La famosa Giralda della cattedrale di Siviglia, è un'antica torre araba,

costrutta, a quanto si afferma, nell'anno mille, sul disegno

dell'architetto Gaver, inventore dell'algebra; modificata nella parte

superiore dopo la riconquista, e ridotta così a campanile cristiano; ma

pur sempre araba all'aspetto, e tuttavia più altera dello sparito

stendardo dei vinti, che non della croce a lei nuovamente imposta dai

vincitori. È un monumento che produce una sensazione nuova; fa

sorridere; è smisurato e imponente come una piramide egizia, e ad un

tempo gaio e gentile come un chiosco di giardino. È una torre di

mattoni, quadrata, d'un bellissimo color di rosa, nuda fino a una certa

altezza, e di qui in su ornata di finestrine moresche, binate, sparse

qua e là come a caso, munite di balconcini che fanno un bellissimo

vedere. Sul piano dove posava anticamente un tetto variopinto,

sormontato d'un'asta di ferro che sorreggeva quattro enormi palle

dorate; sorge il campanile cristiano, di tre piani, il primo occupato

dalle campane, il secondo cinto d'una balaustrata, il terzo formato da

una specie di cupola, sulla quale gira come una banderuola una colossale

statua di bronzo dorato, che rappresenta la Fede, con una palma da una

mano e dall'altra uno stendardo, visibile a grande distanza da Siviglia,

e quando vi batte il sole, scintillante a somiglianza di un enorme

rubino confitto nella corona d'un re titano che signoreggi collo

sguardo tutta la vallata andalusa.

Salii fino alla sommità, e là fui ampiamente compensato delle fatiche

della salita. Siviglia, tutta bianca come una città di marmo, cinta

d'una corona di giardini, di boschi e di viali, in mezzo ad una campagna

sparsa di ville, si stende sotto allo sguardo in tutta la pompa della

sua bellezza orientale. Il Guadalquivir carico di navi l'attraversa e

l'abbraccia con un larghissimo giro. Qui la Torre dell'Oro disegna le

sue graziose forme sulle acque azzurre del fiume, là l'Alcazar ostenta

le sue austere torri, più oltre giardini del Montpensier spingono oltre

i tetti degli edifizii un ammasso enorme di verzura; lo sguardo penetra

dentro il circo dei tori, nei giardini delle piazze, nei _patios_ delle

case, nei claustri delle chiese, in tutte le strade che vengono a

sboccare intorno alla cattedrale; lontano, si scorgono i villaggi di

Santi-Ponce, di Algaba ed altri che biancheggiano alle falde delle

colline; a destra del Guadalquivir, il grande borgo di Triana; da un

lato, lontanissimo, le creste dentellate della Sierra Morena; dal lato

opposto altri monti svariati d'infinite tinte azzurrine; e sopra questo

meraviglioso panorama il più puro, il più trasparente, il più

incantevole cielo che abbia mai sorriso allo sguardo dell'uomo.

Sceso dalla Giralda, andai a vedere la biblioteca Colombina, posta in un

edifizio antico, accanto al _Patio de los Naranjos_. Dopo aver visto una

collezione di messali, di bibbie, di manoscritti preziosi, uno tra i

quali attribuito ad Alfonso il Saggio, intitolato: _Il Libro del

Tesoro_, scritto con diligentissima cura nella vecchia lingua spagnuola;

