Da lui ebbi una curiosa notizia. A Malaga è un'Accademia letteraria
composta di più di ottocento soci, nella quale si celebrano gli
anniversarii di tutti i grandi scrittori e si fa due volte la settimana
una lettura pubblica sur un argomento di scienza o di letteratura.
Quella sera stessa vi si doveva celebrare una festa solenne. Alcuni mesi
prima l'Accademia aveva stabilito il premio di tre bei fiori d'oro,
smaltati di varii colori, per i tre poeti che componessero la miglior
ode al progresso, la miglior romanza sulla riconquista di Malaga, la
miglior satira contro uno dei vizii più comuni della moderna società
civile. Era stata fatta una _convocatoria_ a tutti i poeti della Spagna,
le poesie eran piovute a rifascio, un giurì le aveva segretamente
giudicate, e quella sera stessa doveva profferire la sentenza. La
cerimonia si faceva con gran pompa: vi avevano ad assistere il Vescovo,
il Governatore, il Comandante di marina, i consoli, i personaggi più
cospicui della città, con giubba, ciondoli e ciarpe, e un gran numero di
signore vestite da ballo. Le tre più belle Muse della città dovevano
presentarsi sur una specie di palco scenico inghirlandato e
imbandierato, aprire ciascuna il plico che conteneva la poesia premiata,
e proclamare tre volte il nome dell'autore; se l'autore rispondeva,
invitarlo a leggere i suoi versi, e presentargli il fiore; se non
rispondeva, leggerli esse medesime. In tutta la città non si parlava
d'altro che dell'Accademia, si congetturavano i nomi dei vincitori, si
predicevano meraviglie delle tre poesie, si magnificava l'apparatura
della sala. Questa festa poetica, alla quale si dà il nome di _juegos
floreales_, non si celebrava più da dieci anni. Altri giudichi se queste
gare e queste pompe giovino o nuocciano alla poesia e ai poeti. Per me
sia pur dubbia e sfuggevole la gloria letteraria che può largire la
sentenza d'un giurì e l'omaggio d'un Vescovo e d'un governatore, credo
che il ricevere in dono un fior d'oro dalla mano d'una bellissima donna,
sotto gli sguardi di cinquecento andaluse, al suono d'una musica soave e
in mezzo al profumo dei gelsomini e delle rose, sia una gioia anche più
viva e più profonda di quella che viene dalla gloria vera e
durevole.--No?--Ah! siamo sinceri!
Uno dei miei primi pensieri fu di assaggiare un po' di vero vin di
Malaga, non per altro che per rifarmi dei molti dolori di capo e di
stomaco cui andavo debitore allo scellerato intruglio che si spaccia in
molte città d'Italia colla bugiarda raccomandazione di quel nome. Ma o
ch'io non abbia saputo chiedere, o che non m'abbian voluto capire, il
fatto è che il vino che mi fu dato all'albergo, mi bruciò le viscere e
mi fece dar di volta al cervello. Potei nondimeno recarmi verticalmente
fino alla cattedrale, e dalla cattedrale al castello di Gibralfaro, e in
qualche altro luogo, e formarmi un'idea della bellezza delle malaghesi
senza vederle doppie e tremole, come potrebbe supporre qualche maligno.
Strada facendo, il mio amico mi parlò di codesto repubblicanamente
famoso popolo di Malaga, che ogni momento ne fa una delle sue. È un
popolo ardentissimo; ma mutevole e docile, come tutti i popoli che
senton molto e pensan poco, ed operano più per impulso di passione che
per forza di convincimento. Per un nonnulla si raduna una folla immensa
e si leva un tumulto da metter la città sossopra; ma il più delle volte
basta un atto risoluto d'un uomo autorevole, un tratto di coraggio, un
lampo di eloquenza per sedare il tumulto e disperdere la folla. L'indole
del popolo, in fondo, è buona; ma la traviano la superstizione e la
passione. E sopratutto la superstizione è forse più radicata a Malaga
che in ogni altra città dell'Andalusia, a cagione della ignoranza
maggiore. Tutto sommato, Malaga è la città meno andalusa ch'io m'abbia
veduto, e v'è imbastardita persino la lingua, perchè vi si parla peggio
che a Cadice, dove già vi si parla male.
