Lessi un giorno nella _Correspondencia_, il seguente avviso:--«_En la

funcion que se celebrarà mañana en el circo de Gallos de Recoletos,

habrà, entre otras, dos peleas_ (combattimenti), _en las que figurarán

gallos de los conocidos aficionados Francisco Calderon y Don Josè Diez,

por lo que se espera serà muy animada la diversion._» Lo spettacolo

cominciava a mezzogiorno: ci andai. Fui colpito dalla originalità e

dalla leggiadria del teatro. Sembra un chiosco da collinetta di

giardino; ma è vasto tanto da contenere poco meno di un migliaio di

persone. La forma è perfettamente cilindrica. Nel mezzo sorge una specie

di palco circolare, alto poco più di tre palmi, coperto d'un tappeto

verde, e aggirato da una ringhiera dell'altezza di quelle dei

terrazzini: è il campo di battaglia dei galli. Tra ferro e ferro della

ringhiera si stende una sottilissima rete di fili metallici, che

preclude lo scampo ai combattenti. Intorno a questa specie di gabbia,

il piano della quale è grande quanto una gran tavola da pranzo, ricorre

un cerchio di poltrone, e dietro a questo, un po' più alto, un secondo;

le une e le altre rivestite di panno rosso. Su parecchie delle prime è

scritto a lettere di scatola:--_Presidente_--_Secretario_--ed altri

titoli di personaggi che compongono il tribunale dello spettacolo. Al di

là delle poltrone s'alza come una gradinata di banchi, fino alla parete,

nella quale s'apre una galleria sostenuta da dieci sottili colonne. La

luce viene dall'alto. Il rosso vivo delle poltrone, i fiori dipinti sui

muri, le colonne, la luce, l'aria, in una parola, del teatro, ha un non

so che di nuovo e di pittoresco, che piace e rallegra. A prima vista,

pare che in quel luogo si debba piuttosto sentire una musica festiva e

gentile che assistere ad una lotta di bestie.

Quando entrai, v'era già un centinaio di persone.--O che gente è

questa?--mi domandai. E veramente il _pubblico_ del circo dei Galli non

rassomiglia a quello di nessun altro teatro; è una mescolanza _sui

generis_ che si vede soltanto a Madrid. Non c'è donne, non ragazzi, non

soldati, non operai, poichè è giorno di lavoro e un'ora incomoda; e

nondimeno vi si nota una maggior varietà di aspetti, di vestiti e di

atteggiamenti che in qualunque altro ritrovo popolare. È tutta gente che

non ha che fare lungo la giornata: commedianti coi capelli lunghi e lo

staio spelato; _toreros_,--c'era Calderon, il famoso _picador_,--colla

loro ciarpa rossa intorno alla vita; studenti colle traccie sul viso

della notte passata al gioco; negozianti di galli, giovanotti eleganti,

vecchi signori _aficionados_ vestiti di nero, con guanti neri e

cravattone. Questi intorno alla gabbia. Più in là, _rari nantes_,

qualche inglese, qualche bighellone, di quei che si vedon per tutto, i

servitori del circo, una donna di mala vita, una guardia civile. Tranne

i forestieri e la guardia, gli altri,--signori, _toreros_, negozianti,

commedianti,--si conoscon tutti, e parlan tutti tra loro, a una voce

sola, della qualità dei galli annunziati dal programma dello spettacolo,

delle scommesse del giorno innanzi, degli accidenti delle lotte, di

zampe, di penne, di sproni, di ali, di becchi, di ferite, ostentando la

ricchissima terminologia dell'arte, e citando regole, esempi, galli dei

tempi andati, e lotte e vincite e perdite famose.

Lo spettacolo cominciò all'ora fissata. Si presentò un uomo in mezzo al

circo con un foglio in mano e cominciò a leggere; tutti tacquero. Lesse

una serie di numeri che indicavano il peso delle varie coppie di galli

che dovevan combattere, poichè, coppia per coppia, non possono pesare

l'un più dell'altro di là d'una misura determinata del codice

gallistico. Ricominciaron le chiacchiere, poi ricessarono a un tratto.

