d'esser veduto; un curioso ricordo dell'epoca giudaica; la sinagoga
designata ora col nome di Santa Maria Blanca. Si entra in un giardino
incolto, si picchia alla porta d'una casa d'aspetto meschino, la porta
s'apre.... È un senso piacevolissimo di meraviglia, una visione
d'Oriente, la rivelazione improvvisa d'un'altra religione e d'un altro
mondo. Si vedono cinque strette navate, divise da quattro lunghe file di
pilastrini ottagoni, che sostengono tanti archi turcheschi appoggiati su
capitelli di stucco di forme diverse; il soffitto di legno di cedro,
diviso in scompartimenti uguali; qua e là, sui muri, arabeschi e
iscrizioni arabe; la luce che viene dall'alto; ogni cosa bianco. La
sinagoga fu ridotta dagli Arabi a moschea; la moschea, ridotta a chiesa
dai Cristiani; di modo che essa non è propriamente nessuna delle tre
cose; ma serba però il carattere di moschea, e l'occhio vi spazia con
diletto, e l'immaginazione insegue di arco in arco le fuggenti immagini
di un paradiso voluttuoso.
Visto Santa Maria la Blanca, non mi sentii più la forza di veder altro;
e respingendo tutte le proposte tentatrici del cicerone, gli ordinai di
ricondurmi all'albergo. Dopo un lungo andare per un labirinto di
stradette solitarie, arrivammo; misi una _peceta y media_ nella mano del
mio innocente assassino, che trovò la mancia scarsa, e mi domandò ancora
(quanto risi della parola!) una piccola _gratificacion_; ed entrai nella
sala da pranzo a mangiare una costoletta, o _chuleta_ (che si legge
_ciuleta_), come la chiamano gli Spagnuoli con un nome che farebbe
arricciar il naso in qualche provincia d'Italia.
* * * * *
Verso sera andai a vedere l'Alcazar. Il nome fa sperare un palazzo
arabo; ma d'arabo non gli resta che il nome; l'edifizio che si ammira
oggidì, fu costrutto sotto il regno di Carlo V, sulle rovine d'un
castello, che esisteva già nel secolo ottavo benchè non se ne trovino
che vaghe indicazioni nelle cronache del tempo. Questo edifizio sorge
sur un'altura a cavaliere della città, di modo che si vedon le sue mura
e le sue torri da tutti i punti un po' alti delle strade, e il
forestiero se ne può servire di guida per non smarrirsi nel labirinto.
Salii sull'altura per una larga strada serpeggiante come quella che
conduce dal piano alla città, e mi trovai davanti alla porta
dell'Alcazar. È un immenso palazzo quadrato, agli angoli del quale si
innalzano quattro grosse torri, che gli danno un aspetto formidabile di
fortezza. Davanti alla facciata si stende una vasta piazza, e
tutt'intorno una cintura di baluardi merlati alla foggia orientale.
Tutto l'edifizio è di un vigoroso color calcare, svariato di mille
sfumature da quel potente pittore di monumenti che è il torrido sole del
Mezzogiorno; e reso più vivo dal limpidissimo cielo, sul quale si
disegnano i contorni maestosi delle mura. La facciata è scolpita a
rabeschi con un gusto pieno di nobiltà e d'eleganza. L'interno del
palazzo corrisponde al di fuori: è un vasto cortile cinto di due ordini
sovrapposti di archi graziosi sostenuti da leggiere colonne; con una
monumentale gradinata di marmo, che s'alza nel mezzo del lato opposto
alla porta, e si divide, a poca altezza dal suolo, in due branche, che
menano, l'una a destra e l'altra a sinistra, nell'interno del palazzo.
Per godere la bellezza del cortile bisogna andarsi a porre dove la scala
si biforca, là si abbraccia con uno sguardo tutta l'armonia
dell'edifizio che produce un senso di allegrezza e di piacere come un
gran concerto musicale di gente sparpagliata e nascosta.
