suo marito, se ha due bravi occhi nella testa, dovrebbe dire di lei ogni
mattina quando si leva e ogni sera quando va a letto: _Ni Dios mismo
podria arrancármela_."
Gli altri risero; ma alla prima donna parve così stravagante quella
supposta arroganza di suo marito, di affermarsi sicuro anche da un Dio,
mentre forse ella sapeva che non aveva avuto sempre l'accortezza di
guardarsi dagli uomini; che appena degnò il mio complimento d'un sorriso
per far vedere che l'aveva capito. E mi domandò subito la spiegazione
d'un altro verso, e dopo di lei il baritono, e dopo il baritono il
tenore, e dopo il tenore la seconda donna, e via via, per un pezzo non
feci che tradur cattivi versi italiani in pessima prosa spagnuola, con
gran soddisfazione di quella buona gente che per la prima volta poteva
dire di capire un poco quello che aveva tante volte cantato coll'aria di
capire moltissimo. Quando ognuno ne seppe quanto voleva, la
conversazione si ruppe; io stetti un po' col baritono che mi canterellò
un'aria di zarzuela; poi mi attaccai a un corista, il quale mi disse che
il tenore faceva all'amore colla prima donna; poi tirai in disparte il
tenore che mi scoperse gli altarini della moglie del baritono; poi
discorsi colla prima donna che disse roba da chiodi dell'intera
compagnia; ma erano tutti amiconi, e incontrandosi in quell'andare e
venire sulla coperta, gli uomini si azzeccavan dei pizzicotti, le donne
si mandavan dei baci, gli uni e le altre si scambiavano sguardi e
sorrisi che rivelavano intelligenze secrete; e chi solfeggiava di qui, e
chi canterellava di là, e chi faceva un trillo in un canto, e chi in un
altro tentava un _do_ di petto che finiva in un rantolo; e intanto
discorrevan tutti insieme di mille corbellerie. Suonò finalmente la
campanella e ci gettammo a tavola coll'impeto di tanti invitati
ufficiali a un pranzo di gala per una festa d'inaugurazione d'un
monumento. A quel desinare, in mezzo alle grida e ai canti di tutta
quella gente, bevvi per la prima volta un bicchiere schietto di quel
formidabile vino di Jerez, del quale si cantan le meraviglie ai quattro
angoli della terra. Appena l'avevo tracannato, che mi parve di sentire
una scintilla scorrere per tutte le mie vene, e la testa infiammarmisi
come se l'avessi piena di zolfo. Bevvero tutti gli altri, e a tutti
pigliò un'allegria sfrenata e una parlantina irresistibile; la prima
donna si mise a discorrere in italiano; il tenore in francese; il
baritono in portoghese, gli altri in dialetto; io in tutte le lingue e
lì brindisi e canzoncine ed evviva ed occhiate e strette di mano sopra
la tavola e giuochi di pedina di sotto e dichiarazioni di simpatia che
s'incrociavano in tutti i sensi come le impertinenze in un Parlamento
quando destra e sinistra s'accapigliano. Finito il desinare, si salì
tutti in coperta, rossi, tronfi, sbuffanti, avvolti in una nuvola di
fumo di _cigarritos_; e là, al lume della luna, che inargentava l'ampio
fiume, e copriva di una luce limpidissima i boschi e le colline
ricominciarono più clamorose le conversazioni, e dopo le conversazioni i
canti, non più di ariette di zarzuela, ma d'operoni coi fiocchi,
duetti, terzetti, cori, con accompagnamento di gesti e di passi da palco
scenico, intercalati di declamazioni di versi, di racconti, d'aneddoti,
di risa sgangherate, di applausi fragorosi; finchè sfiatati e rifiniti,
tutti tacquero, qualcuno s'addormentò col viso in aria, qualche altro
s'andò ad accucciolare sotto coperta, la prima donna sedette in
un canto a guardar la luna. Il tenore russava; io approfittai della
buona occasione per andare a farmi ripetere a bassa voce un'arietta
della zarzuela: _El sargento Federico_. La cortese andalusa non
si fece pregare, cantò; ma tutt'a un tratto tacque e chinò il viso.
