che significa, tradotto letteralmente:--_Aspettando quella del

cielo._--Curioso di sapere il senso riposto di quelle parole, le notai

per interrogarne il dotto padre del mio amico, il quale me ne diede due

spiegazioni, l'una pressochè sicura, ma poco romantica; l'altra

romantica, ma molto dubbiosa. La quale è questa. La casa apparteneva a

Don Fernando di Zafra, segretario dei Re Cattolici, che aveva una

bellissima figliuola. Un giovine idalgo, di famiglia nemica o inferiore

di nobiltà alla famiglia dei Zafra, s'innamorò della figliuola, ne fu

amato, la chiese in sposa, non l'ebbe. Il rifiuto del padre aggiunse

esca al fuoco amoroso dei due giovani, le finestre della casa son basse,

l'innamorato, una notte, riuscì a dar la scalata, e a entrar nella

stanza della fanciulla. O abbia rovesciato una seggiola entrando, o

abbia tossito, o abbia gettato un leggero grido di gioia al veder la sua

bella amante colle chiome sciolte e le braccia aperte, la tradizione non

lo dice, e nessuno lo sa; ma è certo che Don Fernando di Zafra, inteso

rumore, accorse, vide, e cieco di furore si slanciò sul malcapitato

giovane per metterlo a morte. Ma il giovane riuscì a fuggire; Don

Fernando, inseguendolo, s'abbattè in uno dei propri paggi fautore di

quegli amori, che aveva aiutato l'idalgo a entrar nella casa; lo

scambiò, in su quel subito, per il seduttore; e senza udir spiegazioni e

preghiere, lo fece afferrare e impiccare al terrazzino della casa. La

tradizione narra che mentre la povera vittima gridava:--Pietà!

Pietà!--l'offeso padre gli rispose accennandogli il terrazzino:--Là

starai _esperando la del cielo_! (aspettando quella del

cielo);--risposta ch'egli fece poi incidere sur una pietra del muro, a

perpetuo spavento dei seduttori e dei mezzani.

* * * * *

Consacrai il resto della giornata alle chiese e ai conventi.

La cattedrale di Granata merita, anche meglio di quella di Malaga, che

pure è bella e magnifica, di essere descritta parte per parte; ma basta

oramai di descrizioni di chiese. Fu fondata nel 1529 dai re cattolici,

sulle rovine della principal moschea della città; ma rimase incompiuta.

Ha una grande facciata con tre porte, ornata di statue e di

bassorilievi; ed è formata da cinque navate, divise da venti smisurati

pilastri composti d'un fascio di sottili colonne. Le cappelle

racchiudono quadri del Boccanegra, sculture del Torrigiani, tombe ed

ornamenti preziosi. È mirabile sopra tutte la cappella maggiore,

sorretta da venti colonne corintie, divise in due ordini, sul primo dei

quali si alzano le statue colossali dei dodici apostoli, e sul secondo

un cornicione coperto di ghirlande e di teste di cherubini. Di sopra

ricorre un giro di leggiadre finestre a vetri coloriti che rappresentano

la Passione, e dal fregio che le corona si slanciano in alto dieci archi

arditi che forman la vòlta della cappella. Negli archi che sorreggon le

colonne si ammirano sei grandi dipinti di Alonso Cano, che hanno fama di

essere l'opera sua più completa e più bella.

E poichè ho nominato Alonso Cano, nativo di Granata, uno dei più valenti

pittori spagnuoli del secolo decimosettimo, che sebbene discepolo della

scuola sivigliana piuttosto che fondatore, come altri vorrebbe, d'una

scuola sua, non è meno originale dei suoi più grandi contemporanei;

voglio metter qui alcuni tratti della sua indole e della sua vita, poco

conosciuti fuori di Spagna, ma singolarmente notevoli. Alonso Cano fu il

più accattabrighe, il più iroso, il più violento dei pittori spagnuoli.

