quegl'incantevoli _patios_, che, a guardarli dalla strada, mi facevan
fantasticare tante delizie. "Voglio vederne almeno uno," gli
dissi, "penetrare una volta in mezzo a quei misteri, toccar le pareti,
assicurarmi che sono una cosa vera, e non una visione."--Il mio
desiderio fu subito appagato. Entrammo nel _patio_ d'un amico suo. Il
signor Gonzalo disse al servitore lo scopo della visita, e rimanemmo
soli. La casa non aveva che un piano. Il _patio_ non era più spazioso
d'una sala comune; ma tutto marmo e fiori, e uno schizzo d'acqua nel
mezzo, e intorno quadri e statuette, e fra tetto e tetto una tenda che
riparava dal sole. In un canto si vedeva un tavolino da lavoro, e qua e
là seggiole e panchettine, sulle quali s'eran forse posati poco prima i
piedi di qualche Andalusa che in quel momento ci osservava di fra le
stecche d'una persiana. Io guardai minutamente ogni cosa, come avrei
fatto in una casa abbandonata dalle fate; sedetti, chiusi gli occhi e
immaginai d'essere il padrone; poi m'alzai, bagnai una mano allo
zampillo della fontana, palpai una colonnetta, m'affacciai alla porta,
presi un fiore, alzai gli occhi alle finestre, risi, misi un sospiro, e
dissi:--"Quanto debbono esser felici coloro che vivon qui!"--In quel
punto sentii ridere, mi voltai, e vidi lampeggiar dietro una persiana
due neri occhietti, che sparirono subito. "In verità," dissi "non
credevo che su questa terra si potesse ancora vivere tanto poeticamente!
E pensar che voi vi godete queste case per tutta la vita! E che avete
ancora voglia di stillarvi il cervello colla politica!"--Il signor
Gonzalo mi spiegò i secreti della casa.--"Tutti questi mobili," mi disse
"questi quadri, questi vasi di fiori, all'avvicinarsi dell'autunno
scompaion di qui e risalgono al primo piano, che è l'abitazione
dell'inverno e della primavera. All'avvicinarsi dell'estate, letti,
armadii, tavole, seggiole, ogni cosa si riporta nelle stanze a pian
terreno, e la famiglia dorme qui, e desina, riceve gli amici e lavora,
in mezzo ai fiori e ai marmi, al mormorío della fontana. E poichè la
notte si lascian le porte aperte, dalle stanze dove si dorme si vede il
_patio_ illuminato dalla luna, e si sente l'odor delle rose."--"Oh
basta!" esclamai, "basta, signor Gonzalo, abbia pietà degli
stranieri!"--E ridendo di cuore tutti e due, uscimmo per andar a vedere
la famosa _Casa de Pilatos_.
* * * * *
Passando per una stradina solitaria, vidi nelle vetrine d'una
chincaglieria un assortimento di coltelli così spropositatamente larghi
e lunghi e stravaganti, che mi venne il desiderio di comprarne uno.
Entrai, me ne fu schierata una ventina sotto gli occhi, ed io me li feci
aprire uno per uno. Ad ogni scatto di lama indietreggiavo d'un passo.
Non credo che si possa immaginare un'arma di aspetto più barbaro e più
orrendo di questa. Da un manico di rame, o d'ottone, o di corno, un po'
curvo, e lavorato a trafori che lascian vedere delle striscioline di
talco di varii colori, balza fuori, producendo un rumore simile a quello
d'una raganella, una lama larga come la palma della mano, lunga due
palmi, acuta come un pugnale, della forma di un pesce, ornata d'intagli
colorati di rosso che paion righe di sangue rappreso, e d'iscrizioni
minacciose e feroci. Sur una è scritto in spagnuolo:--_Non aprirmi senza
ragione, non chiudermi senza onore;_--sur un'altra:--_Dove tocco è
finita;_--sur una terza:--_Quando questa serpe morde, il medico non ci
ha più che fare;_--ed altre galanterie di questa natura. Il nome proprio
di questi coltelli è _navaja_ che vuol dire anche rasoio, e la _navaja_
è l'arma da duello del popolo. Ora, è un po' caduta in disuso, ma una
volta era in grande onore; v'erano i maestri, ciascuno aveva il suo
colpo segreto, si facevan dei duelli secondo tutte le regole della
cavalleria. Comprai la più spropositata _navaja_ della bottega, e
ripigliammo la nostra strada.
