stendardi, per significare che l'Islam ha trionfato del Giudaismo e del
Cristianesimo, e che il Corano ha vinto l'antico e il nuovo Testamento.
Gli _almnedani_ salgono sulla galleria dell'alto minareto e intuonano il
_selam_ o il saluto al profeta. Allora le navate della moschea si
riempiono di credenti, i quali, con bianchi vestiti e festoso aspetto,
accorrono alla orazione. In pochi istanti, per tutta l'estensione
dell'edifizio, non si vede più che gente inginocchiata. Per la via
segreta che congiunge il tempio all'alcazar, giunge il Califfo e va a
sedere al suo posto elevato. Un lettore del Corano legge una Sura sul
leggìo della tribuna. La voce del _muccin_ risuona nuovamente invitando
alle preghiere del mezzogiorno. Tutti i fedeli si alzano e mormorano le
loro preghiere, facendo reverenze. Un servitore della moschea apre le
porte del pulpito e impugna una spada, colla quale, voltandosi verso la
Mecca, ammonisce che si lodi Maometto, mentre già dalla tribuna lo
celebrano cantando i _mubaliges_. Sale quindi il predicatore sul
pulpito, togliendo di mano al servitore la spada, la quale ricorda e
simboleggia la soggezione della Spagna al potere dell'Islam. È il giorno
che si deve proclamare il _Djihad_ o la guerra santa, la chiamata di
tutti gli uomini atti ad andare alla guerra, perchè scendano in campo
contro i Cristiani. La moltitudine ascolta con silenziosa devozione il
discorso, intessuto di testi del Corano, il quale comincia così:
«Lodato sia Allà, che ha ingrandita la gloria del Islam, mercè la spada
del campione della Fede, e che nel suo santo libro ha promesso al
credente aiuto e vittoria.
»Allà sparge i suoi benefizii sui mondi.
»Se non spingesse gli uomini a slanciarsi armati contro gli uomini, la
terra si perderebbe.
»Allà ha ordinato di combattere contro i popoli fin che conoscano che
non v'è che un Dio.
»La fiamma della guerra non si estinguerà fino alla fine del mondo.
»La benedizione divina cadrà sovra la criniera del cavallo guerriero
fino al giorno del giudizio.
»Armati da capo a piedi, o leggermente armati, alzatevi, partite!
»Oh credenti! Che sarà di voi se, quando vi si chiama alla battaglia,
rimanete col viso rivolto al suolo?
»Preferite la vita di questo mondo alla vita futura?
»Credetemi: le porte del paradiso stanno all'ombra delle spade.
»Colui che muore nella battaglia per la causa di Dio, lava col sangue
che sparge tutte le macchie dei suoi peccati.
»Il suo corpo non sarà lavato come gli altri cadaveri perchè nel giorno
del giudizio le sue ferite manderanno fragranza come il musco.
»Quando i guerrieri si presenteranno alle porte del paradiso, una voce
domanderà di dentro:--Che avete fatto nella vostra vita?--
»Ed essi risponderanno:--Noi abbiamo brandito la spada nella lotta per
la causa di Dio!
»Allora le porte eterne si apriranno e i guerrieri entreranno
quarant'anni prima degli altri.
»Su, dunque, credenti; abbandonate donne, figli, fratelli, averi, e
uscite alla guerra santa!
»E tu, o Dio, signore del mondo presente e del mondo futuro, combatti
per gli eserciti di coloro che riconoscono la tua unità! Atterra gli
increduli, gl'idolatri, i nemici della tua santa fede! Rovescia i loro
stendardi, e rimettili, con quanto posseggono, come bottino, ai
mussulmani!»
Il predicatore, appena terminato il suo discorso, esclama, volgendosi
alla Congregazione:--Chiedete a Dio!--e prega in silenzio. Tutti i
fedeli, toccando il suolo colla fronte, seguono il suo esempio. I
_mubaliges_ cantano:--Amen! Amen, o Signore di tutti gli
esseri!--Ardente come il calore che precede l'imminente tempesta,
l'entusiasmo della moltitudine, rattenuto prima in un silenzio
meraviglioso, prorompea allora in sordi mormorii, che alzandosi come le
onde e traboccando per tutto il tempio, fanno finalmente risuonar le
navate, le cappelle, le volte dell'eco di mille voci unite in un sol
grido:--Non v'è altro Dio che Allà!--......
