Visto la sala degli Abencerrages, andammo a vedere i bagni che si

trovano fra la sala delle due Sorelle e il cortile dei Mirti. Scendemmo

una scaletta, passammo per uno stretto corridoio, riuscimmo in una

splendida sala, chiamata sala _de los Divanes_, nella quale venivano a

riposare le belle dei re, sui tappeti persici, al suon delle cetre, dopo

aver fatto il bagno nelle stanze vicine. Questa sala fu ricostrutta

sulle rovine dell'antica, e arabescata, dorata e dipinta da artisti

spagnuoli, come l'antica doveva essere; in modo che si può considerare

come una sala dei tempi degli Arabi rimasta intatta in tutte le sue

parti. Nel mezzo è una fontana, in due pareti opposte due specie di

alcove nelle quali si adagiavan le donne, più alto le tribune dove

stavano i suonatori. Le pareti sono listate, brizzolate, screziate,

picchiettate di mille vivissimi colori, e presentan l'aspetto d'una

tappezzeria di stoffe chinesi trapunte di fili d'oro, con quegli

interminabili intrecci di figure che farebbero ammattire il più paziente

musaicista della terra.

Eppure in quella sala lavorava un pittore! Lavorava da tre mesi a copiar

quelle pareti! Era un tedesco. Il Gongora lo conosceva, e gli domandò:

"È un lavoro che ammazza, non è vero?" E quegli rispose sorridendo: "Non

mi pare," e si ricurvò sul suo quadro.

Lo guardai come avrei guardato una creatura d'un altro mondo.

Passammo negli stanzini da bagno, piccoli, fatti a vòlta, e rischiarati

dall'alto per mezzo di alcuni fori aperti nel muro, in forma di stelle e

di fiori. Le tinozze sono d'un sol pezzo di marmo, vaste, e serrate fra

le due pareti. I corridoi che conducono da uno stanzino all'altro son

bassi e stretti in modo che appena ci può passare un uomo; e vi fa un

fresco che è una delizia. Affacciandomi a uno di quegli stanzini, fui

preso tutt'a un tratto da un pensiero tristo.

"Che cos'ha che si rannuvola?" mi domandò l'amico.

"Penso," risposi, "al come viviamo noi, d'estate come d'inverno, in

quelle case che paion caserme, in quelle stanze al terzo piano o buie o

inondate da un torrente di luce, senza marmo, senz'acqua, senza fiori,

senza colonnine; penso che dovremo viver tutta la vita così, e morire

fra quelle pareti, senza aver provato una volta la voluttà di questi

palazzi fatati; penso che anche in questa misera vita terrena si può

immensamente godere, e che io non godrò nulla! Penso che potevo nascere

quattro secoli fa re di Granata, e che sono nato invece un poveromo!"

L'amico rise, e stringendomi un braccio fra l'indice e il pollice, come

per darmi un pizzicotto, mi disse:

"Non pensi a questo. Pensi a quanto di bello, di gentile e di segreto

debbono aver visto queste tinozze; ai piedini che sguazzarono nelle loro

acque odorose, alle lunghe capigliature che si sparsero sui loro orli,

ai grandi occhi languidi che guardarono il cielo a traverso i fori di

quella vòlta, mentre sotto gli archi del cortile dei Leoni risonava il

passo concitato d'un Califfo impaziente, e i cento zampilli della reggia

dicevano col loro affrettato mormorio:--Vieni, vieni, vieni!--e in una

sala profumata uno schiavo tremante di riverenza chiudeva le finestre

colle cortine color di rosa."

"Ah! mi lasci un po' l'anima in pace!" risposi scrollando le spalle.

Attraversammo il giardino del gabinetto di Lindaraja, e un cortile

d'aspetto misterioso chiamato il _patio della Reja_, e per una lunga

galleria che guarda la campagna, giungemmo sulla sommità di una delle

estreme torri dell'Alhambra, sotto un piccolo padiglione aperto

tutt'intorno, chiamato _Tocador_ (toeletta) _de la reina_, che par

sospeso sur un abisso come il nido d'un'aquila.

Lo spettacolo che si gode di lassù, lo si può dire senza paura d'essere

smentiti da alcuno, non ha l'uguale sulla faccia della terra.

