abitava la parte sinistra, verso la piazza d'Oriente; Isabella, la parte
che guarda da un lato sulla piazza d'Oriente, e dall'altro sulla piazza
dell'Armeria; il Montpensier, la parte opposta a quella della regina; i
principi avevano ciascuno un appartamento verso il Giardino del Moro.
Nel tempo che vi soggiornò il re Amedeo, una gran parte dell'immenso
edifizio rimase vuota. Egli non aveva che tre piccole stanze: un
salottino da studio, una camera da letto, e il _tocador_ (stanzino da
toeletta). La camera da letto dava in un lungo corridoio che conduceva
alle due stanzine dei principi, accanto alle quali era l'appartamento
della Regina, che non voleva scostarsi mai dai suoi figliuoli. V'era poi
un salone pei ricevimenti. Tutta questa parte del palazzo che serviva
per l'intera famiglia reale, era occupata prima dalla sola regina
Isabella. Quando ella seppe che Don Amedeo e donna Vittoria s'eran
contentati di così piccolo spazio, si dice che abbia esclamato con
meraviglia:--Poveri giovani, non vi si potranno muovere!--
Il Re e la Regina solevan pranzare con un maggiordomo e una dama di
Corte. Dopo il pranzo, il Re fumava un sigaro di Virginia (se lo
sappiano i detrattori di questo principe dei sigari), e andava nel suo
gabinetto ad occuparsi delle cose di Stato. Soleva pigliar molti appunti
e consigliarsi spesso colla Regina, specie quando si trattava di metter
l'accordo tra i Ministri, o comporre gli animi divisi dei capi di parte.
Leggeva un gran numero di gazzette d'ogni colore, le lettere cieche che
lo minacciavan di morte, quelle che gli davan dei consigli, le poesie
satiriche, i progetti di rinnovamento sociale, tutto quello che gli
mandavano. Verso le tre esciva dal Palazzo a cavallo, le trombe della
Guardia squillavano, un servitore vestito di rosso lo seguiva alla
distanza di cinquanta passi. A vederlo, si sarebbe detto ch'egli non
sapeva d'essere il Re: guardava i bambini che passavano, le insegne
delle botteghe, i soldati, le diligenze, le fontane, con un'espressione
di curiosità quasi infantile. Percorreva tutta la strada Alcalà,
lentamente, come un cittadino sconosciuto che pensasse ai fatti suoi, e
se ne andava al Prado a godere la sua parte d'aria e di sole. I Ministri
strillavano; i borbonici, assuefatti all'imponente corteo d'Isabella,
dicevano ch'egli strascinava per le strade la maestà del trono di San
Ferdinando; persino il servitore che lo seguiva, guardava intorno con
un'aria crucciata, come per dire:--Vedete un po' che pazzie!--ma checchè
si dicesse, il Re non poteva pigliar l'abitudine di aver paura. E gli
Spagnuoli, convien dirlo, gli rendevan giustizia, e qual si fosse il
giudizio che portassero della sua mente, della sua condotta e del suo
governo, non mancavan mai di soggiungere:--In quanto a coraggio poi, non
c'è nulla da dire.
