Il viaggio da Cordova a Siviglia non desta la meraviglia come quello da

Toledo a Cordova; ma è pur bello ancora; sono sempre quei boschi di

aranci, quegli oliveti sconfinati, quei colli vestiti di pampini, quei

prati coperti di fiori. A poche miglia da Cordova si vedon le torri

diroccate del formidabile castello di Almodovar, posto sur una roccia

altissima, che domina un immenso spazio all'intorno; a Hornachuelos, un

altro vecchio castello sulla sommità d'una collina, in mezzo un

paesaggio solitario e melanconico; più oltre la bianca città di Palma,

nascosta in un foltissimo bosco d'aranci, cinto alla sua volta da una

corona di orti e di giardini; e via via si trascorre in mezzo a campi

biondeggianti di grano, fiancheggiati da lunghissime siepi di fichi

d'India, da filari di piccole palme, da boschetti di pini, da folte

piantagioni di alberi fruttiferi; e ad ogni tratto si vedon colli e

castelli e torrenti e svelti campanili di villaggi celati tra gli

alberi, e cime azzurre di monti lontani.

Son belle sopra ogni cosa le piccole case campestri sparse lungo la

strada. Non ricordo d'averne veduta una che non fosse bianca come la

neve. È bianca la casa, bianco il parapetto del pozzo vicino, bianco il

muricciuolo che cinge l'orto, bianchi i due pilastrini della porta del

giardino; ogni cosa par stata imbiancata il giorno innanzi. Alcune di

queste case hanno una o due finestrine binate alla moresca, altre

qualche arabesco sulla porta, altre il tetto coperto di tegole

variopinte come le case arabe. Qua e là, pei campi, si vedon cappe rosse

e bianche di contadini, cappelli di velluto in mezzo all'erba, ciarpe di

tutti i colori. I contadini che si vedono sulle aiuole, o che accorrono

a veder passare il treno, sono vestiti tal quale ce li rappresentano i

quadri di costumi di quarant'anni fa: hanno un cappello di velluto con

una grandissima tesa un po' rivoltata, con una piccola cupola a pan di

zucchero; una giacchettina corta, un panciotto aperto, un par di calzoni

tagliati al ginocchio come quelli dei preti, un par di ghette alte fino

ai calzoni, e una fascia intorno alla vita. Questa foggia di vestire,

incomoda, ma bella, s'attaglia mirabilmente alle forme snelle di quegli

uomini, i quali preferiscono assai lo star bellamente male allo star

bene senza grazia, e s'acconciano di buon grado a stintignare una

mezz'ora ogni mattina, pur di avere indosso un paio di calzoncini che

mettano in rilievo il fianco svelto e la gamba ben tornita. Non han

nulla di comune coi nostri contadini del settentrione, dal muso duro e

dall'occhio attonito. Quelli vi fissan negli occhi, con un sorriso, i

loro grandi occhi neri, come se vi volessero dire:--Non mi

riconoscete?--lancian degli sguardi audaci alle signore che metton la

testa fuori del finestrino; accorrono per porgervi un fiammifero prima

che voi glielo abbiate domandato; qualche volta rispondono in rima a una

vostra interrogazione, e son capaci persino di ridere per farvi vedere i

loro denti bianchi.

A la Rinconada si comincia a vedere, in dirittura della strada ferrata,

il campanile della Cattedrale di Siviglia; e a destra, di là dal

Guadalquivir, le belle colline coperte d'oliveti, ai piedi delle quali

giaccion le rovine d'Italica. Il treno volava, e io parlavo tra me e me,

a mezza voce, affrettando le parole via via che spesseggiavan le case,

con quell'affanno pien di desiderio e di gioia, che si prova salendo le

scale dell'amante. Siviglia! Siviglia è là! È là la regina

dell'Andalusia, l'Atene spagnuola, la madre del Murillo, la città dei

poeti e degli amori, la famosa Siviglia, di cui pronunciavo il nome fin

da fanciullo con un sentimento di dolce simpatia! Chi m'avesse detto,

qualche anno fa, che io l'avrei veduta! Eppure non è un sogno! Quelle

case son ben di Siviglia, quei contadini laggiù son Sivigliani; quel

campanile ch'io vidi, è la Giralda! Io a Siviglia? È strano! Mi vien

voglia di ridere! Che farà mia madre in questo momento! Se fosse qui! Se

fosse qui il tale, il tal altro! Peccato esser solo! Ecco le case

bianche, i giardini, le stradine.... Siamo nella città.... Ora si

scende.... Ah! come è bella la vita!....

