saliti contadini, ufficiali e _toreros_, che andavano a Siviglia. Si
vedeva, in quel ristretto spazio, una varietà di vestimenti che non si
vede da noi in un mercato: cappelli a punta di contadini della Sierra
Morena, calzoni rossi di soldati, grandi _sombreros_ di _picadores_,
scialli di gitane, _mantas_ di catalani, lame di Toledo appese alle
pareti, cappe, ciarpe, fronzoli di tutti i colori d'Arlecchino.
* * * * *
Il treno s'innoltrò tra le roccie della Sierra Morena, che separa la
Valle della Guadiana da quella del Guadalquivir, famosa per canti di
poeti e gesta di briganti. La strada corre tratto tratto fra due pareti
di sasso tagliate a picco, alte tanto, che per vederne la sommità
convien mettere tutta la testa fuor del finestrino, e torcere il viso in
su, come per guardare il tetto del carrozzone. Altrove le roccie son più
distanti, e sorgono le une sulle altre, le prime in forma di macigni
enormi franati, le ultime ritte, sottili, simili a torri ardite,
innalzate su smisurati bastioni; in mezzo, un ammonticchiamento di
massi, tagliati a denti, a scalini, a creste, a gobbe, dove quasi
sospesi in aria, dove separati da caverne profonde e da precipizi
spaventevoli, che presentano una confusione di forme capricciose, di
abbozzi fantastici d'edifizi, di figure gigantesche, di rovine, e
offrono a ogni passo mille profili ed aspetti inattesi; e su quella
infinita varietà di forme un'infinita varietà di colori, di ombre, di
guizzi, di sbattimenti di luce. Per lungo tratto, a destra, a sinistra,
in alto, non si vede che pietra, senza una casa, senza un sentiero,
senza un palmo di terra dove si possa posare il piede d'un uomo; e man
mano che si va oltre, roccie, burroni, precipizii, ogni cosa s'allarga,
s'approfonda, s'innalza, fino al punto culminante della Sierra, dove la
sovrana maestà dello spettacolo strappa un grido di meraviglia.
Là il treno si arrestò per qualche minuto, e tutti i viaggiatori misero
la testa fuor del finestrino.
"_Aquí,_" disse un tale ad alta voce, "_iba saltando de risco en risco
el Roto de la mala figura para cumplir su penitencia._"
(Cardenio, uno dei più notevoli personaggi del _Don Chisciotte_, che
saltava in camicia, su per le roccie della Sierra, per far penitenza dei
suoi peccati).
"_Yo,_" continuò il viaggiatore, "_quisiera que obligáran à hacer lo
mismo à Sagasta._"
Tutti risero, e cominciarono a cercare, ciascuno per conto suo, un uomo
politico inviso, al quale infliggere, coll'immaginazione, quel castigo;
e chi propose il Serrano, e chi il Topete, e chi altri; di modo che, in
pochi minuti, se i desiderii fossero stati soddisfatti, si sarebbe visto
tutta la Sierra popolata di ministri, di generali e di deputati in
camicia, ruzzolanti di bricca in bricca, come il masso famoso di
Alessandro Manzoni.
* * * * *
Il treno ripartì, le roccie sparirono, e la deliziosa valle del
Guadalquivir, il giardino della Spagna, l'Eden degli Arabi, il paradiso
dei pittori e dei poeti, la beata Andalusia si dischiuse ai miei occhi.
Risento ancora il fremito di gioia fanciullesca col quale mi slanciai al
finestrino, dicendo a me stesso:--Godiamo!