Passò la vita litigando. Era ecclesiastico. Dal 1652 al 1658, per sei

anni consecutivi, senza un giorno d'interruzione, litigò coi canonici

della cattedrale di Granata, della quale egli era ragioniere, perchè non

voleva, giusta i patti stipulati, diventare suddiacono. Prima di partire

da Granata, spezzò colle sue mani una statua di sant'Antonio da Padova,

che aveva fatto egli stesso d'incarico d'un auditore della Cancelleria,

perchè costui si permise di osservargli che il prezzo che gliene

domandava gli pareva un po' caro. Nominato maestro di disegno del

principe reale, che, a quanto pare, non era nato col bernoccolo della

pittura, lo aspreggiò in tal maniera, che lo costrinse a ricorrere al Re

per esser levato dalle sue mani. Rimandato, per una grazia speciale, a

Granata, presso il Capitolo della cattedrale, serbò così profondo il

rancore degli antichi suoi litigi con quei canonici, che in vita sua non

volle più dare una pennellata per loro. Ma questo è poco. Nutriva un

cieco, bestiale, inestinguibile odio contro gli ebrei, e s'era ficcato

in capo che il toccare in qualunque modo un ebreo o un qualsiasi oggetto

stato toccato da lui, gli dovesse recare sventura. Con questa fissazione

fece le più strampalate stravaganze del mondo. Se passando per la strada

urtava in un ebreo, si levava issofatto il vestito infetto, e tornava a

casa in maniche di camicia. Se per caso riusciva a scoprire che, lui

assente, un servitore aveva ricevuto un ebreo in casa sua, cacciava il

servitore, buttava via le scarpe colle quali aveva premuto l'impiantito

profanato dal circonciso, faceva disfare e rifare, qualche volta,

persino l'impiantito. E trovò modo di litigare anche morendo. Essendo

ridotto in fin di vita, e presentandogli il confessore un crocifissaccio

fatto coll'accétta perchè lo baciasse, egli lo spinse in là colla mano,

e disse:--_Padre, datemi una croce nuda, perchè io possa venerare Gesù

Cristo come egli è in sè e come io lo contemplo nella mia mente._--Con

tutto ciò, aveva un cuore eletto, caritatevole, abborriva da ogni

volgare azione, ed amava di profondo e purissimo amore l'arte in che si

rese immortale.

Tornando alla chiesa, quando ebbi fatto il giro di tutte le cappelle e

mi disponevo ad uscire, mi colse il sospetto che qualcosa mi rimanesse

ancora a vedere. Non avevo letto la _Guida_ e nessuno m'aveva detto

nulla; ma io mi sentivo dentro una voce che mi diceva:--Cerca!--e

cercavo infatti cogli occhi da tutte le parti senza saper che cercassi.

Un cicerone mi osservò, mi si avvicinò, come fanno tutti, di sbieco,

come un assassino, e mi domandò con aria di mistero: "_Quiere Usted

algo?_" (Vuol qualche cosa?)

"Vorrei," risposi, "che mi diceste se c'è altro da vedere in questa

cattedrale, oltre a quello che si vede di qui!"

"_Cómo!_" esclamò il cicerone, "_todavia no ha visto Usted la capilla

real?_"

"Che c'è nella cappella reale?"

"_Que hay? Caramba! Nada ménos que los sepulcros de Ferdinando é Isabel

la Católica!_"

Volevo dire! Avevo nella mente il posto preparato per questa idea, e

l'idea non c'era! I re cattolici dovevano ben essere sepolti a Granata,

dove combatterono l'ultima gran guerra cavalleresca del medio evo, e

dove diedero a Cristoforo Colombo l'incarico di armare le navi che lo

condussero al nuovo mondo! Corsi, più che non andai, alla Cappella

reale, preceduto dal cicerone zoppicante; un vecchio sacrestano ci

aperse la porta della sacristia, e prima di lasciarmi entrare a veder le

tombe, mi condusse davanti a una specie d'armadio a vetri, ripieno di

oggetti preziosi, e mi disse:

"Lei saprà che Isabella la Cattolica per fornire a Cristoforo Colombo il

denaro che gli occorreva ad armare le navi per il suo viaggio, non

sapendo dove trovarne, perchè le casse dello Stato eran vuote, mise in

pegno le sue gioie."