Ero ancora a Malaga, ma la mia immaginazione s'aggirava già per le vie
di Granata e nei giardini dell'Alhambra e del Generalife. Poche ore dopo
il mezzogiorno, partii, e per dir la verità, fu quella la sola città di
Spagna che lasciai senza mandare un sospiro. Quando il treno partì,
invece di voltarmi a salutarla come avevo fatto a tutte le altre sue
sorelle, mormorai i versi cantati da Giovanni Prati a Granata quando il
duca d'Aosta partì per la Spagna:
«Non più Granata è sola
Sulle sue mute pietre:
L'inno in Alhambra vola
Sulle moresche cetre;»
ed ora, riscrivendoli, penso che la musica della banda della Guardia
Nazionale di Torino ispira la letizia e la pace meglio delle cetre
moresche, e che il lastrico dei portici di Po, contuttochè muto esso
pure, è meglio connesso e più liscio che le pietre di Granata.
XII.
GRANATA.
Il viaggio da Malaga a Granata fu il più avventuroso e sfortunato ch'io
abbia fatto in Spagna.
Perchè i lettori compassionevoli mi possano compiangere quanto vorrei,
bisogna che sappiano (mi vergogno d'intrattener la gente con queste
piccinerie) che a Malaga avevo fatto solamente una leggerissima
colazione all'andalusa, della quale, al momento di partire, mi restava
appena una confusa reminiscenza. Ma ero partito colla sicurezza di poter
scendere a qualche stazione della strada ferrata, dove fosse una di
quelle sale, o pubblici strozzatoi, nelle quali si entra galoppando, si
mangia ansando e si paga scappando, per tornare nel carrozzone
impinzati, soffocati e derubati, a maledire l'orario, i viaggi e il
ministro dei lavori pubblici che _tradisce il paese_. Partii, e per le
prime ore fu una delizia. La campagna era tutta colline gentili e campi
verdissimi, sparsi di villette coronate di palme e di cipressi; e nel
carrozzone, in mezzo a due vecchiotti che tenevan gli occhi chiusi,
v'era un'andalusina che guardava intorno con un sorrisetto briccone che
pareva voler dire:--Via, lanciatemi degli sguardi languidi.--Ma il treno
andava colla lentezza d'una diligenza sconquassata, e non si soffermava
che pochi momenti alle stazioni. Al declinare del sole, lo stomaco
cominciò a suonare a soccorso, e a render più fieri gli stimoli della
fame dovetti fare un lungo tratto di strada a piedi. Il treno si fermò
dinanzi a un ponte malfermo, tutti i viaggiatori scesero e sfilarono a
due a due per andar ad aspettar le carrozze sull'altra sponda del fiume.
Eravamo in mezzo alle roccie della Sierra Nevada, in un luogo deserto e
selvaggio, che ci faceva parere d'esser gente condotta in ostaggio da
una banda di briganti. Rimontati che fummo nei carrozzoni, il treno
riprese a andare colla fiaccona di prima, e il mio stomaco ricominciò a
languire più miseramente che mai. Arrivammo, dopo lungo tempo, a una
stazione tutta ingombra di treni, dove una gran parte dei viaggiatori si
precipitarono a terra, prima che io mettessi il piede sul montatoio.
"Dove vuol andare?" mi domandò un impiegato della strada ferrata,
vedendomi scendere.
"A desinare," risposi.
"Ma lei non va a Granata?"
"A Granata."
"Se è così, non ha tempo; il treno riparte subito."
"Ma gli altri sono discesi."
"Li vedrà tornare di corsa di qui a un momento."
