in mezzo alla Moschea di Cordova; ed ora questa baracca finisce di
mettermelo in tasca tutto intero colla sua corona e la sua gloria. Ma in
nome del cielo, dov'è l'Alhambra?"
"È là."
"Dove là?"
"In quelle casuccie."
"Eh via!"
"Glie ne dò la mia parola d'onore."
Incrociai le braccia e lo guardai; egli rise.
"Ma dunque," esclamai; "questo gran nome dell'Alhambra non è che una
delle solite iperbolaccie ciarlatanesche dei poeti! Io, l'Europa, il
mondo, siamo indegnamente corbellati! E valeva la pena di sognar
l'Alhambra per trecento sessantacinque notti di seguito, per venir poi a
vedere un gruppo di catapecchie con qualche colonna mozza e qualche
iscrizione affumicata?"
"Quanto mi ci godo!" rispose il Gongora dando in uno scoppio di risa;
"orsù, venga a persuadersi che il mondo non è corbellato: entriamo
nelle catapecchie."
Entrammo per una piccola porta, attraversammo un corridoio, ci trovammo
in un cortile. Io afferrai la mano del Gongora con un vivissimo slancio,
ed egli mi domandò con un accento di trionfo:
"S'è persuaso?"
Non risposi, non lo vidi, ero già sterminatamente lontano da lui:
l'Alhambra aveva già cominciato ad esercitare su di me quel fáscino
misterioso e profondo a cui nessuno può sfuggire e che nessuno sa
esprimere.
Eravamo nel _patio_ detto _de los Arrayanes_ (dei mirti), che è il più
vasto dell'edifizio, e presenta insieme l'aspetto d'una sala, d'un
cortile e d'un giardino. Una gran vasca di forma rettangolare, piena
d'acqua, cinta d'una siepe di mirto, si stende da un lato all'altro del
_patio_, e riflette come uno specchio gli archi, gli arabeschi e le
iscrizioni dei muri. A destra dell'entrata si stendono due ordini
sovrapposti d'archi moreschi, sostenuti da leggiere colonne; e dal lato
opposto del cortile s'alza una torre, con una porta, per la quale si
vedono le interne sale semioscure e le finestrine binate, e di là dalle
finestre, l'azzurro del cielo e le cime dei monti lontani. I muri sono
ornati, fino a una certa altezza dal suolo, di splendenti musaici, e dal
musaico in su, arabescati con disegno finissimo, che par che tremoli e
si cangi a ogni passo; e qua e là fra gli arabeschi e lungo gli archi
s'allungano e serpeggiano e s'intrecciano come ghirlande iscrizioni
arabe che racchiudon saluti, sentenze e leggende.
Presso la porta d'entrata è scritto in caratteri cufici:--Salute
eterna!--Benedizione!--Prosperità!--Felicità!--Lodato sia Iddio per il
beneficio dell'Islam.
In un altro punto è scritto:--Io cerco il mio rifugio nel Signore
dell'Aurora.--Altrove:--O Dio! A Te si debbono grazie eterne e lodi
imperiture.--
In altre parti son versi del Corano e poesie intere in lode dei Califfi.
Stemmo qualche minuto guardando senza aprir bocca; non si sentiva il
ronzio d'una mosca; di tratto in tratto il Gongora faceva movimento per
avviarsi verso la torre, e io lo trattenevo pel braccio, e sentivo che
fremeva d'impazienza.
"Ma bisogna spicciarsi," mi disse finalmente, "se no non torneremo a
Granata prima di sera."
"Ma che so io di Granata!" gli risposi; "che so io di sera e di mattina
e di me stesso; io sono in Oriente!"
"Ma lei non è che nell'anticamera dell'Alhambra, caro il mio arabo!" mi
disse il Gongora spingendomi innanzi; "venga, venga con me, che le parrà
ben altrimenti d'essere in Oriente!"
E mi condusse, riluttante, fin sulla soglia della porta della
torre. Di là mi voltai a guardare ancora una volta il cortile dei mirti,
e misi una voce di stupore. Fra due colonnine della galleria arcata che
è di fronte alla torre, dal lato opposto del cortile, s'era affacciata
una ragazza, un bel viso bruno d'andalusa, con un mantello bianco
avvolto intorno al capo e cascante sulle spalle; e stava appoggiata sul
parapetto in un atteggiamento melanconico, cogli occhi fissi su di noi.