Un altr'uomo con due cassette tra le braccia venne innanzi; aperse uno

sportello della ringhiera, salì sul palco, e attaccò le due cassette ai

due capi d'una bilancia pendente dal soffitto. Due testimoni

s'accertarono che il peso era quasi eguale dalle due parti, tutti

sedettero, il presidente si mise al suo posto, il segretario

gridò:--_Silencio!_--, il pesatore e un altro servitore presero una

cassetta ciascuno, e sporgendola dai due opposti sportelli della

ringhiera, l'apersero tutti e due insieme. I galli uscirono, gli

sportelli si richiusero, gli spettatori serbarono per qualche momento un

silenzio profondo.

Eran due galli _andalusi di razza inglese_ per servirmi della curiosa

definizione datami da uno spettatore, alti, smilzi, diritti come fusi,

con un lungo collo mobilissimo, completamente spennati nelle parti

posteriori, e dal petto in su; senza cresta, la testa piccina, e un par

d'occhi che rivelavano l'indole battagliera. Gli spettatori li

osservarono attentamente senza profferire parola. Gli _aficionados_, in

quei pochi istanti, giudicano dai colori, dalle forme, dai movimenti dei

due animali quale sarà probabilmente il vincitore; poi propongono le

scommesse. È un giudizio, come ognun può comprendere, molto incerto; ma

è l'incertezza che dà vita al gioco. A un tratto, il silenzio è rotto da

uno scoppio di grida.

--_Un duro_ (uno scudo) _por el derecho!_--_Un duro por el izquierdo!_

(il sinistro)--_Va!_--_Tres duros por el negro!_--_Quatro duros

por el pardo_! (il grigio)--_Una onza_ (ottanta lire) _por el

chico!_--_Va!_--_Va por el negro!_--_Va por el pardo!_--

Tutti urlano, agitano le mani, si accennano l'un l'altro col bastone, le

scommesse s'incrociano in tutti i sensi; in pochi momenti v'è un

migliaio di lire in gioco.

I due galli, da principio, non si guardano. Uno volto da una parte,

l'altro dall'altra, cantano, allungando il collo verso gli spettatori,

come se domandassero:--Che cosa volete?--A poco a poco, senza far segno

di essersi visti, s'avvicinano; pare che l'uno voglia pigliar l'altro di

sorpresa. All'improvviso, colla rapidità del lampo, spiccano un salto

coll'ali aperte, s'urtan nell'aria, e ricadono, spandendo intorno un

nuvolo di penne. Dopo il primo urto, si fermano, e si piantano l'uno

dinanzi all'altro, col collo teso e i becchi che quasi si toccano,

guardandosi fissi, immobili, come se volessero avvelenarsi cogli occhi.

Poi di nuovo s'avventano l'un contro l'altro con una grande violenza,

dopo di che gli assalti si succedono senza interruzione. Si feriscono a

zampate, a spronate, a colpi di becco; si stringono coll'ali in modo che

paiono un gallo solo con due teste; si caccian l'un sotto il ventre

dell'altro, si sbattono contro i ferri della ringhiera, si inseguono,

cadono, strisciano, svolazzano; e via via i colpi si fan più fitti,

volan via le piume della testa, i colli diventan color di fuoco, e

metton sangue. Poi prendono a punzecchiarsi nel capo, intorno agli

occhi, negli occhi, si scarnificano colla furia di due forsennati che

abbian paura d'esser divisi; par che sappiano che uno dei due deve

morire; non mettono una voce, non un gemito; non si sente che lo

strepito delle ali agitate, delle penne che si rompono, dei becchi che

picchian nell'ossa; e non un istante di tregua; è un furore che va

dritto alla morte.

Gli spettatori seguon coll'occhio intento tutte le mosse, contan le

penne divelte, numerano le ferite; e il gridìo si fa sempre più

concitato, e le scommesse più forti:--_Cinco duros por el chico!_ (il

piccolo)--_Ocho duros por el pardo!_--_Veinte duros por el

negro!_--_Va!_--_Va!_--

A un certo punto, uno dei due galli fa un movimento che tradisce

l'inferiorità delle sue forze, e comincia a dar segno di stanchezza. Pur

resistendo sempre, le sue beccate si succedon più rade, le sue spronate

più fiacche, i suoi salti più bassi; par che comprenda che dovrà morire;

non combatte più per uccidere, combatte per non essere ucciso;

retrocede, fugge, cade, si rialza, torna a cadere, barcolla come preso

dal capogiro. Allora lo spettacolo comincia ad essere orribile. Dinanzi

al nemico che cede, il vincitore inferocisce; le sue beccate cadono

fitte, rabbiose, spietate negli occhi della vittima colla regolarità

dell'ago d'una macchina da cucire; il suo collo s'allunga e scatta col

vigore d'una molla, il suo becco afferra le carni, si torce e dilania;

