L'impressione insomma che lascia nell'animo questo spettacolo è

indescrivibile, è un miscuglio di sentimenti nel quale è impossibile

raccapezzar nulla di schietto, non si sa che pensarne. A momenti,

inorriditi, vorreste fuggire dal Circo, e giurate di non tornarci mai

più; a momenti, meravigliati, rapiti, quasi ebbri, non vorreste che lo

spettacolo avesse mai fine; ora vi sentite quasi pigliar male; ora

anche voi, come i vostri vicini, prorompete in grida, in risa e in

applausi; il sangue vi fa ribrezzo, ma il coraggio meraviglioso

dell'uomo vi esalta; il pericolo vi stringe il cuore, ma la vittoria vi

rallegra; a poco a poco la febbre che agita la folla s'impadronisce di

voi; non riconoscete più voi stesso; siete un altro; avete anche voi

degli accessi d'ira, di ferocia, d'entusiasmo; vi sentite vigoroso e

audace; la lotta vi accende il sangue; il balenío della spada vi mette

un fremito; e poi quelle migliaia di visi, quello strepito, quella

musica, quei muggíti, quel sangue, quei silenzi profondi, quei fragori

improvvisi, quella vastità, quella luce, quei colori, quel non so che di

grande, di forte, di crudele, di magnifico, che v'abbarbaglia, vi

stordisce e vi rimescola....

Bello è il veder uscir la gente; son dieci torrenti che sgorgano da

dieci porte e allagano in pochi minuti il borgo di Salamanca, il Prado,

i viali di _Recoletos_, la strada Alcalà; migliaia di carrozze aspettano

nei dintorni del Circo; per un'ora, da qualunque parte uno si volga, non

vede che un formicolaio a perdita d'occhio; e tutti tacciono; le

emozioni hanno spossato tutti; non si sente che il rumore dei passi;

pare che la folla voglia dileguarsi furtivamente; una specie di

tristezza è sottentrata alla clamorosa allegria di poc'anzi. Io, per mio

conto, la prima volta che uscii da quel Circo, avevo appena tanta forza

da reggermi in piedi; la testa mi girava come un arcolaio, le orecchie

mi fischiavano, per tutto vedevo corna di tori, occhi iniettati di

sangue, cavalli morti, luccichío di spade. Presi la via più corta per

andare a casa, e appena arrivato, mi cacciai in letto, e m'addormentai

d'un sonno profondo. L'indomani mattina venne in gran fretta la padrona

di casa a domandarmi: "Ebbene? che gliene parve? s'è divertito? ci

tornerà? che cosa ne dice?"--"Non so" risposi "mi par d'aver sognato,

gliene parlerò poi, ho bisogno di pensarci."--Venne il sabato, la

vigilia della seconda corsa dei tori. "Ci va?" mi domandò la padrona.

"No..." risposi pensando ad altro. Uscii, infilai la strada d'Alcalà, mi

trovai, senza accorgermene, davanti alla bottega dove si vendono i

biglietti; c'era un visibilio di gente; dissi fra me:--Ci ho da

andare?... Sì?... No?...--"Vuole un biglietto?" mi domandò un ragazzo:

"_un asiento de sombra, tendido numero seis, barrera, quince reales?_"

Ed io risposi: "Qua!"

* * * * *

Ma per comprender bene la natura di codesto spettacolo, bisogna

conoscerne la storia. Quando si sia fatto per la prima volta un

combattimento coi tori, non si sa in modo sicuro; la tradizione narra

che fu il _Cid Campeador_ il primo cavaliere che scese colla lancia

nell'arena, e uccise da cavallo il formidabile animale. D'allora in poi

i giovani nobili si dedicarono con grande ardore a questo esercizio; in

tutte le feste solenni vi furon corse di tori; e solamente alla nobiltà

era concesso l'onore di combattere; i re stessi scendevan nell'arena;