vidi,--lasciatemelo ripetere,--vidi,--io--coi miei occhi inumiditi, e

premendomi una mano sul cuore che mi batteva forte, vidi un libro, un

trattato di cosmografia e di astronomia, in latino, coi margini coperti

di note scritte dalla mano di Cristoforo Colombo. Egli aveva studiato

quel libro quando volgeva in mente il grande disegno, aveva vegliato su

quelle pagine, le aveva toccate, forse la sua divina fronte, in quelle

veglie faticose, si era qualche volta chinata con uno stanco abbandono

su quelle pergamene, e le aveva bagnate di sudore! È un pensiero che fa

fremere! Ma c'è ben altro! Vidi uno scritto della mano di Colombo, nel

quale sono raccolte tutte le profezie degli antichi scrittori sacri e

profani intorno alla scoperta d'un nuovo mondo; scritto del quale egli

si servì, a quanto pare, per indurre i sovrani di Spagna a fornirgli i

mezzi di tentare la sua impresa. V'è, fra gli altri, un passo della

_Medea_ del Seneca, che dice: _Venient annis sæcula seris, quibus

oceanus vincula rerum laxet, et ingens Pateat tellus_. E nel volume del

Seneca, che si trova pure nella biblioteca Colombina, accanto al passo

citato, v'è una annotazione del figlio Ferdinando, che dice:--Questa

profezia è stata avverata da mio padre, l'ammiraglio Cristoforo Colombo,

l'anno 1492.--Mi si riempiron gli occhi di lacrime; avrei voluto esser

solo per baciare quei libri, per stancarmi a forza di rivolgerli tra le

mani, per poterne staccare un piccolo frammento e portarlo con me, come

una cosa sacra. Cristoforo Colombo! Ho visto i suoi caratteri! Ho

toccato i fogli ch'egli ha toccato! L'ho sentito così vicino a me!

Uscendo dalla biblioteca, non so.... mi sarei gettato in mezzo alle

fiamme per salvare un bambino, mi sarei spogliato per soccorrere un

povero, avrei fatto lietamente qualche grande sacrifizio; ero tanto

ricco!

* * * * *

Dopo la biblioteca, l'Alcazar; ma prima di arrivare all'Alcazar, benchè

si trovi nella stessa piazza della cattedrale, sentii per la prima volta

che cos'è il sole dell'Andalusia. Siviglia è la città più calda della

Spagna, quella era l'ora più calda della giornata, ed io mi trovavo nel

punto più caldo della città; v'era un oceano di luce; non una porta, non

una finestra aperta, non un'anima viva; se m'avessero detto che Siviglia

era disabitata, l'avrei potuto credere. Attraversai la piazza lentamente

cogli occhi socchiusi, col viso raggrinzato, col sudore che mi filava a

grosse goccie giù per le guancie e per il petto, con le mani che mi

pareva d'averle tuffate in un secchio d'acqua. Vicino all'Alcazar trovai

una specie di baracca d'un acquaiolo, e mi cacciai sotto colla

precipitazione d'un uomo che si ripari da una tempesta di sassi. Ripreso

un po' di fiato, mi mossi verso l'Alcazar.

* * * * *

L'Alcazar, antico palazzo dei Re mori, è uno dei monumenti meglio

conservati della Spagna. Visto di fuori, pare una fortezza: è tutto

cinto di alte mura, di torri merlate e di vecchie case, che formano

davanti alla facciata due spaziosi cortili. La facciata è nuda e severa

come le altre parti esteriori dell'edifizio. La porta è ornata di

arabeschi dorati e dipinti, fra i quali si vede una iscrizione gotica

che accenna il tempo in cui l'Alcazar fu restaurato per ordine del re

Don Pedro. L'Alcazar, infatti, benchè sia un palazzo arabo, è opera più

dei re Cristiani che dei re Arabi. Fondato non si sa precisamente in che

anno, fu ricostrutto dal re Abdelasio verso la fine del dodicesimo

secolo; conquistato dal re Ferdinando verso la metà del secolo decimo

terzo; rifatto una seconda volta, nel secolo seguente, dal re Don Pedro;

abitato poi, per più o meno tempo, da quasi tutti i re di Castiglia; e

infine scelto da Carlo V per celebrarvi il suo matrimonio coll'Infanta

di Portogallo. L'Alcazar fu testimone degli amori e dei delitti di tre

schiatte di Re; ogni sua pietra desta un ricordo e custodisce un

segreto.