La guardai: piangeva. Le domandai che cos'avesse. Mi rispose
malinconicamente:--Penso a uno spergiuro.--Poi diede in uno scoppio di
risa e ricominciò a cantare. Aveva una voce armoniosa e snella, e
cantava con un sentimento come di tristezza amorosa; il cielo era tutto
tempestato di stelle, e il bastimento scorreva così placidamente sul
fiume che pareva appena che si muovesse; e io pensavo ai giardini di
Siviglia, all'Affrica vicina, e a una persona cara che m'aspettava in
Italia, e mi pigliava il piantoriso, e quando la donna cessava di
cantare, le dicevo:--Canti ancora--e
«Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno...»
Allo spuntar dell'alba il bastimento stava per entrare nell'Oceano; il
fiume era immenso; la riva destra appariva appena, in lontananza, come
una lingua di terra di là dalla quale luccicavan le acque del mare.
Alcuni istanti dopo il sole s'affacciò all'orizzonte, e il bastimento
uscì dal fiume. Allora ci si spiegò dinanzi agli occhi un tale
spettacolo, che se si potessero confondere in una sola arte
rappresentativa la poesia, la pittura e la musica, io per me credo che
Dante colle sue più grandi immagini, il Tiziano coi suoi più fulgidi
colori e il Rossini colle sue più potenti armonie, non sarebbero
riusciti, tutti e tre insieme, a significarne la magnificenza e
l'incanto. Il cielo era una meraviglia di color zaffiro senza la macchia
d'una nube, e il mare così bello che pareva un immenso tappeto di raso
serico; e luccicava al sommo delle lievi increspature che vi faceva
l'aura leggerissima, come se fosse tutto coperto di gemme azzurre, e
formava specchi e striscie luminose, e in lontananza mandava
lampeggiamenti di luce d'argento, e mostrava qua e là alte e
bianchissime vele, simili ad ali sornotanti di giganteschi angeli
caduti. Non ho mai visto tanta vivezza di colori, tanta pompa di luce,
tanta freschezza, tanta trasparenza, tanta limpidità d'acque e di cielo.
Pareva una di quelle aurore della creazione che la fantasia dei poeti ci
dipinse così pure e così sfolgoranti da non esser più le nostre, al
paragone, che un pallido riflesso; ed era più che lo svegliarsi della
natura e il ridestarsi della vita; era come una festa, un trionfo, un
ringiovanimento del creato, che sentisse espandersi nell'infinito un
secondo soffio di Dio.
Scesi sotto coperta per pigliare il canocchiale; quando salii vidi
Cadice.
La prima impressione che mi fece fu di mettermi in dubbio se fosse o non
fosse una città; poi risi; poi mi voltai verso i miei compagni di
viaggio coll'aria di chi domanda che lo rassicurino che non s'è
ingannato. Cadice sembra un'isola di gesso. È una gran macchia bianca in
mezzo al mare senza una sfumatura oscura, senza un punto nero, senza
un'ombra; una macchia bianca tersa e purissima come una collina coperta
di neve intatta che spicchi sur un cielo color di berillo e di turchina
in mezzo a una vasta pianura allagata. Una lunga e sottilissima
striscia di terra l'unisce al continente; da tutte le altre parti è
bagnata dal mare, come un bastimento sul punto di far vela, non
trattenuto più alla riva che da una catena. A poco a poco si distinsero
i contorni dei campanili, i profili delle case, le imboccature delle
strade; e ogni cosa pareva più bianco via via che ci avvicinavamo, e per
quanto guardassi col canocchiale, non mi veniva fatto di trovare in
quella bianchezza il più piccolo neo, neanco sopra gli edifizi, neanco
intorno al porto, neanco negli estremi sobborghi. Si arrivò nel porto
dove non erano che pochi bastimenti a grande distanza gli uni dagli
altri, scesi in una barca senza neppur portare con me la valigia perchè
dovevo ripartir la stessa sera per Malaga, e così vivo era il mio
desiderio di veder la città, che quando la barca giunse alla riva,
spiccai innanzi tempo il salto e caddi in terra come _corpo morto_, che
risenta ancora, ahimè! i dolori d'un corpo vivo.