Per un lungo spazio la campagna non offre alcun nuovo aspetto
all'ardente curiosità del viaggiatore. A Vilches si stende una vasta
pianura, e al di là la rasa campagna di Tolosa, dove Alfonso VIII, re di
Castiglia, riportò sull'esercito mussulmano la celebrata vittoria _de
las Navas_. Il cielo era limpidissimo, si vedevano in lontananza i
monti della Sierra di Segura. A un tratto, mi vien fatto uno di quei
rapidi movimenti, che par che rispondano a un grido interno di stupore:
i primi aloè, dalle ampie foglie carnose, inaspettati annunziatori della
vegetazione del Tropico, sorgono ai lati della via. Al di là cominciano
ad apparire i campi tempestati di fiori. I primi tempestati, quei che
seguono quasi coperti, poi vaste distese di terreno vestite interamente
di rosolacci, di margherite, di fioralisi, di pratoline, di primavere,
di ranuncoli, in modo che la campagna si presenta come una successione
d'immensi tappeti di porpora, d'oro, di neve; e lontano, in mezzo agli
alberi, innumerevoli striscie azzurre, bianche, gialle, a perdita
d'occhio; e vicino, sulle sponde dei fossi, sui rialzi, fin sulla
scarpa, fin sulla proda della via, fiori a strati, a cespi, a ciuffi,
gli uni sugli altri, aggruppati a guisa di grandi mazzi, tremolanti
sugli alti steli, che quasi si toccano colla mano. Poi campi
biondeggianti di grano dalle grossissime spighe, fiancheggiati da lunghi
roseti; poi boschetti d'aranci, vasti oliveti, collinette variate di
cento sfumature di verde, sormontate d'antiche torri moresche, sparse di
casine variopinte, e tra l'una e l'altra, ponti bianchi e snelli che
accavalciano rigagnoli nascosti dagli alberi. All'orizzonte appaiono le
cime nevose della Sierra Nevada; sotto quella striscia bianca, altre
strisce azzurre, ondulate, dei monti più vicini; la campagna di più in
più variata e florida; Arjonilla, in mezzo a un bosco d'olivi, di cui
non si scorgono i confini; Pedro Abad, in mezzo a una pianura coperta
di vigneti e d'alberi fruttiferi; Ventas di Alcolea, su gli ultimi colli
della Sierra Morena, popolati di ville e di giardini. Ci s'avvicina a
Cordova, il treno vola, si vedono le piccole stazioni mezzo nascoste
dagli alberi e dai fiori, il vento porta le foglie delle rose dentro
alle carrozze, grandi farfalle trasvolano rasente le finestre, un
profumo delizioso si spande nell'aria, i viaggiatori cantano, si
trascorre per un giardino incantevole, spesseggiano gli aloé, gli
aranci, le palme, le ville; s'ode un grido:--Ecco Cordova!
* * * * *
Quante belle immagini e grandi ricordi si destan nella mente al suono di
questo nome!
Cordova, l'antica perla d'occidente, come la chiamano i poeti arabi, la
città delle città, Cordova dai trenta borghi e dalle tremila moschee,
che chiudeva tra le sue mura il più grande tempio dell'Islam! La sua
fama si spandeva per l'Oriente, ed oscurava la gloria dell'antica
Damasco. Dalle più remote regioni dell'Asia traevano i fedeli alle rive
del Guadalquivir, per prostrarsi nel Mhirab meraviglioso della sua
Moschea, al chiarore delle mille lampade di bronzo, fuse colle campane
delle Cattedrali di Spagna. Accorrevano gli artisti, i dotti, i poeti,
da ogni parte del mondo maomettano, alle sue fiorenti scuole, alle sue
biblioteche immense, alle corti magnifiche dei suoi Califfi. Affluivano
i ricchi e le belle, tratte dalla fama della sua splendidezza. E di qui
si spandevano, avidi di sapere, lungo le coste dell'Affrica, per le
scuole di Tunisi, di Cairo, di Bagdad, di Cufa, e fino all'India e alla
China, a raccoglier libri, ispirazioni e memorie; e le poesie cantate
alle falde della Sierra Morena, volavano, di cetra in cetra, fino alle
vallate del Caucaso, ad eccitare l'ardore dei pellegrinaggi. La bella,
la poderosa, la sapiente Cordova, coronata di tremila villaggi,
ostentava alteramente i suoi bianchi minareti in mezzo ai boschetti
d'aranci, e spandeva intorno per la valle divina un'aura voluttuosa di
letizia e di gloria!
* * * * *
Scendo dal treno, attraverso un giardino, mi guardo intorno, son solo; i
viaggiatori che scesero con me sparirono chi di qua chi di là; sento
ancora il rumore d'una carrozza che s'allontana; poi tutto tace. È
mezzogiorno, il cielo purissimo, l'aria accesa. Vedo due casine bianche:
è l'imboccatura d'una strada, entro, vado oltre. La strada è stretta, le
case piccine come le villette che s'innalzano sui poggi artificiali dei
giardini, quasi tutte d'un sol piano, colle finestre a pochi palmi da
terra, i tetti che quasi si toccan col bastone, i muri bianchissimi. La
strada svolta, guardo, non vedo nessuno, non sento un passo, non una
voce. Dico: sarà una strada abbandonata. Piglio un'altra strada: casette
bianche, finestre chiuse, solitudine, silenzio. O dove sono? mi domando.