* * * * *
La _Casa de Pilato_, posseduta dalla famiglia di Medina-Coeli, è, dopo
l'Alcazar, il più bel monumento d'architettura araba che esista a
Siviglia. Il nome di _Casa di Pilato_ le venne da che il suo fondatore,
Don Enriquez de Ribera, primo marchese di Tarifa, la fece costrurre,
secondo si narra, ad imitazione della casa del pretore Romano ch'egli
aveva vista a Gerusalemme dove s'era recato in pellegrinaggio. L'aspetto
esteriore dell'edifizio è modesto; l'interno è meraviglioso. Si entra
dapprima in un cortile, non meno bello di quello incantevole
dell'Alcazar, cinto d'un doppio ordine di archi sostenuti da leggiadre
colonne di marmo, che forman due leggerissime gallerie, l'una
sovrapposta all'altra, e delicate tanto alla vista da far temere che
rovinino al primo soffio di vento. Nel mezzo è una graziosa fontana,
sorretta da quattro delfini di marmo e coronata d'una testa di Giano. I
muri sono ornati, in basso, di fulgidi musaici; più su, coperti di ogni
maniera di capricciosi arabeschi; qua e là aperti in belle nicchie che
contengon busti d'imperatori romani. Ai quattro angoli del cortile,
sorgono quattro statue colossali. Le sale son degne del cortile: i
soffitti, i muri, le porte sono scolpiti, ricamati, fioriti, istoriati
con una delicatezza da miniatura. In una vecchia cappella di stile misto
di gotico e d'arabo, di forma elegantissima, si conserva una piccola
colonna alta poco più di tre piedi, donata da Pio V a un discendente del
fondatore del palazzo, allora vicerè di Napoli; alla qual colonna, narra
la tradizione che sia stato avvinto Gesù Cristo per essere flagellato;
il che, se pur fosse vero, proverebbe che Pio V non aveva nemmeno un
pelo che ci credesse, chè altrimenti non avrebbe commesso, così alla
leggiera, l'inqualificabile sproposito di privarsene per fare un regalo
al primo venuto. Tutto il palazzo è sparso di sacre memorie. Al primo
piano, il custode vi accenna una finestra che corrisponde a quella
presso cui era seduto san Pietro quando rinnegò Gesù, e il finestrino
dal quale la fante lo riconobbe. Dalla strada si vede un'altra finestra
con un terrazzino di pietra, che occupa precisamente il posto di quella
dove Gesù fu mostrato al popolo colla corona di spine. Il giardino è
pieno di frammenti di statue antiche portate dall'Italia da quello
stesso Don Pedro Afan de Ribera, vicerè di Napoli. Fra le altre fiabe
che si raccontano intorno a quel misterioso giardino, si dice che Don
Pedro Afan de Ribera vi aveva posto l'urna, recata dall'Italia, che
conteneva le ceneri dell'Imperatore Traiano, e che un curioso senza
garbo, avendola rovesciata con un urto, le ceneri dell'Imperatore
s'erano sparse fra l'erba, e nessuno era più riuscito a raccoglierle.
Così l'augusto monarca, nato a Italica, per uno stranissimo caso era
tornato vicino alla sua città nativa, non assai bene in arnese, a dir
vero, per poter recarsi a meditare sulle sue rovine; ma pur vicino in
ogni modo.
* * * * *
Dopo quello che ho accennato, si può dire, non d'aver visto, ma d'aver
cominciato a vedere Siviglia. Io però mi arresto qui, perchè tutto deve
aver una fine. Lascio da un lato i passeggi, le piazze, le porte, le
biblioteche, i palazzi pubblici, le case dei grandi, i giardini, le
chiese; ristringendomi a dire che, dopo aver girato per parecchi giorni
dal levar del sole al tramonto, dovetti partire da Siviglia col peso di
molti rimorsi sulla coscienza. Non sapevo più dove battere il capo. Ero
giunto a tal segno di stanchezza che l'annunzio d'una nuova cosa da
vedere mi faceva più spavento che piacere. Il buon signor Gonzalo mi
ispirava coraggio, mi confortava, mi accorciava il cammino colla sua
piacevolissima compagnia; ma tant'è, di quello che vidi gli ultimi
giorni non serbo che una memoria molto confusa.