La moschea di Cordova è oggi ancora, per consentimento universale, il
più bel tempio mussulmano, e uno dei più ammirabili monumenti del mondo.
* * * * *
Quando uscimmo dalla moschea, era già trascorsa d'un buon tratto l'ora
della _siesta_, che nelle città della Spagna meridionale fanno tutti, e
ch'è una necessità il fare, a cagione dell'insopportabile calore
dell'ore bruciate; e le strade cominciavano a popolarsi. Ohimè!--dicevo
io ai miei compagni:--quanto sta male il cappello a staio per le strade
di Cordova! Come avete cuore di appiccicare il figurino della moda su
questo bel quadro orientale? Perchè non vi vestite da Arabi?--Passavano
zerbinotti, operai, ragazzi: guardavo tutti con grande curiosità,
sperando di trovare qualcuna di quelle fantastiche figure, che il Doré
ci rappresentò come esempi del tipo andaluso: con quel bruno
carico, con quelle grosse labbra, con quei grandi occhi. Non ne
incontrai. Andando verso il centro della città, vidi le prime Andaluse,
signore, signorine, donne del popolo, quasi tutte piccine, sottili, ben
fatte, alcune belle, molte simpatiche, la maggior parte nè carne nè
pesce, come in tutti i paesi. Nel vestire, all'infuori della così detta
_mantilla_, nessuna differenza dalle donne francesi e nostre; gran
volume di capelli finti, a treccie, a ciocche, a lunghi riccioli, e
sottane succinte, a sgonfietti e increspature, e stivaletti col tacco a
punta di pugnale. L'antico costume andaluso è scomparso dalle città.
Credevo che sul far della sera le strade sarebbero state affollate; ma
non vidi che poca gente, e soltanto nelle strade dei quartieri
principali; le altre rimasero deserte come nelle ore della _siesta_. E
convien passare appunto per queste strade deserte, per goder Cordova la
notte. Si vedono brillare i lumi nei _patios_; si vedono, negli angoli
oscuri, le coppie amorose strette in intimo colloquio; la ragazza, per
lo più, alla finestra, con una mano abbandonata mollemente fuori
dell'inferriata, e il giovane accanto al muro, in atteggiamento poetico,
e coll'occhio all'erta; non mai tanto però che gli riesca di staccar la
bocca da quella mano, prima che se ne accorga chi passa; e si senton
suoni di chitarra, mormorii di fontane, sospiri, risa di fanciulle,
fruscii misteriosi....
L'indomani mattina, ancora tutto turbato dai sogni orientali della
notte, ricominciai a girare per la città. Per descrivere tutto quello
che v'è di notevole ci vorrebbe un volume; è un vero Museo d'antichità
romane ed arabe; vi si trovano a profusione colonne militari, iscrizioni
in onore degli imperatori, resti di statue e di bassorilievi; sei
antiche porte; un gran ponte sul Guadalquivir, del tempo di Ottavio
Augusto, ricostrutto dagli Arabi; rovine di torri e di mura, case che
appartennero ai Califfi, e che serbano le colonne e gli archi
sotterranei delle sale da bagno; e per tutto porte, vestiboli, scale, da
far la delizia d'una legione d'archeologi.
Verso mezzogiorno, passando per una stradina solitaria, vidi scritto sul
muro d'una casa, accanto a un'iscrizione romana:--_Casa de huespedes.
Almuerzos y comidas;_--e leggendo, sentii lo stimolo, come dice il
Giusti, di sì bassa fame, che deliberai di saziarla in quel qualunque
bugigattolo al quale m'ero abbattuto. Infilai una porticina, mi trovai
in un _patio_. Era un _patio_ meschino, senza marmi e senza fontane, ma
bianco come la neve e fresco come un giardino. Non vedendo nè tavole nè
seggiole, temetti d'aver sbagliato porta, e mi mossi per uscire. Una
vecchierella, sbucata non so di dove, mi arrestò.