poi si figge nella ferita, e vi si dibatte come per cercare le fibre più

riposte; poi picchia e ripicchia sul capo, come se volesse aprire il

cranio e cavarne il cervello. Non c'è parola che esprima l'orrore di

quel picchiare continuo, instancabile, inesorabile. La vittima si

dibatte, scappa, s'aggira per la gabbia, e quegli dietro, accanto,

addosso, indivisibile come un'ombra, colla testa china su quella del

fuggitivo come un confessore, sempre picchiando, punzecchiando,

lacerando. Ha qualcosa dell'aguzzino, del boia; par che dica qualcosa

nell'orecchio alla sua vittima, par che accompagni ogni colpo con un

insulto:--To', prendi, soffri, muori, no! vivi, prendi anche questa,

quest'altra, ancor una!--Un po' della sua rabbia sanguinaria s'insinua

nelle vostre vene, quella crudeltà codarda vi mette una smania di

vendetta, lo strozzereste colle vostre mani, gli schiacciereste il capo

col piede. Il gallo vinto, tutto intriso di sangue, spennato,

vacillante, tenta ancora di tratto in tratto qualche assalto, dà qualche

beccata, e sfugge, e si slancia contro i ferri della ringhiera per

cercare uno scampo.

Gli scommettitori s'accendono ed urlano di più in più forte. Non possono

più scommettere sulla lotta, scommettono sull'agonia.--_Cinco duros á

que no tira tres veces!_ (Che la vittima non tenta più tre

assalti).--_Tres duros á que no tira cinco!_--_Quatro duros á que no

tira dos!_--_Va!_--_Va!_

A questo punto udii una voce che mi fece rabbrividire:--_Es ciego!_--(È

cieco).

Mi avvicinai alla ringhiera, guardai il gallo vinto e torsi il viso con

raccapriccio. Non aveva più pelle, non aveva più occhi, il suo collo non

era più che un osso sanguinoso, il capo era un teschio, le ali, ridotte

a tre o quattro penne, strascicavano come due cenci; pareva impossibile

che così disfatto potesse vivere e camminare; non aveva più forma.

Eppure quel resto, quel mostro, quello scheletro stillante di sangue, si

difendeva ancora, si dibatteva nelle tenebre, scotendo le ali dimezzate

come due moncherini, allungando il collo scarnificato, agitando il

teschio a caso, qua e là, come i cani neonati; era schifoso ed orribile;

io socchiudevo gli occhi per vederlo in confuso. E il carnefice

continuava a beccare le piaghe, a sforacchiare le occhiaie, a picchiare

sul nudo cranio; non era più una lotta, era un rodimento; pareva che

volesse disfarlo, senza ucciderlo; a volte, quando la vittima rimaneva

un momento immobile, si chinava a guardarla coll'attenzione d'un

anatomico; a volte si scostava e la guardava dall'alto coll'indifferenza

d'un becchino; poi di nuovo addosso coll'avidità d'un vampiro, e lì

becca, e succhia e strazia con più vigore di prima. Finalmente il

moribondo, fermatosi all'improvviso, chinò il capo a terra come preso

dal sonno, e il carnefice, guardandolo attentamente, ristette.

Allora le grida raddoppiarono; non si poteva più scommettere sulle

convulsioni dell'agonia, si scommetteva sui sintomi della morte:--_Cinco

duros á que no levanta mas la cabeza!_ (che non rialza più il

capo).--_Dos duros á que la levanta!_--_Tres duros á que la levanta dos

veces!_--_Va!_--_Va!_

Il gallo moribondo rialzò adagio adagio la testa; il boia, pronto, gli

rovesciò addosso una tempesta di beccate; le grida tornarono a

scoppiare; la vittima fece di nuovo un leggero movimento,--toccò

un'altra beccata,--si scosse,--toccò una beccata ancora,--versò sangue

per la bocca, vacillò e cadde. Il vincitore, vigliacco, si mise a

cantare. Venne un servitore e li portò via tutti e due.

Tutti gli spettatori s'alzarono e cominciò una rumorosa conversazione; i

vincitori sghignazzando, i vinti bestemmiando, e gli uni e gli altri

discutendo i meriti dei galli e le vicende della lotta:--_Buena

pelea!_--_Buenos los gallos!_--_Los gallos malos!_--_No valen

nada!_--_No entiende Usted!_--_Cállese Usted!_--_Buenos!_--_Malos!_

--_Sentarse, caballeros!_--gridò il presidente; tutti sedettero e

cominciò un'altra lotta.