Ogni domenica v'era pranzo a Corte. Erano invitati generali, deputati,
professori, accademici, uomini chiari nelle lettere e nelle scienze: la
Regina parlava con tutti e di tutto, con una sicurezza e una grazia, che
per quanto si sapesse prima del suo ingegno e della sua coltura,
superava sempre l'aspettativa. Il popolo, naturalmente, parlando di
quello ch'ella sa, faceva le frangie: diceva del greco, dell'arabo, del
sanscrito, dell'astronomia, della matematica. Ma è vero che discorreva
argutamente di cose lontanissime da ogni consuetudine di studi
femminili, e non con quel parlar vago e spicciativo che è proprio di chi
non sa altro che titoli e nomi. Aveva studiato profondamente la lingua
spagnuola, e la parlava oramai come la propria; la storia, la
letteratura, i costumi della sua nuova patria, le eran famigliari; non
le mancava per essere spagnuola davvero, che il desiderio di rimanere in
Ispagna. I _liberali_ brontolavano, i borbonici dicevano:--Non è la
nostra regina;--ma tutti nutrivan per lei un profondo rispetto. I
giornali più arrabbiati dicevan tutt'al più _la esposa de Don Amedeo_,
invece di dire _La reina_. Il più violento dei deputati repubblicani,
facendo allusione a lei in un suo discorso alle Cortes, non potè a meno
di proclamarla--illustre e virtuosa.--Era la sola persona della Casa
sulla quale nessuno si permettesse mai uno scherzo nè di lingua nè di
penna: era come una figura lasciata in bianco in mezzo a un quadro di
caricature maligne.
Quanto al Re, par che la stampa spagnuola godesse d'una libertà
sconfinata. Sotto la salvaguardia dell'appellativo di Savoiardo, di
straniero, di giovane della Corte, i giornali avversi alla dinastia
dicevano, in sostanza, quello che volevano, e ne dicevan delle amene.
Questo se la pigliava a cuore perchè il Re era _feo de cara y de
perfil_, (brutto di viso e di profilo); quello si rodeva perchè
camminava troppo stecchito; un terzo trovava a ridire sulla sua maniera
di rendere il saluto; e altre piccinerìe da non credersi. Ciò non
ostante il popolo di Madrid aveva per lui, se non l'entusiasmo
dell'_Agenzia Stefani_, almeno una simpatia molto viva. La semplicità
dei suoi costumi e la bontà del suo cuore eran proverbiali anche fra i
fanciulli. Si sapeva ch'egli non serbava rancore con nessuno, neanco con
quelli che si eran condotti poco degnamente con lui; che non aveva mai
fatto un atto dispettoso a nessuno; che non s'era mai lasciato sfuggire
di bocca una parola amara contro i suoi nemici. A chi parlasse di
pericoli personali ch'egli potesse correre, ogni buon popolano
rispondeva sdegnosamente che il popolo spagnuolo rispetta chi ha fede in
lui; i suoi nemici più acerrimi, ne parlavano con ira, ma non con odio;
coloro stessi che non si levavano il cappello incontrandolo per via, si
sentivano stringere il cuore vedendo che altri non se lo levava, e non
potevano nascondere un sentimento di tristezza. Vi sono immagini di Re
caduti sulle quali si stende un drappo nero, altre che si ricoprono d'un
velo bianco che le fa intravvedere più belle e più venerabili; su
codesta, la Spagna ha steso un velo bianco. E chi sa se un giorno la
vista di codesta immagine non strapperà dal petto d'ogni onesto
spagnuolo un sospiro segreto, come il ricordo d'una cara persona offesa,
o come una voce pacata e benigna che dica in suono di mesto
rimprovero:--Eppure.... tu hai fatto male!
