Se m'avessero detto che di là da quel muro v'era un quissimile della

famosa Corte dei Miracoli che descrisse Vittor Hugo, non avrei esitato a

credere. Nessuna porta m'aveva mai detto più imperiosamente di

quella:--Allontanati.--Non saprei trovarle miglior paragone di quello

della bocca spalancata d'una gigantesca strega, che mandasse un alito

pregno di miasmi pestilenziali. Ma mi feci coraggio ed entrai.

Oh meraviglia! Era il cortile d'una casa araba, cinto di colonnine

graziose, sormontato da archi leggerissimi, con quegli indescrivibili

ricami dell'Alhambra intorno alle porticine e alle finestrine binate,

colle travi e gli assiti del soffitto scolpiti e coloriti, colle

nicchiette per i vasi dei fiori e le urne dei profumi, col bagno nel

mezzo, con tutte le traccie e i ricordi della deliziosa vita d'una

famiglia opulenta! E in quella casa abitava quella povera gente!

Uscimmo, entrammo in altre case, in tutte trovai qualche frammento

d'architettura e di scultura araba. Il Gongora mi diceva di tratto in

tratto:--Qui c'era un Harem--Là i bagni delle donne--Lassù la stanzina

d'una favorita;--e io figgevo gli occhi avidi su tutti i pezzi di muro

rabescato e su tutte le colonnine delle finestre, come per domandar loro

la rivelazione di qualche segreto, un nome, una parola magica colla

quale potessi ricostrurre in un istante l'edifizio rovinato ed evocare

le belle arabe che ci eran vissute. Ma ahimè! in mezzo alle colonne e

sotto gli archi delle finestrine non si vedevano che cenci e visi

rugosi!

Fra le altre case, entrammo in una dove trovammo un gruppo di ragazze

che cucivano all'ombra d'un albero del cortile, sorvegliate da una

vecchia. Lavoravano tutte intorno a una gran pezza di panno a striscie

nere e bigie, che mi parve un tappeto o una coperta da letto. Mi

avvicinai e domandai a una delle cucitrici: "_Que es esto?_"

Alzaron tutte la testa e con un movimento concorde spiegarono il panno

in modo che potessi veder bene il loro lavoro. L'avevo appena visto, che

gridai:--"Lo compro."

Si misero tutte a ridere. Era un mantello da montanaro andaluso, fatto

per portarsi a cavallo, della forma d'un rettangolo, con un'apertura nel

mezzo per farci passar la testa, ricamato in lana di vivi colori lungo i

due lati più corti, e intorno all'apertura. Il disegno dei ricami che

rappresentano uccelli e fiori fantastici, verdi, azzurri, bianchi, rossi

e gialli, tutti in un mucchio, è rozzo, come lo potrebbe fare un

bambino; la bellezza del lavoro è tutta nella veramente meravigliosa

armonia dei colori. Non saprei esprimere la sensazione che produce la

vista di quel mantello, se non dicendo che ride, e che desta allegrezza;

e che mi pare impossibile l'immaginare nulla di più gaio, di più

festivo, di più fanciullescamente e graziosamente capriccioso. È una

cosa da guardare quando s'è di malumore per rasserenarsi, o quando si

vuol scrivere una strofa gentile per l'albo d'una signora, o quando

s'aspetta una persona che si vuol ricevere col più piacevole dei nostri

sorrisi.

"Quando saranno finiti questi ricami?" domandai a una delle ragazze.

"_Hoy mismo,_" (oggi stesso) risposero tutte in coro.

"E quanto vale questo mantello?"

"_Cinco...._" balbettò una.

La vecchia la fulminò con un'occhiata che voleva dire:--Citrulla!--e

rispose in fretta: "_Seis duros._"

Sei _duros_ sono trenta lire; non mi parve molto; e misi la mano al

portamonete.

Il Gongora slanciandomi uno sguardo che voleva dire:--Minchione,--e

trattenendomi pel braccio disse: "Un momento! _Seis duros_ sono uno

sproposito!"

La vecchia gli lanciò un'altra occhiata che voleva dire:--Brigante!--e

rispose: "Non posso darlo a meno."

Il Gongora le diede un altro sguardo che voleva dire:--Bugiarda;--e

disse: "Andiamo, lo potete dare a quattro _duros_; alla gente del paese

non chiedete di più."

