Ma a dire il vero in quei pochi giorni ch'io rimasi a Valenza aspettando

un bastimento, ebbi più il capo alla politica che all'arte. Ed

esperimentai la verità delle parole che prima di partir dall'Italia

avevo inteso dire da un illustre italiano, il quale conosce la Spagna

come casa sua: «Lo straniero che vive, anche per breve tempo, in

Ispagna, è condotto a poco a poco, senza quasi ch'ei se n'accorga, a

scaldarsi il sangue e a beccarsi il cervello sulla politica, come se la

Spagna fosse il suo paese, o le sorti del suo paese pendessero dalle

sorti della Spagna. Le passioni son tanto ardenti, la lotta è così

accanita, e in questa lotta è sempre così apertamente in giuoco

l'avvenire, la salute, la vita della nazione, che non è possibile, a chi

nulla nulla sia latino d'immaginazione e di fibra, il rimaner spettatore

indifferente. Bisogna agitarsi, parlar nei crocchi, pigliar sul serio le

elezioni, imbrancarsi nella folla che fa le dimostrazioni politiche,

rompersi con qualche amico, formarsi una società di gente che la pensi

come noi, e farsi, in una parola, spagnuolo fino al bianco dell'occhio.

E via via che si diventa spagnuoli, si scorda l'Europa, come se fosse

agli Antipodi, e si finisce col non veder più che la Spagna, come se la

governassimo noi, e tutti i suoi interessi fossero nelle nostre mani.»

Così è, e così m'avvenne. In quei pochi giorni era naufragato il

Ministero conservatore, e i radicali avevano il vento in poppa; la

Spagna era tutta in ribollimento; cadevano governatori, generali,

impiegati di tutti i gradi e di tutte le amministrazioni; una folla di

gente nuova irrompeva negli uffizi dei ministeri gettando grida

d'allegrezza; lo Zorilla doveva inaugurare un'èra nuova di prosperità e

di pace; Don Amedeo aveva avuto un'ispirazione dal cielo; la libertà

aveva vinto; la Spagna era salva. Anch'io, sentendo suonar la banda

dinanzi alla casa del nuovo governatore, sotto un bel cielo stellato, in

mezzo al popolo allegro, ebbi un barlume di speranza che il trono di Don

Amedeo potesse finalmente allargar le radici, e mi rammaricai d'essere

stato troppo facile a pronosticar male. E quella commedia che

rappresentava lo Zorilla nella sua villa quando non voleva a nessun

costo accettare la presidenza del Ministero, e rimandava indietro amici

e deputazioni, e finalmente, spossato dal continuo dir di no, cadeva in

deliquio dicendo di sì, mi dava, allora, un alto concetto della fermezza

del suo carattere, e mi induceva a bene augurare del nuovo Governo. E

dicevo tra me ch'era un peccato partir dalla Spagna allora che

l'orizzonte si faceva azzurro e il palazzo reale di Madrid si tingeva di

color di rosa. E già ventilavo il disegno di tornare a Madrid per

goderci la soddisfazione di poter mandare in Italia delle notizie

consolanti, le quali m'avrebbero fatto perdonare l'imprudenza che avevo

avuto fino allora di non dire delle bugie. E ripetevo i versi del Prati:

«Oh qual destin t'aspetta

Aquila giovinetta!»

e salvo un po' di gonfiezza negli appellativi, mi pareva che

racchiudessero una profezia, e immaginavo di vedere il poeta in piazza

Colonna, a Roma, e di corrergli incontro per dargli il mi rallegro e

serrargli la mano....