Arrivai a un albergo, buttai la valigia nel _patio_, e cominciai a

errare per la città. Mi parve di riveder Cordova ingrandita, abbellita e

arricchita; le strade son più larghe, le case son più alte, i _patios_

più spaziosi; ma l'aspetto generale della città è il medesimo; è quella

bianchezza purissima, quella rete intricata di stradine, quell'odor

diffuso d'aranci, quell'aria gentile di mistero, quella sembianza

orientale, che desta nel cuore un sentimento dolcissimo di amorosa

malinconia, e nella mente mille fantasie e desiderii e visioni d'un

mondo lontano, d'una vita nuova, d'una gente ignota, d'un paradiso

terrestre pieno d'amori, di delizie, di pace. In quelle strade si legge

la storia della città; ogni balcone, ogni frammento di scultura, ogni

crocicchio solitario rammenta l'avventura notturna d'un Re, le

ispirazioni d'un poeta, le vicende di una bella, un amore, un duello, un

rapimento, una favola, una festa. Qui è una memoria di Maria Padilla, là

di don Pedro, più oltre del Cervantes, altrove del Colombo, di Santa

Teresa, del Velasquez, del Murillo. Una colonna rammenta la dominazione

Romana, una torre, lo splendore della monarchia di Carlo V, un alcazar,

la magnificenza della corte degli Arabi. Accanto alle modeste casine

bianche, s'innalzano i sontuosi palazzi marmorei; le piccole strade

tortuose sboccano nelle vaste piazze popolate di aranci; dal crocicchio

deserto e silenzioso si riesce, con un breve giro, nella strada corsa da

una folla rumorosa; e per tutto dove si passa, si vedono a traverso i

graziosi cancelli dei _patios_, fiori, statue, fontane, fughe di sale,

muri coperti di arabeschi, finestrine arabe, sottili colonne di marmi

preziosi; e a ogni finestra, in ogni giardino, donnine vestite di

bianco, mezzo nascoste, come timide ninfe, fra le foglie dei pampini e i

cespugli delle rose.

Di strada in strada arrivai alla riva del Guadalquivir, sui viali del

passeggio della Cristina, che è per Siviglia ciò che per Firenze il

Lungarno. Qui si gode uno spettacolo incantevole.

Mi avvicinai prima alla famosa Torre dell'Oro. Questa famosa Torre,

chiamata dell'Oro o perchè vi si chiudeva l'oro che i bastimenti

spagnuoli portavano dall'America, o perchè il re Don Pedro vi nascondeva

i suoi tesori, è ottagona, formata da tre piani rientranti, coronata di

merli e bagnata dal fiume. La tradizione narra che questa torre fu

costrutta al tempo dei Romani, e che vi soggiornò per lungo tempo la

bellissima favorita di quel Re, quando la torre era congiunta

all'alcazar da un edifizio che venne demolito per far luogo al passeggio

della Cristina.

Questo passeggio si stende dal palazzo del duca di Montpensier fino alla

Torre dell'Oro ed è tutto ombreggiato da platani d'Oriente, da quercie,

da cipressi, da salici, da pioppi, e d'altri alberi del settentrione,

che gli Andalusi ammirano come ammireremmo noi le palme e gli aloè nelle

campagne del Piemonte e della Lombardia. Un gran ponte accavalcia il

fiume, e conduce al sobborgo di Triana, del quale si vedono le prime

case sulla sponda opposta. Una lunga fila di bastimenti, di golette, di

barconi si stende sul fiume, e fra la Torre dell'Oro e il palazzo del

Duca, è un va e vieni di barchette. Tramontava il sole. Una folla di

signore formicolava pei viali, frotte di operaie passavano nel ponte,

ferveva il lavoro sui bastimenti, sonava una banda musicale nascosta tra

gli alberi, il fiume era color di rosa, l'aria odorava di fiori, il

cielo pareva tutto in fuoco.