* * * * *
Una domenica il Re passò in rassegna i _voluntarios de la libertad_, che
sono una specie di guardie nazionali italiane, colla differenza che
quelli prestano un buon servizio spontaneamente, e queste non lo prestan
neppur cattivo per forza. I _voluntarios_ dovevano schierarsi lungo i
viali del Prado; una folla immensa li aspettava. Quando io arrivai
v'eran già tre o quattro battaglioni. Il primo era il battaglione dei
veterani, tutti uomini sulla cinquantina, non pochi vecchissimi, vestiti
di nero, col cappelletto alla Ros, con galloni sopra galloni, e croci
sopra croci, lindi e luccicanti come allievi di Accademia, e _nel mover
degli occhi_ alteri _e tardi_, da confondere i granatieri della Vecchia
guardia. C'era dopo un altro battaglione con un'altra uniforme: calzoni
bigi, tunica aperta e rivoltata sul petto con larghe mostre di panno
rossissimo; non più Ros, cheppì con pennacchio azzurro, e baionetta
innastata sul fucile. Altro battaglione, altra uniforme; non più
cheppì, di nuovo Ros; non più mostre di panno rosso, ma di panno verde;
calzoni d'altro colore; non baionette, ma daghe. Un quarto battaglione,
un quarto uniforme: pennacchi, colori, armi, tutto diverso. Giungono
altri battaglioni, altre foggie. Alcuni hanno l'elmo prussiano, altri
l'elmo senza punta; chi ha le baionette, chi le daghe diritte, chi le
daghe ricurve, chi le daghe serpeggianti; qui soldati coi cordoni, là
senza cordoni, più in là cordoni di nuovo; centurini, spalline,
cravatte, penne, ogni cosa cangia ad ogni tratto. E son tutte divise
sfoggiate e pompose con cento colori e cento gingilli che pendono,
luccicano e svolazzano. Ogni battaglione ha una bandiera di forma
diversa, coperta di ricami, di nastri, di frangie; fra gli altri si
vedon dei militi vestiti da paesani, con una banda qualunque cucita a
lunghi punti sovra un par di calzoni rappezzati; alcuni senza cravatta,
altri con cravatta nera, panciotto aperto e camicia ricamata; ragazzi di
quindici, di dodici anni, armati di tutto punto, in mezzo alle file;
vivandierine con sottane corte e calzoni rossi, e canestri pieni di
sigari e d'aranci. Davanti ai battaglioni, è un continuo correre di
ufficiali a cavallo. Ogni maggiore porta sul capo, o sul petto o sulla
sella qualche ornamento di sua invenzione; ad ogni tratto passa una
staffetta che non si sa a che diavol di Corpo appartenga; si vedon
galloni sulle braccia, sulle spalle, intorno al collo, d'argento, d'oro,
di lana; medaglie e croci fitte tanto da nascondere mezzo il petto,
messe l'una su l'altra, e sopra e sotto la cintura; guanti di tutti i
colori dell'iride; sciabole, spade, spadine, spadoni, pistole,
rivoltelle; un miscuglio, insomma, di tutte le divise e di tutte le armi
di tutti gli eserciti, una varietà da stancare dieci commissioni
ministeriali per la modificazione del vestiario, una confusione da
perderci il capo. Non ricordo se fossero dodici o quattordici
battaglioni; ciascuno dei quali scegliendo la propria divisa, s'era
sforzato di riuscire quanto più era possibile diverso da tutti gli
altri. Erano comandati dal Sindaco, che aveva anch'egli un'uniforme
fantastica. Potevano essere un ottomila uomini. All'ora fissata, un
improvviso scorrazzare di ufficiali di stato maggiore e un sonar
clamoroso di trombe annunziò l'arrivo del Re. Arrivò in fatti dalla
strada d'Alcalà Don Amedeo, a cavallo, vestito da capitan generale, con
stivaloni, calzoni bianchi e divisa a coda di rondine; e dietro a lui un
folto stuolo di generali, d'aiutanti di campo, di servitori
rosso-vestiti, di lancieri, di corazzieri, di guardie. Dopo che ebbe
percorsa tutta la fronte dell'esercito, dal Prado fino alla chiesa di
Atocha, in mezzo a una folla fitta e silenziosa, ritornò verso la strada
Alcalà. Qui era una moltitudine immensa che ondeggiava e rumoreggiava
come un mare. Il Re e il suo stato maggiore s'andarono a fermare davanti
alla chiesa di San José colle spalle volte alla facciata, e la
cavalleria fece sgombrare, a gran fatica, un piccolo spazio per dove
potessero sfilare i battaglioni.