La vecchia insistè, e continuammo per un po' a scambiarci cogli occhi i

titoli di minchione, di gabbamondo, di guastamestieri, di bugiardo, di

avaro, di sciupone, finchè il mantello mi fu dato per cinque _duros_;

pagai, lasciai il mio indirizzo, ed uscimmo benedetti e raccomandati a

Dio dalla vecchia, e seguiti per un buon tratto dai grandi occhi neri

delle ricamatrici.

E continuammo ad andare di strada in strada, in mezzo a case di più in

più meschine, a visi di più in più neri, a cenci di più in più luridi. E

non s'arrivava mai alla fine, e io dicevo ai miei compagni: "Mi fanno

la finezza di dirmi se Granata ha dei confini, e dove li ha? Si può

sapere dove andiamo, e come si farà per tornare a casa?" e i miei

compagni ridevano e tiravano innanzi.

"O che c'è da vedere ancora qualcosa di più strano?" dimandai a un certo

punto.

"Di più strano?" mi rispose un dei due: "Ma questa seconda parte del

borgo che lei ha veduta appartiene ancora alla civiltà; è il quartiere

se non _parigino_ almeno _madrileno_ dell'Albaicin; e c'è ben altro;

andiamo oltre."

Si percorse una lunghissima strada sparsa di donne appena vestite che ci

guardavano come gente piovuta dalla luna; si attraversò una piazzetta

piena di bambini e maiali amichevolmente confusi; si passò per altre due

o tre stradicciuole, ora salendo, ora scendendo, ora in mezzo alle case,

ora in mezzo alle macerie, ora tra gli alberi, ora tra le roccie, e si

arrivò finalmente in un luogo solitario, sul fianco d'una collina, di

dove si vedeva, in faccia il Generalife; a destra l'Alhambra; sotto, una

valle profonda coperta d'un foltissimo bosco.

Cominciava a imbrunire, non si vedeva nessuno, non si sentiva una voce.

"Qui finisce il borgo?" domandai.

I due compagni risero e mi dissero: "Guardi da quella parte."

Mi voltai e vidi lungo una strada che si perdeva nel bosco lontano, una

sterminata fila di case.... di case? di tane scavate nella terra, con un

po' di muro dinanzi, con buchi per finestre e screpolature per porte, e

piante selvatiche d'ogni specie di sopra e dai lati; veri covi di belve,

nei quali, al chiarore di lumicini appena visibili, formicolavano i

gitani a centinaia; un popolo brulicante nelle viscere del monte, più

povero, più nero, più selvaggio di quello visto fino allora; un'altra

città, sconosciuta alla maggior parte dei Granatini, inaccessibile agli

agenti della polizia, chiusa agli impiegati del censimento, ignara

d'ogni legge e d'ogni governo, vivente non si sa come, numerosa non si

sa quanto, straniera alla città, alla Spagna, alla civiltà moderna, con

linguaggio e statuti ed usi proprii, superstiziosa, falsa, ladra,

accattona, feroce.

"S'abbottoni il soprabito e badi all'orologio," mi disse il Gongora; "e

andiamo avanti."

Non avevamo fatto cento passi quando un ragazzo seminudo, nero come le

pareti del suo tugurio, ci scorse, gettò un grido, e facendo cenno ad

altri ragazzi che lo seguissero, si slanciò verso di noi; dietro i

ragazzi accorsero le donne; dietro le donne, gli uomini; e poi vecchie e

vecchi e altri bambini; e in men che non si dice fummo circondati da una

folla. I miei due amici, riconosciuti come Granatini, riuscirono a

mettersi in salvo; rimasi io solo nelle péste. Mi pare di vedere ancora

quei ceffi, di udire ancora quelle voci, di sentirmi ancora addosso

quelle mani. Gesticolando, gridando, dicendo mille cose che io non

capivo, tirandomi per le falde, pel panciotto, per le maniche, mi si

stringevano addosso come un branco d'affamati, mi alitavan nel viso, mi

mozzavano il respiro. Eran la più parte seminudi, macilenti, colle

camicie che cadevano a brani, coi capelli scarmigliati e polverosi,

orribili a vedersi; mi pareva d'esser Don Rodrigo in mezzo alla folla

degli appestati in quel famoso sogno della notte d'agosto. Che vuole

questa gente? mi domandavo; dove mi son lasciato condurre? Come uscirò

di qui? Provavo quasi un senso di paura e guardavo intorno con

inquietudine. A poco a poco cominciai a capir qualcosa.