Non si può dire l'effetto fantastico che produceva quella figura in quel
punto; la grazia che riceveva dall'arco che le si curvava sul capo, e
dalle due colonne che le facevan cornice, e la bella armonia che dava a
tutto il cortile, quasi come fosse un ornamento necessario di
quell'architettura, concepito dalla mente dell'architetto nell'atto
stesso che ne immaginava il disegno. Pareva una sultana che aspettasse
il suo signore pensando a un altro cielo e a un altro amore. E
continuava a guardarci, ed il cuore mi cominciava a batter forte, e
interrogavo cogli occhi il mio amico, come per esser assicurato che non
travedevo. Tutt'a un tratto la sultana rise, abbassò il mantello bianco
e scomparve.
"È una serva," mi disse il Gongora.
Rimasi ingrullito.
Era infatti una serva dell'amministratore dell'Alhambra che soleva far
quello scherzo agli stranieri.
Entrammo nella torre, chiamata torre di Comares, o volgarmente degli
Ambasciatori.
L'interno della torre forma due sale, la prima delle quali si chiama la
sala della Barca, chi dice perchè ha la forma d'una barca, e chi perchè
era chiamata dagli arabi sala della _baraka_, o benedizione, la qual
parola sarebbe stata contratta dal volgo in quella di barca. Questa
sala non sembra più opera umana: è tutta un prodigioso intreccio di
ricami in forma di ghirlande, di rosoni, di rami, di foglie, che copron
vòlta, archi, pareti, da ogni parte e in ogni senso, fitti,
attorcigliati, reticolati, sovrapposti gli uni agli altri, e pure
meravigliosamente distinti fra loro, e combinati in maniera che si
presentano allo sguardo tutti insieme e tutt'a un tratto, ed offrono un
aspetto di magnificenza che sbalordisce e di grazia che incanta. Mi
avvicinai a una parete, fissai gli occhi sul punto estremo d'un arabesco
e provai a seguirne i giri e i rigiri su per la parete; è impossibile;
lo sguardo si perde, la mente si turba, e tutti gli arabeschi dal
pavimento alla vòlta par che si muovano e si confondano per farvi
sfuggire il filo della loro inestricabile rete. Potete fare uno sforzo
per non guardare intorno, fissar tutta la vostra attenzione sur un palmo
solo di parete, metterci il viso sopra, e seguire il filo col dito: è
inutile; dopo un minuto i ricami si scompigliano, si stende un velo tra
voi e il muro, e il vostro braccio ricade. La parete pare tessuta come
il panno, è crespa come il broccato, forata come la trina, reticolata
come una foglia; non si può guardar da vicino; non se ne può fissar
nella mente il disegno: sarebbe come voler contare le formiche in un
formicaio; bisogna contentarsi di scorrer le pareti con uno sguardo
vago; poi riposare, e riguardare daccapo, e riposando, pensare ad altro,
e discorrere. Dopo aver guardato un po' intorno coll'aria d'un uomo
preso più dal capogiro che dall'ammirazione, mi voltai verso il Gongora
perchè mi leggesse nel viso quello che avrei voluto dirgli.
"Entriamo nell'altra catapecchia," mi rispose sorridendo, e mi spinse
nella grande sala degli Ambasciatori, che occupa tutto l'interno della
torre, poichè veramente la sala della _barca_ appartiene a un piccolo
edifizio che, sebbene congiunto alla torre, non ne fa parte. La sala è
di forma quadrata, spaziosa ed illuminata da nove grandi finestre ad
arco in forma di porte, che presentan quasi l'aspetto di altrettante
alcove, cosiffatto è lo spessore dei muri; e ciascuna è divisa per
mezzo, verso il di fuori, da una colonnina di marmo che sorregge due
archetti eleganti, sormontati alla loro volta da due piccole finestre
arcate. Le pareti sono coperte di musaici e d'arabeschi
indescrivibilmente delicati e multiformi; e d'innumerevoli iscrizioni
che si stendono a guisa di larghi nastri ricamati sopra gli archi delle
finestre, su per gli spigoli, lungo i fregi, e intorno alle nicchie,
nelle quali ponevansi i vasi ripieni di fiori e d'acque odorose. Il
soffitto che s'eleva ad una grande altezza, è composto di pezzuoli di
legno di cedro, bianchi, dorati e azzurri, commessi insieme, in forma di
cerchi, di stelle e di corone; e forma tante volticine e cellule e
finestrette centinate dalle quali scende una vaga luce, e dalla cornice
che congiunge il soffitto alle pareti, pendono pezzi di stucco
faccettati e ricamati a modo di stallattiti e di ciocche di fiori. Il
trono era posto nella finestra di mezzo del lato opposto alla porta
d'entrata. Dalle finestre di questo lato si gode la stupenda vista della
valle del Dauro, profonda e silenziosa, come se anch'essa sentisse il
fascino della maestà dell'Alhambra; dalle finestre degli altri due lati,
si vedon le mura di cinta e le torri della fortezza; e dalla parte
dell'entrata, in lontananza, gli archi leggeri del cortile dei mirti, e
le acque della vasca che riflettono l'azzurro del cielo.