Sfilarono per plotoni. Via via che passavano, a un cenno del comandante
gridavano:--_Viva el Rey! Viva Don Amadeo primero!_
Il primo ufficiale che lanciò il grido ebbe una idea infelice. L'evviva
gridato spontaneamente dai primi diventò come un dovere per tutti gli
altri; e fu cagione che il pubblico pigliasse la maggior o minor forza
ed armonia delle voci come segno di dimostrazione politica. Alcuni
plotoni gridavano un evviva così fioco e corto, che pareva la voce d'un
gruppo di malati che chiedessero aiuto: allora la folla prorompeva in
risa. Altri plotoni gridavano a squarciagola, ed anco il loro grido era
interpretato come una dimostrazione di ostilità alla dinastia. Varie
voci correvano fra la gente serrata intorno a me. Uno diceva:--Ora viene
il tal battaglione, è un battaglione di repubblicani, vedrete che non
grida.--Il battaglione non gridava: gli spettatori tossivano. Un altro
diceva:--È una vergogna, una mancanza d'educazione; _a mi tampoco me
gusta Don Amadeo, pero callo_ (taccio) _y respeto._--Vi fu qualche
litigio. Un giovinastro gridò viva con voce in falsetto, un _caballero_
gli diede dell'impertinente, quegli si risentì, alzarono tutti e due le
mani, un terzo li divise. Tra battaglione e battaglione passavano
cittadini a cavallo; alcuni non si levavano il cappello, e fissavano
nondimeno il Re; e allora si sentivan nella folla voci diverse come _muy
bien_ e _mal criado_. Altri che avrebbero voluto salutare, non
salutavano per paura; e passavano col capo basso e il viso rosso. Altri
invece, stomacati da quello spettacolo, facevano alla barba di tutti una
coraggiosa dimostrazione di _amedeismo_, passando col cappello in mano,
e guardando ora rispettosamente il Re, ora fieramente la folla, pel
tratto di una decina di passi. Il Re restò immobile fino alla fine dello
sfilamento con una espressione inalterata di serena alterezza. Così ebbe
fine la rassegna.
Questa milizia nazionale, benchè meno disfatta e sfinita della nostra,
non è più tuttavia che una larva; il ridicolo ne ha corroso le radici;
ma come divertimento nei giorni di festa, benchè il numero dei
volontarii sia molto scemato (ascendevano una volta a trentamila), è
sempre uno spettacolo che rivende tutte le antenne e tutti i cenci rossi
del signor Ottino.
LE CORSE DEI TORI.
Il trentun di marzo s'inaugurò lo spettacolo delle corse dei Tori.
Discorriamone a nostro bell'agio, perchè l'argomento n'è degno. Chi ha
letto la descrizione del Baretti, faccia conto di non aver letto nulla.
Il Baretti non vide che le corse dei tori di Lisbona, che appetto a
quelle di Madrid son giuochi da ragazzi; la sede dell'arte è Madrid; qui
i grandi artisti, qui gli spettacoli sfarzosi, qui gli spettatori
esperti, qui i giudici che sanciscono la gloria. Il Circo di Madrid è
il _Teatro della Scala_ dell'arte toresca.
L'inaugurazione delle Corse dei Tori a Madrid è assai più importante
d'un cangiamento di Ministero; un mese prima n'è sparso l'annunzio in
tutta la Spagna; da Cadice a Barcellona, da Bilbao ad Almeria, nei
palazzi dei Grandi e nei tugurii dei poveri, si parla degli artisti e
delle razze dei tori; si istituiscono corse di piacere fra le provincie
e la Capitale; chi è corto a quattrini, fa dei risparmi per potersi
procurare un bel posto nel Circo il giorno solenne; i padri e le madri
promettono ai figliuoli studiosi che ce li condurranno; gli amanti lo
promettono alle belle; i giornali assicurano che si avrà una buona
_stagione_; i _toreros_ scritturati, che si vedon già per Madrid, son
segnati a dito; corre voce che i tori sono già arrivati, c'è chi li ha
visti, si briga per andarli a vedere; son tori dei pascoli del duca di
Veragua, del marchese de la Merced, dell'eccellentissima signora vedova
di Villaseca, stupendi, formidabili; s'apre l'ufficio per gli
abbonamenti, accorrono in folla i dilettanti, i servitori delle famiglie
nobili, i sensali, gli amici incaricati dagli assenti; il primo giorno
l'Impresario ha incassato cinquantamila lire, il secondo, trenta, in una
settimana cento mila; Frascuelo, il famoso _matador_, è arrivato; è
arrivato il Cuco, è arrivato il Calderon; ci son tutti; ancora tre
giorni! migliaia di persone non parlan d'altro, vi son signore che
sognano il Circo, ministri che non han più il capo agli affari, vecchi
dilettanti che non stan più nella pelle; operai, poveri che non fumano
più il _cigarrito_ per aver quei pochi soldi il giorno dello spettacolo.