* * * * *

La più bella cosa a vedersi in Valenza è il mercato. I contadini

valenzani sono di tutta la Spagna i più artisticamente e bizzarramente

vestiti. Per fare una bella figura in mezzo alle maschere dei nostri

veglioni, non avrebbero che da entrare in teatro tal quale si trovano i

giorni di festa e di mercato per le strade di Valenza e per le vie della

campagna. Al vedere i primi così vestiti, vien da ridere, e non si può

credere in nessuna maniera che sian contadini spagnuoli. Hanno non so

che aria di greci, di beduini, di giuocatori di pallone, di danzatori di

corda, di donne mezzo spogliate per andare a letto, di comparse da

tragedia non finite di vestire, di gente faceta che voglia far ridere a

spese sue. Hanno una camicia bianca ed ampia che tien luogo di

giacchetta, un panciottino di velluto di vario colore aperto sul petto,

un par di calzoni di tela, della forma di quei degli zuavi, che non

arrivano al ginocchio, e paion mutande di donna, e svolazzano come le

gonnelline d'una ballerina; una fascia rossa o azzurra intorno alla

vita; una specie di uose di lana bianca, ricamate, che lascian vedere il

ginocchio nudo; un par di sandali di corda come i contadini catalani; e

per copertura della testa, che portan quasi tutti rapata come i chinesi,

un fazzoletto rosso, o turchino, o giallo, o bianco, avvolto a modo di

cartoccio e annodato sulle tempie o sulla nuca; sul quale metton qualche

volta un cappelletto di velluto, di forma simile a quello che s'usa

nelle altre provincie di Spagna. Quando vanno in città portan quasi

tutti sulle spalle o sul braccio, ora a guisa di scialle, ora di

mantellina, ora di ciarpa, una capa di lana, lunga e stretta, a striscie

di vivissimi colori, per lo più bianco e rosso, ornata di fiocchi di

frangie e di rosette. L'aspetto che presenta una piazza dove siano

raccolti qualche centinaio di uomini così vestiti, è facile a

immaginare; è una scena carnevalesca; una festa, un tumulto di colori

che mette allegrezza come la musica d'una banda; uno spettacolo nello

stesso tempo ciarlatanesco, gentile, pomposo e ridicolo; al quale i

volti accigliati e gli atteggiamenti maestosi, che distinguono i

contadini valenziani, aggiungono una sfumatura di gravità che ne

accresce la stravagante bellezza.

* * * * *

Se v'è un proverbio insolente e bugiardo, è quell'antico proverbio

spagnuolo che dice: in Valenza la carne è erba, l'erba è acqua, gli

uomini son donne e le donne nulla. Lasciando da parte quella della

carne e dell'erba, ch'è un bisticcio, gli uomini, specie del basso

popolo, sono alti e robusti ed hanno un aspetto ardito quanto i catalani

e gli aragonesi, con qualcosa di più vivo e di più luminoso negli occhi;

e le donne sono per consentimento di tutti gli Spagnuoli e di quanti

stranieri hanno viaggiato in Spagna, le più classicamente belle del

paese. I valenziani, i quali sanno che la costa orientale della penisola

fu prima occupata dai Greci e dai Cartaginesi, dicono: è chiaro! _Aqui

se quedó el tipo de la belleza griega._ (Qui rimase il tipo della

bellezza greca.) Io non ardisco dire nè sì nè no, perchè il definire la

bellezza delle donne d'una città in cui si son passate alcune ore, mi

parrebbe una licenza da compilatore di _Guide_. Ma è facile accorgersi

d'una differenza recisa che corre tra la bellezza delle andaluse e la

bellezza delle valenziane. La valenziana è più alta di statura, più

grassoccia, meno bruna, e ha tratti più regolari, e occhi più soavi, e

andatura e atteggiamenti più matronali. Non è un pepino come l'andalusa,

che fa sentire il bisogno di mordersi un dito quasi per sedare la subita

e disordinata insurrezione di desiderii capricciosi che ci si desta

dentro alla sua vista; ma è una donna che si guarda con un sentimento di

più tranquilla ammirazione, e mentre si guarda, come dice dell'Apollo

del Belvedere il La Harpe, _notre tête se relève, notre maintien

s'ennoblit_; e invece di fantasticare una casetta andalusa per

nasconderla agli occhi del mondo, si desidera un palazzo di marmo per

accogliervi dame e cavalieri che vengano a renderle omaggio.