I treni delle merci ch'eran dinanzi, m'impedivano di vedere la stazione;
credetti che fosse lontana; non scesi. Passan due minuti, ne passan
cinque, ne passan otto, e i viaggiatori non tornano, e il treno non si
muove. Salto giù, corro alla stazione, vedo un caffè, entro in una gran
sala.... Dei del cielo! Cinquanta affamati stavano intorno a una tavola
da refettorio, col muso sul piatto, coi gomiti in aria, cogli occhi
all'orologio, divorando e gridando; e un'altra cinquantina si pigiavano
intorno al banco, afferrando e intascando pani, frutti, confetti, mentre
il padrone e i camerieri, ansimanti come cavalli, stillanti di sudore,
correvano, si sbracciavano, urlavano, inciampavan nelle seggiole,
urtavano gli avventori, buttavan qua e là spruzzi di brodo e
d'intingoli; e una povera donna, che doveva essere la padrona del caffè,
prigioniera in una nicchietta dietro al banco assediato, si metteva le
mani nei capelli in atto di disperazione. A quella vista, mi cascaron le
braccia. Ma subito mi feci forza e mi slanciai al saccheggio. Respinto
da una gomitata nel petto, mi slanciai daccapo; ributtato da una
fiancata nel ventre, raccolsi tutto il mio vigore per tentare un terzo
assalto. In quel punto suonò la campanella. Fu uno scoppio di
imprecazioni, e poi un cader di seggiole, un acciottolìo di piatti, un
serra serra, un tramenìo di casa del diavolo. Chi trangugiando in furia
gli ultimi bocconi, diventava livido e cacciava gli occhi fuor del capo
come un impiccato; chi allungando una mano per afferrare un arancio,
sospinto da un che scappava, l'andava a tuffare in un piatto di crema;
chi girava per la sala in cerca della valigia con un gran sberleffe di
salsa sulle guancie; chi, per aver voluto ber d'un sol fiato andatogli
il vino per traverso, tossiva da schiantarsi lo stomaco; e gl'impiegati
di sulla porta gridavano:--Presto!--e i viaggiatori dalla sala
rispondevano:--_Ahógate!_ (affogati),--e i camerieri davan dietro a chi
non aveva pagato, e chi voleva pagare non trovava i camerieri, e le
signore facevan l'atto di svenire, e i ragazzi strillavano, e ogni cosa
era sossopra.
Fu una fortuna ch'io potessi infilarmi nel mio carrozzone prima che il
treno partisse.
Ma là m'aspettava un nuovo supplizio. I due vecchi e l'andalusina, che
doveva essere figliuola dell'uno e nipote dell'altro, erano riusciti a
fare un po' di preda in mezzo a quella maledetta folla del banco; e
mangiavano a due palmenti. Io mi misi a guardarli con occhio
malinconico, contando i bocconi e le dentate, come fa il cane accanto
alla tavola del padrone. L'andalusa se n'accorse, e mostrandomi un
qualchecosa che pareva una polpetta, fece un atto grazioso col capo come
per domandarmi se la volevo.
"Oh! grazie!" risposi con un sorriso da moribondo; "ho mangiato!"
Angelo mio, soggiunsi subito tra me e me, se tu sapessi che in questo
momento preferirei le tue polpette alle acerbe poma, come direbbe
nobilmente messer Niccolò Macchiavelli, colte nel famoso orto delle
Esperidi!
"Assaggi almeno un sorsetto di liquore!" disse lo zio.
Non so per che fanciullesca picca contro di me, o contro quella buona
gente; ma era una picca che in simili occasioni provano spesso anche gli
uomini; risposi anche questa volta:--"No, grazie, mi farebbe male."
Il buon vecchio mi guardò da capo a piedi coll'aria di dire che non gli
parevo un omino da patire una goccia di liquore, e l'andalusa sorrise, e
io diventai rosso dalla vergogna.
Si fece notte, e il treno continuò a andare al passo della cavalcatura
di Sancho Panza, non so per quante ore. Quella sera esperimentai per la
prima volta in vita mia i tormenti della fame, che immaginavo d'aver
provati già nella famosa giornata del ventiquattro giugno
milleottocentosessantasei. Per alleviar quei tormenti, pensavo
ostinatamente a tutti i mangiari che m'inspirano più ripugnanza, ai
pomidoro crudi, alle lumache nel brodo, ai gamberi arrostiti, ai
bianchetti in insalata. Ahimè! una voce di scherno mi gridava d'in fondo
alle viscere che, se li avessi avuti, me ne sarei leccato le dita.