S'immagini una immensa pianura verde come un prato coperto d'erba

novella, attraversata in tutti i sensi da sterminati filari di cipressi,

di pini, di quercie, di pioppi, sparsa di foltissimi boschetti

d'aranci, che a tanta lontananza non paion più che cespugli, e di grandi

orti e giardini così affollati di alberi fruttiferi che presentano quasi

l'aspetto di poggerelli vestiti di verzura; e a traverso questa immensa

pianura il fiume Genil che luccica fra i boschi e i giardini come un

gran nastro inargentato; e tutto intorno colline boscose, e di là dalle

colline, altissime roccie di fantastiche forme che rendon l'immagine di

una cinta di muri e di torri titaniche che separi quel paradiso

terrestre dal mondo; e lì proprio sotto gli occhi, la città di Granata,

parte distesa sul piano, parte sulla china d'un colle, tutta sparsa di

gruppi d'alberi, di macchie, di mucchi informi di verzura che s'alzano e

ondeggiano sopra i tetti delle case come enormi pennacchi, e par che

tendano ad espandersi, a congiungersi e a coprir la città intera; e più

sotto ancora, la valle profonda del Dauro, meglio che coperta, riempita,

colmata quasi da un cumulo prodigioso di vegetazione che si solleva come

una montagna, oltre la quale emerge ancora un bosco di pioppi

giganteschi che agitano le cime sotto le finestre della torre quasi a

portata della mano; e a destra, di là dal Dauro, sur una collina che

s'alza al cielo ardita e svelta come una cupola, il palazzo del

Generalife, coronato di giardini aerei, e quasi nascosto in mezzo a un

bosco di allori, di pioppi e di melagrani; e dalla parte opposta, uno

spettacolo meraviglioso, una cosa incredibile, una visione d'un sogno:

la Sierra Nevada, le più alte montagne d'Europa, dopo le Alpi, bianche

di neve, bianche fino a poche miglia dalle porte di Granata, bianche

fino ai colli dove giganteggiano i melagrani e le palme, e si spiega in

tutta la sua splendida pompa una vegetazione quasi tropicale. S'immagini

ora sopra questo immenso paradiso, che racchiude tutte le ridenti grazie

dell'oriente e tutte le più severe bellezze del settentrione, che sposa

l'Europa all'Affrica tributando all'imeneo tutte le più belle meraviglie

della natura, e che manda al cielo confusi in un solo tutti i profumi

della terra, s'immagini sopra questa valle beata il cielo e il sole di

Andalusia, che volgendo al tramonto, tinge d'un divino color di rosa le

cime, e di tutti i colori dell'iride e di tutti i riflessi delle più

limpide perle azzurrine i fianchi delle montagne della Sierra; e frange

i suoi raggi in mille sfumature d'oro, di porpora e cinerine, nelle

roccie che coronan la pianura; e declinando in mezzo a un incendio di

raggi, getta, come un saluto, una corona luminosa intorno alle torri

pensierose dell'Alhambra e ai pinnacoli inghirlandati del Generalife; e

si dica se si può dare al mondo qualche cosa di più solenne, di più

glorioso, di più innebriante di questa festa amorosa del cielo e della

terra, dinanzi alla quale da nove secoli trema di voluttà e palpita di

orgoglio Granata.

Il tetto del _mirador de la reina_ è sostenuto da piccole colonne

moresche fra le quali si stendono degli archi schiacciati che danno al

padiglione un aspetto stranamente capriccioso e gentile. Le pareti sono

dipinte a fresco, e vi si vedono lungo i fregi le iniziali d'Isabella e

di Filippo V intrecciate con amorini e fiori. Accanto alla porta

d'entrata, resta ancora una pietra del pavimento antico, tutta

bucherellata, sulla quale si dice si mettessero le Sultane per

avvolgersi nel nuvolo dei profumi che si bruciavan di sotto. Ogni cosa,

lassù, spira amore e letizia. Vi si respira un'aria pura come sulla cima

d'una montagna, vi si sente una fragranza confusa di mirti e di rose, e

non vi arriva altro rumore che il mormorio del Dauro che si rompe tra i

macigni del suo letto dirupato, e il canto di migliaia di uccelli

nascosti nella folta verzura della valle; è un vero nido da innamorati,

un'alcova pensile per andarvi a sognare, una loggia aerea per salirvi a

ringraziar Dio d'esser felici.

"Ah! Gongora," esclamai dopo aver contemplato per qualche momento quello

spettacolo incantevole; "io darei dieci anni di vita per poter far

comparir qui, con un colpo di bacchetta magica, tutte le persone care

che mi aspettano in Italia!"