* * * * *

A sentir gli altri Spagnuoli, il popolo Valenziano è feroce e crudele

oltre ogni immaginazione. Chi vuol disfarsi d'un nemico, trova l'uomo

servizievole che, per pochi scudi, s'incarica della bisogna colla

indifferenza con cui accetterebbe la Commissione di portare una lettera

alla posta. Un contadino valenziano che si trovi ad avere il fucile tra

le mani mentre passa uno sconosciuto per una strada solitaria, dice al

compagno:--_Voy à ver si acierto,_--(Vediamo se tiro giusto,) e piglia

la mira e spara. Si racconta questa che, da quanto mi fu assicurato, è

storica e seguì non molti anni sono. Nelle città e nei villaggi della

Spagna i ragazzi ed i giovanotti del popolo soglion giocar fra loro,

com'essi dicono, ai tori. Uno fa il toro e dà le capate; un altro, con

un bastone stretto sotto l'ascella, a modo di lancia, portato a

cavalluccio da un terzo che rappresenta il cavallo, respinge gli assalti

del primo. Una volta una brigata di giovani valenziani pensarono di far

questo gioco con qualche novazione che gli desse un po' più di

somiglianza alle vere cose dei tori, e procurasse agli spettatori e agli

artisti un po' più di emozione che i giuochi consueti; e la novazione fu

di sostituire al bastone un lungo coltello aguzzato e affilato, una di

quelle formidabili _navajas_ che abbiamo viste a Siviglia e di darne

all'uomo che faceva la parte di toro, due altre un po' più corte, le

quali, tenute ferme da una parte e l'altra del capo, tenesser luogo di

corna. Incredibile, ma vero! Si fece il gioco a coltellate, si sparse un

lago di sangue, parecchi furono uccisi, altri feriti a morte, altri

malconci, senza che il gioco si convertisse in rissa, senza che le

regole dell'arte fossero una volta violate, senza che alcuno levasse la

voce per far cessare la strage!

_Relata refero_, e son ben lontano dal credere tutto ciò che dei

valenziani si dice; ma è certo che a Valenza la sicurezza pubblica, se

non è un mito, come dicono poeticamente le nostre gazzette parlando

delle Romagne e della Sicilia, non è neanco il primo dei beni che vi si

goda, dopo quello della vita. Me ne persuasi la prima sera del mio

soggiorno in quella città. Non sapevo andare al porto, credevo che fosse

vicino, dimandai a una bottegaia per dove dovevo passare. Gettò un grido

di meraviglia.

"Al porto vuol andare, _caballero_?"

"Al porto."

"_Ave Maria purisima_, al porto a quest'ora?" E si voltò verso un

crocchio di donne che stavan accanto alla porta dicendo in dialetto

valenzano:

"Donne, rispondetegli voi per me: questo signore mi domanda per dove si

passa per andare al porto!"

Le donne risposero ad una voce: "Dio lo guardi!"

"Ma da che?"

"Non si fidi!"

"Ma per che ragione?"

"Per mille ragioni."

"Ditene una."

"Potrebb'essere assassinato."

Mi bastò una ragione sola, come ognuno può capire; e non cercai più in

là.

* * * * *

Del resto, a Valenza come altrove, per quel poco commercio ch'ebbi colla

gente, non trovai che cortesia, come straniero, e come italiano,

un'accoglienza amichevole, anche da coloro che non volevan sentir

parlare di re stranieri in genere, e di principi di Casa Savoia in

specie, e ch'erano i più; ma che mi usavano la finezza di dirmi

prima:--non tocchiamo questa corda.--Allo straniero che, richiesto di

dove sia, risponde:--Son francese,--fanno un sorriso garbato come per

dire:--Ci conosciamo.--A quegli che risponde:--Son tedesco od

inglese,--fanno un leggero cenno col capo come per dire:--M'inchino;--a

quegli che risponde:--Sono italiano!--porgon la mano con un atto vivace,

come se volessero dire:--Siamo amici,--e lo guardano con un'aria di

curiosità come si guarda per la prima volta una persona della quale si

sia inteso dire che ci somiglia, e sorridono piacevolmente al sentir

parlare la lingua italiana come si sorride al sentir qualcuno che senza

volerci mettere in canzonatura imita la nostra voce e il nostro accento.

In nessun paese del mondo un italiano sente meno la lontananza della

patria che in Spagna. Glie la rammenta il cielo, la lingua, i volti, i

costumi; la venerazione con cui vi si pronunzia il nome dei nostri

grandi poeti e dei nostri grandi pittori; quel sentimento vago e

gentile di curiosità con cui vi si parla delle nostre città famose;

l'entusiasmo con cui vi si ascolta la nostra musica, l'impeto degli

affetti, la foga del linguaggio, il ritmo della poesia, gli occhi delle

donne, l'aria, il sole. Oh! bisogna che non ami neppur la sua patria,

l'italiano che non prova un moto di simpatia per quel paese, che non si

sente inclinato a scusare i suoi errori, che non deplora sinceramente le

sue sventure, che non gli augura la buona fortuna. Belle colline di

Valenza, sponde ridenti del Guadalquivir, giardini fatati di Granata,

casine bianche di Siviglia, torri superbe di Toledo, e strade rumorose

di Madrid, e venerande mura di Saragozza, e voi, ospiti affettuosi e

cortesi compagni di viaggio, che mi parlaste d'Italia come d'una seconda

patria, che dissipaste colla vostra festiva gaiezza le mie malinconie

vagabonde; io avrò sempre in fondo al cuore un sentimento di gratitudine

e di affetto per voi, e custodirò nella mente le vostre immagini come

uno dei più cari ricordi della mia giovinezza; e penserò sempre a voi

come a uno dei più bei sogni della mia vita.