Rientrai in città, e godetti il meraviglioso spettacolo di Siviglia

notturna. I _patios_ di tutte le case erano illuminati; quei delle case

modeste, rischiarati da una mezza luce che ne abbelliva d'un'aria di

mistero la grazia; quei dei palazzi, pieni di fiammelle, che facevan

sfolgorare gli specchi e scintillare come getti d'argento vivo gli

zampilli delle fontane, e luccicare di mille colori i marmi dei

vestiboli, i musaici delle pareti, le vetriere delle porte, i cristalli

dei doppieri. Si vedeva dentro un formicaio di signore, si sentiva per

tutto un suon di risa, di voci, di musiche; pareva di passare in mezzo a

tante sale da ballo; da ogni porta usciva un'onda di luce, di fragranze

e d'armonie; le strade erano affollate; fra gli alberi delle piazze,

sotto gli atrii, in fondo ai vicoli, sui terrazzini, da ogni parte si

vedevan gonnelle bianche ondeggiare, sparire e riapparire nell'ombra; e

testine ornate di fiori vezzeggiare alle finestre; e gruppi di giovani

attraversar la folla gettando allegre grida; e gente salutarsi e

discorrere fra le finestre e la strada, e per tutto un moto affrettato,

un gridìo, un riso, una gaiezza carnevalesca. Siviglia non era più che

un immenso giardino, nel quale folleggiava un popolo fremente di

giovinezza e d'amore.

Per uno straniero, quelli son momenti assai tristi. Mi ricordo che avrei

dato del capo nel muro. Erravo qua e là mezzo sbalordito, col capo

basso, col cuore stretto, come se tutta quella gente si divertisse per

insultare la mia solitudine e la mia malinconia. Era troppo tardi per

portare le lettere di raccomandazione, troppo presto per andare a

dormire: ero schiavo di quella folla e di quell'allegrezza, e dovetti

subirla per molte ore. Provai un sollievo sforzandomi di non guardar in

viso le donne; ma non ci riuscivo sempre, e quando i miei occhi

incontravano per caso due pupille nere, la trafittura era più acerba,

appunto perchè improvvisa, che se avessi sfidato il pericolo col cuore

pronto. Ero pure in mezzo a quelle Sivigliane tremendamente famose! Le

vedevo passare, strette al braccio dei loro mariti e dei loro amanti,

toccavo le loro vesti, inspiravo il loro profumo, sentivo il suono delle

loro molli parole, e il sangue mi saliva al capo come un'onda di fuoco.

Fortunatamente mi ricordai d'aver inteso dire a Madrid da un Sivigliano

che il Console d'Italia soleva passar la serata nella bottega d'un suo

figliuolo negoziante; cercai questa bottega, la rinvenni, vi trovai il

Console, e consegnandogli una lettera d'un amico suo:--Caro

Signore!--gli dissi con un tuono drammatico che lo fece ridere;--mi

soccorra lei; Siviglia mi fa paura!

A mezzanotte la città non aveva mutato aspetto; v'era ancora tutta

quella folla e tutta quella luce; tornai all'albergo e mi chiusi nella

camera coll'intenzione di andar a letto. Peggio che peggio. Le finestre

della camera davano sur una piazza dove formicolava un visibilio di

gente intorno a una banda musicale che non finiva mai di suonare;

cessata la musica, cominciaron le chitarre, le grida degli acquaioli, i

canti, le risa; tutta la notte fu un baccano da svegliare le talpe. Io

feci un sogno delizioso e tormentoso ad un tempo; ma più tormentoso. Mi

pareva d'esser legato al letto da una lunghissima treccia nera

attorcigliata in mille nodi, e di sentirmi sulle labbra una bocca di

brage che mi toglieva il respiro, e intorno al collo due manine vigorose

che mi schiacciavano il capo contro il manico d'una chitarra.

* * * * *

La mattina seguente andai difilato a vedere la Cattedrale.

Per descrivere ammodo codesto smisurato edifizio, bisognerebbe aver

sotto mano una raccolta di tutti gli aggettivi più sperticati e di tutte

le più strampalate similitudini che uscirono dalla penna degli

iperboleggiatori di tutti i paesi, ogni volta che ebbero a dipingere

qualcosa di prodigiosamente alto, di mostruosamente largo, di

spaventosamente profondo, d'incredibilmente grandioso. Quando ne parlo

cogli amici, senza accorgermene, faccio anch'io, come il Mirabeau di

Vittor Ugo, _un colossal mouvement d'épaules_, e gonfio le gote e

ingrosso a grado a grado la voce a somiglianza di Tommaso Salvini nella

tragedia _Sansone_, quando con un accento che fa fremer la platea, dice

che si sente ricrescer ne' nervi il vigore. Parlar della Cattedrale di

Siviglia, stanca come suonare un grosso strumento a fiato o sostenere

una conversazione da una sponda all'altra d'un torrente rumoroso.