Finalmente s'arriva alla vigilia: il sabato mattina, prima dell'alba, in
una stanza a terreno della strada d'Alcalà, si cominciano a vendere i
biglietti; v'è già una folla di gente prima che s'apra la porta; urlano,
si pigiano, si picchiano; venti guardie civili colla rivoltella alla
cintura duran fatica a ottener un po' di quiete; fino a notte è un via
vai incessante. Spunta il giorno sospirato: lo spettacolo comincia alle
tre; a mezzodì muove gente da tutte le parti verso il Circo; il Circo è
all'estremità del borgo di Salamanca, al di là del Prado, fuori di porta
Alcalà; tutte le strade che vi conducono, sono corse da una processione
di popolo; nei dintorni dell'edifizio è un formicolaio; arrivano
drappelli di soldati e di volontarii della libertà, preceduti dalle
bande musicali; una turba d'acquaioli e d'aranciai empiono il cielo di
grida; i rivenditori di biglietti corrono qua e là chiamati da cento
voci; disgraziato chi non ha ancora il suo biglietto! pagherà il doppio,
il triplo, il quadruplo! ma che importa? si pagò un biglietto anche
cinquanta, anche ottanta lire! Si aspetta il Re, si dice che verrà pure
la Regina; cominciano ad arrivare le carrozze dei pezzi grossi; il duca
Fernan Nunez, il duca di Abrantes, il marchese de la Vega de Armijo, una
folla di grandi di Spagna, le deesse dell'aristocrazia; i ministri, i
generali, gli ambasciatori, tuttociò che v'è di bello, di splendido e di
potente nella grande città. S'entra nel Circo per molte porte; prima
d'entrare s'è già assordati.
Entrai: il Circo è immenso. Visto di fuori non presenta nulla di
notevole, è un edifizio rotondo, basso, senza finestre, intonacato di
giallo; ma all'entrare, si prova un senso vivissimo di meraviglia. È un
Circo per un popolo, ci stanno diecimila spettatori, ci potrebbe
armeggiare un reggimento di cavalleria. L'arena è circolare, vastissima,
da contener dieci dei nostri circhi equestri, cinta da una barriera di
legno, alta fin quasi al collo d'un uomo, munita dalla parte interna
d'un piccolo rilievo, a pochi palmi da terra, sul quale mettono il piede
i _toreros_ per saltar al di là, quando il toro gl'insegue. Dopo questa
barriera, ve n'è un'altra più alta, perchè il toro salta sovente al di
là della prima; fra questa e quella corre tutt'intorno all'arena una
corsía, larga un po' più d'un metro, nella quale vanno e vengono i
_toreros_ prima del combattimento, e stanno durante il combattimento i
servitori del Circo, i falegnami pronti a riparare ai guasti che può
fare il toro, le guardie, i venditori d'aranci, i dilettanti che godono
dell'amicizia dell'Impresario, i pezzi grossi ai quali è concesso di
fare un buco nel regolamento. Al di là della seconda barriera, s'alza
una gradinata di pietra; al di là della gradinata i palchi; sotto i
palchi corre una galleria occupata da tre giri di sedili. I palchi son
grandi da capire ciascuno due o tre famiglie; il palco del Re è una gran
sala; accanto al palco del Re, v'è quello del Municipio, dal quale il
Sindaco, o qualcuno per lui, presiede allo spettacolo. V'è il palco dei
Ministri, del Governatore, degli Ambasciatori; ogni famiglia nobile n'ha
uno; i giovanotti _bontonisti_, come direbbe il Giusti, n'hanno uno in
molti; ci son poi i palchi d'affitto, che costano un subisso. Tutti i
posti delle gradinate son numerati; ciascuno ha il suo biglietto;
l'entrata si fa senza il menomo disordine. Il Circo è diviso in due: la
parte dove batte il sole, la parte all'ombra; in questa si paga di più;