Queste parole dicevo tra me, guardando a mezzanotte Valenza illuminata,

appoggiato sul parapetto del bastimento il _Genil_, ch'era sul punto di

partire. S'erano imbarcati con me alcuni giovani spagnuoli che andavano

a Marsiglia, per far vela da quel porto alla volta delle Antille, dove

sarebbero restati per parecchi anni. Uno di essi piangeva in disparte. A

un tratto si alzò, e guardò verso la riva, in mezzo a due bastimenti

ancorati, ed esclamò con un accento di desolazione:-Oh! Dio mio! speravo

che non venisse!--

Dopo pochi momenti una barca s'avvicinò al bastimento, una figurina

bianca, seguita da un uomo avvolto in una cappa, salì in fretta la

scala, e mettendo un profondo singhiozzo, si gettò fra le braccia del

giovane che le era corso incontro.

In quel punto il nostromo gridò: "Signori! si parte!"

Allora si vide una scena straziante; dovettero separare i due giovani a

forza, e portar la donna quasi svenuta nella barca, che si scostò un

poco e rimase immobile.

Il bastimento partì.

Allora il giovane si slanciò coll'impeto d'un disperato al parapetto, e

gridò singhiozzando con una voce che passava l'anima: "Addio, cara!

Addio! Addio!"

La figurina bianca tese le braccia e forse rispose; ma la sua voce non

fu intesa. La barca s'allontanò e disparve.

Uno dei giovani mi disse nell'orecchio:--Son sposi.--

Era una bella notte; ma trista. Valenza disparve presto, e io pensai che

forse non avrei mai più riveduto la Spagna, e piansi.

FINE.

NOTE:

[7] fece.

[8] sfumature.

[9] cipiglio.

[10] respingerlo.

[11] si legge _glieno_ e significa _pieno_.

[12] venne.

[13] si legge _segnid_ e significa cingete.

INDICE.

I. Barcellona Pag. 1

II. Saragozza 32

III. Burgos 72

IV. Valladolid 103

V. Madrid 122

VI. Aranjuez 250

VII. Toledo 256

VIII. Cordova 288

IX. Siviglia 325

X. Cadice 370

XI. Malaga 386

XII. Granata 394

XIII. Valenza 469

* * * * *

NOTA DEL TRASCRITTORE

La punteggiatura e l'ortografia originali sono state mantenute.

Sono stati corretti i seguenti refusi (la correzione è sulla riga

sottostante).

voce lamentevole--_Ah quelle nuit! Quelle horribile

voce lamentevole--_Ah quelle nuit! Quelle horrible

malas consecuenencias en España._" Poi scese e si

malas consecuencias en España._" Poi scese e si

e il ricordo della narrazione ch'egli fa della presa

e il ricordo della narrazione ch'egli fa della presa di

in mezzo alla piazza, che mi guardarva con tanto

in mezzo alla piazza, che mi guardava con tanto

lo stuolo dei _capeadoros_ che gl'insegue come

lo stuolo dei _capeadores_ che gl'insegue come

quadro del povero Claudo Coello, che morì di crepacuore

quadro del povero Claudio Coello, che morì di crepacuore

del tipo anduluso: con quel bruno carico, con quelle

del tipo andaluso: con quel bruno carico, con quelle

"_Es verdad ques es una ciudad que sobrenada en la

"_Es verdad que es una ciudad que sobrenada en la

garbo, e per mandar giù le ova mal cotte e il _choriso_

garbo, e per mandar giù le ova mal cotte e il _chorizo_

ei solo un visita d'una giornata. Le cappelle

ei solo una visita d'una giornata. Le cappelle

sale il custode vi accenna un macchia rossastra che

sale il custode vi accenna una macchia rossastra che

"_Se le ha quedado un uevo en la garganta!_" (Le è

"_Se le ha quedado un huevo en la garganta!_" (Le è

porte della torre. Di là mi voltai a guardare ancora

porta della torre. Di là mi voltai a guardare ancora

"Ma scusi: invcee di mangiare come un cane in

"Ma scusi: invece di mangiare come un cane in

Le seguenti grafie alternative sono state mantenute:

mormorio/mormorío/mormorìo

ronzio/ronzìo

vôlta/vòlta/vólta

* * * * *

Spagna · 第 29 / 29 段