Le altre sale, che son dieci, sono anch'esse piene di oggetti preziosi.

Nella sala accanto al Gabinetto degli Scopritori son raccolte le memorie

della battaglia di Trafalgar: il quadro della Santissima Trinità, ch'era

nello stanzino di poppa della nave _Real Trinidad_, e che fu tolto

dagl'Inglesi pochi minuti prima che la nave andasse a fondo; il

cappello e la spada di Federico Gravina, capitano generale della flotta

spagnuola, morto in quella giornata; un grande modello compiuto della

nave _Sant'Anna_, una delle poche che usciron salve dalla battaglia;

bandiere, ritratti d'ammiragli, quadri rappresentanti episodi di quella

lotta tremenda. E accanto alle memorie di Trafalgar, altre molte che non

parlano meno efficacemente all'anima, come un calice fatto col legno

dell'albero detto _Ceiba_, all'ombra del quale fu celebrata la prima

messa nell'Avana il 19 marzo del 1519; il bastone del capitano Cook;

idoli di selvaggi, scalpelli di pietra coi quali gl'Indiani di

Porto-ricco foggiavano gl'idoli prima dello scoprimento dell'isola. E

dopo questa, un altra gran sala, entrando nella quale uno si trova in

mezzo a una flotta di galee, di caravelle, di feluche, di brigantini, di

corvette, di fregate, di navi di tutti i mari e di tutti i secoli,

armate, imbandierate, approvvigionate, che par non aspettino altro che

il vento per prendere il mare e sparpagliarsi pel mondo. Nelle altre

sale, un visibilio di macchine, di ordigni, d'armi navali; di quadri

rappresentanti tutte le imprese marittime del popolo spagnuolo; di

ritratti d'ammiragli, di navigatori, di marinai; di trofei d'Asia,

d'America, d'Affrica, d'Oceania, fitti, ammontati, da doverci passar

dinanzi correndo per far in tempo a veder ogni cosa prima che ci colga

la notte. Uscendo dal Museo Navale, par di tornare da un viaggio intorno

al globo: quanto si è vissuto in quelle poche ore!

V'è ancora a Madrid un grande Museo d'Artiglieria, un immenso Museo del

Genio, un bel Museo Archeologico, un ragguardevole Museo di storia

naturale; vi sono altre mille cose degne di veduta; delle quali bisogna

nulla meno sacrificar la descrizione al meraviglioso Museo di pittura.

Il giorno in cui s'entra per la prima volta in un Museo come quello di

Madrid costituisce una data storica nella vita d'un uomo; è un

avvenimento importante come il matrimonio, la nascita d'un bambino, la

presa d'un'eredità; se ne sentono gli effetti fino alla morte. E ciò

perchè un Museo come quello di Madrid, come quello di Firenze, come

quello di Roma, è un mondo; una giornata passata fra quelle pareti è un

anno di vita; un anno di vita agitata da tutte le passioni che ci

possono agitare nella vita reale: l'amore, la religione, il furor di

patria, l'ardor della gloria; un anno di vita per quello che ci si gode,

per quello che ci s'impara, per quello che ci si pensa, per i conforti

che ci si raccolgono per l'avvenire; un anno di vita in cui si sian

letti mille volumi, esperimentati mille affetti, corse mille avventure.

Questi pensieri volgevo in mente dirigendomi a rapidi passi verso il

palazzo del Museo di pittura, posto a sinistra del Prado, per chi venga

dalla strada d'Alcalà; ed era tanta la gioia che mi agitava, che giunto

dinanzi alla porta, mi fermai, e dissi a me stesso:--Vediamo!... Che

cosa hai tu fatto nella vita per meritare d'entrar lì dentro? Nulla!

Ebbene, il giorno che ti colpisca una disgrazia, china la testa, e tien

per saldata la partita.--

Entrai e mi levai il cappello senza accorgermene: il cuore mi batteva

forte e mi correva un leggiero tremito da capo a piedi. Nella prima sala

non sono che alcuni grandi quadri di Luca Giordano: passai oltre. Nella

seconda _cominciai a non esser più io_, e in luogo di mettermi a guardar

quadro per quadro, rimisi l'esame a poi, e feci il giro del Museo quasi

correndo. Nella seconda sala sono i quadri del Goya, l'ultimo grande

pittore spagnuolo; nella terza, vasta quant'una piazza, sono i

capolavori dei primi maestri. Entrando, vi trovate da un lato le Vergini

del Murillo, dall'altro i Santi del Ribera, un po' più oltre i ritratti

del Velasquez; in mezzo alla sala, i quadri di Raffaello, di

Michelangelo, d'Andrea del Sarto; in fondo il Tiziano, il Tintoretto,

Paolo Veronese, il Correggio, il Domenichino, Guido Reni. Tornate

indietro, entrate in una gran sala a destra: vedete in fondo altri

quadri di Raffaello, a destra e a sinistra il Velasquez, il Tiziano e il

Ribera; accanto alla porta il Rubens, Van Dyck, frate Angelico, il

Murillo. In un'altra sala la scuola francese: Poussin, Duguet, Lorrain;