Io diedi un'occhiata al campo di battaglia, ed uscii. Qualcuno esiterà a

crederlo: quello spettacolo mi fece più orrore che la prima corsa dei

tori. Non avevo idea d'una ferocia così crudele; non credevo, prima di

vedere, che una bestia, dopo averne reso impotente un'altra, potesse

torturarla, martoriarla, straziarla in quel modo, coll'accanimento

dell'odio e colla voluttà della vendetta; non credevo che il furore

d'una bestia potesse giungere al segno di presentare il carattere della

più forsennata malvagità umana. Oggi ancora, ed è trascorso tanto tempo,

ogni volta che ricordo quello spettacolo, volto involontariamente la

testa da un lato, come per fuggir l'orrenda vista del gallo moribondo; e

non mi accade mai di metter le mani sovra una ringhiera, senza ch'io

abbassi gli occhi coll'idea di vedere il suolo sparso di penne e di

sangue. Se andrete in Spagna, seguite il mio consiglio:

«State contente, umane genti, _ai tori_.»

IL CONVENTO DELL'ESCURIALE.

Prima di partire per l'Andalusia andai a vedere il famoso convento

dell'Escuriale, il Leviatan dell'Architettura, l'ottava meraviglia del

mondo, il più gran mucchio di granito che esista sulla terra, e se

volete altre denominazioni grandiose, immaginatene pure, chè non ne

troverete nessuna che non gli sia stata ancora applicata. Partii da

Madrid di buon mattino. Il villaggio dell'Escurial, che diede il nome al

convento, è a otto leghe dalla città, a poca distanza dal Guadarrama; e

la strada attraversa una campagna arida e spopolata, chiusa

all'orizzonte da monti coperti di neve. Quando arrivai alla stazione

dell'Escuriale, veniva giù una pioggiolina fitta e fredda che dava i

brividi. Dalla stazione al villaggio c'è un mezzo miglio di salita;

m'infilai in una diligenza, e di lì a pochi minuti fui sbarcato in una

strada solitaria, fiancheggiata a sinistra dal convento, a destra dalle

case del villaggio, e in fondo chiusa dalla montagna. A primo aspetto

non si raccapezza nulla; si credeva di vedere un edifizio, si vede una

città; non si sa se si è già dentro al convento o se si è ancora fuori;

da ogni parte si vedon quelle mura; si va oltre, ci si trova in una

piazza; si guarda attorno, si vedon delle strade; non si è ancora

entrati, e già il convento ci circonda, e noi abbiamo perduto la

bussola, e non sappiamo più da che parte voltarci. Il primo sentimento

è tristo: tutto l'edifizio è di pietra color terrigno, e rigato di

bianco tra pietra e pietra; i tetti son coperti di lamine di piombo.

Sembra un edifizio di terra. Le mura sono altissime e nude, e hanno un

gran numero di finestre che paion feritoie. Più che un convento, si

direbbe che è una prigione. Per tutto si vede quel color cupo, morto; e

non anima viva, e un silenzio di fortezza abbandonata; e di là dai tetti

neri, la montagna nera, che par che penda sull'edifizio, e gli dà

un'aria di misteriosa solitudine. Il luogo, le forme, i colori, ogni

cosa par scelto da chi fondò l'edifizio coll'intento di offrire agli

occhi degli uomini uno spettacolo tristo e solenne. Prima d'entrare, voi

avete perduto la vostra gaiezza; non sorridete più, pensate. Vi

arrestate alle porte dell'Escuriale con una sorta di trepidazione, come

alle porte d'una città vuota; vi pare che, se in qualche angolo del

mondo regnasse ancora il terrore della Inquisizione, dovrebbe regnar tra

quelle mura; direste che là dentro se n'ha a vedere l'ultima traccia e a

sentire l'ultima eco.