Si entra, si attraversano due o tre sale, nelle quali non riman più

d'arabo che il soffitto e qualche musaico a piè dei muri, e si riesce in

un cortile dove si rimane attoniti dalla meraviglia. Un portico ad archi

elegantissimi si stende lungo i quattro lati, sostenuto da colonnine di

marmo, unite a due a due; e gli archi e i muri e le finestre e le porte

son coperte di sculture, di musaici, di arabeschi intricatissimi e

delicatissimi, dove traforati come veli di trina; dove fitti e chiusi

come tappeti trapunti; dove sporgenti e penzoli come mazzi e ghirlande

di fiori; e fuor che i musaici dai mille colori, ogni cosa è bianco,

nitido, luccicante come l'avorio. Ai quattro lati son quattro grandi

porte per le quali si entra nelle sale reali. Qui la meraviglia si muta

in incanto. Quanto di più ricco, di più vario, di più splendido può

sognare la più ardente fantasia nel più ardente dei suoi sogni, si trova

in codeste sale. Dal pavimento alla volta, intorno alle porte, lungo gli

spigoli delle finestre, negli angoli più appartati, in qualunque parte

cada lo sguardo, appare un tal formicolío di ornamenti d'oro e di pietre

preziose, una così fitta rete di arabeschi e d'iscrizioni, una così

meravigliosa profusione di disegni e di colori, che appena si son fatti

venti passi, si è sbalorditi e confusi, e l'occhio erra qua e là stanco,

quasi cercando un palmo di parete nuda, in cui rifugiarsi e riposare. In

una di queste sale il custode vi accenna una macchia rossastra

che copre un buon tratto del pavimento marmoreo, e vi dice con voce

solenne:

"Questa è la traccia del sangue di Don Fadrique gran mastro dell'Ordine

di Sant'Jago, ucciso in questo luogo medesimo, l'anno 1358, per ordine

del re Don Pedro, suo fratello."

Mi ricordo che quando udii queste parole guardai in viso il custode

coll'aria di voler dire:--Gnamo, via;--e che il buon uomo mi rispose con

un tuono secco:

"_Caballero_, se io le dicessi di creder la cosa sulla mia parola, ella

avrebbe ogni ragione di dubitarne; ma quando la cosa la può veder lei

coi suoi occhi, sbaglierò, ma... mi pare..."

"Sì," m'affrettai a dire, "sì, è sangue, lo credo, lo vedo, non

parliamone più."

Ma se si può scherzar sulla macchia del sangue, non si può sulla

tradizione di quel delitto; l'aspetto del luogo ne ravviva nella mente

tutti i più orrendi particolari. Per l'ampie sale dorate par di sentir

risuonare il passo di Don Fadrique, inseguito dai balestrieri armati di

mazze; il palazzo è immerso nelle tenebre; non si sente altro rumore che

quello dei carnefici e della vittima; Don Fadrique cerca di entrar nel

cortile, Lopez de Padilla lo agguanta, Fadrique si scioglie, è nel

cortile, afferra la spada, maledizione! la croce dell'elsa s'è intricata

nel mantello dell'Ordine di Sant'Jago, i balestrieri sopraggiungono, ei

non ha più tempo a sguainare la lama, fugge qua e là a tentoni,

Fernandez de Roa lo raggiunge e lo atterra con un colpo di mazza, gli

altri gli si avventano addosso e feriscono, Faldrico spira in un lago di

sangue....