* * * * *
Siviglia, benchè non meriti più il titolo glorioso di Atene spagnuola,
come ai tempi di Carlo V e di Filippo II, quando madre ed ospite d'una
folta ed eletta schiera di poeti e di pittori, era la sede della civiltà
e delle arti del vasto impero dei suoi monarchi; è pur sempre fra le
città di Spagna, eccettuata Madrid, quella in cui la vita artistica si
mantiene più rigogliosa, e per la copia degli ingegni, e per l'opera dei
mecenati, e per la natura del popolo amantissimo delle belle arti. V'è
una fiorente Accademia letteraria, una Società protettrice delle arti,
un'Università di bella fama, e una famiglia di dotti e di scultori, che
godono d'una onorevole reputazione in Ispagna. Ma la prima gloria
letteraria di Siviglia è una signora, Caterina Bohl, autrice delle
novelle che portano il nome di Fernan Caballero, diffusissime in Spagna,
e in America, tradotte in quasi tutte le lingue d'Europa, e note anche
in Italia, dove alcune vennero non è molto pubblicate, a ogni persona
che s'occupi nulla nulla di letteratura straniera. Son quadri ammirabili
di costumi andalusi, pieni di verità, d'affetto, di grazia, e sopra
tutto d'un così possente vigore di fede, d'un entusiasmo religioso così
intrepido, d'una carità cristiana così ardente, che il più scettico uomo
del mondo ne sarebbe scosso e turbato. Caterina Bohl è una donna che
affronterebbe il martirio con la fermezza e la serenità di sant'Ignazio.
E la coscienza della sua forza si rivela ad ogni sua pagina: non si
ristringe a difendere la religione e a predicarla, assale, minaccia,
fulmina i nemici; e non solo i nemici della religione, ma ogni uomo ed
ogni cosa che accolga, per dirla con una frase fatta, lo spirito del
secolo, poich'ella non perdona a nulla di quanto s'è fatto al mondo dai
tempi dell'Inquisizione in poi, ed è più inesorabile del Sillabo. Ed è
questo forse il suo più gran difetto di scrittrice, perchè i suoi
predicozzi religiosi, e le sue invettive sono soverchio fitte, e quando
non rivoltano, ristuccano, e nuocciono, più che non giovino alle sue
stesse mire. Ma non c'è ombra di fiele nell'anima sua, e quale è nei
libri, tale nella vita: gentile, buona, caritatevole; in Siviglia è
venerata come una santa. Nacque nella città, si maritò giovanissima, ed
ora è vedova per la terza volta. Il suo ultimo marito, che fu
ambasciatore di Spagna a Londra, si uccise, ed ella da quel giorno non
ha più deposto il lutto. Ha ora poco meno di settant'anni, fu
bellissima, ed il suo aspetto nobile e sereno serba l'impronta della
bellezza. Suo padre, ch'era uomo fornito di acuto ingegno e di vasta
cultura, le fece apprendere in tenera età varie lingue: conosce
profondamente il latino, e parla con facilità mirabile l'italiano, il
tedesco, il francese. Oramai, benchè giornali ed editori d'Europa e
d'America la stimolino con larghissime offerte a scrivere, non scrive
più; ma non vive per questo inoperosa. Legge dalla mattina alla sera
ogni sorta di libri, e leggendo o fa la calza o ricama, poichè ha
fermissimamente deciso che i suoi studi di letteratura non debbano
togliere neanche un minuto alle sue faccende da donna. Non ha figliuoli,
vive in una casa solitaria, della quale ha ceduto il miglior quartiere a
una famiglia povera, e spende una buona parte dell'aver suo in
elemosine. Un tratto curioso del suo carattere è l'affetto vivissimo che
porta alle bestie: ha la casa piena d'uccelli, di gatti e di cani; e la
sua sensitività, a questo riguardo, è così delicata, ch'ella non ha mai
voluto metter piede in una carrozza, dal timore di veder dare una
frustata al cavallo per cagion sua. Tutti i dolori l'affliggono come
suoi proprii dolori: la vista d'un cieco, d'un malato, d'una sventura
quale essa sia, la turba per una giornata intera; non può chiuder gli
occhi al sonno, se non ha prima asciugato una lacrima; darebbe
lietamente tutta la sua gloria per risparmiare una trafittura di cuore
ad uno sconosciuto. Prima della rivoluzione viveva meno solitaria: la
famiglia Montpensier la riceveva con grandi onoranze, le più illustri
famiglie di Siviglia facevano a gara per averla in casa; ora non vive
che coi suoi libri e con poche amiche.