in due altre vastissime, le pareti coperte di quadri del Breughel, del

Téniers, del Jordaens, del Rubens, del Dürer, del Schoen, del Mengs, del

Rembrandt, del Bosch; in tre altre non meno vaste, quadri alla rinfusa

di Joanes, del Carbajal, dell'Herrera, di Luca Giordano, del Carducci,

del Salvator Rosa, del Menendez, del Cano, del Ribera. Girate per

un'ora, e non avete visto nulla; per la prim'ora è una battaglia: i

capolavori lottano per disputarsi la vostra anima; la _Concezione_ del

Murillo copre d'un torrente di luce il _Martirio di San Bartolomeo_ del

Ribera; il _San Giacomo_ di Ribera schiaccia il _Santo Stefano_ di

Joanes; il _Carlo V_ del Tiziano fulmina il _Conte duca Olivares_ del

Velasquez; lo _Spasimo di Sicilia_ di Raffaello ottenebra tutti i quadri

che gli fanno corona; gli _Ubriaconi_ del Velasquez sconcertano con un

riflesso di gioia baccanalesca i visi dei santi e dei principi vicini;

il Rubens atterra il Van Dyck, Paolo Veronese sopraffà il Tiepolo, il

Goya ammazza il Madrazo; i vinti si rifanno su altri minori, altrove si

sovrappongono alla loro volta ai vincitori; è una gara di miracoli

d'arte, in mezzo a cui la vostra anima inquieta tremula come una fiamma

agitata da mille soffi, e il vostro cuore si espande in un sentimento

d'orgoglio per la potenza del genio umano.

Sbollito il primo entusiasmo, si comincia ad ammirare. In mezzo a un

esercito di tali artisti, dei quali ciascuno richiederebbe un libro a

sè, mi attengo agli Spagnuoli, e tra questi, ai quattro che mi destarono

un'ammirazione più profonda, e delle cui tele serbo una memoria più

distinta.

Il più recente è il Goya, nato verso la metà del secolo scorso. È il

pittore più spagnuolo della Spagna, il pittore dei _toreros_, dei

popolani, dei contrabbandieri, delle streghe, dei ladri, della guerra

d'indipendenza, di quell'antica società spagnuola che si dissolvette

sotto i suoi occhi; un fiero aragonese, d'una tempra di ferro,

appassionato per i combattimenti dei tori, tanto che negli ultimi anni

della sua vita, soggiornando a Bordeaux, correva una volta la settimana

a Madrid non per altro che per vedere quello spettacolo, e se ne tornava

come una freccia senza neanco salutare gli amici; un ingegno robusto,

mordace, imperioso, fulmineo, che nel calore delle sue violente

ispirazioni copriva in pochi istanti di figure una parete o una tela, e

dava i tocchi d'effetto con quanto gli cadeva in mano, spugne, scope,

bastoni; che tracciando il viso d'un personaggio odiato, l'insultava;

che dipingeva un quadro come avrebbe combattuto una lotta; disegnatore

arditissimo, colorista originale e possente, creatore d'una pittura

inimitabile, di ombre paurose, di luci arcane, di sembianze stravolte, e

pur vere; grande maestro nell'espressione di tutti gli affetti

terribili, dell'ira, dell'odio, della disperazione, della rabbia

sanguinaria; pittore atletico, battagliero, instancabile; naturalista

come il Velasquez, fantastico come l'Hogart, energico come il Rembrandt,

ultimo lampo color di sangue del genio spagnuolo. Son parecchi quadri

suoi nel Museo di Madrid, tra i quali uno amplissimo rappresentante

tutta la famiglia di Carlo IV; ma i due nei quali versò tutta l'anima

sua, sono: i soldati francesi che fucilano gli Spagnuoli il 2 di maggio,

e una lotta di popolani di Madrid coi mammalucchi di Napoleone I, a

figure di grandezza naturale. Son due quadri che fanno inorridire. Non

si può immaginar nulla di più tremendo, non si può dare alla prepotenza

una forma più esecrabile, alla disperazione un aspetto più spaventoso,

al furore della mischia un'espressione più feroce. Nel primo, un cielo

oscuro, il lume d'una lanterna, un lago di sangue, un mucchio di

cadaveri, una folla di condannati a morte, una fila di soldati francesi

nell'atto di sparare; nell'altro, cavalli svenati, cavalieri tirati giù

di sella, pugnalati, pestati, lacerati; che visi! che atteggiamenti! par

di sentire le grida e di veder correre il sangue; la scena vera non

potrebbe destar più orrore; il Goya deve aver dipinto quei quadri cogli

occhi stravolti, colla schiuma alla bocca, colla furia d'un ossesso; è

l'ultimo segno a cui può arrivar la pittura prima di tradursi in azione;

varcato quel segno, si butta il pennello e si afferra un pugnale; per

far qualcosa di più terribile di quei quadri, bisogna uccidere; dopo

quei colori, c'è il sangue.