"Ebbene," mi domandò il Gongora, "valeva la pena di sognare l'Alhambra
per trecentosessantacinque notti?"
"È strano," gli risposi; "quello che mi passa per la testa in questo
momento. Quel cortile come lo si vede di qui, questa sala, queste
finestre, questi colori, tutto quello che mi circonda, mi pare che non
mi riesca nuovo; mi par che risponda a una immagine che avevo in capo,
non so da quando, non so come, confusa in mezzo a mille altre, forse
nata in un sogno, che so io! Quando avevo sedici anni, ed ero
innamorato, e guardandoci fissi negli occhi, io e quella bambina, soli,
in un giardino, all'ombra d'un capanno, ci lasciavamo sfuggire, senza
accorgercene, un grido di gioia, che ci rimescolava il sangue come se
fosse uscito dalla bocca d'una terza persona che avesse scoperto il
nostro segreto; ebbene, allora io desideravo spesso di essere un re e di
avere una reggia; ma nel dar forma a quel desiderio, la mia
immaginazione non si arrestava mai nelle grandi reggie dorate dei nostri
paesi, e volava in terre lontane, e là, sulla cima di un'altissima
montagna, si fabbricava una reggia a modo suo, nella quale ogni cosa era
gentile e piccino, e illuminato d'una luce misteriosa; e si vedevan
lunghe fughe di sale decorate di mille ornamenti capricciosi e delicati,
con finestre alle quali avremmo potuto affacciarci solamente noi due, e
piccole colonne dietro cui quella bambina avrebbe appena potuto
nascondere il viso per farmi uno scherzo amoroso, quando avesse sentito
avvicinarsi il mio passo di sala in sala, o suonar la mia voce in mezzo
al mormorio delle fontane del giardino. Senza saperlo, nel fabbricare
colla fantasia quelle reggie, fabbricavo l'Alhambra; in quei momenti ho
immaginato qualcosa di simile a queste sale, a queste finestre, a quel
cortile che si vede di qui; di tanto simile che, più guardo intorno,
meglio me ne ricordo, e mi par di riconoscere il luogo, piuttosto che di
vederlo la prima volta. Quando s'è innamorati si sogna tutti un po'
d'Alhambra, e se si potessero tradurre in linee e in colori tutti quei
sogni, s'avrebbero dei quadri che farebbero strabiliare per la loro
somiglianza con tutto quello che qui si vede. Quest'architettura non
esprime la potenza, la gloria, la grandezza; esprime l'amore e la
voluttà; l'amore coi suoi misteri, coi suoi capricci, colle sue
effervescenze, coi suoi slanci di gratitudine verso Dio; la voluttà
colle sue malinconie e i suoi silenzi. V'è dunque un legame intimo,
un'armonia fra la bellezza di quest'Alhambra e l'anima di coloro che
hanno amato a sedici anni, quando i desiderii son sogni e visioni. E di
qui nasce l'indescrivibile fáscino che esercita questa bellezza; e per
questo l'Alhambra, tuttochè così deserta e dimezzata, è ancora la più
incantevole reggia del mondo, e al vederla per l'ultima volta, gli
stranieri versano una lagrima. Gli è perchè salutando l'Alhambra, si dà
un ultimo addio ai nostri più bei sogni giovanili, che fra le sue mura
si son rifatti vivi per l'ultima volta! si dà un addio a dei visi
immensamente cari che hanno rotto l'oblio di molti anni per affacciarsi
un'ultima volta in mezzo alle colonnine di queste finestre! si dà un
addio a tutti i fantasmi della giovinezza! si dà un addio a quell'amore
che non rinasce mai più."