"Sì; ebbene?" domandai con impeto, e prevedendo la risposta, mi sentivo

battere il cuore.

"Ebbene," rispose il sacrestano; "la scatola nella quale la Regina

chiuse le sue gioie per farle impegnare, è questa."

E così dicendo aperse l'armadio, prese la scatola e me la porse.

Oh! dicano un po' quello che vogliono gli uomini forti; per me, quelle

son cose che mi fanno tremare e piangere! Ho toccata la scatola che

contenne i tesori pei quali Colombo potè scoprire l'America! Ogni volta

che ripeto queste parole, il sangue mi si rimescola! E soggiungo:--L'ho

toccata con queste mani,--e mi guardo le mani.

Quell'armadio contiene ancora la spada di re Ferdinando, la corona e lo

scettro d'Isabella, un messale e parecchi altri ornamenti del re e della

regina.

Entrammo nella Cappella, fra l'altare e una gran cancellata di ferro che

lo separa dallo spazio rimanente, davanti a due grandi mausolei

marmorei, ornati di statuette e di bassorilievi di gran pregio, sull'un

dei quali sono stese le statue di Ferdinando e d'Isabella, vestiti dei

loro abiti reali, colla corona, la spada e lo scettro; sull'altro, le

statue di altri due principi di Spagna; e intorno alle statue, leoni,

angeli, stemmi, ed ornamenti svariati, che presentano un aspetto

regalmente austero e magnifico.

Il sacrestano accese una fiaccola e accennandomi una specie di botola,

situata in dirittura della corsia che separa i due mausolei, mi pregò di

alzare il coperchio per scendere nel sotterraneo. Il cicerone m'aiutò,

scoprimmo la botola, il sacrestano scese, e io gli tenni dietro giù per

una scaletta angusta fino a una piccola stanza sotterranea, nella quale

eran cinque casse di piombo, cerchiate di ferro, ciascuna segnata di due

iniziali sormontate da una corona. Il sacrestano abbassò la fiaccola, e

toccandole con una mano, l'una dopo l'altra, tutte e cinque, mi disse

con voce lenta e solenne:

"Qui riposa la gran regina Isabella la Cattolica."

"Qui riposa il gran re Ferdinando V."

"Qui riposa il re Filippo I."

"Qui riposa la regina Giovanna la pazza."

"Qui riposa donna Maria, sua figliuola, morta nell'età di nove anni."

"Dio li abbia tutti nella sua santa pace!"

E piantato la fiaccola in terra, incrociò le braccia e chiuse gli occhi,

come per darmi agio di fare le mie meditazioni.

* * * * *

Ci sarebbe da aggobbire a tavolino, chi volesse descrivere tutti i

monumenti religiosi di Granata: la stupenda Certosa, il Monte-Sacro che

racchiude le grotte dei martiri, la chiesa di San Geronimo dove è

sepolto il gran capitano Consalvo di Cordova, il convento di Santo

Domingo fondato dall'Inquisitore Torquemada, quello dell'Angelo che

contiene pitture del Cano e del Murillo, ed altri molti; ma io suppongo

che chi legge sia già assai più stanco di me, e però gli faccio grazia

di un monte di descrizioni che probabilmente non gli darebbero che una

idea assai confusa delle cose.

Ma poichè ho nominato il sepolcro del gran capitano Consalvo di Cordova,

non posso trattenermi dal tradurre un curioso documento che a lui si

riferisce, e che mi fu dato appunto nella chiesa di San Geronimo da un

sacrestano ammiratore delle gesta di quell'eroe.

Il documento è redatto a modo di aneddoto nei termini seguenti.