durante tutto il medio-evo era codesto lo spettacolo favorito delle

corti, e l'esercizio prediletto dei guerrieri, non solo tra gli

Spagnuoli, ma anco tra gli Arabi; e gli uni e gli altri gareggiavano

nell'arena toresca come sul campo di battaglia. Isabella la Cattolica

volle proibire le corse dei tori, perchè, avendone vista una, le aveva

fatto orrore; ma i molti e potenti partigiani dello spettacolo la

distolsero dal mandare ad effetto quel disegno. Dopo Isabella, le corse

presero un grande incremento. Carlo V stesso uccise di propria mano un

toro nella piazza maggiore di Valladolid; Ferdinando Pizzarro, il

celebre conquistatore del Perù, fu un _torero_ valente; il re Don

Sebastiano di Portogallo colse nell'arena più d'un alloro; Filippo III

fece abbellire il circo di Madrid; Filippo IV vi combattè; Carlo II

protesse l'arte; sotto il regno di Filippo V, si costrussero, per ordine

del Governo, parecchi circhi; ma l'onore di _torear_ apparteneva sempre

esclusivamente alla nobiltà; non si _toreaba_ che a cavallo, e con

cavalli bellissimi, e però non si spargeva altro sangue che quello del

toro. Solamente verso la metà del secolo scorso l'arte si estese al

popolo, e sorsero i _toreros_ propriamente detti, artisti di

professione, che combattevano a piedi e a cavallo. Il famoso Francisco

Romero de Ronda perfezionò il _toreo_ a piedi, introdusse l'uso di

uccidere il toro, faccia a faccia, con la spada e la _muleta_, e fissò

le regole dell'arte. D'allora in poi lo spettacolo diventò nazionale e

il popolo vi accorse con entusiasmo. Il re Carlo II lo proibì; ma la sua

proibizione non fece che convertire l'entusiasmo popolare, come dice un

cronista spagnuolo, in una _aficion epidémica_. Il re Ferdinando VII,

appassionato pei tori, istituì una scuola di tauromachía a Siviglia;

Isabella II fu più entusiasta di Ferdinando VII; Amedeo _primero_ non fu

da meno, a quello che si dice, di Isabella II. Ed ora il _toreo_

fiorisce più che mai nella Spagna; più di cento sono i grandi

proprietarii che allevano tori per gli spettacoli; Madrid, Siviglia,

Barcellona, Cadice, Valenza, Jerez, Porto di Santa Maria hanno un circo

di tori di prim'ordine; non meno di cinquanta sono i piccoli circhi

capaci di tremila fino a novemila spettatori; in tutti i villaggi, dove

non c'è circo, si fanno le _corridas_ nelle piazze; a Madrid tutte le

domeniche, nelle altre città ogni volta che si può, da per tutto con

immenso concorso di gente dalle città vicine, dai villaggi, dalla

campagna, dai monti, dalle isole, e persino di fuori Stato. Non tutti

gli Spagnuoli, è vero, son matti di codesto spettacolo; molti non ci

vanno mai; non pochi lo disapprovano, lo condannano, lo vorrebbero veder

bandito dalla Spagna; qualche giornalista, di tanto in tanto, alza un

grido di protesta; qualche deputato, l'indomani dell'uccisione d'un

_torero_, parla di fare un'interpellanza al Governo; ma son tutti nemici

timidi e fiacchi. Per contro si scrivono apologie delle corse dei tori,

si fabbricano nuovi circhi, si rinnovano gli antichi, si deridono gli

stranieri che gridano alla barbarie spagnuola.

E non si fan solo _corridas_ di tori l'estate, nè lo spettacolo è sempre

uguale. L'inverno, nel circo di Madrid, ogni domenica c'è

rappresentazione; non sono quei tori belli e focosi dell'estate, non

sono i grandi artisti che la Spagna ammira; son torelli di picciola mole

e di piccolo animo, sono _toreros_ non ancora provetti nell'arte; ma c'è

spettacolo a ogni modo, e benchè non ci vada il Re, nè il fiore della

cittadinanza, come alle corse d'estate, il circo è sempre pieno di

gente. Si sparge poco sangue, non si uccidono che due tori, si chiude lo

spettacolo con dei fuochi d'artifizio; è un divertimento, come dicono

con disprezzo i torofili appassionati, da serve e da bambini. Ma v'è un

episodio, negli spettacoli d'inverno, che diverte assai. Quando i

_toreros_ hanno ucciso i _toros de muerte_, l'arena rimane a

disposizione dei dilettanti; da tutte le parti ci salta dentro gente; in

un minuto v'è un centinaio di operai, di scolari, di monelli, chi con un

mantello in mano, chi con uno scialle, chi con un cencio qualunque,

affollati a destra e a sinistra del _toril_, pronti a ricevere il toro.