Ma questo tristo ricordo si perde in mezzo alle mille immagini della

vita deliziosa dei re Arabi. Quelle finestrine gentili, alle quali par

che si debba affacciar da un momento all'altro un volto languido di

Odalisca; quelle porte segrete, davanti alle quali vi fermate vostro

malgrado, come se aveste sentito il fruscío d'una veste; quei dormentori

dei Sultani, immersi in una oscurità misteriosa, nei quali vi par di

sentir confusi in un solo i gemiti amorosi di tutte le fanciulle che vi

perdettero il fior verginale; quella prodigiosa varietà di colori e di

fregi che a somiglianza di una concitatissima e sempre cangiante

sinfonia vi leva i sensi in non so quale smarrimento fantastico che vi

fa dubitar di sognare; quell'architettura delicata e leggerissima, tutta

colonnine che paion braccia di donne, archetti capricciosi, stanzini,

volte affollate di ornamenti che pendono in forma di stallatiti, di

diacciuoli e di grappoli, variopinte come aiuole fiorite; tutto questo

vi mette il desiderio di sedervi in mezzo a una di quelle sale, e di

star là premendovi sul cuore una bella testa bruna d'Andalusa, che vi

faccia dimenticare il mondo e il tempo, e con un lunghissimo bacio che

vi assorbisca la vita vi addormenti per sempre.

Al pian terreno, la più bella sala è quella degli ambasciatori, formata

da quattro grandi archi che sostengono una galleria di quarantaquattro

archi minori, e in alto una leggiadra cupola scolpita, dipinta, dorata,

ricamata con una grazia inimitabile e uno sfarzo favoloso. Al piano

superiore, dov'eran gli appartamenti d'inverno, non rimane che un

oratorio di Ferdinando e d'Isabella la Cattolica, e una piccola stanza

che si dice sia quella in cui dormiva il re Don Pedro. Di qui si scende

per una scala stretta e misteriosa nelle stanze in cui abitava la famosa

Maria di Padilla, favorita di Don Pedro, che la tradizione popolare

accusa d'aver istigato il re al fratricidio.

I giardini dell'Alcazar non sono molto vasti, nè straordinariamente

belli; ma i ricordi che destano valgon più della vastità e della

bellezza. All'ombra di quegli aranci e di quei cipressi, al mormorio di

quelle fontane, quando splendeva in quel purissimo cielo andaluso una

grande e candida luna, e il folto sciame dei cortigiani e degli schiavi

posava; quanti lunghi sospiri di ardenti sultane! quante umili parole di

re superbi! che tremendi amori, e che tremendi amplessi!--Itimad! mio

amore!--mormoravo io, pensando all'amante famosa di re Al-Motamid, e

intanto giravo di sentiero in sentiero come inseguendo il suo

fantasma;--Itimad! Non lasciarmi solo in questo tacito paradiso!

Arrestati! Rendimi un'ora della felicità di questa notte! Ti ricordi? Tu

venisti a me, e la tua ricca chioma cadde sulle mie spalle come un

manto; e in quel modo che il guerriero impugna la sua spada, io afferrai

il tuo collo più bianco e più morbido di quello del cigno! Com'eri

bella! Come il mio cuore ansioso estinse la sua sete dentro la tua bocca

color di sangue! Il tuo bel corpo uscì dalla tua veste splendidamente

ricamata, come una lama nitida e scintillante esce dalla guaina; e

allora io premetti con ambe le mani i tuoi grandi fianchi, e la tua vita

sottile e tutta la perfezione della tua bellezza! Come sei cara, Itimad!

Il tuo bacio è dolce come il vino, e il tuo sguardo, come il vino, fa

smarrir la ragione!