Fuor che il cortile, le altre parti dell'edifizio, le scale, le stanze,
i corridoi, ogni cosa è rovinato o cade in rovina. Ora si sta lavorando
per ridurre il palazzo ad uso di collegio militare, s'imbiancano i muri,
si rompon le pareti per far grandi dormentorii, si numerano le porte, si
converte la reggia in caserma. Restano però intatti i grandi sotterranei
che servivan di scuderie al tempo di Carlo V, e che possono contenere
ancora parecchie migliaia di cavalli: il custode mi fece affacciare a un
finestrino, dal quale vidi un abisso che mi diede un'idea della loro
vastità. Poi salimmo per una serie di scale malferme in una delle
quattro torri; il custode aperse colle tanaglie e col martello una
finestra inchiodata, e mi disse coll'aria di chi annunzia una
meraviglia:--_Mire Usted!_--
È un panorama immenso. La città di Toledo si vede a volo d'uccello,
strada per strada, casa per casa, come se ne vedrebbe la pianta stesa
sovra una tavola; qui la Cattedrale che s'alza sulla città come uno
smisurato castello, e fa parer piccini come casette da giocattolo tutti
gli edifizi circostanti; là la terrazza coronata di statue di San
Giovanni dei Re; in un altro punto le torri merlate della porta nuova;
il circo dei tori; il Tago che scorre ai piedi della città in mezzo a
due sponde rocciose; di là dal fiume, accanto al ponte di Alcantara, sur
una rupe scoscesa, le rovine dell'antico castello di San Servando; più
oltre una verde pianura, e di là roccie e colli e monti a perdita
d'occhio, e su, un cielo purissimo, e il sole cadente che indora la
sommità dei vecchi edifizii e fa scintillare il fiume come una immensa
fascia d'argento.
Mentre io contemplavo quel magico spettacolo, il custode, che aveva
letto la storia di Toledo e lo voleva far sapere, mi raccontava ogni
sorta di storielle, con quel fare tra poetico e faceto, che è proprio
degli Spagnuoli del mezzogiorno. Prima d'ogni cosa, mi volle far
conoscere la storia delle opere di fortificazione, e benchè dove egli
diceva di veder netto e distinto quello che m'accennava, io non vedessi
nulla di nulla, riuscii a capire qualcosa.
Mi diceva che Toledo era stata cinta di mura tre volte, e che si
vedevano ancora chiaramente le traccie di tutte e tre le cinte.
"Guardi," diceva, "segua la linea che descrive il mio dito: quella è la
cinta romana, la più stretta, e se ne vedono ancora i ruderi. Ora guardi
più in là. Quell'altra, più ampia, è la cinta gotica. Ora descriva collo
sguardo una curva che abbracci le due prime: quella è la cinta araba,
la più recente. Ma gli Arabi hanno fabbricato anche una cinta ristretta
sulle rovine della cinta romana.... Questa la vedrà facilmente. Ora
osservi la direzione delle strade che convergono verso il punto più alto
della città, segua la linea dei tetti, di qui, così: vedrà che tutte le
strade vanno su a zig-zag; e sono state fatte apposta in questo modo per
poter difendere la città anche dopo che fossero perdute le mura; e le
case sono state fabbricate così serrate l'una contro l'altra, per poter
saltare di tetto in tetto; si vede; e poi gli Arabi l'han lasciato
scritto; ed è per questo che mi fan ridere i signori spagnuoli di Madrid
che vengon qui e dicono:--Poh! che strade!--Si vede che non sanno
un'acca di storia; se ne sapessero un tantino, se leggessero, un po'
invece di passar la giornata al Prado e a Recoletos, capirebbero che le
strade strette di Toledo hanno il loro perchè, e che Toledo non è una
città per gl'ignoranti."
Io mi misi a ridere.