--Io ho una piaga in una spalla,--mi diceva uno;--non posso lavorare; mi

dia qualche soldo.

--Io ho una gamba rotta,--diceva un altro.

--Io ho un braccio paralitico.

--Io ho fatto una lunga malattia.

--_Un cuarto, señorito!_

--_Un real, caballero!_

--_Una peceta para todos!_

Quest'ultima voce fu accolta con un grido generale d'approvazione:--_Una

peceta para todos!_ (Una lira per tutti).

Tirai fuori, con un po' di trepidazione, il portamonete; tutti si

alzarono sulla punta dei piedi; i più vicini ci misero il mento dentro;

quei di dietro misero il mento sulla testa dei primi; i più lontani

stesero le braccia.

"Un momento," gridai; "chi è fra tutti voi altri colui che ha più

autorità?"

Tutti ad una voce, tendendo le braccia verso una sola persona, mi

risposero: "_Esta!_"

Era una spaventevole vecchia tutta naso e tutta mento, con un gran

ciuffo di capelli bianchi ritto sul capo a modo di pennacchio, con una

bocca che pareva la buca delle lettere, con poco più d'una camicia

addosso, nera, incartapecorita, mummificata; la quale mi si avvicinò

inchinandosi e sorridendo, e tendendo le mani per afferrare le mie.

"Che volete?" domandai facendo un passo indietro.

"_La ventura!_" gridarono tutti.

"Ditemi dunque la ventura," risposi tendendo la mano.

La vecchia strinse fra le sue dieci, non dico dita, ma ossi informi, la

mia povera mano, vi posò su il suo naso aguzzo, rialzò il capo, mi

guardò fisso, appuntò il dito verso di me, e dondolandosi e fermandosi

ad ogni frase, come se recitasse delle strofette, mi disse con accento

ispirato:

--_Tu has nacido en un dia señalado._--(Tu sei nato in un giorno

segnalato.)

--_Y el dia que morirás será un dia señalado tambien._--(E il giorno che

morirai sarà pure un giorno segnalato.)

--_Tu tienes un caudal asombroso._--(Possiedi ricchezze spaventose.)

Qui borbottò non so che d'amanti, di matrimonio, di felicità, onde capii

che supponeva ch'io fossi ammogliato, e poi soggiunse:

--_El dia que te casaste hubo en tu casa muchos dares y tomares._--(Il

giorno che ti ammogliasti si fecero grandi feste in casa tua: vi furono

molti _dare_ e _pigliare_.)

--_Y otra se quedó llorando._--(E un'altra donna ne pianse.)

--_Y cuando tu la vees te se abren las alas del corazon._--(E quando tu

la vedi ti si aprono le ali del cuore.)

E avanti su questo tenore, dicendo che avevo amanti e amici e tesori e

gioie che m'aspettavano tutti i giorni dell'anno in tutti i paesi del

mondo. Mentre la vecchia parlava, tutti tacevano, come se credessero che

profetasse davvero. Chiuse finalmente la profezia con una formola di

commiato, e chiuse la formola allargando le braccia e spiccando un salto

in un atteggiamento di danza. Io diedi la _peceta_, e la folla proruppe

in grida, in applausi, in canti, facendomi intorno mille strani gesti e

salti, e salutandomi a spintoni e a colpi di mano sulla spalla come un

vecchio amico, finchè, a forza di divincolarmi e di urtare ora l'uno ora

l'altro, riuscii ad aprirmi un varco e a raggiungere gli amici. Ma un

nuovo pericolo ci minacciava. La notizia dell'arrivo d'uno straniero

s'era sparsa, le tribù s'erano mosse, la città dei gitani era tutta in

rumore; dalle case vicine, dai tugurii lontani, dall'alto della collina,

dal fondo della valle, accorrevano ragazzi, donne coi bimbi in collo,

vecchi col bastone, storpi e malati impostori, profetesse settuagenarie

che volevano dir la ventura; un esercito di pezzenti ci veniva addosso

da ogni parte. Era notte; non c'era da esitare; pigliammo la corsa, come

scolaretti, alla volta della città. Allora ci scoppiò alle spalle un

gridío di casa del diavolo e i più lesti si misero ad inseguirci.

Grazie al cielo, dopo una breve galoppata, ci trovammo al sicuro,

stanchi, ansanti, coperti di polvere; ma salvi.