La Cattedrale di Siviglia è isolata in mezzo ad una vastissima piazza, e

però se ne può misurar la grandezza con un colpo d'occhio. Sul primo

momento, pensai al motto famoso che proferì il Capitolo della Chiesa

primitiva, decretando l'8 luglio del 1401, la costruzione della nuova

Cattedrale:--Inalziamo un siffatto monumento che faccia dire ai posteri

che noi eravamo pazzi.--Quei reverendi canonici non hanno fallito al

loro intento. Ma per accertarsene bisogna entrare. L'aspetto esterno

della Cattedrale è grandioso e magnifico; ma senza paragone meno che

l'interno. Manca la facciata; un alto muro circonda tutto l'edifizio a

modo d'una fortezza. Per quanto si giri e si guardi, non si riesce a

fissar nella mente un contorno unico che, al pari dell'epigrafe d'un

libro, porga un chiaro concetto del disegno dell'opera; si ammira e si

prorompe più d'una volta nell'esclamazione:--È immenso!--ma non ci si

appaga; e s'entra nella chiesa frettolosamente, desiderosi di provare un

sentimento di meraviglia più intero.

Al primo entrare si rimane sbalorditi, ci si sente smarriti come in un

abisso; e per qualche momento non si fa che descrivere collo sguardo

immense curve per quell'immenso spazio, quasi per accertarsi che la

vista non c'inganna e la fantasia non c'illude. Poi ci si avvicina a uno

dei pilastri, si misura, e si guardano gli altri lontani: son grossi

come torri, e paion sottili da far fremere al pensiero che l'edifizio vi

poggia su. Si percorrono ad uno ad uno, con uno sguardo rapido, dal

pavimento alla vòlta, e par di poter contare i momenti che lo sguardo

impiega a salire. Son cinque navate, che formerebbero ciascuna una

grande chiesa. In quella di mezzo potrebbe passeggiare a testa alta

un'altra Cattedrale colla sua cupola e il suo campanile. Tutte insieme

formano sessantotto vòlte ardimentose che, a guardarle, par che

lentamente si allarghino e si sollevino. Tutto è enorme in questa

Cattedrale. La cappella maggiore, posta nel mezzo della navata

principale, e alta fin quasi a toccar la volta, pare una cappella

costrutta per de' sacerdoti giganti a' quali gli altari comuni non

arrivino sino al ginocchio; il cero pasquale sembra un albero di

bastimento; il candelabro di bronzo che lo sopporta, un pilastro d'una

chiesa; gli organi, case; il coro, è un museo di scultura e di

cesellatura, da meritare ei solo una visita d'una giornata. Le

cappelle sono degne della chiesa: vi sono profusi i capolavori di

sessantasette scultori e di trentotto pittori. Il Montanes, il Zurbaran,

il Murillo, il Valdes, l'Herrera, il Boldan, il Roëlas, il Campana,

v'hanno lasciato mille traccie immortali della loro mano. La cappella

di san Ferdinando, che racchiude i sepolcri di questo Re, della sua

sposa Beatrice, di Alfonso il Saggio, del celebre ministro Florida

Blanca, e d'altri personaggi illustri, è una delle più belle e più

ricche. Il corpo del re Ferdinando, che redense Siviglia dalla signoria

degli Arabi, vestito della sua assisa guerriera, colla corona e col

manto, riposa in una cassa di cristallo, coperta d'un velo. Da un lato è

la spada che portava il giorno della sua entrata in Siviglia; dall'altro

la canna, emblema del comando. In quella stessa cappella si conserva una

piccola vergine d'avorio, che il santo Re portava seco in guerra, e

altre reliquie di gran valore. Nelle restanti cappelle sono grandi

altari di marmo, tombe di stile gotico, statue di pietra, di legno,

d'argento, chiuse in ampie casse di cristallo, col petto e le mani

coperte di diamanti e di rubini; e stupendi quadri, che, sgraziatamente,

la scarsa luce che scende dalle alte finestre non rischiara tanto che si

possano ammirare in tutta la loro bellezza.

Ma dalla considerazione delle cappelle, dei quadri, delle sculture, si

ritorna senza posa ad ammirare la Cattedrale nel suo grandioso e, se si

potesse dire, formidabile aspetto. Dopo essersi slanciati su fino a

quelle altezze vertiginose, lo sguardo e la mente ricadono a terra,

quasi stanchi dello sforzo, come per ripigliar nuova lena a salire. E le

immagini che vi pullulano nel capo, rispondono alla vastità della

Basilica: angeli smisurati, teste di cherubini mostruose, ali grandi

come vele di naviglio, e svolazzi di manti candidi immensi.