nell'altra va il basso popolo. L'arena ha quattro porte a intervalli
quasi uguali fra loro: la porta per la quale entrano i _toreros_, quella
per i tori, quella pei cavalli, quella per gli annunziatori dello
spettacolo, sotto il palco del Re. Al di sopra della porta per la quale
entrano i tori, s'alza una specie di terrazza, che si chiama il _toril_:
fortunato chi ci può trovar posto! Su questa terrazza, sur un palchetto,
stanno coloro che, a un cenno che si fa dal palco del Municipio, suonan
la tromba e il tamburo per annunziare l'uscita del toro. In faccia al
Toril, dalla parte opposta dell'Arena, sulla gradinata, c'è la banda
musicale. Tutta la gradinata è divisa in scompartimenti, ognuno dei
quali ha la sua porta d'entrata. Prima che cominci lo spettacolo, il
popolo può entrar nell'Arena, e girare per tutti i recessi
dell'edifizio; si va a vedere i cavalli, chiusi in un cortile, destinati
la maggior parte, ahimè! a morire; si va a vedere i chiusi oscuri entro
cui son serrati i tori, che si fan poi passare dall'uno all'altro, fino
a un corridoio, dal quale si slancian nell'arena; si va a vedere
l'Infermeria dove son trasportati i _toreros_ feriti; una volta c'era da
veder pure una Cappella, nella quale celebravasi la messa durante il
combattimento, e i _toreros_ andavano a pregare prima d'affrontare la
belva; si va presso la porta principale d'entrata, dove sono esposte le
_banderillas_ che saranno confitte nel collo ai tori, e dove si vede una
folla di _toreros_ vecchi, quale storpio, quale senza un braccio, quale
colle stampelle, e di _toreros_ giovani, che non sono ancora ammessi
agli onori del Circo di Madrid; si compra un numero del giornale il
_Buletin de los Toros_ che promette meraviglie per la _funcion_ del
giorno; ci si fa dare dai custodi il programma dello spettacolo, e un
fogliolino stampato, diviso in colonne, per notarvi i colpi di picca, le
stoccate, le cadute, le ferite; si gira per gl'interminabili corridoi e
le interminabili scale in mezzo a una folla che va e viene, sale e
scende gridando e strepitando, da far tremar l'edifizio; e finalmente si
ritorna al proprio posto.
Il Circo è pieno zeppo ed offre uno spettacolo del quale è impossibile,
a chi non l'abbia visto, di formarsi un'immagine; è un mare di teste, di
cappelli, di ventagli, di mani che s'agitano in aria; dalla parte
dell'ombra, dove sono i signori, tutto nero; dalla parte del sole, dov'è
il basso popolo, mille colori vivissimi di vestiti, di ombrellini, di
ventagli di carta, un'immensa mascherata; non c'è più posto per un
bambino; la folla è compatta come una falange, nessuno può uscire, si
stenta a muovere le braccia. E non è un brulichío, uno strepito come
negli altri teatri; è diverso; è un'agitazione, una vita affatto propria
del Circo; tutti gridano, si chiamano, si salutano, con un'allegrezza
frenetica; i bambini e le donne strillano, gli uomini più gravi
folleggiano come giovinetti; i giovani, a gruppi di venti, di trenta
insieme, vociando in cadenza, e battendo le canne sulle gradinate,
annunziano al rappresentante del Municipio che è l'ora; nei palchi è un
ribollimento da piccionaja di teatro diurno; al gridío assordante della
folla si mescono gli urli d'un centinaio di rivenditori che gettano
aranci da tutte le parti; suona la banda, i tori muggiscono, rumoreggia
la folla accalcata di fuori; è uno spettacolo che dà le vertigini; prima
che la lotta cominci, si è già stanchi, ebbri, smemorati.