"Si mangia?" domandai.
"_Si señor_" mi rispose.
"Che cosa c'è?"
"_Uevos, chorizo, chuletas, pescado, naranjas, vino de Málaga._"
"_Muy bien: tráigame Usted todo lo que Usted tiene._"
Cominciò a portarmi la tavola e la seggiola, ed io sedetti e aspettai.
A un tratto sentii aprire una porta dietro di me, mi voltai.... Angeli
del cielo, che vidi! La più bella di tutte le più belle Andaluse, non
solo di quelle vedute a Cordova, ma di tutte quelle che vidi poi a
Siviglia, a Cadice, a Granata; una ragazza, mi si lasci dir la parola,
tremenda, da far fuggire, o commettere qualche diavoleria; uno di quei
visi che facevan gridare: oh povero me! a Giuseppe Baretti, quando
viaggiava in Spagna. Stette qualche momento immobile, cogli occhi fissi
nei miei, come per dire:--ammirami;--poi si voltò verso la cucina e
gridò:--_Tia, despáchate!_--(Zia, spicciati); il che offrì a me
l'occasione di renderle _muchas gracias_ colla lingua impacciata, e a
lei il pretesto d'avvicinarsi rispondendo:--_No hay de que_--con una
voce così soave, che mi sforzò ad offrirle una seggiola, sulla quale
sedette. Era una ragazza sui vent'anni, alta, diritta come una palma,
bruna, con due grand'occhi pieni di dolcezza, luccicanti ed umidi che
pareva avessero versato allora allora una lagrima; e una nerissima
capigliatura ondulata, con una rosa fra le treccie. Pareva una delle
vergini arabe della tribù degli Usras, che facevano morir d'amore.
Cominciò la conversazione ella stessa.
"_Usted es extranjero, me parece?_"
"Sì."
"_Frances?_"
"Italiano."
"_Italiano? Paisano del Rey?_"
"Sì."
"_Le conoce Usted?_"
"Di vista."
"_Dicenque es un buen mozo._" (bel giovanotto).
Io non risposi, essa si mise a ridere; e mi domandò:--_Que mira
Usted?_--e continuando a ridere, nascose il piede, che, sedendo, aveva
messo bene innanzi, perchè lo vedessi. Oh! non v'è donna in quei paesi,
che non sappia che i piedini andalusi sono famosi nel mondo.
Colsi l'occasione, tirai il discorso sulla fama delle donne d'Andalusia,
e le espressi la mia ammirazione colle parole più calde del mio
dizionario. Mi lasciò dire, guardando con molta attenzione dentro una
fessura della tavola, poi rialzò il viso e mi domandò:
"_Y en Italia, como son las mujeres?_"
"Oh! belle, anche in Italia."
"_Pero.... seran frias!_" (fredde).
"Oh no, davvero!" m'affrettai a rispondere; "ma lei sa... in ogni paese
le donne hanno un _non so che_ di diverso da quelle di tutti gli altri
paesi; e fra tutti i _non so che_, quello delle Andaluse, per un povero
viaggiatore che non ha ancora i capelli bianchi, è forse il più
pericoloso di tutti; e c'è una parola per dire quello che penso; se non
se la ricordasse, glie la direi; le direi: _Señorita, Usted es la
Andalusa mas...._" (più....)
"_Salada!_" (esclamò la ragazza coprendosi il viso colle mani).
"_Salada!... la Andalusa mas salada de Córdoba._"
_Salada_, salata: tale è la parola che si usa comunemente in
Andalusia per dire una donna bella, vezzosa, carina, languida,
ardente, e tutto quello che volete; una donna con due labbra che
dicano:--_Bebedme!_--bevetemi; e due occhi che vi costringano a
mordervi il labbro di sotto.