Mentre facevo così la mia dichiarazione amorosa con frasi e immagini

rubacchiate ai poeti arabi, e proprio nel momento che infilavo un

sentiero tutto fiancheggiato da' fiori, mi sentii a un tratto venir su

tra gamba e gamba uno zampillo d'acqua; feci un salto indietro,

ricevetti uno spruzzo nel viso; mi voltai a destra, uno spruzzo nel

collo; mi girai a sinistra, uno spruzzo nella nuca; mi misi a correre,

acqua di sotto, dai lati, da tutte le parti, a zampilli, a sprazzi, a

pioggia, così che in un momento mi trovai fradicio come se mi avessero

tuffato in una tinozza. Nel punto che apro la bocca per gridare, tutto

cessa, e sento una sonora risata in fondo al giardino; mi volto, e vedo

un giovanotto, appoggiato a un muricciuolo, che mi guarda coll'aria di

dire:--Le è piaciuto?--Quando uscii mi mostrò l'ordigno che aveva

toccato per farmi quella broma (facezia), e mi confortò assicurandomi

che il sole di Siviglia non mi avrebbe lasciato molto tempo in quello

stato di spugna intrisa, a cui ero passato così bruscamente, me

infelice! dalle braccia amorose della mia sultana.

* * * * *

La sera, malgrado le voluttuose immagini che m'avea suscitate nella

mente l'Alcazar, fui abbastanza calmo da poter considerare la bellezza

delle sivigliane senza esser poi costretto cercare uno scampo tra le

braccia del console. Io non credo che in nessun paese esistan donne più

atte delle andaluse a far concepire il disegno d'un rapimento; non solo

perchè destin la passione che fa far le corbellerie; ma perchè davvero

paion fatte apposta per esser prese, abballottate e nascoste, tanto son

piccole, leggiere, rotondette, elastiche, morbidine. I loro piedini vi

entrerebbero agevolmente tutti e due in una tasca del soprabito, con una

mano le levereste su per la vita come le bambole, e premendole un po'

con un dito le pieghereste come una verghetta di giunco. Alla bellezza

naturale accoppian poi l'arte di camminare e di guardare in una maniera

da far dar di volta al cervello. Scivolano, sguisciano, ondeggiano; in

un momento solo, passandovi accanto, vi mostrano il piedino, vi fanno

ammirare il braccio, vi mettono in evidenza la vitina, vi scoprono due

file di denti bianchissimi, e vi lanciano uno sguardo lungo e velato che

si figge e muore nel vostro; e poi tiran via con aria di trionfo, sicure

d'avervi messo il sangue sossopra.