L'impressione che vi produce codesta Cattedrale è tutta religiosa; ma

non mesta; è quel sentimento che trasporta il pensiero negli spazi

interminati e nei tremendi silenzi, nei quali s'annegava il pensiero di

Leopardi; è un sentimento pieno di desiderio e di ardire; il brivido

voluttuoso che si prova sull'orlo d'un abisso; il turbamento e la

confusione delle grandi idee; il divino terrore dell'infinito.

Come è la cattedrale più varia della Spagna (chè l'architettura gotica,

la germanica, la greco-romana, l'araba e quella nominata volgarmente

_plateresca_ vi lasciarono ciascheduna una impronta), ella è pure la più

ricca e la più privilegiata. Nei tempi della maggior potenza del clero,

vi si bruciavano, ogni anno, ventimila libbre di cera; vi si

celebravano, ogni giorno, su ottanta altari, cinquecento messe; il vino

che si consumava nel sacrifizio ascendeva all'incredibile quantità di

diciottomila settecento cinquanta litri. I canonici avevano un

servidorame da monarchi, si recavano alla chiesa in splendide carrozze

tirate da superbi cavalli, si facevano sventolare dai chierici, mentre

celebravan la messa, con enormi ventagli ornati di piume e di perle;

diritto concesso loro dal Papa, del quale alcuni approfittano ancora

oggigiorno. Non occorre parlare delle feste della settimana santa che

sono ancora adesso famose nel mondo, e alle quali accorre gente da tutte

le parti d'Europa.

Ma il privilegio più curioso della cattedrale di Siviglia è la così

detta danza _de los seises_, che ha luogo ogni sera, sull'imbrunire, per

otto giorni consecutivi, dopo la festa del _Corpus Domini_. Poichè fui a

Siviglia in quei giorni, l'andai a vedere, e mi parve cosa degna di

esser descritta. Da quanto me n'era stato detto prima, mi pareva che la

dovesse essere una pagliacciata scandalosa, ed entrai nella chiesa

coll'animo preparato a un sentimento di sdegno per la profanazione del

luogo sacro. La chiesa era buia; la sola cappella maggiore illuminata;

una folla di donne ginocchioni ingombrava lo spazio fra la cappella e il

coro. Alcuni preti stavan seduti a destra e sinistra dell'altare;

davanti alla gradinata era disteso un ampio tappeto; due file di ragazzi

dagli otto ai dodici anni, vestiti da cavalieri spagnuoli del medio evo,

con cappello piumato e calze bianche, eran schierati gli uni di fronte

agli altri, in faccia all'altare. A un cenno dato da un sacerdote, una

soave musica di violini ruppe il silenzio profondo della chiesa, e le

due schiere di ragazzi si mossero con un passo di contraddanza, e

cominciarono a dividersi, a intrecciarsi, a sciogliersi, a riannodarsi,

con mille graziosissimi giri; e poi proruppero tutti insieme in un canto

armonioso e gentile, che echeggiò nell'oscurità della vasta cattedrale

come la voce d'un coro d'angeli; e un momento dopo, si misero ad

accompagnare la danza ed il canto colle nacchere. Nessuna cerimonia

religiosa mi commosse mai come questa. È impossibile esprimere

l'effetto che producevano quelle vocine sotto quelle immense vòlte;

quelle creaturine ai piedi di quell'altare enorme; quella danza

composta, quasi umile; quel costume antico, quella folla prostrata, e

intorno intorno quelle tenebre. Uscii dalla chiesa coll'anima serena

come se avessi pregato.

A proposito di questo ballo mi fu raccontato un aneddoto assai curioso.