* * * * *

Tutti sanno che la basilica e il convento dell'Escurial furon fondati da

Filippo II dopo la battaglia di San Quintino, in adempimento d'un voto

fatto a san Lorenzo, durante l'assedio, quando gli assedianti eran stati

costretti a cannoneggiare una chiesa consacrata a quel santo. Don Juan

Batista di Toledo iniziò l'opera, l'Herrera la compì; i lavori durarono

vent'un anno. Filippo II volle che l'edifizio presentasse la forma d'una

graticola a commemorazione del martirio di san Lorenzo; e tale è infatti

la sua forma. Il piano è un parallelogrammo rettangolare. Ai quattro

angoli s'alzano quattro grandi torri quadrate col tetto a punta, che

rappresentano i quattro piedi della graticola; la chiesa e il palazzo

reale che sorgon da un lato, simboleggiano il manico; gli edifizi

interni che congiungono i due lati più lunghi, tengon luogo delle sbarre

traversali. Altri edifizi minori sorgono fuori del parallelogrammo, a

breve distanza dal convento, lungo uno dei lati lunghi, e uno dei corti,

e formano due grandi piazze; dagli altri due lati sono i giardini.

Facciate, porte, atrii, ogni cosa è in armonia colla grandezza e col

carattere dell'edifizio; ed è inutile ammontar descrizioni su

descrizioni. Il palazzo reale è splendidissimo, e convien vederlo, per

non mescolar poi disparate impressioni, prima di entrare nel convento e

nella chiesa. Questo palazzo occupa l'angolo levante-tramontana

dell'edifizio. Alcune sale son piene di quadri, altre tappezzate dal

pavimento alla volta di tappeti che rappresentan corse di tori, balli

popolari, giuochi, feste, costumi spagnuoli, disegnati dal Goya; altre

regalmente mobiliate e parate; il pavimento, le porte, le finestre

coperte di meravigliosi lavori d'intarsio e di dorature stupende. Ma fra

tutte le sale è notevole quella di Filippo II; una cella meglio che una

sala, nuda e squallida, con un'alcova che risponde all'oratorio reale

della chiesa, in modo che dal letto, tenendo schiuse le porte, si può

vedere il sacerdote che dice la messa. Filippo II dormiva in quella

cella, vi fece la sua ultima malattia e vi morì. Si vedono ancora alcune

seggiole usate da lui, due panchettini sui quali appoggiava la gamba

tormentata dalla gotta, e uno scrittoio. Le pareti son bianche, il

soffitto piano e senza ornamenti, il pavimento di mattoni.

Visto il palazzo reale, si esce dall'edifizio, si attraversa la piazza e

si rientra per la porta principale. Un custode vi si attacca ai panni,

attraversate un ampio vestibolo, vi trovate nel cortile dei Re. Là vi

potete formare una prima idea della immane ossatura dell'edifizio. Il

cortile è tutto chiuso da muri; dal lato opposto alla porta è la

facciata della chiesa. Sur una spaziosa gradinata s'alzano sei enormi

colonne doriche, ognuna delle quali sostiene un grande piedestallo, e

ogni piedestallo una statua. Son sei statue colossali, di Battista

Monegro, rappresentanti Giosafat, Ezechiello, Davide, Salomone, Giosuè,

Manasse. Il cortile è lastricato, sparso di cespi d'erba, umido; i muri

paion roccie tagliate a picco; tutto è rigido, massiccio, pesante, e

offre non so che fantastico aspetto di edifizio titanico, cavato in una

montagna di pietra, e atto a sfidare le scosse della terra e i fulmini

del cielo. Là si comincia a capire che cosa sia l'Escuriale.

Si sale la gradinata e si entra nella chiesa.

L'interno della chiesa è tristo e nudo; quattro enormi pilastri di

granito bigio sostengono le vòlte dipinte a fresco da Luca Giordano;