Cadice è la città più bianca del mondo; e non gioverebbe oppormi che non
vidi tutte le città, perchè ho per me la buona ragione, che una città
più bianca d'una che è superlativamente e completamente bianca non ci
può essere. Cordova e Siviglia non han nulla che fare con Cadice; quelle
son bianche come la carta, Cadice è bianca come il latte. Per darne una
idea, non ci sarebbe di meglio che scrivere mille volte di seguito la
parola «bianca» con una matita bianca su carta azzurra e notare in
margine:--Impressioni di Cadice--Cadice è uno dei più stravaganti e
graziosi capricci umani. Non son bianchi soltanto i muri esterni delle
case: son bianche le scale, bianchi i cortili, bianche le pareti delle
botteghe, bianchi i muricciuoli, bianchi i pilastri, bianchi gli angoli
più riposti e più oscuri delle case più povere, delle strade più
appartate; bianco ogni cosa dai tetti alle cantine, per tutto dove può
entrare la punta di un pennello, persino i fori, persino le
screpolature, persino i nidi degli uccelli. In ogni casa è un deposito
di calce e di bianco, e ogni volta che l'occhio scrutatore degli
inquilini scopre una macchietta, si dà di piglio al pennello e si copre.
I servitori non sono ricevuti dalle famiglie se non sanno fare
l'imbianchino. Uno scarabocchio di carbone sur un muro è uno scandalo,
un attentato contro la quiete pubblica, un atto di vandalismo. Potete
girar tutta la città, guardar dietro a tutte le porte, ficcare il naso
in tutti i bugigattoli, e non troverete che bianco e sempre bianco ed
eternamente bianco.
Con tutto questo, Cadice non arieggia nemmeno alla lontana le altre
città andaluse. Le sue strade sono lunghe e diritte, e le case alte, e
senza i _patios_ di Cordova e di Siviglia. Ma per questo l'aspetto della
città non riesce men nuovo e gradevole agli occhi dello straniero. Le
strade sono diritte, ma strette, e poichè sono anche lunghissime, e
molte attraversano tutta la città, così vi si vede in fondo, come per lo
spiraglio d'una porta, una sottilissima lista di cielo, che fa parer
quasi che la città sia costrutta sulla sommità d'una montagna tagliata
a picco da tutte le parti. Inoltre, le case hanno un gran numero di
finestre, e ogni finestra è munita, come a Burgos, d'una specie di
vetrina sporgente che s'appoggia su quella della finestra di sopra e
sorregge quella della finestra di sotto; così che in molte strade le
case sono completamente coperte di vetro, e si vede appena qualche
tratto di muro, e par di passare in un corridoio d'un immenso Museo. Qua
e là, fra una casa e l'altra, sporgono i rami eleganti d'una palma; in
ogni piazza v'è un mucchio lussureggiante di verzura; su tutte le
finestre ciuffi d'erbe e ciocche di fiori.