Vado innanzi: la strada, stretta da non potervi passare una carrozza,
serpeggia; a destra e a sinistra si vedono altre strade deserte, altre
case bianche, altre finestre chiuse; il mio passo risuona come in un
corridoio; il bianco dei muri è tanto vivo che persino il riflesso
m'offende, e son costretto a camminare a occhi socchiusi; mi par di
andare in mezzo alla neve. Giungo a una piazzetta: tutto chiuso e
nessuno. Allora mi comincia a entrar nel cuore un senso di vaga
malinconia, non mai provata pel passato; un misto di piacere e di
tristezza, simile a quello che provano i fanciulli, quando, dopo una
lunga corsa, giungono in un bel sito campestre, e se ne rallegrano, ma
col tremito d'essersi troppo dilungati da casa. Al di sopra di molti
tetti s'alzano le palme degl'interni giardini. Oh fantastiche leggende
di Odalische e di Califfi! Oltre, di strada in strada, di piazza in
piazza; comincio ad incontrare qualcuno, ma tutti passano e spariscono
come fantasmi. Tutte le strade si somigliano, le case non hanno più di
due o quattro finestre; e non una macchia, non uno sgorbio, non una
screpolatura nei muri, che son lisci e bianchi come un foglio di carta.
Tratto tratto sento un bisbiglio dietro una persiana, e vedo quasi nello
stesso momento spuntare e sparire una testa bruna con un fiore tra le
treccie. M'affaccio a una porta.....
Un _patio_! Come descrivere un _patio_? Non è un cortile, non è un
giardino, non è una sala: è queste tre cose insieme. Tra il _patio_ e la
strada v'è un vestibolo. Ai quattro lati del _patio_ s'alzano colonne
sottili che sostengono all'altezza del primo piano una specie di
galleria chiusa da ampie vetrate; sopra la galleria si stende una tela
che ombreggia il cortile. Il vestibolo è lastricato di marmo, la porta
fiancheggiata da colonne, sormontata da bassorilievi, chiusa da un
sottile cancello di ferro di vaghissimo disegno. In fondo al _patio_, in
dirittura della porta, sorge una statua; in mezzo, una fontana; intorno,
seggiole, tavolini da lavoro, quadri, vasi di fiori. Corro a un'altra
porta: un altro _patio_, colle pareti coperte dall'edera, e una corona
di nicchie, con entro statuine, busti, urne. M'affaccio a una terza
porta: un _patio_ colle pareti lavorate di musaico, una palma nel mezzo,
e intorno un mucchio di fiori. A una quarta porta: dopo il _patio_, un
altro vestibolo, dopo questo un secondo _patio_, nel quale si vedono
altre statue, altre colonne, altre fontane. E tutte queste sale e questi
giardini son puliti e nitidi da poter passare la mano sui muri e per
terra senza che ci resti la traccia; e freschi, odorosi, rischiarati da
una luce incerta che ne accresce la bellezza e il mistero.
Avanti ancora, di strada in strada, alla ventura. Via via che cammino,
mi s'accresce la curiosità, e affretto il passo. Mi pare impossibile che
la città debba esser tutta così; temo d'imbattermi in una casa o di
riuscire in una strada che mi richiami alla mente le altre città e rompa
il mio bel sogno. Ma no, il sogno dura: tutto è piccino, gentile,
misterioso. Ogni cento passi, una piazzetta deserta, nella quale mi
arresto trattenendo il respiro; di tratto in tratto un crocicchio, e non
un'anima viva;--e sempre bianco e tutto bianco,--e finestre chiuse,--e
silenzio. Ed a ogni porta un nuovo spettacolo: archi, colonne, fiori,
zampilli, palme; una meravigliosa varietà di disegni, di tinte, di luce,
di profumi; qui di rose, là di aranci, più là di viole; e col profumo un
soffio d'aria fresca, e coll'aria un suono sommesso di voci di donne, e
stormir di foglie, e canto d'uccelli; un'armonia varia e soave, che
senza turbare il silenzio della strada, molce l'orecchio come l'eco
d'una musica lontana. Ah! non è un sogno! Madrid, l'Italia, l'Europa,
sono certo a una grande distanza di qui! Qui si vive un'altra vita, qui
spira l'aria d'un altro mondo, io sono in Oriente!