La zia mi portò le uova, le costolette, il _chorizo_, gli aranci, e la
ragazza riprese la conversazione.
"_Usted es italiano: ha visto Usted al Papa?_"
"No, mi dispiace."
"_Es posible? Un italiano que no viò al Papa! Y diga Usted: porqué le
hacen tanto sufrir los italianos?_" (perchè lo fanno tanto soffrire?)
"Soffrire, in che modo?"
"_Ya! Dicen que le han cerrado en su casa y que le tiran pedradas en las
ventanas!_" (e che gli tiran sassate nelle finestre).
"Ma no! non lo creda! non c'è ombra di vero, ec."
"_Viò Usted Venezia?_"
"Oh! Venezia, sì."
"_Es verdad que es una ciudad que sobrenada en la mar?_" (una
città che galleggia sul mare).
E qui mi fece mille istanze, perchè le descrivessi Venezia, e le dicessi
com'era fatta la gente in quella strana città, e che fa tutto il giorno,
e come va vestita. E mentre io discorrevo, oltre lo sforzo che avevo a
fare per esprimermi con un po' di garbo, e per mandar giù le ova mal
cotte e il _chorizo_ stantìo, dovevo veder lei avvicinarsi man mano a
me, forse senza accorgersene, per udir meglio; e avvicinarsi tanto da
farmi sentir l'odore della rosa che aveva nei capelli, e il calore del
suo respiro; dovevo, dico, far tre sforzi in una volta, l'uno colla
testa, l'altro collo stomaco, e il terzo con tutto, e sentirmi anche
dire di tanto in tanto:--_Que bonito!_--che significa:--Quanto è
bello!--complimento che si riferiva al Canal Grande, e che mi faceva
l'effetto che farebbe a uno spiantato, un sacchetto pieno di marenghi,
fattogli sonar sotto il naso da un banchiere impertinente.
"_Ah! señorita!_" dissi in fine, cominciando a perdere la pazienza; "che
vale che le città sian belle, alla fine dei conti? Chi ci è nato, non ci
bada; e il viaggiatore.... nemmeno. Io sono arrivato ieri a Cordova, è
una bella città, non c'è dubbio; ebbene: lo vuol credere? ho già
dimenticato tutto quello che ho visto, non ho più voglia di veder
niente, non so neanco più in che città mi trovi. Palazzi! moschee! mi
fan ridere! Quando vi avranno messo un fuoco nell'anima chi vi consumi,
andrete a smorzarlo nella moschea! Si faccia un po' più in là, scusi.
Quando vi sentirete una smania addosso che vi farebbe stritolar un
piatto coi denti, andrete a contemplare i palazzi? Creda! è una triste
vita quella del viaggiatore! È una penitenza delle più dure! È un
supplizio! È un..." Un prudente colpo di ventaglio mi chiuse la bocca,
che andava tropp'oltre e colle parole e coll'atto. Attaccai la
costoletta.
"_Pobrecito!_" mormorò l'Andalusa ridendo, dopo aver dato un'occhiata
intorno; "_Son todos ardientes como Usted los italianos?_"
"Che so io! Son tutte belle come lei le Andaluse?"
La ragazza stese la mano sulla tavola.
"Nasconda quella mano," le dissi.
"_Porqué?_" domandò essa.
"Perchè voglio mangiare in pace."
"Mangi con una mano sola."
"Ah!"
Mi parve di stringere la manina d'una bimba di sei anni; il coltello
cadde in terra; un denso velo si stese sulla costoletta.
A un tratto mi sentii la mano vuota, apersi gli occhi, vidi la ragazza
tutta turbata, mi voltai indietro: giusto cielo! c'era un bel pezzo di
giovanotto, con la giacchettina attillata, coi calzoni stretti, col
piccolo cappello di velluto, oh terrore! _un torero!_ Diedi un guizzo,
come se mi fossi sentito piantar nel collo due _banderillas de fuego_.