"È vero!" rispose il mio amico; "ma che cosa dirà quando avrà visto il
cortile dei Leoni! Venga! corriamo!"
Uscimmo a rapidi passi dalla torre, attraversammo il cortile dei mirti,
e giungemmo davanti a una porticina posta di fronte a quella d'entrata.
"Si fermi!" mi gridò il Gongora.
Mi fermai.
"Mi faccia un favore."
"Cento."
"Un solo: chiuda gli occhi e non li apra che quando glielo dirò io."
"Eccoli chiusi."
"Ma badi che ci tengo; se li apre, m'inquieto!"
"Non dubiti!"
Il Gongora mi pigliò per mano e mi condusse innanzi: tremavo come una
foglia.
Facemmo forse una quindicina di passi e ci arrestammo. Il Gongora disse
con voce commossa:--Guardi!--Guardai, e lo giuro sul capo dei miei
lettori: mi sentii scorrere due lagrime giù per le guancie.
Eravamo nel cortile dei Leoni.
Se in quello stesso momento m'avessero fatto uscire per dove ero
entrato, non so se avrei saputo dire quello che avevo visto. Una foresta
di colonne, un visibilio d'archi e di ricami, un'eleganza indefinibile,
una delicatezza inimmaginabile, una ricchezza prodigiosa, un non so che
di aereo, di trasparente, di ondeggiante, come un gran padiglione di
trina; un'apparenza quasi d'un edifizio che si debba dissolvere con un
soffio, una varietà di luci, di prospetti, di oscurità misteriose, una
confusione, un disordine capriccioso di cose piccine, una maestà di
reggia, una gaiezza di chiosco, una grazia amorosa, una stravaganza, una
delizia, una fantasia di fanciulla appassionata, un sogno d'un angelo,
una follia, una cosa senza nome; tale è il primo effetto del cortile dei
Leoni.
È un cortile non più spazioso d'una gran sala da ballo, della forma d'un
rettangolo, coi muri alti come una casetta andalusa d'un sol piano.
Tutt'intorno ricorre un leggero portico, sostenuto da sveltissime
colonne di marmo bianco aggruppate in un disordine simmetrico a due a
due, a tre a tre, prive quasi di piedestallo, così che paion fusti
d'alberi posati in terra; munite di capitelli svariati, alti, sottili,
a guisa di pilastrini, su cui si incurvano dei piccoli archi di
graziosissima forma, i quali meglio che appoggiati, sembran sospesi
sulle colonne, a modo di cortine, che sorreggano le colonne stesse come
nastri e ghirlande spenzolanti. Dal mezzo dei due lati più corti, si
avanzano due gruppi di colonne che formano due specie di tempietti
quadrati, di nove archi ciascuno, sormontati da una cupoletta
multicolore. I muri di questi tempietti e quello esterno del portico
sono una vera trina di stucco, ricamati, orlati, ritagliati, traforati
da una parte all'altra, e trasparenti come un lavoro a maglia e
cangianti di disegno a ogni passo; qui rabescati a fiori, là a stelle,
più oltre a scudi, a scacchiere, a figure poligonali ripiene di
minutissimi ornati; dove terminati in dentelli, in crespe, in festoni,
dove in nastri ondeggianti intorno agli archi, in specie di stallattiti,
di frangie, di ciondoli, di fiocchi, che par che debban oscillare e
scompigliarsi al più leggero movimento dell'aria. Larghe iscrizioni
arabe ricorrono lungo i quattro muri, sopra gli archi, intorno ai
capitelli, sulle pareti dei tempietti. In mezzo al cortile s'alza una
gran vasca di marmo sostenuta da dodici leoni, e circondata da un
canaletto lastricato, in cui metton capo altri quattro piccoli canali, i
quali descrivendo una croce fra i quattro lati del cortile, attraversano
il portico, entrano nelle sale circostanti e si congiungono ad altri
condotti d'acqua che girano per tutto l'edifizio. Dietro ai due
tempietti, e nel mezzo degli altri due lati, s'aprono sale e fughe di
sale, con grandi porte aperte, che lascian vedere il fondo oscuro, sul
quale le bianche colonnine spiccano come dinanzi all'imboccatura di una
grotta. A ogni passo che si fa nel cortile, quella foresta di colonne
par che si muova e si disordini per disporsi in un'altra maniera; dietro
una colonna che pareva sola, ne saltan fuori due, tre, una fila; altre
scompaiono, altre si stringono, altre si disgiungono; a guardar
d'infondo a una delle sale, tutto appare mutato; gli archi della parte
opposta, sembran lontanissimi; le colonne, spostate; i tempietti,
d'un'altra forma; si vede a traverso i muri, si scopron nuovi archi e
nuove colonnine, qui illuminati dal sole, là nell'ombra, lì rischiarati
appena dal po' di luce che passa pei fori degli stucchi, più lontano
perduti quasi nel buio. È un continuo variare di prospetti, di
lontananze, d'inganni, di misteri, di giuochi, che vi fa l'architettura
e il sole, e la fantasia sovreccitata e bollente.