"Non crede?" continuò il custode; "gli è un fatto sacrosanto. Non più
d'una settimana fa, per citarle un caso, venne qui un bellimbusto di
Madrid colla sua sposa. Già, salendo le scale, avevano detto roba da
chiodi della città, delle strade strette, delle case nere. Quando
s'affacciarono a questa finestra, e videro quelle due vecchie torri
laggiù nella pianura, sulla riva sinistra del Tago, mi domandarono che
fossero, ed io risposi: _Los palacios de Galiana_.--Oh! che bei
palazzi!--esclamarono, e si misero a ridere, e guardarono da un'altra
parte. Perchè? Perchè non sapevano la storia. Ora neanco lei,
m'immagino, non la saprà: ma lei è straniero, e la cosa cambia. Sappia
dunque che il grande imperatore Carlomagno è venuto, quand'era
giovanissimo, a Toledo. Regnava allora il re Galafro, e abitava in quel
palazzo. Il re Galafro aveva una figliuola che si chiamava Galiana,
bella come un angelo; e siccome Carlomagno fu ospitato dal Re e vedeva
ogni giorno la principessa, se ne innamorò con tutte le forze
dell'anima, e la principessa, di lui. Ma c'era un rivale di mezzo, e
questo rivale era il re di Guadalajara, un moro gigante, di una forza
erculea e d'un coraggio da leone. Questo re, per poter vedere la
principessa senza farsi scorgere, aveva fatto aprire una strada
sotterranea che andava nientemeno che dalla città di Guadalajara fin
sotto le fondamenta del palazzo. Ma che vale? la principessa non lo
potea vedere neanche dipinto, e quante volte egli veniva, tante volte lo
rimandava colle trombe nel sacco. Ma non per questo il re, innamorato,
smise di farle la corte; e tanto le stette attorno, che Carlomagno, il
quale non era uomo da lasciarsene imporre, come lei può capire, perdette
la pazienza, e per farla finita una volta, lo sfidò. Si batterono; la
lotta fu terribile; ma il moro, con tutto che fosse un gigante, ebbe la
peggio. Quando fu morto, Carlomagno gli tagliò la testa, e andò a
deporla ai piedi della sua innamorata, che gradì la delicatezza
dell'offerta, si fece cristiana, diede la mano di sposa al principe, e
partì con lui per la Francia, dove fu acclamata imperatrice."
"E la testa del moro?"
"Lei ha voglia di ridere; ma son fatti sacrosanti. Vede laggiù, nel
punto più alto della città, quell'edifizio antico? È la chiesa di San
Ginés. E sa che cosa c'è dentro? Dentro c'è nientemeno che la porta d'un
sotterraneo che si stende fino a tre leghe fuori di Toledo. Lei non lo
crede: sentirà. Nel luogo dove sorge ora la chiesa di San Ginés, v'era
una volta, prima che gli Arabi invadessero la Spagna, un palazzo
incantato. Nessun re aveva mai avuto il coraggio d'entrarvi; e quelli
che forse si sarebbero sentiti da tanto, non ci erano entrati, perchè,
giusta la tradizione, il primo che avesse oltrepassato quelle soglie,
sarebbe stato la perdizione della Spagna. Finalmente il re Rodrigo,
prima di partire per la battaglia di Guadalete, sperando di trovar là
dentro dei tesori che gli fornissero il modo di combattere l'invasione
degli Arabi, fece rovesciar le porte, e preceduto dai suoi guerrieri che
gli rischiaravan la via, entrò. A gran fatica riparando le fiaccole dal
vento furioso che tirava per gli anditi sotterranei, arrivarono in una
stanza misteriosa, nella quale videro un cofano, sul quale stava
scritto:--Chi mi aprirà, vedrà meraviglie.--Il Re ordinò che lo si
aprisse; con incredibili sforzi si riuscì ad aprirlo; ma invece dell'oro
e dei diamanti, non vi si trovò che una tela rotolata, sulla quale eran
dipinti degli arabi armati, con sotto questa iscrizione:--_La Spagna
sarà tra poco distrutta da costoro._--Quella notte stessa scoppiò una
violenta tempesta, il palazzo incantato cadde, e poco tempo appresso gli
Arabi entrarono in Spagna. Pare che lei non creda!"