Il Gongora mi accennava un largo spazio del muro tutto nero di date e di

nomi scritti colla matita, col carbone, e incisi colla punta dei

temperini dai visitatori dell'Alhambra.

"Che cos'è scritto qui?" mi domandò.

M'avvicinai e gittai un grido:--Chateaubriand!

"E qui?"

"Byron!"

"E qui?"

"Victor Hugo!"

Scendendo dal _mirador de la reina_ io credevo d'aver visto l'Alhambra,

e commisi l'imprudenza di dirlo al mio amico. Se avesse avuto in mano un

bastone, son certo che me l'avrebbe dato fra capo e collo; ma non

avendolo, si contentò di guardarmi coll'aria d'uno che domandasse se mi

aveva dato volta il cervello.

Ritornammo nel cortile dei mirti, e visitammo le sale poste dall'altro

lato della torre di Comares, la maggior parte mezzo rovinate, altre

trasformate, alcune affatto nude, senza pavimento, senza tetto; ma tutte

meritevoli d'esser vedute, e per i ricordi che destano, e per bene

comprendere la struttura dell'edifizio. L'antica moschea, è stata

convertita in cappella da Carlo V; una grande sala araba, in oratorio;

qua e là si vedono ancora resti di arabeschi e di soffitti di cedro

scolpiti; le gallerie, i cortili, i vestiboli, sembran di un palazzo

devastato dalle fiamme.

Visto anche questa parte dell'Alhambra, credetti davvero che non mi

rimanesse nulla a vedere, e commisi daccapo l'imprudenza di dirlo al

Gongora. Questa volta non si potè più contenere; e condottomi nell'atrio

del cortile dei mirti dinanzi a una pianta dell'edifizio affissa al

muro, mi disse:

"Guardi, e vedrà che tutte le sale e i cortili e le torri che abbiamo

visti finora, non occupano nemmeno la ventesima parte dello spazio che

abbracciano le mura dell'Alhambra; vedrà che non abbiamo ancora visitato

i resti di altre tre moschee, le rovine della casa del Cadì, la torre

dell'Acqua, la torre delle Infante, la torre della Prigioniera, la torre

del Candil, la torre dei Picos, la torre dei Pugnali, la torre dei

_Siete melos_, la torre del Capitano, la torre della Strega, la torre

delle Teste, la torre delle Armi, la torre degli Idalghi, la torre delle

Galline, la torre del Cubo, la torre dell'Omaggio, la torre della Vela,

la torre della Polvere, gli avanzi della casa di Mondejar, i quartieri

militari, la porta di ferro, i muri interni, le cisterne, i passeggi;

perchè ha da sapere che l'Alhambra non è un palazzo, ma una città; e che

ci sarebbe da passar la vita a cercar arabeschi, a leggere iscrizioni, a

scoprir ogni giorno un nuovo colpo d'occhio di colline e di montagne, e

a andare in estasi una volta regolarmente per ognuna delle

ventiquattr'ore della giornata."

Ed io credevo d'aver visto l'Alhambra!