accanto all'altar maggiore, scolpito e dorato alla spagnuola, negli

intercolonni di due oratori reali, si vedono due gruppi di statue di

bronzo inginocchiate, colle mani giunte verso l'altare; a destra Carlo

V, l'imperatrice Isabella e parecchie principesse; a sinistra Filippo

II, colle sue mogli. Sopra la porta della chiesa, a trenta piedi dal

suolo, in fondo alla navata maggiore, s'alza il coro, con due giri di

seggiole d'ordine corintio, di semplice disegno. In un canto, vicino a

una porta segreta, è la seggiola che occupava Filippo II. Egli riceveva

da quella porta le lettere e le imbasciate importanti, senza che se

n'avvedessero i preti che cantavano nel coro. Questa chiesa che, appetto

all'intero edifizio, par piccina, è nullameno una delle più vaste chiese

della Spagna; e benchè appaia così spoglia d'ornamenti, racchiude

immensi tesori di marmi, d'ori, di reliquie, di quadri, che l'oscurità

in parte nasconde, e dai quali il triste aspetto dell'edifizio distrae

l'attenzione. Oltre le mille opere d'arte che si vedon nelle cappelle,

negli stanzini attigui alla chiesa, nelle scale che salgono alle

tribune, v'è in un corridoio dietro al coro uno stupendo crocifisso di

marmo bianco di Benvenuto Cellini, coll'iscrizione: _Benvenutus Zelinus,

civis florentinus facebat 1562_. In altre parti si vedon quadri del

Navarrete e dell'Herrera. Ma ogni sentimento di meraviglia muore in

quello della tristezza. Il colore della pietra, la luce dubbia, il

silenzio profondo che vi circonda, richiama incessantemente il vostro

pensiero alla vastità, ai recessi ignoti, alla solitudine dell'edifizio,

e non vi lascia luogo al diletto dell'ammirazione. L'aspetto di quella

chiesa vi desta un senso inesprimibile di inquietudine. Voi

indovinereste, quando non lo sapeste altrimenti, che intorno a quelle

mura, per un grande spazio, non v'è che granito, oscurità e silenzio;

senza vedere lo smisurato edifizio, lo sentite; sentite che vi trovate

in mezzo a una città disabitata; vorreste affrettare il passo per

vederla presto, per liberarvi dall'incubo di quel mistero, per cercare,

se in qualche parte vi fosse, la luce viva, il rumore, la vita.

Dalla chiesa, per parecchie stanze nude e fredde, si va nella sacrestia,

un'ampia sala a volta, nella quale tutta una parete è occupata da armadi

di legni svariati e finissimi, che racchiudono gli ornamenti sacri; la

parete opposta, da una serie di quadri del Ribera, del Giordano, del

Zurbaran, del Tintoretto e d'altri pittori italiani e spagnuoli; e in

fondo il famoso altare della _Santa forma_ col celeberrimo quadro del

povero Claudio Coello, che morì di crepacuore per la chiamata di

Luca Giordano all'Escuriale. L'effetto di questo quadro è veramente

superiore ad ogni immaginazione. Rappresenta, con figure di grandezza

naturale, la processione che si fece per collocare in quel medesimo

luogo la _Santa forma_; vi è ritratta appunto quella sacrestia, e

l'altare; il priore inginocchiato sulla gradinata, colla custodia e

l'ostia sacra nelle mani; intorno a lui i diaconi; da un lato Carlo II

in ginocchio; più in là monaci, chierici, seminaristi ed altri fedeli.

Le figure sono così vive e parlanti, la prospettiva così vera, il

colorito, l'ombre, la luce così efficaci, che al primo entrare nella

sacrestia, si scambia il quadro con uno specchio che rifletta una

funzione religiosa celebrata in quel momento in una sala vicina. Poi

l'illusione delle figure sparisce; ma resta quella del fondo del quadro,

e si ha proprio bisogno di avvicinarsi fin quasi a toccarlo, per credere

che quella non è un'altra sacrestia, ma una tela dipinta. Nei giorni di

giubileo questa tela si arrotola, ed appare in mezzo a una piccola

cappella un tempietto di bronzo dorato, dentro al quale si vede una

magnifica custodia che racchiude l'ostia sacra, tempestata di diecimila

tra rubini, diamanti, amatiste, granate, disposti in forma di raggi, che

abbarbaglian la vista.

Dalla sacrestia andammo al Panteon. Un custode con una fiaccola accesa

mi precedette, scendemmo una lunga scala di granito, giungemmo a una

porta sotterranea dove non penetrava raggio di luce. Al di sopra di

questa porta si legge la seguente iscrizione in lettere di bronzo

dorato:

«Dio Onnipotente e Grande!

»Luogo consacrato dalla pietà della dinastia austriaca alle spoglie

mortali dei re cattolici, che stanno aspettando il desiderato giorno

sotto l'altar maggiore sacro al Redentore del genere umano. Carlo V, il

più illustre dei Cesari, desiderò questo luogo di ultimo riposo per sè e

pel suo lignaggio; Filippo II, il più prudente dei re, lo designò.

Filippo III, monarca sinceramente pietoso, diede principio ai lavori.

Filippo IV, grande per la sua clemenza, costanza e devozione, lo ampliò,

lo abbellì e lo condusse a termine l'anno del Signore 1654.»

Spagna · 第 13 / 29 段