Ritornatomi nella mente l'ordine de' miei pensieri, sospeso dalla
pressione ch'io aveva sofferta al cervello, diedi le più amare lacrime
al cane, perchè udii, o mi parve almeno, che il popolo sulla via,
strascinandolo, gridasse sollazzevolmente: È morto. Dal dì ch'egli
mi aveva posto amore, io aveva provato per la prima volta della mia
vita il dolcissimo sentimento della compagnia. Poichè una creatura
vivente, un abitatore, come me, di questa lacrimevole valle, mi amava,
prendeva cura di ogni istante della mia giornata, vegliava i miei
sonni e preferiva la mia alla propria sua conservazione, io non poteva
chiamarmi più nè sola nè infelice nell'universo.
[Illustrazione: TAV. II. ... prendeva cura d'ogni istante
della mia giornata, vegliava i miei sonni e preferiva la mia
alla propria sua conservazione... — Carte 46.]
Quando sentii d'averlo perduto, il sentimento spaventevole della
solitudine m'occupò tutto il cuore, e mi lasciò di ghiaccio. La vista
di quei chiusi e tetri corridoi, dove ignara di tutto l'essere mio e
di me stessa, io aveva bevuto il primo sorso alla tazza amara della
vita, la memoria dell'inedia, del freddo e delle prime lacrime, onde
mi era stato rivelato il mio essere, e quel non so che di profondamente
lugubre, ch'è sempre proprio di tutte le grandi comunità, mi gettarono
nella più disperata tristezza. Allora non mi tornava più alla mente lo
strame, o il tugurio, o l'umidità, o il buio, o le spietate percosse di
quella strega, ma le ore tepide e serene del pino, e l'aura odorata e
fresca, e l'ineffabile dolcezza de' miei sonni meridiani. O padre, come
presto impara l'uomo a fabbricare la propria infelicità!
La monaca che mi aveva raccolta dalla buca, mi condusse per mano
adagio adagio per molti corridoi, dove io camminava quasi brancolando,
sentendomi ad ogni passo mancare. Giungemmo finalmente a un corridoio
largo assai e di sterminata lunghezza, che udii chiamare, la sala
grande. Oh Dio pietoso! qual aria, o più tosto quale peste, si
respirava là dentro. Ogni volta che la necessità della natura mi
costringeva ad inghiottire di quell'aria, io sentiva scendermi per
la gola e per il petto non so che di acre e di velenoso, che mi parea
ch'andasse dritto al cuore per uccidermi; e sentivo come approssimarsi
la morte, e mi gocciolava dalla fronte un sudore gelato. Ma a poco a
poco il senso vi si ausò. Riavutami appena, volsi gli occhi intorno,
e vidi da ambo i lati non so quante centinaia di meschini e squallidi
letticciuoli, coperti tutti d'un pannicello giallo di canape grossa.
Sopra ognuno di questi era una donna con tre bambini, brutti per lo più
e malaticci, perchè i belli li prende quasi tutti la gente di fuori,
chi per divozione, chi per l'utile fine della donna di Sant'Anastasia e
chi per altro. Le donne rotolavano i bambini su pe' lettucci o su per
le spalle e le cosce loro, a guisa di pallottole: e le più, in luogo
di farli poppare, inforcavano loro la bocca con le dita per non udirli
piangere. Assai altre donne giravano per la sala, con bambini un poco
più grandicelli; chi ne strascinava due, chi tre per la mano, di così
mala grazia, che ancora mi fa sdegno a pensarlo. Qualcuna si portava
un bimbo in braccio, e lo baciava con tenerezza materna; perchè non
è nuovo il caso che qualche infelice donzella, dopo avere nascosto in
quella buca il tenero frutto d'alcun suo errore, corra poscia, spinta
dalla miseria o dall'amore infinito di madre, a presentarsi alla Casa
come nutrice, e conscia ella sola del suo mistero, porga al fanciullino
quel latte medesimo che già la natura gli aveva destinato. Oh! forse
quel fanciullino sente su quel seno una pace, che mai nel seno di
nessun'altra donna non avrebbe sentita!