* * * * *

Per quel giorno non ne volli saper altro, e Dio sa come avevo la testa

quando tornai all'albergo. Il giorno dopo, allo spuntar del sole, ci

ritornai; ci ritornai la sera; e continuai a andarci ogni giorno per

tutto il tempo che rimasi a Granata, col Gongora, con altri amici, coi

ciceroni, solo; e l'Alhambra mi parve sempre più vasta e sempre più

bella, e ripercorsi quei cortili e quelle sale, e vi passai ore ed ore,

seduto tra le colonne o appoggiato alle finestrine, con un piacere di

più in più vivo, scoprendo ogni volta bellezze nuove, e abbandonandomi

sempre a quelle vaghe e deliziose fantasie, fra le quali aveva errato

la mente il primo giorno. Non saprei più dire per dove gli amici mi

facevan passare per entrar nell'Alhambra; ma mi ricordo che ogni giorno,

nell'andare, vedevo mura e torri e strade deserte che non avevo viste

mai, e mi pareva che l'Alhambra avesse mutato di sito, o si fosse

trasformata, o le fosser sorti intorno, come per incanto, nuovi edifizii

che ne alterassero l'aspetto primitivo. Chi potrebbe descrivere la

bellezza di quei luoghi quando tramontava il sole! quel bosco fantastico

quando vi batteva il lume della luna! la pianura immensa e le montagne

coperte di neve, nelle notti serene! i grandiosi contorni di quelle mura

enormi, di quelle superbe torri, di quegli alberi smisurati, sul cielo

tempestato di stelle! lo stormire prolungato di quei mucchi immani di

verzura che riempiono le valli e coprono i fianchi delle colline, quando

soffiava la brezza! Era uno spettacolo dinanzi al quale, i miei

compagni, nati a Granata, ed abituati a vederlo fin dalla infanzia,

restavano senza parola, così che facevamo lunghi tratti di cammino in

silenzio, ciascuno immerso nei suoi pensieri, col cuore compreso d'una

mestizia dolcissima che a volte ci faceva inumidir gli occhi e alzar il

viso al cielo con uno slancio di gratitudine e di tenerezza.

* * * * *

Il giorno del mio arrivo a Granata, quando rientrai all'albergo, a

mezzanotte, invece del silenzio e della quiete, trovai il _patio_

illuminato come una sala da ballo, gente ai tavolini che sorbiva

granite, gente su nelle gallerie che andava e veniva, chiaccherando e

ridendo; e mi toccò aspettare un'ora prima di andare a dormire. Ma

passai quell'ora molto gradevolmente. Mentre stavo guardando una carta

di Spagna affissa alla parete, un omaccione col viso color di

barbabietola e una pancia che gli cascava sulle ginocchia, mi si

avvicinò, e toccandosi il berretto, mi domandò s'ero italiano; risposi

di sì, ed egli soggiunse sorridendo:--"Ed io pure; io sono il padrone

dell'albergo."

"Me ne rallegro, tanto più che vedo che lei ci si fa d'oro."

"Dio buono...." mi rispose con un tuono che voleva parer melanconico;

"sì.... non mi lamento; ma.... me lo creda, caro signore, per quanto gli

affari vadan bene, quando si è lontani dal proprio paese, qui (e si mise

una mano sull'enorme torace) qui si sente sempre un vuoto!"

Gli guardai la pancia.

"Un gran vuoto," ripetè l'albergatore; "la patria non si dimentica

mai... Di che provincia è lei, signore?"

"Della Liguria. E lei?"

"Del Piemonte. Liguria! Piemonte! Lombardia! Quelli son paesi!"

"Son bei paesi, non c'è dubbio; ma lei, alla fine dei conti, non si può

lamentare della Spagna. Sta in una delle più belle città del mondo, è

padrone d'uno dei più belli alberghi della città, ha una folla di

forestieri tutto l'anno, e poi vedo che gode d'una salute invidiabile."

"Ma il vuoto!"

Gli guardai di nuovo la pancia.

"Eh capisco, signor mio; ma lei s'inganna, sa, se mi giudica dalle

apparenze. Lei non può immaginare quello che provo io quando capita qui

un Italiano. Che vuole? Sarà una debolezza.... non so.... ma io lo

vorrei vedere tutto il giorno a tavola, e creda che se mia moglie non mi

trovasse a ridire, io sarei capace di mandargli per conto mio una

dozzina di piatti d'antipasto... come nulla."

"A che ora si desina domani?"

"Alle cinque. Del resto.... qui si mangia poco.... paesi caldi.... tutti

si tengon leggeri.... di qualunque _nazionalità_ sieno.... è una

regola.... Ma non ha visto l'altro italiano che è qui?"

Così dicendo guardò intorno, e un uomo che ci stava osservando da un

angolo del cortile, ci si avvicinò. L'albergatore, dette poche parole,

ci lasciò soli. Era un uomo sulla quarantina, meschinamente vestito, che

parlava co' denti stretti e stropicciando di continuo le mani con un

movimento convulsivo, come se facesse uno sforzo per trattenersi dal

picchiare dei pugni. Mi disse che era lombardo, corista, arrivato il

giorno innanzi a Granata con altri artisti di canto scritturati al

teatro dell'Opera per la _stagione d'estate_.

"Sucido paese!" esclamò senz'altro preambolo, guardandosi intorno come

se volesse pronunziare un discorso.

"Non sta volentieri in Spagna?" gli domandai.

"In Spagna? Io? Scusi: gli è lo stesso come se mi domandasse:--Sta

volontieri lei in galera?"

"Ma perchè?"

"Perchè?... Ma non vede che gente sono gli Spagnuoli: ignoranti,

superstiziosi, orgogliosi, sanguinarii, impostori, furfanti, ciarlatani,

infami?"