Che cosa doveva essere questo _patio_,--mi disse il Gongora,--quando i
muri interni del portico erano luccicanti di musaici, i capitelli delle
colonne scintillanti d'oro, i soffitti e le volte dipinti di mille
colori, le porte chiuse da tende di seta, le nicchie piene di fiori, e
sotto i tempietti e nelle sale correva l'acqua odorosa, e dalle nari dei
leoni schizzavano dodici zampilli che ricascavan nella vasca, e l'aria
era pregna dei più deliziosi profumi dell'Arabia!
Ci trattenemmo nel cortile più d'un'ora, che ci passò come un lampo; ed
anch'io feci quello che fanno tutti in quel luogo, spagnuoli e
stranieri, uomini e donne, poeti o non poeti che siano. Feci scorrer la
mano sui muri, toccai tutte le colonnine, le strinsi colle due mani una
per una come la vitina d'una bimba, mi ci nascosi in mezzo, le contai,
le guardai da cento parti, percorsi il cortile in cento sensi, provai se
era vero che dicendo una parola sottovoce in bocca a uno dei leoni, la
si sentiva distintamente dalla bocca di tutti gli altri; cercai sui
marmi le macchie di sangue delle leggende poetiche, mi stancai gli occhi
e la mente sugli arabeschi. Vi eran parecchie signore. Le signore, nel
cortile dei Leoni, fanno ogni sorta di fanciullaggini; mettono il viso
fra le colonne gemelle, si nascondono negli angoli oscuri, siedono in
terra, stanno per ore immobili colla testa appoggiata sulla mano,
sognando. Quelle signore facevan così. Ve n'era una vestita di bianco
che, passando dietro alle colonne lontane, quando credeva di non esser
veduta, pigliava una certa andatura molle e maestosa di sultana
melanconica, e poi rideva con una sua amica: era incantevole. Il mio
amico mi diceva: "Andiamo," e io rispondevo: "Andiamo," e non potevo
muovermi. Non provavo soltanto un sentimento dolcissimo di meraviglia;
ma fremevo di piacere, e avevo addosso una smania di toccare, di
frugare, che so io, di veder dentro quei muri e quelle colonne, come se
fossero d'una materia arcana, e si dovesse scoprire nelle loro intime
parti la causa prima del fáscino che quel luogo esercitava. In tutta la
mia vita non ho mai pensato nè detto, nè dirò mai tante care follie,
tante belle scempiaggini, tante fole, tante gentili cose senza senso,
quante ne pensai e ne dissi in quell'ora.
"Ma bisogna venir qui," mi diceva il Gongora, "al levar del sole,
bisogna venirci al tramonto, bisogna venirci di notte quando splende la
luna, per veder che meraviglie di colori, di ombre e di luce! C'è da
perderci il capo!"