"A qualunque costo," mi disse ridendo il signor Melchiorre, "bisognava

scappare; se no si sarebbe tornati a casa senza camicia."

"E noti," soggiunse il Gongora, "che non abbiamo veduto che le porte del

borgo dei gitani; la parte civile; non si può dire il Parigi, nè il

Madrid; ma almeno la Granata dell'Albaicin; se fossimo andati oltre! se

lei avesse veduto il resto!"

"Ma quante migliaia sono questa gente?" domandai.

"Non si sa."

"In che modo vivono?"

"Non si capisce."

"Che autorità riconoscono?"

"Una sola: _los reyes_ (i re), capi delle famiglie o delle case, quelli

che hanno più danari e più anni. Essi non escon mai dal loro borgo, non

sanno nulla, vivono al buio di tutto ciò che accade fuor della cerchia

delle loro case. Le dinastie cadono, i governi si trasformano, gli

eserciti si battono, ed è un miracolo se ne giunge la notizia fino al

loro orecchio. Domandi loro se Isabella è ancora sul trono o no: non lo

sanno. Domandi loro chi è Don Amedeo: non ne hanno mai inteso il nome.

Nascono e muoiono come le mosche, e vivono come secoli fa,

moltiplicandosi senza uscire dai propri confini; ignoranti e ignorati,

non vedendo altro in tutta la loro vita fuor che la valle che s'apre

sotto i loro piedi e l'Alhambra che torreggia sul loro capo."

Ripassammo per tutte le strade percorse prima, ora deserte ed oscure, e

mi pareva che non finissero mai; e sali e scendi e svolta e gira e

rigira; finalmente s'arrivò nella piazza dell'_Audiencia_, in mezzo alla

città di Granata, nel mondo civile. Alla vista dei caffè e delle

botteghe illuminate, provai un senso di piacere, come se fossi tornato

alla vita cittadina dopo un anno di soggiorno in una landa disabitata.

* * * * *

La sera del dì dopo partii per Valenza. Mi ricordo che pochi momenti

prima di partire, dovendo pagare il conto dell'albergo, osservai al

padrone che nella nota c'era segnata una candela di più, e gli domandai

ridendo: "Me la toglie?" Il padrone afferrò la penna, e togliendo venti

centesimi dal totale della somma, rispose con voce che voleva parer

commossa:

"Diavolo! fra Italiani!...."

XIII.

VALENZA.

Il viaggio da Granata a Valenza, fatto tutto _de un tiron_, come si dice

in Spagna, o d'un fiato, è uno di quegli spassi che un uomo ragionevole

si piglia una volta sola nella vita. Da Granata a Menjibar, villaggio

posto sulla riva sinistra del Guadalquivir tra Iaen e Andujar, è una

nottataccia di diligenza; da Menjibar all'Alcazar di San Juan è una

mezza giornata di strada ferrata, in un carrozzone senza tendine, in

mezzo a pianure nude come la palma della mano, con quel po' po' di sole;

e dall'Alcazar di San Juan a Valenza, tenuto conto di tutta una serata

che si passa nella stazione dell'Alcazar aspettando il treno, è un'altra

notte e un'altra mattinata, per arrivar poi alla sospirata città sul

punto di mezzogiorno quando la natura, come direbbe Emilio Praga,

raccapriccia all'orrida idea che ci siano ancor quattro mesi di estate.