E restò un minuto immobile in un atto interrogativo, con le vene del

collo gonfie che pareva gli volessero scoppiare.

"Mi perdoni," risposi, "il suo giudizio non mi pare abbastanza

favorevole per poterle dire che la penso come lei. Quanto a ignoranza,

mi scusi, non tocca a noi Italiani, a noi che abbiamo ancora città in

cui si pigliano a sassate i maestri di scuola, e si stilettano i

professori che danno _zero_ agli scolari; non tocca a noi, per ora, di

riveder le buccie agli altri. Quanto a superstizione, oh poveri noi!

quando vediamo nella città d'Italia, in cui è più diffusa l'istruzione

popolare, seguir un sottosopra da non dirsi, per un'immagine miracolosa

della Madonna trovata da una donnicciuola in mezzo strada.... Quanto a

delitti, io le dichiaro francamente che se dovessi far un raffronto fra

i due paesi coi quadri statistici alla mano in presenza d'un uditorio di

Spagnuoli, senza conoscer prima i dati e le risultanze, avrei una

maledetta paura.... Non voglio dire con questo che noi, su per giù, non

ci troviamo in migliori acque che la Spagna; voglio dire che un

italiano, giudicando gli Spagnuoli, se vuol esser giusto, bisogna che

sia indulgente."

"Non mi va, scusi.... un paese senza _indirizzo politico_! un paese _in

preda all'anarchia_! un paese.... Andiamo, mi citi un grand'uomo

spagnuolo di questi tempi!"

"Non saprei.... ce n'è così pochi da per tutto!"

"Mi citi un Galileo!"

"Oh dei Galilei non ce n'hanno nemmen uno."

"Mi citi un Rattazzi!"

"Eh non ce l'hanno neppure."

"Mi citi.... ma già, non hanno niente. E poi, o che il paese le par

bello?"

"Ah! scusi; su questo punto non la cedo; l'Andalusia, per citarle una

sola provincia, è un paradiso; Siviglia, Cadice, Granata, sono stupende

città."

"Come?... E a lei piacciono le case di Siviglia e di Cadice, che a

passare rasente i muri un povero diavolo s'imbianca dalla testa ai

piedi? Le piacciono quelle strade che dopo un buon pranzo si stenta a

passarci? E trova belle le donne andaluse, con quegli occhi da

spiritate? Andiamo, lei è troppo indulgente, non è un popolo _serio_.

Hanno chiamato Don Amedeo, e ora non lo voglion più; gli è perchè sono

indegni d'esser governati da un _uomo civilizzato_!" (testuale).

"Ma non trova dunque nulla di buono in Spagna?"

"Nulla."

"Ma perchè ci sta?"

"Ci sto.... perchè ci mangio."

"È qualche cosa."

"Ma come ci mangio? Come un cane! chi non sa cos'è la cucina spagnuola!"

"Ma scusi: invece di mangiare come un cane in Spagna perchè non

va a mangiare come un uomo in Italia?"

Qui il povero artista si trovò un po' impacciato; ed io per levarlo

d'impaccio gli offersi un sigaro, che accettò ed accese senza far

parola. E non fu il solo italiano in Spagna, che mi parlasse in quei

termini del paese e degli abitanti, negando persino la serenità del

cielo e la grazia delle andaluse. Io non so che gusto ci sia a viaggiare

in quella maniera, col cuore chiuso ad ogni sentimento benevolo, e

continuamente intesi a censurare e a vilipendere, come se ogni cosa

buona e bella che si trova in un paese straniero, fosse stata rubata al

nostro, e noi non ci potessimo vantare di valer qualcosa se non colla

condizione che tutti gli altri non valgano nulla. La gente che viaggia

con siffatta disposizione d'animo, mi fa più che stizza, pietà, perchè

si priva volontariamente di molti piaceri e di molti conforti. Così mi

pare almeno a giudicar gli altri da me, poichè dovunque io vada, il

primo sentimento che m'inspiran le cose e la gente è un sentimento di

simpatia; un desiderio di non trovar nulla che mi costringa a censurare;

un bisogno di abbellire ai miei stessi occhi le cose belle, di

nascondermi le spiacevoli, di scusare i difetti, di poter dire

schiettamente a me stesso ed agli altri che sono contento di tutti e di

tutto. E per raggiunger questo fine non ho da fare alcun sforzo; ogni

cosa mi si presenta quasi spontaneamente sotto il suo aspetto più

gradevole; e la mia immaginazione colora benignamente gli altri aspetti

di un leggero color di rosa. So bene che in codesto modo non si studia

un paese, non si scrivon _Saggi critici_, nè si acquista la fama

d'uomini profondi; ma so che si viaggia coll'anima serena, e che i

viaggi fanno un pro che non si può dire.