Andammo a vedere le sale. Al lato di levante v'è una sala chiamata della
Giustizia, alla quale si giunge passando sotto tre grandi archi, di cui
ciascuno corrisponde a una porta che dà nel cortile. È una sala lunga e
stretta, di ricca e ardita architettura, colle pareti coperte di
intricati arabeschi e di preziosi musaici, e la vòlta tutta punte e
groppi e sgonfi di stucco che pendon dagli archi, lungo le pareti, e qua
e là s'ammucchiano, si abbassano, escon gli uni dagli altri, e gli uni
gli altri si comprimono e si sovrappongono e par che si disputino lo
spazio, come le bolle d'un'acqua in bollore, presentando ancora in molti
punti le traccie dei colori antichi, che dovevan dare a quella vòlta
l'aspetto d'un padiglione coperto di fiori e di frutta sospese. La sala
ha tre piccole alcove, in ciascuna delle quali, sulla vòlta, si vede
ancora una pittura araba, a cui il tempo e la estrema rarità dei lavori
di pennello che son rimasti degli Arabi, danno un grandissimo valore. Le
pitture son fatte sul cuoio, e il cuoio è attaccato al muro. Nello
stanzino di mezzo son rappresentati, sur un fondo dorato, dieci uomini,
che si suppone esser dieci re di Granata, vestiti di bianco, col
cappuccio in capo, con una mano sulla scimitarra, seduti su cuscini
ricamati. I dipinti delle altre due alcove rappresentano castelli, dame
e cavalieri, scene di caccia e d'amore, delle quali è difficile
afferrare il significato. Ma i volti dei dieci re rispondono
meravigliosamente all'immagine che noi ci formiamo di quella gente: è
quel colore olivastro, son quelle bocche sensuali, son quegli occhi neri
dallo sguardo intento e misterioso che par sempre di veder luccicare
negli angoli oscuri delle sale dell'Alhambra.
Al lato norte del cortile v'è un'altra sala chiamata _de las dos
Hermanas_, (delle due Sorelle) da due grandi lastre di marmo che ne
formano il pavimento. È la sala più gentile dell'Alhambra. È piccola, di
forma quadrata, coperta da una di quelle vòlte in forma di cupola, che
gli Spagnuoli chiamano mezzi aranci, sorretta da colonnine ed archi
disposti in cerchio, tutta lavorata in forma d'una grotta di
stallattiti, con una infinità di punte e d'incavi, coloriti e dorati, e
così leggera alla vista, che par sia sospesa in aria, e a toccarla debba
tremolar tutta come una tenda, o squarciarsi come una nuvola, o svanire
come se non fosse che un mucchio di bolle di sapone. Le pareti
rivestite, come in tutte le altre sale, di stucco, e coperte di
arabeschi incredibilmente fitti e delicati, sono uno dei più
meravigliosi prodotti della fantasia e della pazienza umana. Più si
guarda, e più le innumerevoli linee si stringono e s'incrociano, e da
una figura nasce un'altra, e da questa una terza, e tutte tre ne
presentano una quinta che c'era sfuggita e questa si divide tutt'a un
tratto in altre dieci che non s'erano vedute, e poi si ricompone e si
trasforma daccapo; e non si finisce più di scoprir nuove combinazioni,
perchè quando le prime si riaffacciano, di già son dimenticate, e fan
l'effetto della prima volta. E ci sarebbe da perder la vista e la
ragione a voler venir a capo di quel labirinto; ci vuole un'ora per
vedere il contorno d'una finestra, gli ornamenti d'un pilastro, gli
arabeschi d'un fregio; un'ora non basta per imprimersi nella mente il
disegno d'una delle stupende porte di cedro. Ai due lati della sala vi
sono due piccole alcove; nel mezzo, un piccolo bacino con un tubo per lo
zampillo, che è congiunto al canaletto che attraversa il cortile e va
alla fontana dei Leoni. In dirittura della porta d'entrata, dal lato
opposto, v'è un'altra porta, per la quale si entra in un'altra sala
stretta e lunga, chiamata la sala degli Aranci. Da questa sala, per una
terza porta, si entra in un piccolo gabinetto chiamato il gabinetto di
Lindaraja, straricco di ornamenti, e chiuso da una graziosissima
finestra a due archi che guarda in un giardino.
Per godere tutta la bellezza di questa magica architettura bisogna uscir
dalla sala delle due Sorelle, attraversare il cortile dei Leoni, ed
entrare nella sala chiamata degli Abencerrages che si trova dal lato di
Mezzogiorno, di fronte a quella delle Sorelle, della quale ha quasi la
stessa forma e gli stessi ornamenti. D'in fondo a questa sala lo sguardo
attraversa il cortile dei Leoni, passa per la sala delle due Sorelle,
entra nella sala degli Aranci, penetra nel gabinetto di Lindaraja e
s'infila nel giardino del quale appare la folta verzura sotto gli archi
di quel gioiello di finestra. Le due aperture di questa finestra, viste
rimpicciolite così per la lontananza, e così piene di luce in fondo a
quella fuga di sale oscure, paion due grandi occhi aperti che guardino,
e fanno immaginare che di là ci siano chi sa quali misteri di paradiso.