Allora mi misi a far delle mescolanze immaginarie di piatti disparati,
come sarebbe di creme e di pesci, spruzzati di vino, con una manata di
pepe e uno strato di conserva di ginepro; per veder di tenere a segno lo
stomaco. Oh infelice! Lo stomaco vigliacco non ripugnava neanco da
quelle sozzure. Allora feci un ultimo sforzo, e immaginai di essere a
tavola in un albergo di Parigi, al tempo dell'assedio, e di sollevar
pian piano per la coda un topino in salsa piccante, che riacquistando
improvvisamente gli spiriti, mi addentasse il pollice, e mi fissasse in
viso due occhietti inviperiti, ed io, colla forchetta alzata, fossi nel
dubbio o di dargli l'andare o d'infilzarlo senza pietà. Ma, grazie a
Dio, prima ch'io uscissi da questo bivio orribile, per consumare un atto
che non avrebbe avuto riscontro nella storia degli assedii, il treno si
fermò e un barlume di speranza mi ravvivò gli spiriti affaticati.
Eravamo arrivati non so a che villaggio. Mentre cacciavo la testa fuor
del finestrino, una voce gridò:--Scenda chi va a Granata!--Mi precipitai
giù dal carrozzone e mi trovai a faccia a faccia con un omaccione
baffuto che mi tolse la valigia di mano, dicendomi che l'andava a
mettere nella diligenza, perchè da quel villaggio fino a non so quante
miglia dalla _imperial Granada_, non c'è strada ferrata.
"Un momento!" gridai allo sconosciuto con voce supplichevole: "Quanto
tempo c'è per partire?"
"Due minuti!" rispose.
"C'è un'osteria?"
"È là."
Volai nell'osteria, trangugiai un uovo sodo, e scappai verso la
diligenza gridando: "Quanto tempo c'è ancora?"
"Altri due minuti!" mi rispose la voce di prima.
Rivolai all'osteria, mandai giù un altr'uovo, e corsi di nuovo alla
diligenza, ridomandando: "Si parte?"
"Fra un minuto!"
All'osteria daccapo, e un terz'ovo, e poi alla diligenza: "Si va?"
"Fra mezzo minuto!"
Questa volta tirai un moccolo da far rabbrividire, ricorsi all'osteria,
inghiottii un quart'ovo e un bicchier di vino, e mi slanciai di corsa
verso la diligenza. Ma fatti appena dieci passi, mi sentii mancare il
respiro, e mi fermai coll'ovo a mezza gola. In quel punto schioccò la
frusta.--Aspettate!--urlai con una voce rantolosa, agitando le mani come
un uomo che affoghi.
"_Que hay?_" (che c'è?) domandò il vetturino.
Non potei rispondere.
"_Se le ha quedado un huevo en la garganta!_" (Le è rimasto un
uovo nella gola) rispose per me uno sconosciuto.
Tutti i viaggiatori diedero in uno scoppio di risa, l'ovo andò giù, risi
anch'io, raggiunsi la diligenza che partì subito, e ripreso ch'ebbi
fiato, feci ai miei compagni di viaggio il racconto delle mie disgrazie,
che li esilarò e gl'impietosì più che non avrei osato sperare dopo
quella crudele risata sul mio strangolamento.
Ma le mie disgrazie non eran finite. Uno di quei sonni irresistibili,
che mi saltavano addosso a tradimento nelle lunghe marcie notturne in
mezzo ai soldati, mi prese tutt'a un tratto, e mi torturò fino alla
stazione della strada ferrata, senza ch'io potessi dormire un momento.
Credo che una palla da cannone appesa per uno spago in mezzo al cielo
della diligenza, avrebbe dato meno noia ai miei disgraziati compagni di
viaggio, di quello che ne diede la mia povera testa dondolando, come
fece, da tutte le parti, che pareva non fosse più attaccata al collo che
per un nervo. Avevo da una parte una monaca, dall'altra un ragazzo,
davanti una contadina, e per tutto il tragitto non feci che picchiar
capate su quelle tre vittime, col monotono va e vieni del battaglio
d'una campana. La monaca, poveretta, si lasciava picchiare e taceva,
forse in espiazione dei suoi peccati di pensiero; ma il ragazzo e la
contadina brontolavano di tratto in tratto:--_Es una barbaridad!_--_Así
no se puede estar!_--_Tiene una cabeza de plomo!_ (una testa di
piombo).--Finalmente uno scherzo d'uno dei viaggiatori ci liberò tutti e
quattro da quel supplizio. La contadina essendosi lamentata un po' più
forte del solito, una voce in fondo alla diligenza esclamò:--Si consoli!