Del Ribera, che noi conosciamo sotto il nome di _Spagnoletto_, v'è tanti

quadri da formarne un Museo; la maggior parte figure di santi, di

grandezza naturale; un _Martirio di San Bartolommeo_ di più figure, e un

Prometeo colossale incatenato a uno scoglio. Altri quadri di lui si

trovano in altri Musei, all'Escurial, nelle chiese, chè fu artista

fecondissimo e operosissimo, come quasi tutti gli artisti spagnuoli.

Veduto un quadro suo, si riconoscono, al primo colpo d'occhio, tutti gli

altri; e non è mestieri di aver un occhio esperto. Son vecchi santi

estenuati, con teste calve, nude, sulle quali si contan le vene; occhi

pesti, guancie scarne, fronti raggrinzite, petti infossati che lascian

vedere le costole; braccia, mani che non hanno che pelle ed ossa; corpi

rifiniti, disfatti, vestiti di cenci, gialli del giallo smorto de'

cadaveri, piagati sconciamente, sconciamente sanguinosi; son carcasse

che paion tratte allora dalla bara, portanti nel viso l'impronta di

tutti gli spasimi delle malattie, della tortura, della fame,

dell'insonnia; figure di tavole anatomiche sulle quali potete studiare

tutti i segreti dell'organismo umano. Ammirabili, sì, per ardimento di

disegno, per vigore di colorito e per gli altri mille pregi che

procacciarono al Ribera la fama di potentissimo pittore; ma l'arte vera

e grande ah! non è quella. In quei visi non è quel lume celeste,

quell'_immortal raggio dell'alma_ che rivela col sublime dolore le

speranze sublimi, _gl'intimi lampi e i desiderii immensi_; quel lume che

distrae l'occhio dalla piaga, e leva il pensiero al cielo; non v'è che

il dolor crudo che mette ribrezzo e terrore; non v'è che la stanchezza

della vita e il presentimento della morte; non v'è che la vita umana che

fugge, senza il riflesso di quella immortale che giunge. Non v'è uno di

quei Santi di cui si ricordi l'immagine con amore; si guardano, e si

sente freddo al cuore, ma il cuore non batte; il Ribera non amava.

Eppure nel percorrere le sale del Museo, per quanto fosse vivo il

sentimento quasi di ripugnanza che molti di quei quadri m'ispiravano,

bisognava che li guardassi, e non ne potevo staccar gli occhi, tanta è

la forza attrattiva del vero, anche spiacente; e tanto son veri i quadri

del Ribera! Quei visi li riconoscevo, li avevo visti negli ospedali,

nelle stanze mortuarie, dietro le porte delle chiese; son visi di

accattoni, di moribondi, di condannati a morte, che mi si parano dinanzi

di notte, oggi ancora, percorrendo una strada deserta, passando accanto

a un cimitero, salendo su per una scala ignota. Ve n'è alcuni che non si

posson guardare; un eremita, nudo, steso in terra, che pare uno

scheletro colla pelle; un vecchio santo, al quale la pelle consunta dà

l'apparenza d'un corpo scorticato; il Prometeo colle viscere fuor del

petto. Al Ribera piaceva il sangue, le membra lacerate, lo strazio;

doveva godere a rappresentar dolori; doveva credere in un inferno più

orrendo di quel di Dante, e in un Dio più terribile di quel di Filippo

II. Nel Museo di Madrid egli rappresenta il terrore religioso, la

vecchiezza, i patimenti, la morte.