La porta s'apre, un toro colle corna fasciate si slancia nell'arena, e

lì comincia un parapiglia da non potersi descrivere; la folla lo

circonda, lo insegue, lo tira di qua e di là, lo _capea_ coi mantelli e

cogli scialli, lo provoca e lo tormenta in mille maniere, finchè il

povero animale non potendone più, è fatto uscir dall'arena, e un altro

gli sottentra. È incredibile l'audacia con cui quei ragazzi gli si

caccian sotto, lo trascinan per la coda, gli saltano addosso;

incredibile l'agilità con cui ne scansano i colpi. Qualche volta il

toro, voltandosi all'improvviso, ne arriva qualcuno, lo atterra, lo

butta in aria, lo solleva in alto sulle corna; talora ne rovescia nella

polvere con un sol colpo una mezza dozzina, e toro ed uomini spariscono

in un nuvolo di polvere, e lo spettatore teme per un istante che ne sia

stato ammazzato qualcuno. Nemmanco per idea! Gl'intrepidi _capeadores_

s'alzano coll'ossa péste e col viso polveroso, scrollan le spalle, e

daccapo. Ma non è neanco questo il più bell'episodio degli spettacoli

d'inverno. Qualche volta invece dei _toreros_ affrontano il toro le

_toreras_; donne vestite da danzatrici di corda; faccie, davanti alle

quali, non gli angeli, ma Lucifero:

«Farìa dell'ali agli occhi una visiera;»

le _picadoras_ a cavallo a un asino, la _espada_--quella ch'io vidi era

una vecchia sessantenne, chiamata la _Martina_, asturiana, nota in tutti

i circhi di Spagna,--la _espada_ a piedi, collo stocco e la _muleta_,

come il più intrepido _matador_ del sesso forte; tutta la _cuadrilla_

accompagnata da un corteo di _chulos_ con grandi parrucche e grandi

gobbe. Per quaranta lire quelle disgraziate rischian la vita! Un toro,

il giorno ch'io assistei a quello spettacolo, ruppe un braccio a una

_banderillera_, e a un'altra lacerò le sottane per modo che la lasciò in

mezzo al circo con appena tanta roba addosso da coprir quello che

dev'essere assolutamente coperto.

Dopo le donne, le fiere. In vari tempi si fece combattere il toro coi

leoni e colle tigri; pochi anni or sono ebbe luogo una di codeste lotte

nel Circo di Madrid. È celebre quella che fece fare il conte duca di

Olivares per festeggiar il giorno onomastico, se non m'inganna la

memoria, di Don Baltasar Carlos d'Austria, principe delle Asturie. Il

toro combattè col leone, colla tigre, col leopardo, e riuscì vincitore

di tutti. Anche nel combattimento di pochi anni sono, la tigre e il

leone ebbero la peggio; l'una e l'altro si slanciarono impetuosamente

addosso al toro; ma prima di riuscire ad addentargli il collo, infilati

dal terribile corno, caddero a terra in un lago di sangue. Il solo

elefante, un elefante enorme che vive tuttora nei giardini del Buon

Ritiro, riportò la vittoria: il toro lo assalì, quegli non fece che

mettergli la testa sul dorso e premere, e la pressione fu così delicata

che il malcauto assalitore ne fu schiacciato come una polpetta. Ma è

agevole immaginare quanta destrezza, quanto coraggio, e che

imperturbabile tranquillità d'animo occorra ad un uomo per affrontare

con la spada un animale che uccide il leone, che assale l'elefante, e

che per tutto dove tocca, squarcia, spezza, rovescia ed insanguina! E vi

son degli uomini che l'affrontano tutti i giorni!