Se non le ha rotto la testa finora, può star sicura che non gliela rompe
più, perchè vuol dire che l'ha a prova di martello.--Tutti risero, io mi
svegliai chiedendo scusa, e le tre vittime furon così contente di
vedersi libere da quello spietato picchiare, che invece di vendicarsi
con qualche parola acerba, mi dissero:--_Pobrecito! Ha descansado Usted
muy mal! Se ha lastimado Usted la cabeza!_ (Poveretto! Ha riposato molto
male! Deve essersi fatto male alla testa!)
Arrivammo finalmente alla strada ferrata, e, vedete, iniqua sorte! solo
com'ero nel carrozzone che avrei potuto dormire come un sultano, non
riuscii a chiuder occhio. Mi sentivo una spina nel cuore pensando che
avevo fatto quel viaggio di notte, e che non avevo veduto nulla, e che
non potevo godere dello spettacolo di Granata lontana! E mi sonavano in
mente i dolci versi di Martinez della Rosa:
«Oh amata patria mia! Ti riveggo al fine! Riveggo il tuo bel suolo, i
tuoi campi lieti e fecondi, il tuo splendido sole, il tuo quieto cielo!
»Oh sì! veggo la famosa Granata stendersi al piano dall'uno e dall'altro
colle, le sue torri sollevarsi in mezzo ai giardini eternamente verdi, i
suoi fiumi cristallini baciar le sue mura, i monti superbi circondar la
sua valle, e la Serra Nevada coronare gli orizzonti lontani!
»Oh! la tua memoria mi seguiva in ogni parte, Granata! turbava i miei
piaceri, la mia pace, la mia gloria, e mi opprimeva l'anima e il cuore!
Sulle gelide rive della Senna e del Tamigi, io ricordava le amene sponde
del Dauro e del Genil, e sospirava! e ben sovente, intonando una lieta
canzone, il mio dolore s'inacerbiva, e il pianto mal represso soffocava
la mia voce!
»Invano l'Arno delizioso mi offerse le sue rive smaltate di fiori, asilo
degli amori e della pace. La pianura irrigata dal quieto
Genil,--diceva,--è più fiorita! Il soggiorno della bella Granata è più
caro!--E mormorava queste parole con accento sconsolato, e ricordando la
casa dei miei padri, alzava gli occhi melanconici al cielo.
»Qual'è la tua magia, il tuo ineffabile incanto, o patria, o dolce nome,
che ci sei tanto caro! Il nero Affricano, lungi dal suo deserto nativo,
guarda con doloroso sdegno i campi verdeggianti; il rozzo Lappone,
rapito alla sua terra materna, sospira le notti perpetue e il perpetuo
gelo; ed io, io cui la sorte benigna concesse di nascere e di crescere
nel tuo beato grembo, benedetto di tanti doni da Dio, io, lontano da te,
avrei potuto dimenticarti, Granata?»
Arrivai a Granata, era buio fitto, non vidi neanco il profilo d'una
casa. Una diligenza, tirata da due cavalli
«....... anzi due cavallette
Di quelle di Mosè là dell'Egitto»
mi sbarcò in un albergo, dove dovetti aspettare un'ora che mi si facesse
il letto, e finalmente, poco prima delle tre della mattina, potei metter
la testa sul guanciale. Ma le mie disgrazie non eran finite. Quando
cominciavo a pigliar sonno, sentii un mormorio indistinto nella stanza
accanto, e poi una voce maschile che disse chiaramente:--Oh che
piedino!--Chi ha viscere di umanità, giudichi. Il guanciale era un po'
scucito, tirai fuori due bioccoli di lana, me li cacciai nelle orecchie
e riandando col pensiero le traversie del mio viaggio m'addormentai del
sonno dei disperati.