"Che cosa dite! E come credo!"
"Ma questa storia è legata con un'altra. Lei sa, senza dubbio, che il
conte Giuliano, comandante della fortezza di Ceuta, tradì la Spagna,
lasciando passare gli Arabi, ai quali avrebbe potuto sbarrare la strada.
Ma non può sapere perchè il conte Giuliano ha tradito. Il conte Giuliano
aveva una figliuola a Toledo, e questa figliuola andava ogni giorno a
bagnarsi nel Tago, insieme a parecchie fanciulle sue amiche. Disgrazia
volle che il luogo dove andavano a bagnarsi, che si chiama oggi _Los
baños de la Cava_, fosse vicino a una torre, nella quale il re Rodrigo
soleva passar le ore bruciate. Un giorno la figliuola del conte
Giuliano, che si chiamava Florinda, stanca di sguazzare nell'acqua,
sedette sulla sponda del fiume, e disse alle sue compagne:--Compagne!
Vogliamo vedere chi ha la gamba più bella?--Vediamo! risposero quelle; e
detto fatto, si vanno a sedere intorno a Florinda, e mostrano
ciascheduna le sue bellezze. Ma Florinda le vinceva tutte; e
sventuratamente, proprio nel momento ch'ella diceva alle
altre:--Vedete?--il re Rodrigo faceva capolino a una finestra, e vedeva
ogni cosa. Giovane, libertino, si figuri! pigliò fuoco come un
fiammifero, fece la corte alla bella Florinda, la sedusse, e poi
l'abbandonò; e di qui il furore di vendetta del conte Giuliano, il
tradimento, l'invasione."
A questo punto mi parve d'averne inteso abbastanza; diedi al custode un
paio di reali ch'ei prese e mise in tasca con un atto dignitoso, e dato
un ultimo sguardo a Toledo, discesi.
Era l'ora della passeggiata; la strada principale, larga appena tanto da
potervi passare una carrozza, era piena di gente; ci sarà stato un
qualche centinaio di persone, ma parevano una gran folla; imbruniva, le
botteghe si andavano chiudendo, e qualche raro lume cominciava a
brillare qua e là. Andai a desinare, ed uscii subito per non perdere lo
spettacolo della passeggiata. Era notte, non v'era altra illuminazione
che il chiarore della luna, non si vedeva la gente in viso, mi pareva
d'essere in mezzo a una processione di spettri, mi prese la
malinconia.--Pensare che son solo,--dicevo;--che in tutta questa città
non c'è un'anima che mi conosca, che se cascassi morto in questo
momento, non ci sarebbe un cane che direbbe:--Poveretto! Era un buon
diavolo!--Vedevo passare dei giovanotti allegri, dei padri di famiglia
coi loro bambini, degli sposi, o che avevan l'aria di sposi, con una
bella creaturina a braccetto; tutti avevano una compagnia, parlavano,
ridevano, e passavano senza neanco gettarmi uno sguardo. Quanto ero
tristo! Quanto sarei stato felice se un ragazzo, un povero, una guardia
di polizia fosse venuta a dirmi:--Signore, mi par di conoscerla!--È
impossibile, sono uno straniero, non sono mai stato a Toledo; ma non
importa, non vada via, stia qui, parliamo un poco, son solo!
In buon punto mi ricordai che a Madrid m'era stata data una lettera di
raccomandazione per un signore di Toledo; corsi all'albergo, la presi e
mi feci condurre subito in casa sua. Il signore c'era e mi ricevette
cortesemente. All'udire pronunziar il mio nome provai una gioia che gli
avrei gettato le braccia al collo. Era il signor Antonio Gamero, autore
d'una stimatissima _Storia di Toledo_. Passammo la serata insieme; gli
domandai cento cose, me ne disse mille; e mi lesse alcune splendide
pagine del suo libro che mi fecero conoscere Toledo meglio che non
l'avrei conosciuta nel soggiorno d'un mese.
