza per andarmi sul sacconcello, se non dopo
l'arrivo di tutti. Di poi, chiuso quell'estremo avanzo di mangiare in
un cassettone, ch'era quivi, ne consegnò la chiave a don Peppino; e
fatta, così transitoriamente, la considerazione che alle fanciulle non
si conveniva dar da cena la sera senza nuocere non mediocremente alla
loro salute, se n'andò a letto. Don Gaetano, sbadigliando, disse che
v'andava ancora egli, perchè aveva sonno; don Peppino e l'altro abate
si coricarono nel loro lettuccio, riponendo la chiave del cassettone
sotto il loro guanciale; ed io rimasi alla fioca e vacillante luce d'un
piccolo lumettino da notte, che donna Mariantonia aveva lasciato acceso
in un poco d'olio galleggiante sull'acqua in un bicchiere.