* * * * *
La mattina per tempo uscii e passeggiai per le strade di Granata fin che
fosse un'ora decente per andar a trar fuor di casa un giovane granatino
che avevo conosciuto a Madrid, in casa di Fernandez Guerra, di nome
Gongora, figliuolo d'un archeologo illustre, e discendente del famoso
poeta cordovese Luigi Gongora; di cui dissi qualcosa di volo. La parte
della città che vidi in quelle poche ore non rispose alla mia
aspettativa. Credevo di trovar le stradine misteriose e le casine
bianche come a Cordova e a Siviglia; trovai invece delle piazze
spaziose, alcune belle strade diritte, e le altre tortuose ed anguste
sì, ma fiancheggiate da case alte, dipinte in gran parte di falsi
bassorilievi, con amorini e ghirlande e svolazzi di tende e di veli di
mille colori; senza quell'aspetto orientale delle altre città andaluse.
La parte più bassa di Granata è quasi tutta fabbricata colla regolarità
d'una città moderna. Passando per quelle strade, mi pigliò il dispetto,
e avrei certo portato al signor Gongora una faccia rannuvolata, se per
caso, in quell'andar così alla ventura, non fossi riuscito nella famosa
_Alameda_, che gode la fama di essere il più bel passeggio del mondo, e
che mi compensò a mille doppi della odiosa regolarità delle strade che
vi conducono.
S'immagini chi legge un lungo viale di sì straordinaria larghezza, che
vi potrebbero passare cinquanta carrozze di fronte, fiancheggiato da
altri viali minori, lungo i quali corrono file di alberi smisurati, che
formano a una grande altezza una immensa vòlta di verzura fitta tanto da
non lasciar penetrar un raggio di sole; e alle due estremità del viale
di mezzo due fontane monumentali che gettan l'acqua a larghi sprazzi
ricadenti in finissima pioggia vaporosa, e tra viali e viali, ruscelli
cristallini, e in mezzo, un giardino tutto rose e mirti e gelsomini e
schizzi d'acqua; e da un lato il fiume Genil che scorre in mezzo a due
sponde coperte di boschi d'allori, e lontano i monti coperti di neve,
sui quali le palme lontane disegnano le loro fantastiche chiome; e per
tutto un verde vivo, chiuso, stracarico, che lascia vedere qua e là
qualche striscia di cielo d'un color zaffiro che innamora.
Tornando dall'Alameda, incontrai un gran numero di contadini che uscivan
dalla città a due a due, a drappelli, colle loro donne e i loro ragazzi,
canterellando e celiando. Il loro vestire non mi parve diverso da quello
dei contadini della campagna di Cordova e di Siviglia. Avevano il
cappello di velluto, alcuni colla tesa larghissima, altri colla tesa
alta e ricurva; una giacchettina fatta di liste di panno di vario
colore, una fascia rossa o azzurra, calzoni stretti, abbottonati lungo
la coscia, e un par di ghette di cuoio aperto da un lato in modo da
lasciar vedere le gambe. Le donne son vestite come nelle altre
provincie, e non v'è differenza notevole neanche nei visi.
Andai a casa del mio amico, e lo trovai sepolto nei suoi studi
archeologici, davanti a un mucchio di vecchie medaglie e di pietre
istoriate. Mi ricevette con una allegrezza e una cortesia carissimamente
andalusa, e scambiati che ci fummo i primi saluti, pronunziammo tutti e
due a una voce quella magica parola che in ogni parte del mondo desta in
ogni anima un tumulto di grandi ricordi e un sentimento di desiderio
segreto; che dà l'ultima spinta verso la Spagna a chi ha concepito il
disegno del viaggio e non ancora preso la risoluzione della partenza;
che fa battere il cuore dei poeti e dei pittori, e scintillar gli occhi
delle donne: l'Alhambra!
Ci precipitammo fuor di casa.
* * * * *
L'Alhambra è posta sur un'alta collina che domina la città, ed offre da
lontano l'aspetto d'una fortezza, come quasi tutti i palazzi orientali.