«Ogni passo del gran Capitano, Don Gonzalo di Cordova, fu un assalto, ed

ogni assalto una vittoria; il suo sepolcro nel convento dei Geronimi di

Granata, fu adornato di dugento bandiere conquistate da lui. I suoi

emuli invidiosi, ed in particolar modo i Tesorieri nel regno di Napoli,

nel 1506, indussero il Re a chieder conto a Gonzalo dell'uso che aveva

fatto delle grandi somme ricevute dalla Spagna per le spese della guerra

in Italia; e in fatti il Re fu tanto piccino da acconsentire ed anco

assistere all'atto della _conferencia_.

Gonzalo accolse quella domanda con altissimo disprezzo, e si propose di

dare una severa lezione ai Tesorieri ed al Re, intorno al modo di

trattare e considerare un conquistatore di Regni.

Rispose con grande indifferenza e serenità che avrebbe preparato i conti

per il giorno seguente, e fatto vedere chi dei due fosse il debitore, se

lui o il fisco: il quale reclamava centotrenta mila ducati rimessigli

per prima rata; ottanta mila scudi per la seconda, tre milioni per la

terza, undici milioni per la quarta, tredici per la quinta; e così

seguitava a riferire il grave, _gangoso_ (dalla voce nasale) e scimunito

segretario che autorizzava un atto così importante.

Il gran Gonzalo mantenne la sua parola; si presentò alla seconda

udienza, e tirato fuori il voluminoso libro nel quale aveva notate le

sue giustificazioni, cominciò a leggere a voce alta e sonora le seguenti

parole:

«Ducento mila settecento trentasei ducati e nove reali ai frati, alle

monache e ai poveri, affinchè pregassero Dio per il trionfo delle armi

spagnuole.

Cento milioni in pale, zappe e picconi.

Cento mila ducati in polvere e palle.

Dieci mila ducati in guanti profumati per preservare i soldati dal puzzo

dei cadaveri dei nemici stesi sul campo di battaglia.

Centosettanta mila ducati per rifare campane distrutte dal continuo

sonare per sempre nuove vittorie riportate sopra i nemici.

Cinquanta mila ducati in acquavite per i soldati in una giornata di

battaglia.

Un milione e mezzo di ducati per mantenere prigionieri e feriti.

Un milione in messe di grazia e _Te Deum_ all'Onnipossente.

Trecento milioni di suffragi pei morti.

Settecento mila quattrocento novantaquattro ducati in spie e.....

Cento milioni per la pazienza che ho mostrato ieri all'udire che il Re

domandava dei conti a chi gli ha regalato un Regno.

Questi sono i celebri conti del grande Capitano, i cui originali stanno

nelle mani del Conte di Altimira.

Uno dei conti originali con la firma autografa del gran Capitano esiste

nel Museo militare di Londra, dove con gran cura vien custodito.»

* * * * *

Letto questo documento, tornai all'albergo facendo tra Consalvo di

Cordova e i generali spagnuoli dei nostri tempi dei maligni raffronti,

che alta ragion di stato, come si dice nelle tragedie, mi vieta di

riferire.

In quell'albergo ne vedevo ogni giorno una nuova. V'eran molti studenti

d'università venuti da Malaga e da altre città dell'Andalusia per dar

l'esame di laurea a Granata, non so se perchè qui fossero di manica più

larga, o per che altra ragione. Desinavan tutti alla tavola rotonda. Una

mattina, a colezione, uno d'essi, un giovanetto di poco più di

vent'anni, annunziò che alle due dopo mezzogiorno doveva dar l'esame di

diritto canonico, e che non essendo molto sicuro del fatto suo, aveva

deciso di bere un bicchier di vino, per rinfrescarsi le sorgenti

dell'eloquenza. Non uso a bere che vino annacquato, commise l'imprudenza

di vuotare d'un sol fiato un bicchiere di vino di Jerez. Il suo viso si

alterò all'istante in così strana maniera, che se non avessi visto il

cangiamento coi miei occhi, avrei creduto che non fosse più il viso di

prima.

--Ora basta!--gli gridaron gli amici.