--Capisco a volo!--dissi tra me, come quel tale nella commedia _Moglie e
Buoi_; e sfido a non capire! La ragazza, un po' imbarazzata, fece la
presentazione:--"_Un italiano de paso por Cordoba_," e soggiunse in
fretta: "che vorrebbe sapere a che ora parte il treno per Siviglia."
Il _torero_, che al primo vedermi, aveva corrugato la fronte, si
rasserenò, mi disse l'ora della partenza, sedette, ed entrò
amichevolmente in conversazione. Io gli domandai notizie dell'ultima
_corrida_ che s'era fatta a Cordova; era un _banderillero_, mi raccontò
per filo e per segno le vicende della giornata. La ragazza, in quel
frattempo, coglieva dei fiori nei vasi del _patio_. Terminai la mia
colazione, offersi un bicchier di Malaga al _torero_, feci un brindisi
al felice piantamento di tutte le sue _banderillas_ avvenire, pagai lo
scotto (_tres pecetas_, c'eran compresi i begli occhi, si capisce), e
poi, fatto muso franco, anche per dissipare fin l'ombra d'un sospetto
nell'anima del mio formidabile rivale, dissi alla ragazza:--"_Señorita!_
A chi parte non si nega nulla; io, per lei, sono come un moribondo, non
mi rivedrà mai più, non sentirà mai più pronunziare il mio nome: può
dunque lasciarmi un ricordo: mi dia quel mazzolino di fiori."
"Eccolo," mi disse la ragazza; "l'avevo fatto per lei."
Diede un'occhiata al _torero_; il _torero_ fece un atto di approvazione.
"_Le doy gracias con toda la fuerza de mi corazon,_" risposi, e m'avviai
per uscire. M'accompagnarono tutti e due verso la porta.
"_Hay funciones de toros en Italia?_" mi domandò il giovane.
"Oh Dio! no. Non le abbiamo ancora."
"Peccato! Cerchi di metterle in moda anche in Italia, e io andrò a
_banderillar_ a Roma."
"Farò tutto il possibile. Signorina, perch'io la possa salutare abbia la
bontà di dirmi il suo nome."
"_Consuelo._"
"_Quédese Usted con Dios, Consuelo!_"
"_Váyase Usted con Dios, señor italiano!_"
E infilai la stradina solitaria.
* * * * *
Nei dintorni di Cordova non c'è notevoli monumenti arabi a vedere.
Eppure tutta la valle era un tempo sparsa di stupendi edifizi. Lontano
tre miglia dalla città, a settentrione, alle falde d'un monte, sorgeva
Medina Az-Zahra, la _città fiorente_, una delle più meravigliose opere
d'architettura del califfato di Abdurrahman III, iniziata dal Califfo
stesso in omaggio a una sua favorita di nome Az-Zahra. Le fondamenta
furon gettate l'anno novecentotrentasei, e diecimila operai vi
lavorarono per venticinque anni. I poeti arabi celebrarono Medina
Az-Zahra come la più splendida delle reggie umane, e il più delizioso
giardino della terra. Non era un edifizio, ma un vastissimo congiunto di
palazzi, di giardini, di cortili, di porticati, di torri. Ivi piante
pellegrine della Siria, giuochi fantastici di fontane altissime,
fiumicelli fiancheggiati dalle palme, e vasti bacini colmi di mercurio,
che scintillavano ai raggi del sole come laghi di fuoco; porte d'ebano e
d'avorio, tempestate di gemme; migliaia di colonne di preziosissimi
marmi, grandi terrazze aeree, e fra la moltitudine innumerevole delle
statue, dodici animali d'oro massiccio, luccicanti di perle, che
schizzavan dalla bocca e dalle nari acque odorose. In questa immensa
reggia formicolavano migliaia di servi, di schiavi, di donne, e
accorrevano da ogni parte del mondo i musici e i poeti. E nondimeno,
codesto Abdurrahman III, che visse fra tante delizie, che regnò per
cinquant'anni, che fu potente, glorioso e fortunato in ogni vicenda e in
ogni impresa, scrisse prima di morire che durante il suo lungo regno non
era stato felice che quattordici giorni! E la sua favolosa _città
fiorente_, settantaquattr'anni dopo che n'era stata posta la prima
pietra, fu invasa, saccheggiata ed arsa da un'orda barbaresca, ed oggi
non ne restan che poche pietre, che appena ne rammentano il nome. Di
un'altra splendida città, di nome Zahira, che sorgeva ad oriente di
Cordova, fatta costrurre dal poderoso Almansur, governatore del Regno,
non restan neanco le rovine: una mano di ribelli la ridusse in cenere
poco dopo la morte del suo fondatore.