* * * * *
Mi ricordo che a un certo punto mi arrestai in mezzo alla strada e, non
so come, mi accorsi improvvisamente ch'ero tristo e inquieto, e che nel
mio cuore v'era un vuoto che la meraviglia e il piacere non bastavano a
colmare. Io sentivo un bisogno irresistibile di penetrare in quelle case
e in quei giardini, di squarciare, per dir così, il velo di mistero, che
avvolgeva la vita della gente sconosciuta che vi era dentro; di
partecipar di quella vita; di afferrare una mano, e di fissare i miei
occhi in due occhi pietosi, e di dire:--Sono uno straniero, son solo,
voglio esser felice anch'io, lasciatemi stare in mezzo ai vostri fiori,
lasciatemi godere di tutti i segreti del vostro paradiso, ditemi chi
siete, come vivete, sorridetemi, quetatemi, la mia testa brucia!--E
questa tristezza giunse sino a tal segno, che dissi a me stesso:--Io
non posso stare in questa città, io ci soffro, io parto!--
E sarei partito in fatti, se in buon punto non mi fossi ricordato che
avevo in tasca una lettera di raccomandazione per due giovani di
Cordova, fratelli d'un amico mio di Firenze. Smisi il proposito di
partire e corsi subito a cercarli.
Quanto risero, quando io dissi loro l'impressione che Cordova mi faceva!
Mi proposero d'andar subito a vedere la Cattedrale, infilammo una
stradina bianca, e via.
La moschea di Cordova, che venne ridotta a Cattedrale dopo la cacciata
degli Arabi; ma che è pur sempre moschea, fu costrutta sulle rovine
della cattedrale primitiva, poco lontano dalla sponda del Guadalquivir.
Abdurrahman ne cominciò la costruzione l'anno 785 o 786.--Inalziamo una
moschea,--egli disse,--che vinca quella di Bagdad, quella di Damasco e
quella di Gerusalemme; che sia il più grande tempio dell'Islam, che
diventi la Mecca d'Occidente.--Si pose mano all'opera con grande ardore,
gli schiavi cristiani portavano alle fondamenta le pietre delle chiese
distrutte, Abdurrahman lavorava egli stesso un'ora ogni giorno, la
moschea, nello spazio di non molti anni, fu fatta, i Califfi successori
di Abdurrahman l'abbellirono, dopo un secolo di quasi continui lavori fu
compiuta.
--Eccoci,--mi disse uno dei due ospiti, arrestandosi tutt'a un tratto
davanti a un vasto edifizio.
Io credetti che fosse una fortezza. Era il muro che cinge la moschea,
un vecchio muro merlato, nel quale s'aprivano una volta venti grandi
porte di bronzo, contornate di bellissimi rabeschi, e di finestrine
arcate, rette da sottili colonne: coperto ora da un triplice strato di
calce. Un giro intorno a quel muro di cinta è una passeggiatina da farsi
dopo desinare: si giudichi della vastità dell'edifizio.
La porta principale della cinta è a tramontana nel punto dove sorgeva il
minareto di Abdurrahman, sulla cima del quale sventolava lo stendardo
maomettano. Entrammo; io credevo di veder subito l'interno della
Moschea, e mi trovai in un giardino pieno di aranci, di cipressi e di
palme, cinto da tre lati da un porticato leggerissimo, e chiuso al
quarto lato dalla facciata della moschea. Nel mezzo di questo giardino
era al tempo degli Arabi la fonte per le abluzioni, e all'ombra di
questi alberi si raccoglievano i fedeli prima d'entrare nel tempio.
Stetti qualche momento guardando intorno, e aspirando l'aria fresca e
odorosa con un senso vivissimo di piacere; e mi batteva il cuore al
pensare che la famosa moschea era lì accanto, e mi sentivo ad un tempo
spinto verso la porta da una immensa curiosità, e trattenuto da non so
quale trepidazione fanciullesca.--Entriamo,--mi dicevano i
compagni.--Ancora un momento,--rispondevo; lasciatemi assaporare bene la
dolcezza dell'aspettazione.--Finalmente mi mossi, e senza neanco
guardare la meravigliosa porta che i compagni m'accennarono, entrai.
Che cosa feci o dissi appena entrato, non so; ma certo qualche strana
voce mi deve esser sfuggita o debbo aver fatto qualche gesto assai
strano, perchè alcune persone che in quel punto venivano verso di me, si
misero a ridere, e si voltarono di nuovo a guardare intorno, come per
rendersi conto della profonda sensazione ch'io avevo manifestata.