Ma il giovane, che si sentiva diventato tutt'a un tratto forte, ardente

e temerario, lanciò ai compagni uno sguardo compassionevole, e ordinò

con un atto maestoso al cameriere di versargli un altro bicchiere.

--Ti ubriacherai!--gli dissero.

Per tutta risposta, egli mandò giù il secondo bicchiere.

Allora gli prese una parlantina meravigliosa. A tavola v'era una ventina

di persone, in pochi minuti attaccò discorso con tutti, e fece mille

rivelazioni sulla sua vita passata e sui suoi disegni per l'avvenire.

Disse che era di Cadice, che aveva ottomila lire di rendita all'anno, e

voleva darsi alla carriera diplomatica, perchè con quella rendita,

aggiuntovi qualcosa che gli avrebbe lasciato un suo zio, poteva fare una

buona figura dove si sia; che aveva stabilito di pigliar moglie a

trent'anni, e di sposare una donna alta come lui, perchè, a suo avviso,

la moglie doveva avere la stessa statura del marito, per evitare che

l'uno o l'altro pigliasse il di su; che quando era ragazzo s'era

innamorato della figliuola d'un console americano, bella come un fiore e

soda come una pina, ma con una voglia rossa dietro un orecchio, che

stava molto male, benchè essa la sapesse coprire assai bene colla

mantiglia, e faceva veder colla salvietta in che modo la copriva; e che

Don Amedeo era un uomo troppo ingenuo per poter riuscire a governar la

Spagna; e che fra il poeta Zorilla e il poeta Espronceda, egli avea

sempre preferito l'Espronceda; e che ceder Cuba all'America era una

corbelleria, e che dell'esame di diritto canonico egli se ne rideva, e

che voleva bere altre quattro dita di vino di Jerez, che era il primo

vino d'Europa.

Bevve il terzo bicchiere, malgrado i buoni consigli e le disapprovazioni

degli amici, e dopo aver cicalato un altro po' in mezzo alle risa

dell'uditorio, all'improvviso tacque, guardò fisso fisso una signora che

aveva dirimpetto, abbassò la testa e s'addormentò. Io credetti che per

quel giorno non si sarebbe presentato all'esame; ma m'ingannai.

Un'oretta dopo lo svegliarono, andò su a lavarsi il viso, corse

all'Università ancora tutto assonnato, diede l'esame, e fu promosso a

maggior gloria del vino di Jerez e della diplomazia spagnuola.

* * * * *

I giorni seguenti gl'impiegai a vedere i monumenti, o per dir meglio, le

rovine dei monumenti arabi che, oltre all'Alhambra e al Generalife,

attestano l'antico splendore di Granata. Poichè fu l'ultimo baluardo

dell'Islam, Granata è fra le città di Spagna quella che ne serbò più

numerosi ricordi. Sulla collina che si chiama di _Dinadamar_ (fonte

delle lagrime), si vedono ancora le rovine di quattro torri, che

s'innalzavano ai quattro angoli d'una grande cisterna, nella quale

affluivano dalla Sierra le acque che servivano agli usi della parte più

alta della città. Là eran bagni, giardini e ville, delle quali non

rimane più traccia, e di là si abbracciava con un colpo d'occhio la

città coi suoi minareti, colle sue terrazze, colle sue moschee

biancheggianti in mezzo alle palme e ai cipressi. Là presso si vede

ancora una porta araba, chiamata porta d'Elvira, formata da un grande

arco coronato di merli. Più oltre rovine di palazzi di Califfi. Presso

il passeggio l'_Alameda_, una torre quadrata, con entro una gran sala

ornata di quelle solite iscrizioni arabe. Presso il Convento di San

Domingo, resti di giardini e di palazzi che erano una volta congiunti

all'Alhambra per mezzo d'una via sotterranea. Dentro la città,

l'Alcaiceria, mercato arabo quasi intatto, formato di parecchie

stradine diritte e strette come corridoi, fiancheggiate da due file di

botteghe l'una unita all'altra, che presentano uno strano aspetto di

bazar asiatico. Infine, non si può far un passo per Granata, che non

s'incontri un arco, un arabesco, una colonna, un mucchio di pietre che

rammenta il suo fantastico passato di Sultana.