In verità, io ero ben lontano dall'immaginare che fosse così gaia e
ridente questa terribile e sventurata Cadice, arsa dagl'Inglesi nel
secolo decimosesto, bombardata sulla fine del decimottavo, devastata
dalla peste, e poi ospite delle flotte di Trafalgar, sede della giunta
rivoluzionaria durante la guerra dell'Indipendenza, teatro di stragi
orrende nella rivoluzione del 1820, bersaglio delle bombe francesi nel
1823, e antesignana della rivoluzione che sbalzò dal trono i Borboni, e
sempre inquieta e turbolenta e prima fra tutte a lanciare il grido della
battaglia. Di tante vicende e di tante lotte non restano che palle di
cannone confitte nei muri, poichè su tutte le altre traccie della
distruzione è passato l'inesorabile pennello, che copre d'un velo bianco
ogni vergogna. E come delle guerre nuovissime, così non vi rimane
traccia nè dei Fenici che la fondarono, nè dei Cartaginesi e dei Romani
che l'ampliarono e l'abbellirono; quando non si volesse considerar come
traccia la tradizione che ci dice: qui sorgeva un tempio ad Ercole, là
sorgeva un tempio a Saturno. Ma il tempo ha fatto ben di peggio che
togliere a Cadice i monumenti antichi: le tolse il commercio e le
ricchezze, dopo che la Spagna perdette i suoi possedimenti d'America; ed
ora Cadice giace là inerte sul suo scoglio solitario, aspettando invano
le mille navi che venivano un giorno imbandierate e festose a recarle i
tributi del nuovo mondo.
Avevo una lettera di raccomandazione per il nostro console, gliel'andai
a portare, e fui cortesemente condotto da lui sulla cima d'una torre di
dove potei abbracciare con uno sguardo tutta la città. Fu una nuova e
più viva meraviglia. Cadice, vista dall'alto, è bianca, tutta bianca e
purissimamente bianca come vista dal mare; in tutta la città non v'è un
tetto; ogni casa è chiusa di sopra da una terrazza cinta di un parapetto
imbiancato; quasi su ogni terrazza si innalza una torricina, pure
bianca, sormontata da un'altra terrazza, o da una cupoletta, o da una
specie di casotto da sentinella: ogni cosa bianco. E tutte queste
cupolette, queste punte, questi merli, che formano alla città un
contorno svariatissimo e bizzarro, spiccano e appaiono più bianchi sul
vivo azzurro del mare. Lo sguardo percorre tutto l'istmo che unisce
Cadice al continente, abbraccia un lunghissimo tratto della costa
lontana su cui biancheggiano le città di Puerto real e di Puerto Santa
Maria e villaggi e chiese e ville; e spazia nel porto e sull'oceano e
pel bellissimo cielo che gareggia col mare di limpidezza e di luce.
Io non potevo saziarmi di guardare quella strana città. A socchiuder gli
occhi, appariva come coperta d'un immenso lenzuolo. Ogni casa sembra
costrutta ad uso di osservatorio astronomico. Tutta la popolazione, in
caso che il mare inondasse la città, come ne' tempi antichi, si potrebbe
raccogliere nelle terrazze e starci, salvo la paura, a tutt'agio. Mi fu
detto che, pochi anni sono, in occasione di non so che eclissi, in pieno
giorno, si vide questo spettacolo. I settantamila abitanti di Cadice
saliron tutti sulle terrazze per osservare il fenomeno. La città, di
tutta bianca, era diventata di mille colori; ogni terrazza era gremita
di teste; si vedeva con un colpo d'occhio, quartiere per quartiere,
tutta la popolazione; un mormorío sordo e diffuso si elevava al cielo
come il muggito del mare, e un movimento immenso di braccia, di
ventagli, di canocchiali rivolti in alto faceva parere che si aspettasse
la discesa di qualche angelo dalla sfera del sole. Al momento fissato,
si fece un silenzio profondo; appena cessato il fenomeno, tutta la
popolazione mandò un grido che parve uno scoppio di tuono; e pochi
momenti dopo, la città riapparve bianca.
Sceso dalla torre, visitai la cattedrale, vasto edifizio di marmo, del
secolo decimosesto, non certo paragonabile alle cattedrali di Burgos e
di Toledo, ma pure d'un'architettura nobile e ardita, e ricca, come
tutte le chiuse spagnuole, d'ogni maniera di tesori. Fui a vedere il
Convento dove il Murillo, dipingendo un quadro sopra un altar maggiore,
cadde dal palco, e riportò la ferita, che fu cagione della sua morte.