La città è povera, e più che povera, morta; i ricchi l'hanno abbandonata
per andar a stare a Madrid; gli uomini d'ingegno han seguìto i ricchi;
non v'è commercio; la fabbricazione delle lame, unica industria che vi
fiorisca, provvede alla vita di qualche centinaio di famiglie, ma non
basta alla città; l'istruzione popolare è trasandata; il popolo è inerte
e miserabile. Ma non ha perduto il bel carattere antico. Come tutti i
popoli delle gran città decadute, è fiero e cavalleresco; abborre dalle
basse azioni; fa giustizia di propria mano, quando può, degli assassini
e dei ladri; e benchè il poeta Zorilla, in una sua ballata, l'abbia
chiamato senza metafora un popolo imbecille, non è tale; è sveglio e
ardito. Partecipa della serietà degli Spagnuoli del settentrione e
della vivacità degli Spagnuoli del mezzodì; tiene il luogo di mezzo tra
il Castigliano e l'Andaluso; parla lo spagnuolo con garbo, con più
varietà d'accenti che il popolo di Madrid, con meno rilassatezza che il
popolo di Cordova e di Siviglia; ama la poesia e la musica; è altero di
annoverare tra i suoi maggiori il soave Garcilaso della Vega,
riformatore della poesia spagnuola, e l'arguto Francisco de Rojas,
l'autore del _Garcia del Castañar_; ed è orgoglioso di veder accorrere
fra le sue mura artisti e dotti di tutti i paesi del mondo, a studiarvi
la storia di tre genti, e i monumenti di tre civiltà. Ma qual che sia il
popolo, Toledo è morta; la città di Wamba, di Alfonso il Bravo e di
Padilla, non è più che una tomba. Dacchè Filippo II le tolse la corona
di capitale, ella è andata sempre declinando, e declina ancora, e si
consuma a poco a poco, sola sulla sommità della sua trista montagna,
come uno scheletro abbandonato sur una rupe in mezzo alle onde del mare.
Tornai all'albergo poco prima della mezzanotte e siccome splendeva la
luna, e le notti di luna, benchè in quelle straduccie non penetri la
luce dell'astro d'argento, Toledo non è illuminata, così dovetti
camminare poco meno che a tastone come il ladro nella casa del delitto.
Colla testa piena, come avevo, di ballate fantastiche, nelle quali son
descritte le strade di Toledo, corse, la notte, da cavalieri imbacuccati
nelle cappe, che cantano sotto le finestre delle belle, si battono, si
ammazzano, dan la scalata ai palazzi e rapiscono le fanciulle; così
m'immaginavo di aver a sentir suoni di chitarre e rumor di spade e grida
di moribondi. Nulla di tutto questo: le strade eran deserte e
silenziose, e le finestre buie; e appena si udiva di tratto in tratto,
alle cantonate e sui crocicchi, qualche leggiero fruscío o qualche
bisbiglio fuggitivo, che non si sarebbe nemmen potuto dire da che parte
venisse. Giunsi all'albergo senz'aver rapito nessuna toledana, ciò che
poteva avere qualcosa di spiacevole; ma anche senz'essermi fatto fare
nessun occhiello nel ventre, ciò che senza dubbio aveva qualcosa di
consolante.