Quanti giri e rigiri non feci per quelle strade tortuose, nelle ore più

calde della giornata, sotto un sole che mi scottava il cervello, senza

incontrare anima nata! Anche a Granata, come nelle altre città

d'Andalusia, la gente non si fa viva che la notte; e la notte si rifà

della prigionia del dì, affollandosi e rimescolandosi sui passeggi

pubblici colla fretta e la furia d'una moltitudine, una metà della quale

cercasse l'altra metà per affari urgenti. La folla più fitta è

all'Alameda; e però passai all'Alameda le mie serate, col Gongora che mi

parlava di monumenti arabi, con un giornalista che mi parlava di

politica, con un altro giovanotto che mi parlava di donne, non di rado

tutti e tre insieme, con mio piacere infinito, perchè quella gazzarra da

scolaretti, a tempo e luogo, mi rinfresca l'anima, come fa all'erba (per

rubare una bella similitudine) quella pioggerella estiva che cade con

affrettato moto come di trepida gioia.

Se avessi da dire qualcosa del popolo di Granata, mi troverei impacciato

perchè non l'ho visto. Di giorno, per le strade, non incontravo nessuno;

di notte non ci si vedeva; non v'eran teatri aperti; quando avrei potuto

trovar qualcuno in città, ciondolavo per le sale o per i viali

dell'Alhambra; e poi avevo tanto da fare per veder ogni cosa nello

spazio di tempo che m'ero prefisso, che non mi restavan nemmen dei

ritagli per intavolar conversazione, come feci nelle altre città, in

mezzo alle strade e nei caffè, coi popolani in cui m'imbattevo.

Ma per quanto seppi da chi era in grado di darmi delle notizie sicure,

il popolo di Granata non gode d'una eccellente riputazione in Spagna. Si

dice che è maligno, violento, vendicativo, accoltellatore, il che non è

punto smentito dalle cronache cittadine delle gazzette; e non si dice,

ma si sa che in Granata l'istruzione popolare è anche più bassa che a

Siviglia, e che in altre città spagnuole di minor conto; e che, in

generale, tutte le cose che non posson esser fatte dal sole e dalla

terra, che ne fanno pur tante, vanno alla peggio, o per indolenza, o per

ignoranza, o per confusione. Granata non è congiunta dalla strada

ferrata a nessuna città importante, vive sola, in mezzo ai suoi

giardini, dentro la cerchia delle sue montagne, lieta dei frutti che la

terra le produce sotto la mano, cullandosi mollemente nella vanità della

sua bellezza e nell'orgoglio della sua storia, oziando, sonnecchiando,

fantasticando, e contentandosi di rispondere, con uno sbadiglio, a chi

le rimprovera il suo stato:--Io diedi alla Spagna il pittore Alonso

Cano, il poeta Luigi di Leon, lo storico Ferdinando del Castillo,

l'orator sacro Luigi di Granata, il ministro Martinez della Rosa; ho

pagato il mio debito; lasciatemi in pace;--che è la risposta che fan

quasi tutte le città meridionali della Spagna, troppo più belle, ahimè!

che saggie e operose; e troppo più altere che civili. Ah! chi le ha

vedute, non può mai stancarsi di esclamare:--Peccato!