I _toreros_ non son mica artisti, come qualcuno può supporre, da

mettersi in un mazzo coi saltimbanchi, e pei quali il popolo non nutra

altro sentimento che quello dell'ammirazione. Il _torero_ è rispettato

anche fuori del Circo, gode la protezione dei giovani aristocratici, va

al teatro in palco, frequenta il più signorile caffè di Madrid, è

salutato per la strada con profonde scappellate da persone di garbo. Gli

_espada_ illustri, come il Frascuelo, il Lagartijo, il Cayetano,

guadagnano la bellezza di qualche diecina di mila lire all'anno,

possedono case e ville, abitano in appartamenti sontuosi, vestono con

isfarzo, profondon monti di scudi nei loro vestiti inargentati e dorati,

viaggiano da principi e fumano sigari d'Avana. Il loro vestire, fuor del

Circo, è curiosissimo: un cappello all'Orsini di velluto nero, una

giacchettina stretta alla vita, sbottonata, che non arriva a toccare i

calzoni; un panciotto aperto fino all'ombelico, che lascia vedere una

camicia bianca finissima; nessuna cravatta; una fascia di seta rossa o

azzurra intorno ai fianchi; un par di calzoni giusti alla gamba come

calze da ballerini, un par di scarpette di pelle del Marocco ornate di

ricami, un piccolo codino a treccia che scende sul dorso; e poi bottoni

d'oro, catenelle, diamanti, anelli, ciondoli, tutta una bottega da

orefice addosso. Molti tengon cavallo da sella, qualcuno carrozza, e

quando non ammazzano, son sempre in giro al Prado, alla Puerta del Sol,

nei giardini di Recoletos, colle loro spose o le loro amanti

splendidamente vestite e amorosamente superbe. I loro nomi, i loro visi,

le loro gesta sono assai più noti al popolo che le gesta, i visi e i

nomi dei comandanti d'esercito e dei ministri di Stato. _Toreros_ nelle

commedie, _toreros_ nelle canzoni, _toreros_ nei quadri, _toreros_ nelle

vetrine dei venditori di stampe, statue che rappresentan _toreros_,

ventagli coi ritratti dei _toreros_, fazzoletti con l'effigie dei

_toreros_; se ne vede, se ne rivede e se ne intravvede da tutte le

parti. Il mestiere del torero è il più lucroso e più onorifico mestiere

a cui un coraggioso figliuolo del popolo possa aspirare. Moltissimi, di

fatti, vi si dedicano. Ma pochissimi riescono eccellenti; i più rimangon

mediocri _capeadores_, pochi arrivano ad essere _banderilleros_ di

vaglia, meno ancora _picadores_ di grido; bravi _espada_, poi, non

diventano che pochi prediletti dalla natura e dalla fortuna; bisogna

esser venuti al mondo con quel bernoccolo; si nasce _espada_ come si

nasce poeta. Di uccisi dal toro ce n'è di rado, si contan sulle dita per

un lungo giro di tempo; ma gli stroppiati, i malconci, i ridotti in

stato da non poter più combattere, sono innumerevoli. Se ne vedono per

le città col bastone e le stampelle, chi senza un braccio, chi senza una

gamba. Il famoso _Tato_, che fu il primo dei _toreros_ contemporanei,

perdette una gamba; nei pochi mesi ch'io stetti in Spagna, fu mezzo

ammazzato un _banderillero_ a Siviglia, fu ferito gravemente un

_picador_ a Madrid, fu malconcio il Lagartijo, furono uccisi tre

_capeadores_ dilettanti in un villaggio. Non c'è quasi _torero_ che non

abbia sparso sangue nell'Arena.

* * * * *

Prima di partire da Madrid volli parlare col tanto celebrato Frascuelo,

il principe degli _espadas_, l'idolo del popolo di Madrid, la gloria

dell'arte. Un genovese, capitano di bastimento, che lo conosceva,

s'incaricò di fare la presentazione; fissammo il giorno, ci trovammo nel

caffè imperiale della _Puerta del Sol_. Mi vien da ridere quando penso

all'emozione che provai vedendolo comparire da lontano e venire verso di

noi. Era vestito con gran lusso, carico di ciondoli, luccicante come un

generale in grande uniforme; attraversò il caffè, mille teste si

voltarono, mille occhi si fissarono su di lui, su di me, sul mio

compagno: io mi sentii diventar pallido. "Ecco il signor Salvador

Sanchez," disse il Capitano (Frascuelo è un soprannome). E poi,

presentando me a Frascuelo: "Ecco il signor tale dei tali, suo

ammiratore." L'illustre _matador_ s'inchinò, io feci una riverenza,

sedemmo e cominciammo a discorrere. Che strano uomo! A sentirlo

discorrere si sarebbe detto che non aveva cuore d'infilzare una mosca

con una spilla. È un giovanotto di venticinque anni, di mezzana statura,

svelto, bruno, bello, con uno sguardo fisso e un sorriso d'uomo

distratto. Gli domandai mille cose intorno all'arte sua e alla sua vita;

parlava a monosillabi; bisognava che gli cavassi le parole di bocca, a

una a una, a furia di domandare. Ai complimenti rispondeva guardandosi

la punta dei piedi con uno sguardo modesto. Gli chiesi se fosse mai

stato ferito: si toccò un ginocchio, una coscia, la spalla, il petto, e

disse: "Qui, e poi qui, e poi qui e poi ancora qui;" sorridendo colla

semplicità d'un bambino. Mi scrisse l'indirizzo di casa sua, mi invitò

ad andarlo a trovare, mi diede un sigaro, e se n'andò. Tre giorni dopo,

alla corsa dei tori, ero in un posto vicino alla barriera; egli mi passò

davanti per raccogliere i sigari che gli gettavano gli spettatori; gli

lanciai un sigaro di Milano di quei colla paglia; lo prese, lo guardò,

sorrise, e cercò chi gliel'aveva gettato; gli feci un cenno, mi vide, ed

esclamò:--_Ah! el italiano!_--Mi pare ancora di vederlo: aveva un

vestito color cenerino coperto di ricami d'oro e una mano macchiata di

sangue.....