Ma bisogna dire che il paese che si percorre sul principio e sulla fine

di questo viaggio è così bello che se si fosse capaci di un sentimento

gentile quando si casca dal sonno e si va in acqua dal caldo, ci sarebbe

da andare mille volte in visibilio. È un viaggio di vedute inaspettate,

di cambiamenti improvvisi, di contrasti stravaganti, di colpi di scena,

per così dire, della natura, di trasformazioni meravigliose e

fantastiche, che lascia nella mente non so che vaga illusione d'aver

percorso, non un tratto della Spagna, ma tutto un meridiano della terra,

a traverso i paesi più disparati. Dalla _vega_ di Granata, che

attraversate al lume della luna, quasi aprendovi la via fra i boschi e i

giardini, in mezzo a una vegetazione pomposa che par che vi s'affolli

intorno come un mare gonfiato per avvolgervi ed inghiottirvi nei suoi

cavalloni di verzura; riuscite in mezzo a monti brulli e dirupati ove

non si vede traccia d'abitazione umana, rasentate l'orlo dei precipizii,

costeggiate le rive dei torrenti, scorrete in fondo ai burroni, vi par

di esservi smarriti in un labirinto di roccie. Di qui riuscite un'altra

volta in mezzo alle colline verdi e ai campi fioriti dell'alta

Andalusia, e poi tutto a un tratto spariscon campi e colline, e vi

trovate in mezzo alle montagne di pietra della Sierra Morena, che vi

pendon da ogni parte sul capo e vi chiudon tutt'intorno l'orizzonte come

le pareti d'un abisso immenso. Uscite dalla Sierra Morena, vi si stendon

davanti le deserte pianure della Mancia; uscite dalla Mancia,

v'inoltrate nella florida pianura d'Almansa, svariata d'ogni maniera di

coltivazioni, che presenta l'aspetto d'un vastissimo tappeto a

scacchiere dipinto di tutte le sfumature di verde che possano uscire

dalla tavolozza d'un paesista. E finalmente di là dalla pianura

d'Almansa, s'apre un'oasi deliziosa, una terra benedetta da Dio, un vero

paradiso terrestre, il regno di Valenza; dai confini del quale fino alla

città, si trascorre in mezzo ai giardini, ai vigneti, a folte macchie

d'aranci, a villette bianche coronate di terrazze, a villaggi allegri

dipinti di vivi colori, a gruppi, a filari, a boschetti di palme, di

melagrani, di aloè, a canneti di zucchero, a sterminate siepi di fichi

d'India, a lunghe catene di collinette e di poggi di forma conica,

coltivati a orticelli, a giardinetti, ad aiuoline, scaccheggiati

minutamente di cima in fondo e variopinti come grandi mazzi di erbe e di

fiori; e per tutto una vegetazione ardente, che colma ogni vuoto, che

soverchia ogni altezza, che veste ogni sporgenza, che s'alza, che

spenzola, che striscia, che si pigia, s'ammucchia, s'intralcia, vi

impedisce la vista, vi chiude la strada, vi abbarbaglia di verde, vi

stanca di bellezza, vi confonde coi suoi capricci e le sue follie, e vi

fa l'effetto come d'una figliazione improvvisa della terra accesa d'una

febbre voluttuosa dal fuoco d'un vulcano segreto.

* * * * *

Il primo edifizio che dà nell'occhio entrando in Valenza, è un immenso

Circo di tori, situato a destra della strada ferrata, formato da quattro

ordini sovrapposti di archi sorretti da robusti pilastri, tutto di

mattoni, arieggiante, alla lontana, il Colosseo. È il Circo dei tori,

dove il quattro settembre del 1871 il re Amedeo al cospetto di

diciassette mila persone strinse la mano al celebre _torero_

soprannominato il Tato, monco d'una gamba, che, essendo direttore dello

spettacolo, aveva chiesto il permesso d'andargli a presentare i suoi

omaggi nel palco. Valenza è tutta piena di ricordi del duca d'Aosta. Il

sacrestano della cattedrale possiede un cronometro d'oro, colle sue

iniziali in diamanti, e una catena imperlata, regalatagli da lui quando

andò a pregare nella capella di _Nuestra Señora de los Desamparados_.

Nell'Ospizio di questo nome i poveri si ricordano d'aver un giorno

ricevuto dalla mano sua il loro pane quotidiano. Nell'opificio di

musaici di un tal Nolla si conservan due mattoni, sull'uno dei quali

egli incise di suo pugno il proprio nome, e sull'altro il nome della

regina. Nella piazza di Tetuan il popolo addita la casa del conte di

Cervellon, nella quale ei fu ospitato; che è la casa medesima dove

Ferdinando VII firmò nel 1814 i decreti che annullavano la Costituzione,

dove abdicò la regina Cristina nel 1840, dove passò alcuni giorni la

regina Isabella nell'anno 1858. Infine, non v'è angolo della città nel

quale non si possa dire: qui strinse la mano a un popolano; qui visitò

un opificio, qui passò a piedi, lontano dal suo seguito, circondato da

una folla, fiducioso, sereno, sorridente.