* * * * *

--Ora che ha visto tutte le meraviglie dell'arte araba e della

vegetazione tropicale, le resta a vedere, perchè possa dire di conoscer

Granata, il borgo dell'Albaicin. Prepari l'animo a un mondo nuovo, metta

la mano sul portamonete e mi segua.--

Così mi disse il Gongora l'ultima sera del mio soggiorno a Granata. Era

con noi un giornalista repubblicano, di nome Melchiorre Almago,

direttore dell'_Idea_, un giovanotto simpatico e gentile, che per

accompagnarci sacrificò il desinare e un articolo di fondo che andava

ruminando fin dalla mattina. Ci mettemmo in cammino, arrivammo fino alla

piazza dell'_Audiencia_. Là il Gongora mi accennò una viuzza tortuosa

che va su per un colle, e mi disse:--Qui comincia l'_Albaicin_;--e il

signor Melchiorre toccando una casa col bastone, soggiunse:--Qui

comincia il territorio della repubblica.--

Infilammo la viuzza, passammo da quella in un'altra, da questa in una

terza, sempre salendo, senza ch'io vedessi nulla di straordinario, per

quanto guardassi curiosamente da tutte le parti. Strade strette, case

meschine, vecchie addormentate sugli scalini delle porte, mamme che

spidocchian bambini, cani che sbadigliano, galli che cantano e ragazzi

cenciosi che corrono e schiamazzano, e altre cose che si vedono in

tutti i sobborghi; in quelle strade non c'era nulla di più. Sennonchè,

via via che salivamo, l'aspetto delle case e della gente s'andava

mutando: i tetti più bassi, le finestre più rade, le porte più piccine,

gli abitanti più cenciosi. Nel mezzo d'ogni strada correva un rigagnolo

dentro un letto in muratura all'uso arabo; qua e là, sopra le porte e

intorno alle finestre, si vedevano resti di arabeschi e frammenti di

colonnine; negli angoli delle piazze, fontane e pozzi del tempo della

dominazione dei Mori. Ad ogni centinaio di passi che si faceva, pareva

di tornar addietro di cinquant'anni verso l'età dei Califfi. I miei due

compagni mi toccavano tratto tratto col gomito dicendo:--Guardi quella

vecchia--Guardi quella bambina--Guardi quell'uomo.--Ed io guardavo e

dimandavo:--Che gente è questa?--Se mi fossi trovato là all'improvviso,

avrei creduto, al veder quegli uomini e quelle donne, di essere in un

villaggio dell'Affrica; tanto i visi, il vestire, il modo di muoversi,

di parlare, di guardare,--a così breve distanza dal centro di

Granata,--eran diversi da quelli della gente che avevo vista fino

allora. Ad ogni svoltata, mi fermavo per guardare in volto i miei

compagni, e questi mi dicevano:--Questo non è nulla; qui siamo nella

parte civile dell'Albaicin; questo è il quartiere _parigino_ del

sobborgo; andiamo oltre.

Andammo oltre; le strade parevan letti di torrenti, sentieri scavati

nelle roccie, tutte rialzi, fossi, scoscendimenti, macigni; alcune

ripide da non poterci salire un mulo, altre strette da passarci un uomo

a stento; quali ingombre di donne e di fanciulli seduti in terra; quali

erbose e deserte e tutte d'un aspetto squallido, selvaggio, strano, del

quale non potrebbe fornire neanco un'immagine il più meschino dei nostri

villaggi, perchè quella è una miseria che serba l'impronta d'un'altra

razza e i colori d'un altro continente. Girammo per un labirinto di

strade, passando di tempo in tempo sotto un grande arco arabo o per

un'alta piazzuola dalla quale si abbracciava con uno sguardo la valle

immensa, i monti coperti di neve e una parte della città sottoposta, e

arrivammo alla fine in una strada più sassosa e più angusta di quante

s'eran viste fino allora, nella quale ci arrestammo per pigliar fiato.

--Qui--mi disse il giovane archeologo--comincia il vero Albaicin. Guardi

quella casa!--Guardai; era una casa bassa, affumicata, mezzo rovinata,

con una porta che pareva la finestra d'una cantina, dinanzi alla quale

si vedeva movere sotto un ammasso di cenci, un gruppo, o piuttosto un

mucchio di vecchie e di bambini, che al nostro apparire alzarono gli

occhi pieni di sonno e colle mani scarne tolsero di sulla soglia non so

quali immondizie che impedivano il passo.

"Entriamo," disse l'amico.

"Entrare?" domandai.

Spagna · 第 27 / 29 段