Due secoli or sono, un arcivescovo di Siviglia al quale pareva che colle

contraddanze e le nacchere non si lodasse degnamente il Signore, volle

proibire la cerimonia. Ne seguì un sottosopra: il popolo strepitò; i

canonici alzaron la voce; l'arcivescovo fu costretto a chieder soccorso

al papa. Il papa, curioso, volle vedere coi suoi occhi il ballonzolo per

poter giudicare con conoscimento di causa. I ragazzi, vestiti da

cavalieri, furon condotti a Roma, ricevuti nel Vaticano e fatti danzare

e cantare in presenza di Sua Santità. Sua Santità rise, non disapprovò,

e volendo dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia contentare i

canonici senza scontentare l'arcivescovo, decretò che i ragazzi

potessero continuare a ballare finché avessero logorato i vestiti che si

trovavano addosso; dopo di che la cerimonia si sarebbe considerata come

abolita. L'arcivescovo rise sotto i baffi, se li aveva, e i canonici

risero anch'essi, come quelli che avevan già trovata la maniera di farla

in barba all'arcivescovo e al papa. E infatti essi rinnovarono ai

ragazzi ogni anno una parte del vestiario, in modo che non si potesse

dire mai che tutto il vestiario era logoro; e l'arcivescovo che, da

uomo scrupoloso, pigliava l'ordine del papa alla lettera, non si potè

opporre alla ripetizione della cerimonia. Così si continuò a ballare e

si balla e si ballerà fin che piaccia ai canonici e a Domeneddio.

Mentre stavo per uscir dalla chiesa, un sacrestano mi fece un cenno, mi

condusse dietro al coro, e m'indicò una lastra del pavimento, sulla

quale lessi una iscrizione che mi fece battere il cuore. Sotto quella

pietra sono sepolte le ossa di Ferdinando Colombo, figlio di Cristoforo,

nato a Cordova, morto a Siviglia il 12 luglio del 1536, nell'età di

cinquant'anni. Sotto l'iscrizione si leggono alcuni distici latini del

seguente significato:

«Che vale ch'io abbia bagnato dei miei sudori l'intero universo, ch'io

abbia percorso tre volte il nuovo mondo scoperto da mio padre, ch'io

abbia abbellito le rive del tranquillo Beti, e preferito i miei gusti

semplici alle ricchezze per riunire intorno a te le divinità della

sorgente di Castalia, e offrirti i tesori raccolti già da Tolomeo, se

tu, passando in silenzio su questa pietra, non rivolgi nemmeno un saluto

a mio padre, e a me un lieve ricordo?»

Il sacrestano che ne sapeva più di me, mi spiegò questa iscrizione.

Ferdinando Colombo fu, giovanissimo, paggio di Isabella la Cattolica e

del principe Don Giovanni; viaggiò nelle Indie con suo padre e suo

fratello, l'ammiraglio Don Diego, seguì l'imperatore Carlo V nelle sue

guerre, fece altri viaggi in Asia, in Affrica e nell'America, e per

tutto raccolse con infinite cure e ingenti spese libri preziosissimi,

dei quali compose una biblioteca, che dopo la sua morte passò nelle mani

del capitolo della cattedrale, e rimane tuttora col titolo famoso di

Biblioteca Colombina. Prima di morire scrisse egli stesso i distici

latini che si leggono sulla pietra della sua tomba e manifestò il

desiderio di essere sepolto nella cattedrale. Negli ultimi momenti della

sua vita, si fece portare un vassoio pieno di cenere, se ne asperse il

viso pronunziando le parole della Sacra Scrittura: _Memento homo quia

pulvis es_, intonò il _Te Deum_, sorrise e spirò colla serenità d'un

santo. Subito mi prese il desiderio di visitar la biblioteca e uscii

dalla chiesa.

Un cicerone mi arrestò sulla soglia per domandarmi se avevo visto il

_Patio de los Naranjos_ (il cortile degli aranci), e avendogli risposto

di no, mi ci condusse. Il cortile degli aranci è posto a tramontana

della cattedrale, e cinto d'un gran muro merlato. Nel mezzo sorge una

fontana, circondata da un boschetto d'aranci, e da un lato, accanto al

muro, un pulpito di marmo, ai piedi del quale narra la tradizione che

predicasse san Vincenzo Ferrero. Nello spazio di questo cortile, che è

amplissimo, sorgeva l'antica moschea che si crede sia stata costrutta

verso la fine del secolo duodecimo. Ora non ne rimane più traccia.

All'ombra degli aranci, sull'orlo della vasca della fontana, vanno a

pigliare il fresco i buoni sivigliani _en las ardientes siestas del

estio_; e a rammentare il voluttuoso paradiso di Maometto non resta che

la leggiadra verzura e l'aria imbalsamata, e ad ora ad ora qualche

bella fanciulla dai grandi occhi che vi saetta trasvolando in mezzo agli

alberi lontani.

Spagna · 第 20 / 29 段