* * * * *
Ai tempi degli Arabi, Cordova aveva il primato nella letteratura,
Siviglia nella musica; Averroes diceva:--Quando a Siviglia muore un
dotto e si voglion vendere i suoi libri, si mandano a Cordova; ma se a
Cordova muore un musico, i suoi strumenti si mandano a vendere a
Siviglia.--Ora Cordova ha perduto anche il primato letterario, e
Siviglia li ha tutti e due. Non son più i tempi, certo, in cui un poeta,
cantando le bellezze d'una fanciulla, faceva accorrere intorno a lei, da
tutte le parti del regno, una folla d'innamorati; e un principe
invidiava un altro principe, solo perchè era stato fatto in sua lode un
verso più bello di quanti ne fossero mai stati ispirati da lui; e un
Califfo premiava l'autore d'un bell'inno con un regalo di cento
cammelli, d'uno stuolo di schiavi e d'un vaso d'oro; e una ingegnosa
strofa improvvisata a tempo scioglieva dalle catene uno schiavo o
salvava la vita a un condannato a morte; e i musici passeggiavan per le
strade di Siviglia con un corteggio da monarchi, e il favore dei poeti
era cercato come quello dei re, e la lira era temuta come la spada. Ma
il popolo sivigliano è pur sempre il popolo più poeta della Spagna. Il
frizzo, la parola amorosa, l'espressione della gioia e dell'entusiasmo
sgorgano dalle sue labbra con una spontaneità e una grazia che seduce.
Il popolano di Siviglia improvvisa versi, parla che par che canti,
gestisce che par che declami, ride e folleggia come i fanciulli. A
Siviglia non s'invecchia. È una città in cui si sfuma la vita in un
sorriso continuo, senz'altro pensiero che di godersi il bel cielo, le
belle casine, i giardinetti voluttuosi. È la città più quieta di Spagna;
è la sola, che dalla rivoluzione in poi, non sia stata agitata da alcuni
di quei tristi commovimenti politici che sconvolsero le altre; la
politica non passa la prima pelle; si bada a fare all'amore; tutte le
altre cose si pigliano in ridere; _todo lo toman de broma_, dicono dei
sivigliani gli altri spagnuoli; e in vero, con quell'aria profumata, con
quelle stradine da città orientale, con quelle donnine piene di fuoco,
confondersi! A Madrid si parla male di loro; si dice che son vani,
falsi, mutevoli, pettegoli. È gelosia! Invidiano la loro indole felice,
la simpatia che ispirano agli stranieri, le loro ragazze, i loro poeti,
i loro pittori, i loro oratori, la loro Giralda, il loro Alcazar, il
loro Guadalquivir, la loro vita, la loro storia! Così dicono i
sivigliani battendosi una mano sul petto e cacciando in aria un nuvolo
di fumo dal loro inseparabile _cigarrito_; e le loro belle donnine si
vendicano delle madrilene e di tutte le donne del mondo, parlando con
maligna pietà dei lunghi piedi, delle larghe vite e degli occhi morti
che in Andalusia non riceverebbero l'onore d'uno sguardo e l'omaggio
d'un sospiro. Bello ed amabile popolo in verità, al quale, ahimè!
bisogna pur vedere il rovescio della medaglia, soverchia la
superstizione e mancan le scuole, come a quasi tutta la Spagna
meridionale, in parte non per sua colpa, ma in parte sì; e questa,
forse, non è la parte minore.