«Tutto ritorna alla gran madre antica.»
* * * * *
Invece di fare una scarrozzata nei dintorni di Cordova, mi diedi a
errare qua e là, almanaccando sui nomi delle strade, che per me è uno
dei più saporiti piaceri che si possan provare in una città sconosciuta.
Cordova, _alma ingeniorum parens_, avrebbe di che scrivere ad ogni
angolo di strada il nome d'un artista o d'un dotto illustre nato fra le
sue mura; e, sia detto ad onor suo, li ha tutti ricordati con materna
gratitudine. Voi ci trovate la piazzetta di Seneca, e la casa,--se sarà
quella,--nella quale nacque; la via di Lucano; la via di Ambrosio
Morales, l'istoriografo di Carlo V, continuatore della _Cronaca
generale della Spagna_ cominciata da Florian di Ocampo; la via di Paolo
Cespedes, pittore, architetto, scultore, archeologo, autore d'un poema
didattico _El arte de la pintura_, sfortunatamente non finito, sparso di
stupende bellezze. Ardente di entusiasmo per Michelangelo, del quale
aveva ammirato le opere in Italia, gli sciolse nel suo poema un inno di
lode che è uno dei più bei tratti della poesia spagnuola; e mio
malgrado, m'escon dalla penna gli ultimi versi, che ogni italiano, anche
non conoscendo la lingua sorella, può intendere e sentire. Non credere,
egli dice al lettore, di poter scoprire la perfezione della pittura in
altra cosa
«Que en aquella escelente obra espantosa
Mayor de cuantas se han jamas pintado,
Que hizo[3] el Buonarrota de su mano
Divina, en el etrusco Vaticano!
Cual nuevo Prometeo en alto vuelo
Alzándose, estendiò las alas tanto,
Que puesto encima el estrellado[4] cielo
Una parte alcanzò[5] del fuego santo;
Con que tornando enriquecido al suelo
Con nueva maravilla y nuevo espanto,
Diò vida con eternos resplandores
À marmoles, à bronces, à colores.
¡O mas que mortal hombre! ¿Angel divino
O cual te nomaré? No humano cierto
Es tu ser, que del cerco empireo vino[6]
Al estilo y pincel vida y concierto:
Tu mostraste à los hombres el camino
Por mil edades escondido, incierto
De la reina virtud; a ti se debe
Honra que en cierto dia el sol renueve.»
Mormorando questi versi, riuscii nella via Juan de Mena, l'_Ennio
spagnuolo_, come lo chiamano i suoi concittadini, autore d'un poema
fantasmagorico, intitolato: _Il labirinto_, imitazione della _Divina
Commedia_, di gran fama ai suoi tempi; e non privo, in vero, di qualche
pagina di poesia ispirata e profonda; ma, nell'assieme, gonfio di
pedantesco misticismo, e freddo. Giovanni II, re di Castiglia, andava
pazzo di questo _Labirinto_, lo teneva accanto al messale nel suo
gabinetto, lo portava seco alla caccia; ma, vedete capriccio di Re! il
poema non aveva che trecento strofe, e a Giovanni II parevan poche, e
sapete per qual ragione? Per la ragione che l'anno è di trecento
sessantacinque giorni, e a lui pareva che quanti sono i giorni dell'anno
tante dovessero essere le strofe del poema; e pregò il poeta di comporne
altre sessantacinque, e il poeta lo obbedì; lietissimo, l'adulatore! di
vedersi offerto un pretesto per adulare ancora; benchè l'avesse già
tanto adulato, fino al segno di pregarlo che gli correggesse i suoi
versi! Dalla via Juan de Mena, passai nella via Gongora, il Marini della
Spagna, non meno grande d'ingegno, ma forse anche più corruttore della
sua letteratura che non sia stato della nostra il Marini, poichè guastò,
stroppiò, imbastardì in mille modi anche la lingua; onde Lopez de Vega
argutamente fa chiedere da un poeta gongorista al suo ascoltatore:--Mi
capisci?--e questi risponde:--Sì!--e il poeta di rimando:--Menti! perchè
non mi capisco neanch'io.--Non però scevro affatto di gongorismo
neanche il Lopez, cui bastò l'animo di scrivere che il Tasso non era che
l'aurora del sol di Marini; nè scevro il Calderon, nè gli altri più
grandi. Ma basti di poesia, per non uscire di carreggiata.