Immaginate una foresta, e supponete di trovarvi nel più fitto, e di non
veder altro che tronchi d'alberi. Così, nella moschea, da qualunque
parte uno si volga, lo sguardo si perde tra le colonne. È una foresta di
marmo della quale non si scorge la fine. Si seguono collo sguardo ad una
ad una le lunghissime file delle colonne che s'incrociano ad ogni passo
con altre innumerevoli file, e s'arriva a un fondo semi-oscuro, nel
quale par di vedere biancheggiare ancora altre colonne. Son diciannove
navate che s'allungano nella direzione dei passi di chi entra,
attraversate da altre trentatre, sostenute, fra tutte, da più di
novecento colonne di porfido, di diaspro, di breccia, di marmi d'ogni
colore. Ogni colonna sorregge un pilastrino, e tra l'una e l'altra
s'incurva un arco, e un secondo tra pilastrino e pilastrino, questo
sovrapposto al primo, e tutti e due della forma d'un ferro di cavallo;
in guisa che, immaginando essere le colonne tanti tronchi d'albero, gli
archi rappresentano i rami, e la similitudine della moschea a una
foresta è completa. La navata del mezzo, assai più larga che le altre,
riesce innanzi alla Maksura, che è la parte più sacra del tempio, dove
si adorava il Corano. Qui, dalle finestre del soffitto, scende un
pallido raggio di luce che rischiara una fila di colonne; là v'è un
tratto oscuro; più oltre scende un altro raggio che rischiara un'altra
navata. È impossibile esprimere il sentimento di mistica meraviglia che
vi si desta nell'animo a quello spettacolo. È come la rivelazione
improvvisa d'una religione, d'una natura e d'una vita ignota, che vi
rapisce la fantasia tra le delizie di quel paradiso pieno d'amore e di
voluttà, dove i beati, seduti all'ombra dei platani frondosi e dei
roseti senza spine, libano nei vasi di cristallo i vini scintillanti
come perle, mesciuti da fanciulli immortali, e riposano nell'amplesso
delle amabili vergini dai grandi occhi neri! Tutte le immagini
dell'eterno piacere che il Corano promette ai fedeli, vi si presentano
in folla alla mente, alla prima vista della moschea, vive, ardenti,
scintillanti, e vi danno una momentanea ebbrezza dolcissima, che vi
lascia nel cuore una non so qual molle malinconia! Un breve tumulto
nella mente, e una rapida scintilla che percorre le vene, tale è la
prima sensazione che si prova all'entrare nella cattedrale di Cordova.
Cominciammo a girare di navata in navata, osservando ogni cosa
minutamente. Quanta varietà in quell'edifizio che sembra a primo aspetto
uniforme! Le proporzioni delle colonne, i disegni dei capitelli, le
forme degli archi cangiano, si può dire, ad ogni passo. Delle colonne,
la maggior parte sono antiche, e furon tolte dagli Arabi alla Spagna del
Norte, alla Gallia, all'Affrica romana; e qualcuna è fama appartenesse
ad un tempio di Giano, sulle rovine del quale venne costrutta la chiesa
che gli Arabi distrussero per costrurre la moschea. Sopra parecchi
capitelli si scorgono ancora le traccie delle croci che v'erano
scolpite, e che gli Arabi ruppero a colpi di scalpello. In qualche
colonna sono confitti ferri ricurvi ai quali si dice che gli Arabi
legassero i Cristiani; e se n'accenna uno, tra gli altri, cui la
tradizione popolare narra esser stato legato un cristiano per lo spazio
di molti anni; nel qual tempo, a furia di raschiare coll'unghie, riuscì
a incavare nella pietra una croce che i ciceroni fanno vedere con
profonda venerazione.
Giungemmo alla Maksura, che è l'opera più completa e più meravigliosa
dell'arte degli Arabi nel decimo secolo. Sul dinnanzi, sono tre cappelle
contigue, colla volta ad archi dentellati, e le pareti coperte di
stupendi musaici, che rappresentan gruppi di fiori e sentenze del
Corano. In fondo alla cappella di mezzo, è il _mihrab_ principale, il
luogo sacro dove stava lo spirito di Dio. È una nicchia di base
ottagonale, chiusa di sopra da una colossale conchiglia di marmo. Nel
_mihrab_ era deposto il Corano, scritto dalla mano del califfo Othman,
coperto d'oro, guernito di perle, inchiodato sovra una seggiola di legno
d'aloe; e intorno ad esso venivano a fare sette giri ginocchioni le
migliaia dei fedeli. Avvicinandomi al muro mi sentii mancar sotto il
pavimento: il marmo è incavato!