* * * * *
Il giorno fissato per la partenza mi arrivò addosso inaspettato. È
strano: io non ricordo quasi nulla dei particolari della mia vita a
Siviglia; è un gran che se so dire a me stesso dove desinai, di che cosa
parlai col Console, come passai le serate, perchè stabilii di partire
quel dato giorno; ero assente da me stesso; vivevo, se posso così
esprimermi, fuori di me; fui per tutto il tempo che rimasi in quella
città, un po' intontito. Fuor che nel Museo e nel _patio_, il mio amico
Segovia deve aver trovato che sapevo di poco; e ora, non so perchè,
penso a quei giorni come a un sogno. Di nessun'altra città m'è rimasta
una ricordanza così vaga come di Siviglia. Oggi ancora, mentre son ben
sicuro di essere stato a Saragozza, a Madrid, a Toledo, qualche volta,
pensando a Siviglia, mi piglia un dubbio. Mi pare che sia una città
molto più lontana degli ultimi confini della Spagna, che per tornarci
dovrei viaggiare mesi e mesi, e attraversare terre sconosciute e grandi
mari e popoli in tutto diversi da noi. Penso alle strade di Siviglia, a
certe piazzette, a certe case, come penserei alle macchie della luna. A
volte, l'immagine di quella città mi passa dinanzi agli occhi, come una
forma bianca, e dispare, quasi senza che io possa afferrarla colla
mente; la vedo odorando un arancio cogli occhi chiusi; fiutando I' aria,
in certe ore della giornata, sulla porta d'un giardino; canterellando
una canzoncina che sentii cantare da un ragazzo su per le scale della
Giralda. Non so spiegare a me stesso questo secreto; ci penso, come a
una città che avessi ancora da vedere, e godo nel guardare stampe e
nello sfogliar libri comprati là, perchè son cose che attestano a me
stesso che ci sono stato. Un mese fa ricevetti una lettera del Segovia
che mi diceva:--Ritornate fra noi;--e n'ebbi un piacere matto, e nello
stesso tempo risi come se m'avessero detto:--Fate una corsa a Pekino.--E
appunto per questo Siviglia mi è cara su tutte le altre città della
Spagna; l'amo come una bella donna sconosciuta, che attraversando un
bosco misterioso, m'avesse gettato uno sguardo ed un fiore. Quante
volte, quando un amico mi scuote dicendomi:--A che pensi?--o nella
platea d'un teatro o nella sala d'un caffè, io, per tornare a lui, debbo
uscire dallo stanzino di Maria Padilla, o da una barca che scivola
all'ombra dei platani della _Cristina_, o dalla bottega di Figaro, o dal
vestibolo di un _patio_ pieno di fiori, di zampilli e di lumi!
* * * * *
M'imbarcai sur un bastimento della Compagnia Segovia, presso la Torre
dell'Oro, in un'ora che Siviglia era tutta immersa in un profondo sonno,
e un sole ardentissimo la copriva d'un mare di luce. Mi ricordo che
pochi momenti prima della partenza, un giovinetto venne a bordo a
cercarmi, e mi rimise una lettera di Gonzalo Segovia, la quale
racchiudeva un sonetto che serbo tuttora, come uno dei più preziosi
ricordi di Siviglia. Sul bastimento era una compagnia di cantanti
spagnuoli, una famiglia inglese, degli operai, dei bambini. Il capitano,
da buon andaluso, aveva una parola cortese per tutti. Appiccai subito
discorso con lui. Il mio amico Gonzalo è figliuolo del proprietario del
bastimento; parlammo della famiglia Segovia, di Siviglia, del mare, di
mille cose allegre. Ah! il pover uomo era ben lontano dal pensare che,
pochi giorni dopo, quel malaugurato bastimento si sarebbe sfasciato in
mezzo al mare, ed egli avrebbe fatto così un'orrenda fine! Era il
_Guadaira_ del quale scoppiò la caldaia a breve distanza da Marsiglia,
il giorno 16 giugno del 1872.
* * * * *
A tre ore il bastimento partì alla volta di Cadice.
X.
CADICE
Quella fu la serata più deliziosa di tutto il mio viaggio.
Poco dopo che il bastimento s'era mosso cominciò ad alitare una di
quelle aurette gentili che scherzano come la manina d'un bimbo col
fiocco della cravatta e coi capelli delle tempie; e da prora a poppa si
levò un vocío di donne e di ragazzi, come segue in una brigata d'amici
al primo chiocco di frusta che annunzia la partenza per una scampagnata
festiva. Tutti i passeggieri si radunarono a poppa, all'ombra d'un'ampia
tenda variopinta come un padiglione chinese, e chi sedette sui cordami,
chi si sdraiò sulle panche, chi si appoggiò al parapetto, ognuno rivolto
dalla parte della torre dell'Oro, per godere lo spettacolo famoso e
incantevole di Siviglia che s'allontana e dispare. Qualche donnina aveva
ancora il viso bagnato delle lagrime dell'addio, qualche bambino era
ancora un po' stordito dallo strepito della macchina a vapore, qualche
signore non aveva ancora finito di bisticciarsi coi facchini che gli