* * * * *

Ma, insomma, un giudizio finale sulle corse dei tori! Sono o no una cosa

barbara, indegna d'un popolo civile? Sono o no uno spettacolo che guasta

il cuore? Fuori una parola schietta! Una parola schietta? Io non voglio,

rispondendo in un modo, tirarmi addosso un diluvio d'invettive, e

rispondendo in un altro, darmi della zappa sui piedi, dacchè debbo

confessare che sono andato al Circo tutte le domeniche. Ho narrato e

descritto, il lettore ne sa quanto me, giudichi lui, e mi conceda di non

metterci bocca.

* * * * *

Vidi, a Madrid, la famosa cerimonia funebre che si celebra ogni anno, il

2 di maggio, in onore degli Spagnuoli che morirono combattendo, o furon

passati per l'armi dai soldati francesi, sessantacinque anni or sono, in

quella tremenda giornata che empì d'orrore l'Europa e fece scoppiare la

guerra d'indipendenza.

All'alba tuona il cannone, e in tutte le chiese parrocchiali di Madrid,

e dinanzi a un altare eretto accanto al Monumento si comincia a celebrar

messe, e si seguita fino a sera. La ceremonia consiste in una solenne

processione che parte per lo più dalle vicinanze del palazzo reale, va a

sentire un sermone nella chiesa di Sant'Isidoro, dove giacquero sepolte

fino al 1840 le ossa del morti; e poi si reca al Monumento a sentire la

messa.

In tutte le strade per le quali dovea passare la processione erano

schierati i battaglioni dei volontari, i reggimenti di fanteria, gli

squadroni di corazzieri, le guardie civili a piedi, le artiglierie, i

cadetti; da ogni parte suonavan trombe, tamburi, bande; si vedeva da

lontano, al di sopra della folla, un viavai continuo di cappelli di

generali, di pennacchi d'aiutanti, di bandiere, di spade; accorrevano da

tutte le strade le carrozze del Senato e delle Cortes, grandi come carri

trionfali, dorate fin nelle ruote, listate di velluto e di seta,

sopraccariche di frangie e di fiocchi, e tirate da superbi cavalli

impennacchiati. Le finestre di tutte le case erano ornate di arazzi e di

fiori; tutto il popolo di Madrid era in moto.

Vidi passare la processione per la strada d'Alcalà. Venivano innanzi i

cacciatori della milizia cittadina a cavallo; poi i ragazzi di tutti i

collegi, di tutti gli asili, di tutti gli ospizi di Madrid, a due a due,

migliaia; poi gl'invalidi dell'esercito, quali con le stampelle, quali

con la testa fasciata, alcuni sorretti dai compagni, altri decrepiti,

quasi portati; soldati, generali, con antiche divise, col petto coperto

di ciondoli e di nastri, e lunghe spade e cappelli piumati; poi una

folla d'ufficiali di tutti i Corpi, luccicanti d'oro e d'argento, e

vestiti di mille colori; poi gli alti impiegati dello Stato, i deputati

provinciali, i deputati del Congresso, i Senatori; poi gli araldi del

Municipio e delle Camere, con ampie toghe di velluto e le mazze

d'argento; poi tutti gli impiegati municipali, tutti gli _alcaldes_ di

Madrid, vestiti di nero, colle medaglie al collo; infine il Re, vestito

da generale, a piedi, accompagnato dal Sindaco, dal capitano generale

della Provincia, dai generali, dai ministri, dai deputati, dagli

ufficiali d'ordinanza, dagli aiutanti di campo, tutti col capo scoperto.

Chiudevano la processione le cento guardie a cavallo, sfolgoreggianti

come guerrieri del medio evo; le guardie reali a piedi, con gran

berretto di pelo alla foggia della guardia napoleonica, tunica rossa a

coda di rondine, calzoni bianchi, due larghe tracolle incrociate sul

petto, ghette nere fino al ginocchio, spada, fiocchi, cordoni, fermagli,

gingilli; poi ancora volontari, soldati di fanteria, artiglieri, popolo.