Dopo la _siesta_, andai a ricercare i miei due compagni, che mi
condussero nei sobborghi della città, nei quali vidi per la prima volta
donne e uomini di tipo veramente andaluso, quale io me lo raffigurava,
con occhi e colori e atteggiamenti d'Arabi; e intesi pure per la prima
volta il parlar proprio del popolo d'Andalusia, più molle e più cantato
che nelle Castiglie, ed anche più gaio e più immaginoso, e accompagnato
da un gesticolare più vivo. Domandai ai miei compagni se fosse vero
quello che suol dirsi dell'Andalusia: che cioè colla pubertà precoce
sian precoci i vizii, e voluttuosi i costumi, e gli amori sfrenati.
_Harto verdadero!_ risposero: troppo vero! e qui spiegazioni,
descrizioni e racconti, che tengo nella penna. Ritornammo in città, mi
condussero in uno stupendo Casino, con giardini e sale splendide, in una
delle quali, la più vasta e la più ricca, ornata dei ritratti di tutti i
Cordovesi illustri, sorge una specie di palco scenico, su cui salgono i
poeti a leggere le loro poesie le sere solenni destinate a pubblico
certame d'ingegno; e i vincitori ricevono una corona d'alloro dalle mani
delle più belle e colte fanciulle della città, assise sur un semicerchio
di seggiole inghirlandate di rose. La sera ebbi il piacere di conoscere
parecchi giovani Cordovesi, _ardentemiente afectos_, come si dice in
spagnuolo leccato, _al cultivo de las Musas_, franchi, cortesi,
vivacissimi, con una farraggine di versi nella testa, e infarinati di
letteratura italiana; cosicchè, figuratevi, dall'imbrunire a mezzanotte,
per quelle misteriose stradine che m'avevan fatto girar la testa la sera
prima, fu un continuo clamoroso scambiarsi di sonetti, d'inni e di
ballate delle due lingue, dal Petrarca al Prati, dal Cervantes allo
Zorilla; e una allegrissima conversazione chiusa e suggellata da molte
cordiali strette di mano, e da calde promesse di scriversi, di mandarsi
libri, di venire in Italia, di tornare in Spagna, ec. ec.; non altro che
parole, come sempre, ma parole non meno care per questo.
* * * * *
L'indomani partii per Siviglia. Alla stazione vidi Frascuelo, Lagartijo,
il Cuco, e tutta la compagnia dei _toreros_ di Madrid, che mi salutarono
con uno sguardo benevolo di protezione. Mi cacciai in un vagone
polveroso, e quando il treno si mosse, e Cordova apparve ai miei occhi
per l'ultima volta, la salutai coi versi del poeta arabo, un po' troppo
sensuali, se si vuole, per il gusto d'un europeo; ma, in fin dei conti,
adatti all'occasione:
«_Addio, Cordova!_ Per vivere sempre fra le tue mura, vorrei far vita
più lunga di Noè. Vorrei avere i tesori di Faraone per spenderli in vino
e in belle Cordovesi, dagli occhi soavi, che invitano ai baci.»
NOTE:
[3] Fece.
[4] Stellato.
[5] Conseguì.
[6] Venne.
IX.
SIVIGLIA.