* * * * *
La mattina del giorno dopo visitai il bell'edificio dell'ospedale di
Santa Croce, la chiesa di _Nuestra señora del Transito_, antica
sinagoga; i resti di un anfiteatro e d'una naumachia dei tempi dei
Romani, e la famosa fabbrica d'armi, nella quale comperai un bel
pugnaletto col manico inargentato e la lama coperta di rabeschi, che ho
in questo momento sul tavolino, e che, a serrar gli occhi ed a
stringerlo, mi fa parer d'esser ancora là, nel cortile dell'opificio, a
un miglio di distanza in Toledo, sotto il sole di mezzogiorno, in mezzo
a un crocchio di soldati e a un nuvolo di fumo di _cigarritos_. Mi
ricordo che tornando a Toledo alla bella pedona, mentre attraversavo un
tratto di campagna solitario come un deserto e muto come una catacomba,
una voce formidabile gridò:--_Fuera el extranjero!_
La voce veniva dalla città, mi fermai, lo straniero ero io, quel grido
era diretto a me, mi si rimescolò il sangue: la solitudine ed il
silenzio del luogo accrescevano la mia paura. Tirai innanzi, e la voce
di nuovo:
--_Fuera el extranjero!_--
--Ma è un sogno--esclamai arrestandomi di nuovo,--o son desto? Chi è che
grida? dove? perchè?--
Ripresi a andare, e la voce una terza volta:--_Fuera el extranjero!_--
Mi fermo una terza volta, e mentre tutto turbato giro gli occhi intorno,
vedo un ragazzo seduto in terra, che mi guarda ridendo, e mi dice:--_Es
un loco_ (un pazzo) _que cree vivir en el tiempo de la guerra de
independencia; mire Vsted; allí està la casa de locos._ E mi accennò
l'Ospedale dei Pazzi, sull'altura, le estreme case di Toledo. Misi un
respirone, che avrebbe smorzato una torcia a vento.
La sera partii da Toledo, col rammarico di non aver avuto tempo per
vedere e rivedere tutto quello che v'è di antico e di mirabile; mitigato
però questo rammarico, dal desiderio ardentissimo dell'Andalusia, che
non mi lasciava un momento di pace. Ma per quanto tempo ebbi dinanzi
agli occhi Toledo! Per quanto tempo vidi e sognai quelle roccie
scoscese, quei muri enormi, quelle tetre strade, quel fantastico aspetto
di città medioevale! Ed oggi ancora me ne ravvivo spesso l'immagine con
una sorta di tristo piacere e di austera malinconia, e quell'immagine mi
divaga la mente in mille strani pensieri di tempi remoti e di casi
meravigliosi.
VIII.
CORDOVA.
Arrivato a Castillejo dovetti aspettare fino a mezzanotte il treno
dell'Andalusia; desinai a uova sode e ad aranci, con un po' d'innaffio
di Val de Peñas, brontolai una poesia dell'Espronceda, chiaccherai un
po' con un doganiere (il quale, tra parentesi, mi fece la sua
professione di fede politica: Amedeo, libertà, accrescimento di paga ai
doganieri, ec.); finchè s'udì il sospirato fischio, ed entrai in un
carrozzone pieno stipato di donne, di ragazzi, di guardie civili, di
scatole, di cuscini, d'involti; e via, con una rapidità insolita sulle
strade ferrate di Spagna. La notte era bellissima; i miei compagni di
viaggio parlavano di tori e di Carlisti; una bella ragazza, che più
d'uno divorava cogli occhi, fingeva di dormire, per scaldare le fantasie
con un saggio dei suoi atteggiamenti notturni; chi faceva _cigarritos_,
chi sbucciava aranci, chi canterellava ariette di _Zarzuela_. Nullameno,
dopo pochi minuti, m'addormentai. Credo che avevo già sognato la Moschea
di Cordova e l'Alcazar di Siviglia, quando fui svegliato da un rauco
grido:
--_Puñales?_
--Pugnali? Caspita! Per chi? Prima ch'io vedessi chi avea gridato, mi
balenò davanti agli occhi una lama lunga ed acuta, e lo sconosciuto
ridomandò:
--_Le gusta?_