Feci una corsa nel Museo di pittura, che contiene alcuni bei quadri del
Zurbaran. Entrai nel Circo dei tori, che è tutto di legno, e fu
costrutto in pochi giorni per offrire uno spettacolo alla regina
Isabella. E verso sera andai a fare un giro sur un delizioso passeggio
lungo la riva del mare, in mezzo agli aranci e alle palme, dove mi
furono segnate a dito ad una ad una le più belle ed eleganti caditane. A
me, qualunque sia il giudizio degli Spagnuoli, il tipo femminino di
Cadice non parve da meno di quello tanto celebrato di Siviglia. Le donne
sono un po' più alte e un po' più grassoccie, e d'un bruno più carico.
Qualche osservatore fino credette di poter asserire che ritraggon molto
del tipo greco: non so da che parte. Io non ci vidi, salvo la statura,
che il tipo andaluso; e bastò per farmi tirare dei sospironi che
avrebbero mandato innanzi una barca, e costringermi a ritornare quanto
prima potei al mio bastimento, come a un luogo di rifugio e di pace.
Quando rimisi il piede a bordo, era notte, il cielo scintillava tutto di
stelle, e l'aria portava or sì or no la musica della banda che suonava
sul passeggio di Cadice. I cantanti dormivano, ero solo, la vista dei
lumi della città e quella musica e il ricordo dei bei visini caditani mi
dava malinconia; non sapevo che far di me; scesi sotto coperta, presi
il mio quaderno e incominciai la descrizione di Cadice. Ma non mi riuscì
che di scrivere una diecina di volte le parole bianco, azzurro, neve,
splendore, colori; dopo di che abbozzai una figurina di donna e poi
chiusi gli occhi e sognai l'Italia.
XI.
MALAGA.
Il giorno dopo, al declinare del sole, il bastimento attraversava lo
stretto di Gibilterra.
Ora, guardando quel punto sul mappamondo, mi par tanto vicino a casa
mia, da non dover esitare un momento, quando me ne saltasse il
ghiribizzo e non vi si opponesse il mio bilancio domestico, a far la
valigia e a correre a Genova per andar a godere un'altra volta il
bellissimo colpo d'occhio dei due continenti. Ma allora mi parve di
essere tanto lontano, che avendo scritto una lettera a mia madre, sul
parapetto del bastimento, coll'intenzione di darla ad impostare a uno
dei passeggieri che scendevano a Gibilterra, nell'atto che scrivevo
l'indirizzo, risi della mia buona fede, come se fosse quasi impossibile
che la lettera arrivasse a Torino. Di qui!--pensai;--dalle colonne
d'Ercole!--e dicevo colonne d'Ercole come avrei detto Capo di Buona
Speranza o Giappone.
«..... Sono nel bastimento _Guadaira_--ho alle spalle l'Oceano e dinanzi
il Mediterraneo, a sinistra l'Europa e a destra l'Affrica. Vedo di là il
capo di Tarifa e a destra le montagne della costa affricana, che
appaiono un po' in confuso come una nuvola grigia; vedo Ceuta, vedo un
po' più là, come una macchia bianca, Tangeri; e in dirittura del
bastimento lo scoglio di Gibilterra. Il mare è quieto come un lago e il
cielo color di rosa e d'oro. Tutto è sereno, bello e magnifico, e io mi
sento nella mente una inesplicabile e dolcissima confusione di grandi
idee, che se potessero esser tradotte in parole, mi pare che
riuscirebbero in una gioiosa preghiera cominciata e chiusa col tuo
nome.....»