All'improvviso s'alza un grido:--_El Rey!_--Il Re è arrivato; è arrivato
in una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi, montati da servitori
vestiti del pittoresco costume andaluso; le vetriere che chiudono il
palco reale s'aprono; il Re entra con un folto corteo di ministri, di
generali, di maggiordomi. La Regina non c'è; si prevedeva: si sa che ha
orrore di codesto spettacolo; oh! ma il Re non ci poteva mancare, c'è
sempre venuto; si dice che ne va matto. È l'ora, si comincia. Mi
ricorderò per tutta la vita del freddo che sentii nelle vene in quel
punto.
Squilla la tromba: quattro guardie del Circo, a cavallo, con cappello e
pennacchio alla Enrico IV, mantellina nera, giustacore, stivaloni,
spada, entrano dalla porta che è sotto il palco del Re, e fanno a lento
passo il giro dell'Arena; la gente sgombra, ognuno va al suo posto,
l'Arena riman vuota. I quattro cavalieri si vanno a mettere a due a due
dinanzi alla porta, ancora chiusa, che fa fronte al palco reale. I
diecimila spettatori hanno l'occhio là, si fa un silenzio generale; di
là deve uscir la _cuadrilla_, tutti i _toreros_, in gran gala, che
vengono a presentarsi al Re e al popolo. La banda suona, la porta
s'apre, s'ode uno scoppio immenso d'applausi, i _toreros_ si avanzano.
Vengon primi i tre _espadas_, Frascuelo, Lagartijo, Cayetano, i tre
famosi, vestiti del costume di Figaro nel _Barbiere di Siviglia_, di
raso, di seta, di velluto ranciato, incarnato, azzurro, coperti di
ricami, di frangie, di galloni, di filigrane, di lustrini, di ciondolini
d'oro e d'argento, che nascondon quasi tutto il vestito; avvolti in
ampie cappe gialle e rosse; con calze bianche, cintura di seta, un
gruppo di treccie sulla nuca, un berretto di pelo. Vengon dopo i
_banderilleros_ e i _capeadores_, uno stuolo, anch'essi coperti d'oro e
d'argento; poi i _picadores_ a cavallo, a due a due, con una gran lancia
nel pugno, un cappello grigio, basso, di grandissima tesa, una
giacchettina ricamata, un paio di calzoni di pelle di bufalo gialla,
imbottiti e guarniti al di dentro di lamine di ferro; poi i _chulos_, o
servitori, vestiti dei loro panni di gala; e tutti insieme attraversano
maestosamente l'Arena, dirigendosi verso il palco del Re. Nulla si può
immaginare di più pittoresco di quello spettacolo: vi son tutti i colori
d'un giardino, tutti gli splendori d'un corteo reale, tutta la gaiezza
d'una frotta di maschere, tutta l'imponenza d'una schiera di guerrieri;
a chiuder gli occhi, non si vede che un barbaglio d'oro e d'argento. E
son uomini bellissimi, i _picadores_ alti e tarchiati come atleti; gli
altri sottili, svelti, di forme scultorie, visi bruni, occhi grandi e
fieri; figure di gladiatori antichi, vestite con uno sfarzo da principi
asiatici.