Per avere un'idea della bellezza delle donne del popolo e della loro

foggia di vestire, andai a vedere il giorno dopo la fabbrica di

tabacchi, che è una delle più vaste d'Europa e conta non meno di

cinquemila operaie. L'edifizio è di fronte al vasto giardino del duca di

Montpensier; le operaie si trovan quasi tutte in tre grandissime sale,

divisa ciascuna in tre parti da tre file di pilastri. Il primo colpo

d'occhio è stupendo; vi si presentano tutte insieme allo sguardo

ottocento ragazze, divise in gruppi di cinque o sei, sedute intorno ai

tavolini da lavoro, fitte come una folla, le lontane confuse, le ultime

appena visibili; tutte giovani, poche bambine; ottocento chiome

nerissime e ottocento visi bruni di ogni provincia d'Andalusia, da Iaen

a Cadice, da Granata a Siviglia. Si sente un brulichío come in una

piazza piena di popolo. Le pareti, dalla porta d'entrata fino alla porta

d'uscita, in tutte tre le sale, sono tappezzate di gonnelle, di scialli,

di fazzoletti, di sciarpe; e, cosa curiosissima, tutto quell'ammasso di

cenci che basterebbe a riempire cento botteghe da rigattiere, presenta

due colori dominanti, tutti e due continui, l'uno sotto l'altro, come i

colori d'una lunghissima bandiera: il nero degli scialli sopra, il roseo

delle vesti sotto; misto al rosso il bianco, il porporino, il giallo; e

par di vedere un'immensa bottega di maschere o un'immensa sala da ballo

in cui le ballerine, per esser più libere, abbiano appeso al muro tutto

ciò che non è strettamente necessario a salvare il pudore. Le ragazze si

rimettono quei vestiti per uscire; per lavorare veston roba da

strapazzo; ma ugualmente bianca o rosea. Il caldo essendo

insopportabile, tutte s'alleggeriscono quant'è possibile, e perciò fra

quelle cinquemila ve ne saranno appena una cinquantina delle quali il

visitatore non possa contemplare a suo bell'agio il braccio e la spalla,

senza tener conto dei casi straordinari che si presentano all'improvviso

passare da una sala all'altra, dietro le porte e le colonne, e in fondo

agli angoli lontani. Vi sono dei visi bellissimi; ed anco i non belli

hanno qualche cosa che attira lo sguardo e s'imprime nella memoria: il

colorito, l'occhio, le ciglia, il sorriso. Molte, e specie le così dette

_gitane_, sono d'un bruno carico come le mulatte, e han le labbra

tumide; altre, gli occhi tanto grandi che un loro ritratto fedele

parrebbe un'esagerazione mostruosa; la maggior parte son piccine e ben

fatte, e tutte hanno una rosa o una viola o un mazzetto di fiori di

campo fra le treccie. Sono pagate in ragione del lavoro che fanno; le

più abili e le più operose guadagnano fino a tre lire il giorno; le

pigre--_las holgazanas_--dormono colle braccia incrociate sul tavolo e

la testa appoggiata sulle braccia; le mamme lavorano dimenando una gamba

cui è legata una cordicella che fa dondolare una culla. Dalla sala dei

sigari si passa in quella dei _cigarritos_, da quella dei _cigarritos_

in quella delle scatole, da quella delle scatole in quella delle casse,

e per tutto si vedon sottane color di rosa, treccie nere ed occhioni. In

una sola di quelle sale quante storie d'amore, di gelosie, d'abbandoni e

di miserie! All'uscire di quella fabbrica, per un pezzo vi par di vedere

da ogni parte pupille nere che vi guardano con mille espressioni diverse

di curiosità, di noia, di simpatia, di allegrezza, di mestizia, di

sonno.

* * * * *

Lo stesso giorno andai a vedere il Museo di pittura.

Il Museo di pittura di Siviglia non possiede un gran numero di quadri;

ma quei pochi valgono un grande Museo. Vi sono i capolavori del Murillo,

e fra questi l'immortale _Sant'Antonio da Padova_, che ha fama di essere

la più divinamente ispirata delle sue creazioni, e una delle più grandi

meraviglie del genio umano. Visitai quel Museo col signor Gonzalo

Segovia e Ardizone, uno dei più illustri giovani di Siviglia, e vorrei

ch'egli fosse ora qui, accanto al mio tavolino, per testificare con una

noticina firmata che nel punto ch'io fissai gli occhi su quel quadro, lo

afferrai pel braccio e gettai un grido.

Una volta sola, in vita mia, provai una commozione della natura di

quella che m'assalì alla vista di quel l'immagine. Era una bella notte

d'estate, il cielo tutto scintillante di stelle, e la vasta campagna che

si abbracciava con uno sguardo dal luogo alto dove mi trovavo, immersa

in una quiete profonda. Una delle più nobili creature ch'io abbia

incontrato finora nella vita, era accanto a me. Poche ore prima avevamo

letto alcune pagine d'un libro dell'Humboldt. Guardavamo il cielo, e

parlavamo del moto della terra, dei milioni dei mondi, dell'infinito,

con quel tuono sommesso, quasi di voce lontana, che vien spontaneo

quando si parla di tali cose, di notte, in un luogo silenzioso. A un

certo punto tacemmo, e ciascuno si abbandonò, cogli occhi fissi nel

cielo, alle sue fantasie. Io non so per qual ordine di pensieri riuscii

dove riuscii; non so che misterioso movimento d'affetti si sia prodotto

nel mio cuore; non so che cosa abbia veduto, o traveduto, o sognato; so

che tutto ad un tratto mi parve che si squarciasse un velo davanti alla

mia mente, sentii dentro di me una infinita sicurezza di ciò che fino

allora avevo piuttosto desiderato che creduto, il mio cuore si dilatò in

un sentimento di gioia suprema, d'una dolcezza angelica, d'una speranza

immensa; un'onda di lagrime ardenti mi sgorgò impetuosamente dagli

occhi, e afferrando la mano amica che cercava la mia, gridai dal più

profondo dell'anima:--È vero! È vero! È vero!--e mi misi a piangere come

un bambino.