Ma quando io m'avviai col Gongora su per la strada de _los Gomeles_ per
andar a visitare la reggia famosa, non ne avevo ancora visto le mura
neanco da lontano, e non avrei saputo dire da che lato della città si
trovasse. La strada de _los Gomeles_ è in salita e descrive una leggiera
curva, onde per un buon tratto non si vede dinanzi altro che case, e si
può credere che l'Alhambra sia ancora lontana. Il Gongora non parlava;
ma gli leggevo in viso che godeva nel più vivo dell'anima pensando alla
meraviglia e al diletto che avrei provato io. Guardava in terra
sorridendo; rispondeva a tutte le mie domande con un cenno che voleva
dire:--a momenti;--e di tratto in tratto alzava gli occhi quasi
furtivamente per misurare la strada che ci rimaneva a percorrere. Ed io
godevo tanto di quel suo piacere che gli avrei gettato le braccia al
collo per ringraziarlo.
Arrivammo dinanzi a una gran porta che chiude la strada; il Gongora mi
disse:--Ci siamo,--io entrai.
Mi trovai in un gran bosco di alberi d'un'altezza smisurata, inclinati
gli uni verso gli altri di qua e di là d'un grande viale che ascende su
per la collina e si perde nell'ombra; e fitti tanto che appena vi
potrebbe passare un uomo frammezzo, e dovunque si guardi, non si vedon
che tronchi che par che chiudan la via come una parete continua. Gli
alberi incrociano i rami al di sopra del viale; nel bosco non penetra un
raggio di sole; l'ombra è oscurissima; e da ogni parte mormorano
ruscelli, e cantano usignoli, e spira una freschezza primaverile.
"Siamo già nell'Alhambra" mi disse il Gongora; "si volti indietro, e
vedrà le torri e le mura merlate della cinta."
"Ma dov'è il palazzo?" domandai.
"È un mistero," mi rispose; "andiamo innanzi, a caso."
Salimmo per un viale che fiancheggia il gran viale del mezzo, e va su a
giravolte verso la sommità della collina. Gli alberi vi formano sopra
come un padiglione di verzura che non lascia vedere un palmo di cielo, e
l'erbe, i cespugli e i fiori gli fanno ai lati due leggiadrissime
spalliere variopinte e odorose, e un po' inclinate l'una verso l'altra,
come se tendessero a congiungersi, attratte a vicenda dalla vaghezza dei
colori e dalla soavità delle fragranze.
"Fermiamoci un momento," dissi "voglio tirare un gran sorso di
quest'aria; mi par che debba contenere non so che germi arcani che
infusi nel sangue allunghin la vita; è un'aria che odora di gioventù e
di salute."
"Ecco la porta," esclamò il Gongora.
Mi voltai come se m'avessero punto in un fianco, e vidi pochi passi
dinanzi a me una grossa torre quadrata, di color rosso cupo, coronata di
merli, con una porta arcata, sopra la quale si vedono scolpiti una
chiave ed una mano.
Interrogai il mio duca, il quale mi disse che quella era l'entrata
principale dell'Alhambra, e che si chiamava la porta della Giustizia
perchè sotto quell'arco i Re arabi solevan pronunziare le loro sentenze.
La chiave significa che quella porta è la chiave della fortezza, e la
mano simboleggia i cinque principali precetti dell'Islam: orazione,
digiuno, beneficenza, guerra santa e pellegrinaggio alla Mecca.
Un'iscrizione araba attesta che l'edifizio fu costrutto quattro secoli
or sono dal sultano Abul Hagag Jusuf, ed un'altra che si legge tuttora
sulle colonne dice: «Non c'è altro Dio che Allah, e Maometto è il suo
profeta! Non v'è potere nè forza fuori di Allah!»
Passammo sotto la porta e continuammo a salire per una strada incassata,
fin che ci trovammo sulla sommità della collina in mezzo a una spianata
ricinta d'un parapetto e sparsa di piante e di fiori. Io mi voltai
subito verso la valle per godere il colpo d'occhio; ma il Gongora mi
afferrò pel braccio e mi fece guardare dalla parte opposta. Ero dinanzi
a un grande palazzo dello stile del Rinascimento, mezzo in rovina, e
fiancheggiato da alcune piccole case di meschina apparenza.
"Che gioco è questo?" domandai "Mi conduce qui per vedere una reggia
araba, e mi trovo la via chiusa da un palazzo moderno? Chi ha avuto la
scellerata idea di rizzar quell'edifizio in mezzo al giardino dei
Califfi?"
"Carlo V."