Bisogna convenire che vi sono dei modi assai più piacevoli di essere
svegliati. Io guardai in viso i miei compagni di viaggio con
un'espressione di stupore che li fece prorompere tutti insieme in uno
scoppio di risa. Allora mi fu detto che ad ogni stazione della strada
ferrata c'eran dei venditori di coltelli e di pugnali, che offrivano ai
viaggiatori la loro merce come da noi si offrono i giornali e i
rinfreschi. Rassicurato della vita, comprai il mio spauracchio: cinque
lire, un bel pugnale da tiranno di tragedia, con manico fregiato,
iscrizione sulla lama e fodero di velluto ricamato; e lo misi in tasca,
pensando che mi avrebbe fatto comodo in Italia per sciogliere questioni
cogli Editori. Il venditore n'avrà avuti una cinquantina in una gran
fascia rossa che gli stringeva la vita. Altri viaggiatori ne comprarono;
le guardie civili complimentarono uno dei miei vicini per la buona
scelta fatta; i ragazzi gridarono:--Uno anche a me!--le mamme
risposero:--Ve ne compreremo uno più lungo un'altra volta.--Oh beata la
Spagna! io esclamai, e pensai con raccapriccio alle nostre barbare leggi
che ci vietano l'innocente trastullo d'un po' di lama affilata.
Attraversammo la Mancia, la celebrata Mancia, teatro immortale delle
avventure di Don Chisciotte. È tal quale io me l'immaginava: ampie
pianure nude, lunghi tratti di terreno sabbioso, qualche mulino a vento,
pochi villaggi meschini, viottole solitarie, casuccie abbandonate.
Vedendo quei luoghi, provai quel vago senso di malinconia che desta
sempre in me la lettura del libro del Cervantes, e ridissi a me stesso
quello che, leggendo, mi dico sempre: Costui non può far ridere, o sotto
il sorriso fa spuntare la lacrima. Don Chisciotte è una figura mesta e
solenne; la sua pazzia è un lamento; la sua vita è la storia dei sogni,
delle illusioni, dei disinganni, delle aberrazioni di tutti; la lotta
della ragione coll'immaginazione, del vero col falso, dell'ideale col
reale; tutti noi abbiamo del Don Chisciotte, tutti noi prendiamo dei
mulini a vento per giganti, tutti noi siamo a volta a volta spinti in su
da un impeto d'entusiasmo, e ricacciati giù da una risata di scherno;
tutti siamo un misto di sublime e di follia; tutti sentiamo con amarezza
profonda il contrasto perpetuo tra la grandezza delle nostre aspirazioni
e la debolezza delle nostre facoltà. Bei sogni della fanciullezza e
dell'adolescenza, propositi generosi di consacrar la vita alla difesa
della virtù e della giustizia, care immaginazioni di affrontati
pericoli, di lotte venturose, di gesta magnanime e di eccelsi amori, ad
una ad una cadute, come foglie di fiori, sull'angusto e uniforme
sentiero della vita, come ce le ravvivi nell'anima, e quanti vaghi
pensieri e profondi insegnamenti ne derivi, o generoso e sventurato
cavaliere dalla triste figura!
Si toccò Argasamilla di Alba, dove Don Chisciotte nacque e morì, e dove
il povero Cervantes, esattore del gran priorato di San Giovanni, in nome
del magistrato speciale di Consuegra, fu arrestato dagli irascibili
debitori, e tenuto prigione in una casa che, a quanto si dice, esiste
tuttora, e nella quale è fama egli concepisse il disegno del suo
romanzo. Passammo accanto al villaggio di Val de Peñas, che dà il nome a
uno dei più squisiti vini di Spagna, nero, frizzantino, esilarante, il
solo, forse, che permetta allo straniero del Norte le copiose libazioni
dei suoi banchetti; e giungemmo infine a Santa Cruz de Tudela, villaggio
famoso per le sue fabbriche di _navajas_, (coltelli, rasoi) presso il
quale la via comincia a sollevarsi dolcemente verso la montagna.