Tutti andavano a passo lento; sonavano tutte le bande e tutte le

campane; il popolo era silenzioso; e quell'insieme di bambini, di

poveri, di preti, di magistrati, di veterani mutilati, di grandi di

Spagna, presentava un aspetto gentile e magnifico, che ispirava ad un

tempo tenerezza e riverenza.

La processione sboccò nel Prado e si diresse verso il Monumento. I

viali, i campi, i giardini erano pieni di popolo. Le signore ritte nelle

carrozze, sulle seggiole, sui sedili di pietra, coi bambini tra le

braccia; gente sugli alberi e sui tetti; a ogni passo, bandiere,

iscrizioni funebri, elenchi delle vittime del 2 di maggio, poesie

appiccicate ai tronchi delle piante, giornali listati di nero, stampe

rappresentanti episodi della strage, ghirlande, crocifissi, tavolini con

vassoi per limosine, candele accese, ritratti, statuette, giocattoli pei

ragazzi coll'immagine del Monumento; per tutto ricordi del 1808,

emblemi, segni di lutto, di festa, di guerra. Gli uomini quasi tutti

vestiti di nero; le donne in gran gala, con lunghi strascichi e il velo;

frotte di contadini accorsi da tutti i villaggi, coi loro panni festivi;

e in mezzo a tutta questa folla un gridìo assordante di acquaiuoli, di

guardie, di ufficiali.

Il Monumento del 2 maggio, che sorge nel punto dove furon fucilati il

maggior numero degli Spagnuoli, benchè non abbia un valore artistico

pari alla fama, è,--per servirmi d'una parola da strapazzo ma

significativa,--imponente. È semplice, nudo, e al parer di molti anche

pesante e sgraziato; ma arresta lo sguardo e il pensiero, anche di chi

non sappia che cosa sia; a prima vista, si capisce che in quel luogo

dev'essere accaduto alcun che di tremendo. Sopra un rialto ottagonale di

granito con quattro gradinate, s'innalza un grandioso sarcofago di forma

quadrata, munito d'iscrizioni, di stemmi, e d'un bassorilievo che

rappresenta i due ufficiali spagnuoli morti il 2 maggio nella difesa del

Parco d'artiglieria. Sul sarcofago sorge un piedistallo d'ordine dorico,

sul quale stanno quattro statuette che simboleggiano l'amor di patria,

il valore, la costanza, la virtù. In mezzo alle statue s'erge un alto

obelisco, con suvvi scritto a caratteri d'oro: _Dos de mayo_. Intorno al

Monumento si stende un giardino rotondo, intersecato da otto viali che

convergono al centro; ogni viale è fiancheggiato da cipressi; il

giardino è cinto d'una cancellata di ferro, circuita alla sua volta da

una gradinata di marmo. Quel boschetto di cipressi, quel giardino chiuso

e solitario, in mezzo al passeggio più allegro di Madrid, è come una

immagine della morte in mezzo alle gioie della vita; non si può passar

di là senza volgergli uno sguardo; non si può guardarlo, senza pensare;

di notte, quando vi batte la luna sembra un'apparizione fantastica, e

spira intorno un'aura di mestizia solenne.

Arrivò il Re, fu celebrata la messa, sfilarono tutti i reggimenti, e

terminò la cerimonia. Così si celebra l'anniversario del 2 di maggio dal

1814 in poi, con una dignità, con un affetto, con una venerazione, che

non onora solamente il popolo spagnuolo, ma il cuore umano. È la vera

festa nazionale della Spagna, è il solo giorno dell'anno in cui tacciono

le ire di parte, e tutti i cuori si uniscono in un sentimento comune. Nè

in questo sentimento, come si potrebbe credere, è nulla d'amaro contro

la Francia. La Spagna ha rovesciato tutta la colpa della guerra, e

delle stragi che ne furono cagione, sovra Napoleone e Murat; i Francesi

sono amichevolmente accolti come tutti gli altri stranieri; delle

infauste giornate di maggio non si parla che per rendere onore ai morti

e alla patria; tutto, in questa cerimonia, è nobile e grande; dinanzi a

quel sacro Monumento la Spagna non ha che parole di perdono e di pace.

* * * * *

Un'altra cosa da vedersi, a Madrid, sono i combattimenti dei Galli.

Spagna · 第 12 / 29 段