Il _Sant'Antonio di Padova_ mi fece riprovare la commozione di quella

sera. Il santo è inginocchiato in mezzo alla sua cella: il bambino Gesù,

circonfuso d'una luce bionda e vaporosa, attirato dalla forza della

preghiera, scende fra le sue braccia; Sant'Antonio, rapito in estasi, si

slancia con tutto il suo corpo e tutta la sua anima verso di lui,

rovesciando indietro la sua testa raggiante in uno spasimo di voluttà

sovrumana. Tale fu la scossa che mi diede questo quadro, che pochi

minuti di contemplazione mi lasciarono stanco come se avessi percorso un

grande Museo; e mi prese un tremito che mi durò per tutto il tempo ch'io

rimasi in quella sala. Vidi in seguito gli altri grandi quadri del

Murillo: una _Concezione_, un _San Francesco che abbraccia Cristo_,

un'altra _Visione di Sant'Antonio_, ed altri che non son meno di venti,

tra i quali la incantevole e famosa _Vergine della Servietta_, dipinta

dal Murillo sur una servietta vera, nel Convento de' Cappuccini di

Siviglia, per soddisfare un desiderio del laico che lo serviva: una

delle sue più delicate creazioni, nella quale profuse tutta la magia dei

suoi inimitabili colori; ma nessuno di questi quadri che pur sono

oggetto di meraviglia a tutti gli artisti del mondo, staccò il mio

pensiero e il mio cuore da quel divino Sant'Antonio.

V'hanno pure in quel Museo quadri dei due Herrera, del Pacheco, di

Alfonso Cano, di Paolo di Cespedes, del Valdes, del Mulato, che fu

servitore del Murillo e ne imitò abilmente la maniera; e infine il

famoso gran quadro l'_Apoteosi di San Tommaso d'Aquino_ di Francesco

Zurbaran, uno dei più eminenti artisti del secolo decimosettimo,

soprannominato il Caravaggio spagnuolo, forse superiore a questi nella

verità e nel sentimento morale, naturalista possente, colorista

vigoroso, inimitabile rappresentatore di frati austeri, di santi

macerati, di eremiti pensosi, di sacerdoti terribili; e poeta insuperato

della penitenza, della solitudine, della meditazione.

* * * * *

Dopo avermi fatto vedere il Museo di Pittura, il signor Gonzalo Segovia

mi condusse per un andirivieni di stradine, nella strada _Francos_, che

è una delle principali della città, e fermatosi dinanzi a una piccola

bottega da mercante di panni, mi disse sorridendo:

"Guardi; non le fa pensare a nulla questa bottega?"

"In verità," risposi, "a nulla."

"Guardi il numero."

"È il numero quindici: e con questo?"

"Oh! cospetto," esclamò allora il mio amabile cicerone:

«Numero quindici,

A mano manca!»

"La bottega del _Barbiere di Siviglia_!" gridai.

"Appunto," egli mi rispose; "la bottega del barbiere di Siviglia; ma

badi, se ne parlerà in Italia, non giuri, perchè le tradizioni sono

spesso traditrici, e io non vorrei addossarmi la responsabilità d'una

affermazione storica di tanta importanza."

In quel momento il mercante s'affacciò alla porta della bottega, e

indovinando il perchè eravamo là, rise, e ci disse:--_No está._--Figaro

non c'è, e facendoci un grazioso saluto, si ritrasse.

Spagna · 第 21 / 29 段