* * * * *
Il bastimento si fermò nel golfo di Algesira: tutta la compagnia dei
cantanti scese in una gran barca venuta di Gibilterra, e s'allontanò
agitando ventagli e fazzoletti in atto di saluto. Quando il bastimento
ripartì, imbruniva. Allora potei misurar per ogni verso collo sguardo la
mole enorme dello scoglio di Gibilterra. Da principio mi pareva che in
pochi minuti ce lo saremmo lasciato alle spalle; ma furon ore. Via via
che ci avvicinavamo, ingigantiva, e ogni momento presentava un nuovo
aspetto; ora il profilo d'un mostro smisurato, ora l'immagine d'una
scala immensa, ora la forma d'un castello fantastico, ora un ammasso
informe come d'un mostruoso aereolito caduto da un mondo spezzato in
una battaglia di mondi; e presentava via via dietro una punta alta come
una piramide egizia, un rigonfiamento grande come una montagna, e
scoscendimenti e rupi a picco e curve lunghissime che si perdevan nel
piano. Era notte; lo scoglio disegnava i suoi foschi contorni così netti
e recisi sul cielo rischiarato dalla luna, come un ritaglio di carta
nera sur una lastra di vetro. Si vedevan le finestre illuminate delle
caserme inglesi, i casotti delle sentinelle sulla sommità delle bricche
aeree, e qualche incerto contorno d'albero che appariva appena come
cespo d'erba sulle rupi più vicine. Per lungo tempo ci parve che il
bastimento non muovesse; o che lo scoglio ci seguisse, tanto era sempre
vicino e imminente; poi a poco a poco cominciò a rimpicciolire; ma i
nostri occhi si stancarono di guardare prima che lo scoglio di
minacciarci colle sue fantastiche trasfigurazioni. A mezzanotte mandai
un ultimo saluto a quella formidabile sentinella morta d'Europa, e andai
a ficcarmi nel mio nascondiglio.
* * * * *
Mi svegliai allo puntar dell'alba a poche miglia dal porto di Malaga.
La città di Malaga, vista dal porto, presenta un aspetto gradevole, e
non privo di maestà. A destra un alto monte roccioso, sulla cui cima e
giù per l'un dei fianchi sino al piano, nereggiano le gigantesche rovine
del castello di Gibralfaro, famoso per la disperata resistenza opposta
dagli Arabi all'esercito di Ferdinando e d'Isabella la Cattolica; e
alle falde del monte la cattedrale, che s'innalza maestosamente su
tutti gli edifizi circostanti, lanciando al cielo, come direbbe un poeta
ardito, due belle torri e un altissimo campanile. Tra il castello e la
chiesa e dinanzi al monte e ai lati, una moltitudine, una canaglia, per
dirla alla Vittor Ugo, di casuccie affumicate, e poste le une sulle
altre, alla rinfusa, come se fossero state buttate giù dall'alto, a modo
di macigni. A sinistra della cattedrale, lungo la spiaggia, una fila di
case color cinerino, violaceo, giallognolo, con un contorno bianco alle
finestre e alle porte, che rammenta i villaggi della riviera ligure. Al
di là una corona di colline verdi e rossastre, che chiudon la città come
le mura d'un anfiteatro; a destra e a sinistra, lungo la riva del mare,
altri monti e colline e roccie a perdita d'occhio. Il porto quasi
deserto, la spiaggia quieta, il cielo purissimo.
Prima di scendere a terra, mi congedai dal capitano che doveva
proseguire il suo viaggio per Marsiglia, salutai il nostromo e i
passeggieri, dicendo a tutti che sarei arrivato a Valenza proprio il
giorno che ci doveva arrivare il bastimento, e che perciò mi sarei
imbarcato di nuovo con loro per andare a Barcellona e a Marsiglia; e il
capitano mi disse:--L'aspettiamo,--e il cameriere mi promise che
m'avrebbe serbato il posto. Quante volte, in seguito ricordai le ultime
parole di quella povera gente!
Scesi a Malaga coll'intenzione di partire la sera stessa per Granata.
L'interno della città non offre nulla di notevole. Fuor della parte
nuova che occupa lo spazio anticamente coperto dal mare, ed è costrutta
alla moderna, con vie larghe e diritte, e case grandi e nude; il
rimanente della città è un labirinto di stradicciuole tortuose e un
agglomeramento di case senza colore, senza _patios_, senza grazia. V'è
qualche piazza spaziosa, con giardini e fontane; qualche colonna e
qualche arco di edifizi arabi; nessun monumento moderno, molta
immondizia e non grande frequenza di popolo. I dintorni son bellissimi e
il clima più mite che a Siviglia.