E fu appunto Valenza, poichè sono a parlare del duca d'Aosta, fu Valenza

la città nella quale una bambina di cinque anni, recitandogli dei versi,

toccò quel terribile argomento del _Rey extranjero_ colle più nobili e

più sensate parole che si sian forse pronunziate in Spagna da parecchi

anni a questa volta; parole che se tutta la Spagna avesse raccolte e

meditate, forse ella si sarebbe risparmiate molte delle calamità che

l'hanno colpita e che l'aspettano; parole che forse, un giorno, qualche

spagnuolo rammenterà sospirando, e che già fin d'ora traggono dagli

avvenimenti una luce meravigliosa di verità e di bellezza. E poichè i

versi son gentili e facili, io li trascrivo. La poesia è intitolata _Dio

e il Re_, e dice così:

«Dios, en todo soberano,

Creò un dia á los mortales,

Y á todos nos hizo[7] iguales

Con su poderosa mano.

No reconoció Naciones

Ni colores ni matices[8]

Y en ver los hombres felices

Cifró sus aspiraciones.

El Rey, che su imágen es,

Su bondad debe imitar

Y el pueblo no ha de indagar

Si es aleman ó francés.

¿Porqué con ceño[9] iracundo

Rechazarle[10] siendo bueno?

Un Rey de bondades lleno[11]

Tiene por su patria el mundo.

[12]Vino de nacion estraña

Cárlos Quinto emperador,

Y conquistó su valor

Mil laureles para España.

Y es un recuerdo glorioso

Aunque en guerra cimentado,

El venturoso reinado

De Felipe el Animoso.

Hoy el tercero sois Vos

Nacido en estraño suelo

Que viene á ver nuestro cielo

Puro destello de Dios.

Al rayo de nuestro sol

Sed bueno, justo y leal,

Que á un Rey bueno y liberal

Adora el pueblo español.

Y á vuestra frente el trofeo

Ceñid[13] de perpetua gloria,

Para que diga la historia

--Fué grande el Rey Amadeo.--»

Oh povera ragazzina, quante cose saggie hai detto tu, e quante cose

insensate hanno fatto gli altri!

* * * * *

La città di Valenza, se vi s'entra ripensando alle ballate dei poeti che

ne cantarono le meraviglie, non pare che risponda alla bella immagine

che ce n'eravamo formata nella mente; e d'altra parte non offre

quell'aspetto sinistro al quale ci si prepara, se si bada alla sua

giusta fama di città turbolenta, battagliera, fomentatrice di guerre

civili e piuttosto vaga dell'odor della polvere che della fragranza dei

suoi boschetti d'aranci. È una città costrutta sur una vasta e florida

pianura, sulla riva destra del Guadalaviar, che la separa dai suoi

sobborghi, un po' lontana dalla rada che le serve di porto, tutta

strade tortuose, fiancheggiate da case alte, sgraziate e multicolori, e

però di men gradevole aspetto che le strade delle città andaluse, e

prive affatto di quella vaga aria orientale che muove così caramente la

fantasia. Sulla riva sinistra del fiume si stende uno stupendo passeggio

formato da maestosi viali e da bei giardini, al quale si giunge uscendo

dalla città per la porta del Cid, fiancheggiata da due grosse torri

merlate, chiamata col nome dell'eroe perchè per essa egli passò nel 1094

dopo avere scacciato i Mori da Valenza. La cattedrale, costrutta in uno

spazio dove sorse un tempio a Diana al tempo dei Romani, poi una chiesa

a San Salvatore al tempo dei Goti, poi una moschea al tempo degli Arabi,

convertita daccapo in chiesa dal Cid, mutata una seconda volta in

moschea dagli Arabi nel 1101, e per una terza volta in chiesa dal re Don

Iaime dopo la cacciata definitiva degli invasori, è un vasto edifizio,

straricco di ornamenti e di tesori; ma che non può reggere il confronto

colla maggior parte delle altre cattedrali spagnuole. V'hanno parecchi

palazzi degni di esser visti, come il palazzo dell'_Audiencia_, che è un

bel monumento del decimosesto secolo, nel quale si radunavano le Cortes

del regno di Valenza; la _casa de ayuntamiento_, costrutta tra il secolo

XV e il XVI, nella quale si conserva la spada di Don Iaime, le chiavi

della città e la bandiera dei Mori; e sopra tutti la _Lonja_, la Borsa

dei negozianti, per la sua celebre sala formata da tre grandi navate

divise da ventiquattro colonne torte sulle quali s'incurvano con uno

slancio ardito gli archi leggieri delle vôlte, e l'occhio riceve da

quell'architettura una gradevole impressione di gaiezza e d'armonia. E

infine v'è un museo di pittura che non è tra gli ultimi di Spagna.

Spagna · 第 28 / 29 段