* * * * *

Il giorno dopo andai a vedere il Generalife che era come la villa dei Re

arabi, e il cui nome va congiunto a quello dell'Alhambra, come quello

dell'Alhambra a quel di Granata; benchè oramai del Generalife antico non

rimangan che pochi archi e pochi rabeschi. È un piccolo palazzo,

semplice, bianco, con poche finestre, con una galleria ad archi,

coronato da una terrazza, e mezzo nascosto in mezzo a un bosco d'allori

e di mirti, sulla sommità d'un monte floridissimo che sorge sulla riva

destra del Dauro, di fronte alla collina dell'Alhambra. Dinanzi alla

facciata del palazzo si stende un piccolo giardino, e altri giardini

s'alzano l'uno sull'altro, quasi in forma d'una vasta gradinata, fino al

sommo del monte, dove sorge un'altissima loggia che chiude il recinto

del Generalife. I viali dei giardini, le larghe scale che conducon

dall'uno all'altro, e le aiuole piene di fiori, sono fiancheggiate da

alte spalliere, sormontate da archi e divise da capanni di mirti curvati

e intrecciati con graziosi disegni; e ad ogni ripiano sorgon casine

bianche, ombreggiate da pergolati, e da gruppi d'aranci e di cipressi

disposti con pittoresca simmetria. L'acqua vi è profusa ancora come ai

tempi degli arabi e dà al luogo una grazia, una freschezza e una vita

da non potersi descrivere. Da ogni parte si sente mormorio di ruscelli e

di fontane; si svolta da un viale, s'incontra uno zampillo; ci si

affaccia a una finestra, si vede uno schizzo che giunge fino al

davanzale; si entra in mezzo a un gruppo d'alberi, e si riceve nel viso

gli spruzzi d'una cascatella; dovunque ci si volga, c'è acqua che salta,

o che scorre, o che piove, gorgogliando e luccicando tra l'erbe e i

cespugli. Dall'alto della loggia scende la vista sopra tutti quei

giardini che van giù a chine, a salti, a scaglioni; si sprofonda

nell'abisso di vegetazione che separa i due monti, abbraccia tutta la

cinta dell'Alhambra, colle cupole dei suoi tempietti, colle torri

lontane, coi sentieri che serpeggiano fra le sue rovine; si stende sulla

città di Granata, sulla pianura, sui colli, e scorre con uno sguardo

solo tutte le cime della Sierra Nevada, che paion tanto vicine da

poterci arrivare in un'ora. E mentre contemplate questo spettacolo, vi

accarezza l'orecchio il mormorio di cento zampilli e il suono fievole

delle campane della città, che vien su a ondate, or sì or no, insieme a

un odor misterioso di paradiso terrestre, che dà dei fremiti di voluttà

da far impallidire.

Di là dal Generalife, sulla sommità d'un monte più alto, ora nudo e

squallido, sorgevano ai tempi degli Arabi altri palazzi reali e si

stendevano altri giardini, congiunti fra loro da grandi viali

fiancheggiati da mirti. Ora tutte quelle meraviglie d'architettura,

coronate di boschi, di fontane e di fiori, quelle fatate reggie aeree,

quei nidi splendidi e odorosi d'amore e di delizia, sono scomparsi, e

appena qualche mucchio di macerie o qualche breve tratto di muro

«Ne fa fede e ricordo al passeggiero.»

Ma quelle rovine che desterebbero altrove un sentimento di malinconia,

non lo destano dinanzi allo spettacolo di quella bellissima natura, al

cui incanto non pare che abbian mai potuto aggiungere nulla le più

meravigliose opere dell'uomo.

* * * * *

Rientrando in città, mi fermai a una estremità della _Carrera del

Darro_, dinanzi a una casa riccamente adornata di bassorilievi che

rappresentano scudi araldici, armature, cherubini e leoni, con un

piccolo terrazzino sull'angolo, sopra 'l quale, parte sur un muro, parte

sull'altro, lessi la seguente misteriosa iscrizione, in grandi caratteri

di stampa:

ESPERANDO LA DEL CIELO,

Spagna · 第 26 / 29 段