avevan un po' strapazzato i bauli; ma di lì a pochi minuti tutti si
rasserenarono, si cominciò a mondare aranci, ad accender sigari, a far
girare fiaschettine di liquori, ad appiccar conversazione cogli
sconosciuti, a canterellare, a ridere; in un quarto d'ora fummo tutti
amici. Il bastimento scivolava colla soavità d'una gondola sulle acque
chete e limpide, che riflettevano come uno specchio le vesti bianche
delle signore; e l'aria portava un gratissimo odore d'aranci dai boschi
delle sponde popolate di ville. Siviglia s'era nascosta dietro la sua
cinta di giardini; e noi non vedevamo più che un mucchio immenso
d'alberi verdissimi, e di sopra la nera mole della cattedrale, e la
Giralda color di rosa, sormontata dalla sua statua fiammeggiante come
una lingua di fuoco. Via via che ci allontanavamo la cattedrale appariva
più grande e più maestosa come se tenesse dietro alla nave e guadagnasse
terreno; ora pareva che, pure inseguendoci, si allontanasse dalla
sponda; ora che si fosse posta a cavallo del fiume; un momento sembrava
che fosse tutt'a un tratto ritornata al suo posto; un momento dopo
appariva tanto vicina da far sospettare che il bastimento tornasse
indietro. Il Guadalquivir serpeggia a brevi curve; secondo che il
bastimento andava di qua o di là, Siviglia appariva e spariva. Ora
faceva capolino da una parte, come se si fosse allungata fuor della sua
cinta; ora balzava tutt'a un tratto al di sopra dei boschi,
biancheggiando come un altopiano coperto di neve; ora lasciava veder
qua e là in mezzo al verde alcune striscie bianche, e si nascondeva
daccapo, e faceva ogni sorta di vezzi e di civetteríe da donnina
capricciosa. Poi disparve, e non la rivedemmo più; e non rimase che la
cattedrale. Allora tutti si voltarono a guardare le sponde. Pareva di
navigare in un lago d'un giardino. Qui una collina vestita di cipressi,
là un poggio tutto fiorito, più oltre un villaggio schierato lungo la
sponda; e sotto i pergolati dei giardini e sulle terrazze delle ville,
signore che ci guardavan col canocchiale; e qua e là famiglie di
contadini vestiti di vivi colori, e barchette a vela, e ragazzi nudi che
si tuffavan nell'acqua e facean tomboli e guizzi, strillando e agitando
le mani verso le signore del bastimento che si coprivano il viso col
ventaglio. A qualche miglio da Siviglia, incontrammo tre bastimenti a
vapore a breve distanza l'un dall'altro. Il primo ci venne addosso
all'improvviso, in una giravolta del fiume, così che io, non esperto di
quella maniera di navigazione, temetti un momento che non si fosse più
in tempo ad evitare lo scontro. I due bastimenti si passaron vicini
quasi da toccarsi, e i passeggieri dell'uno e dell'altro si salutarono e
si gettaron sigari e aranci, incaricandosi a vicenda di portare un
saluto a Cadice e a Siviglia.
I miei compagni di viaggio eran quasi tutti Andalusi; così che dopo
un'ora di conversazione, io li conosceva dal primo all'ultimo, nè più nè
meno che se fossero stati tutti miei amici d'infanzia. Ognuno disse
subito a chi lo voleva e a chi non lo voleva sapere, chi egli era,
quant'anni aveva, che cosa faceva, dove andava, e qualcuno anche quante
amanti aveva avute e quante _pecetas_ portava nella borsa. Io fui preso
per un cantante, e non è strano per chi pensi che in Spagna il popolo
crede che tre quarti degl'Italiani campino cantando o ballando o
recitando. Un signore, vedendo che avevo un libro italiano tra le mani,
mi domandò di punto in bianco:
"Dove ha lasciato la compagnia?"
"Qual compagnia?" domandai io.
"O che lei non cantava colla Fricci al teatro della Zarzuela?"
"Mi spiace; ma io non ho mai messo piede sul teatro."
"To'; allora bisogna dire che il secondo tenore e lei si rassomigliano
come due goccie d'acqua."
"Bisogna dir così."
"Scusi, sa."
"Non c'è di che."
"Ma lei è italiano?"
"Italiano."
"Canta?"
"Me ne rincresce: non canto."
"È curiosa! A giudicar dalla struttura del suo collo e del suo petto
avrei detto che lei doveva avere una stupenda voce di tenore."
Io mi toccai il petto e il collo e risposi:
"Può darsi, proverò, non si sa mai: due delle condizioni volute le ho:
sono italiano e ho un collo da tenore: la voce deve venire."--A questo
punto, la prima donna della compagnia che aveva sentito il dialogo,
entrò nella conversazione, e dopo di lei tutta la compagnia:
"Il signore è italiano?"
"Per servirla."
"Glielo domando appunto perchè ho bisogno d'un piacere. Che cosa voglion
dire quei versi del _Trovatore_ che dicono:
«Non può nemmeno un Dio
Donna rapirti a me.»
"È maritata la signora?"
Tutti si misero a ridere.
"Sì," rispose la prima donna; "ma perchè mi fa questa domanda?"