Uscendo dalla nicchia, mi arrestai lungo tempo a contemplare la vòlta e
le pareti della cappella principale, la sola parte della moschea che si
conservò quasi intatta. È un luccichìo abbarbagliante di cristalli di
mille colori, un intreccio di arabeschi che confonde la mente, una
complicazione di bassorilievi, di dorature, di ornamenti, di minuzie di
disegno e di colorito, d'una delicatezza, d'una grazia, d'una perfezione
da far disperare il più paziente pittore. È impossibile ritener nulla
nella mente di quel portentoso lavoro; voi potreste tornar cento volte a
guardarlo, che non vi rimarrebbe dinanzi agli occhi, ripensandoci, altro
che un formicolìo di puntini azzurri, rossi, verdi, dorati, luminosi, o
un ricamo intricatissimo, cangiante continuamente e rapidissimamente di
disegno e di colori. Solamente dalla focosa e instancabile immaginazione
degli Arabi poteva uscire un siffatto miracolo d'arte.
Ricominciammo a girare per la moschea, osservando qua e là sui muri i
rabeschi delle antiche porte che si scoprono via via sotto il
detestabile intonaco cristiano. I miei compagni mi guardavano, ridevano
e si mormoravan nell'orecchio non so che.
"Non se n'è ancora accorto?" mi domandò l'uno.
"Di che?"
Si riguardarono e sorrisero di nuovo.
"Crede lei d'aver visto tutta la moschea?" ripigliò il compagno.
"Io sì," risposi guardandomi intorno.
"Ebbene," disse il primo "lei non ha veduto tutto; e quello che le
riman da vedere è nientemeno che una chiesa."
"Una chiesa!" esclamai stupefatto; "ma dov'è?"
"Guardi," rispose l'altro compagno, accennando, "è nel bel mezzo della
moschea."
"Potenzinterra!" E io non l'avevo veduta!
Si giudichi da questo della vastità della moschea. Andammo a vedere la
chiesa. È una bella e ricchissima chiesa, con un altar maggiore
magnifico e un coro degno di star accanto a quelli delle cattedrali di
Burgos e di Toledo; ma come tutte le cose messe fuor di posto, muove più
la stizza che l'ammirazione. Senza codesta chiesa, l'aspetto della
moschea sarebbe molto migliore. Lo stesso Carlo V, che diede al Capitolo
il permesso di costruirla, quando vide la prima volta il tempio
maomettano, se ne pentì. Accanto alla chiesa è una specie di cappella
araba, mirabilmente conservata, ricca di musaici non meno variati e
splendidi che quelli della Maksura; nella quale è fama si radunassero i
ministri della religione per discutere il libro del profeta.
Tale è la moschea d'oggigiorno. Ma quale doveva essere al tempo degli
Arabi! Non era chiusa intorno intorno da un muro; ma aperta, in modo che
da ogni sua parte si vedeva il giardino, e dal giardino si vedeva fino
in fondo alle lunghissime navate, e l'aria spandeva fin sotto le volte
della Maksura la fragranza degli aranci e dei fiori. Le colonne, che ora
son meno di mille, erano millequattrocento; il soffitto era di legno di
cedro e di larice, scolpito e smaltato con finissimo lavoro; le pareti
eran rivestite di marmo; la luce di ottocento lampade riempite d'olio
odoroso, faceva scintillare come perle i cristalli dei musaici, e
produceva sul pavimento, sugli archi, sui muri, un gioco meraviglioso di
colori e di riflessi. Un mare di splendori,--cantò un poeta,--riempiva
il misterioso recinto, e il tepido ambiente era pregno d'aromi e
d'armonie, e il pensiero dei fedeli vagava e si smarriva nel labirinto
delle colonne luccicanti come lancie percosse dal sole.
Federico Schack, autore d'una bell'opera intitolata: _Poesia e arte
degli Arabi in Spagna e in Sicilia_, fece una descrizione della moschea
in un giorno di festa solenne, che dà una immagine vivissima del culto
maomettano e completa il quadro del monumento.