Più gaio, più vario, più splendido il grande Velasquez. Quasi tutti i

suoi capolavori son là. Sono un mondo; v'è ritratto tutto: la guerra, la

corte, il trivio, la taverna, il paradiso; è una galleria di nani,

d'imbecilli, di pezzenti, di buffoni, d'ubriachi, di commedianti, di re,

di guerrieri, di martiri, di numi; tutti vivi, parlanti, in

atteggiamenti nuovi, arditi, colla fronte serena, col sorriso sulle

labbra, pieni di freschezza e di vigore; il grande ritratto del conte

duca d'Olivarez a cavallo, il quadro celebre _de las Meninas_, quello

delle _Filatrici_, quello dei _Bevitori_, quello della _Fucina di

Vulcano_, quello della _Resa di Breda_; ampie tele piene di figure che

par che escano dal quadro, delle quali, viste una volta, si ricorda

distintamente ogni più sfuggevole tratto o moto od ombra del viso, come

di persone vive, incontrate pur ora; gente con cui pare d'aver parlato,

e a cui si pensa, molto tempo dopo, come a conoscenti di non si sa

quando; gente che spira allegrezza e desta coll'ammirazione il sorriso,

e fa sentire quasi un rincrescimento di non poterla gustare che cogli

occhi, di non potersi mescolare con loro, e attingere un po' della loro

rigogliosa vita. Non è effetto della prevenzione favorevole che dà il

nome del grande artista, non c'è bisogno di essere intendente d'arte; la

donnicciuola, il ragazzo si arrestano dinanzi a quei quadri, batton le

mani e ridono; è la natura ritratta con una fedeltà superiore ad ogni

immaginazione; si scorda il pittore, non si pensa all'arte, non si

scopre l'intento: si dice:--È vero! È così! È l'immagine che avevo in

mente!--Si direbbe che il Velasquez non ci ha messo nulla di suo, che ha

lasciato fare la mano, e che la mano non fece che fissare le linee e i

colori sulla tela d'una camera ottica che riproduceva i personaggi veri

ch'egli ritrasse. Più di sessanta quadri suoi son nel Museo di Madrid, e

non si vedessero che una sola volta, e di volo, non se ne scorderebbe

uno. È dei quadri del Velasquez come del romanzo di Alessandro Manzoni,

che dopo letto una diecina di volte, s'intreccia e si confonde

siffattamente coi nostri particolari ricordi, che ci par d'_averlo

vissuto_. Così i personaggi dei quadri del Velasquez si mescolano nella

folla dei nostri amici e conoscenti, vicini e lontani, di tutta la vita,

e ci si presentano alla mente e s'intrattengon con noi, senza che noi ci

ricordiamo neppure di averli visti dipinti.

Ed ora parliamo del Murillo col tuono di voce più soave che possa uscire

dalla nostra bocca. Il Velasquez, nell'arte, è un'aquila; il Murillo è

un angelo; il Velasquez s'ammira, il Murillo s'adora. Le sue tele lo

fanno conoscere, come se gli si fosse vissuti assieme. Era bello, era

buono, era pio: l'invidia non sapeva dove morderlo, intorno alla corona

della gloria egli portava un'aureola d'amore. Era nato per dipingere il

cielo. Aveva sortito un genio pacato e sereno, che si levava a Dio sulle

ali d'una placida ispirazione; e però i suoi quadri più ammirabili

spirano un'aura di modesta dolcezza, che desta la simpatia e l'affetto

prima ancora che la meraviglia. Una semplice e nobile eleganza di

contorni, un'espressione piena di vivezza e di grazia, un'armonia

ineffabile di colori, sono ciò che colpisce a primo aspetto; ma più si

guarda, più si scopre, e la meraviglia si trasforma a poco a poco in un

sentimento dolcissimo di letizia. I suoi santi hanno un aspetto benigno,

che rallegra e consola; i suoi angeli, ch'egli aggruppava con una

maestria meravigliosa, fanno fremer le labbra dal desiderio dei baci; le

sue Vergini, vestite di bianco e avvolte in un gran manto azzurro, con

grandi occhi neri, colle mani giunte, sottili, flessibili, aeree, fanno

tremare il cuore di dolcezza e gonfiar gli occhi di lagrime. Egli

congiunge la verità del Velasquez, agli effetti vigorosi del Ribera,

all'armoniosa trasparenza del Tiziano, alla brillante vivezza del

Rubens. La Spagna gli diede il nome di _Pittore delle Concezioni_,

poichè fu insuperabile nell'arte di rappresentare questa divina idea. Vi

son quattro grandi _Concezioni_ nel Museo di Madrid. Io passai dinanzi a

quei quattro quadri, delle mezze giornate, immobile, quasi estatico. Mi

rapiva sopra tutte quella non intera, colle braccia incrociate sul

petto, e la mezza luna traverso alla vita; molti la pospongono alle

altre; io fremevo al sentirlo dire; ero preso d'una passione

inesprimibile per quel viso. Più d'una volta, guardandola, mi sentii

scorrer le lagrime giù per le guancie. Dinanzi a quel quadro, il mio

cuore s'ingentiliva, il mio intelletto si sollevava ad un'altezza di

pensieri cui non era mai arrivato. Non era l'entusiasmo della fede; era

un desiderio, un'aspirazione immensa alla fede, una speranza che mi

faceva intravvedere una vita più nobile, più feconda, più bella di

quella che avevo condotto fino allora; un sentimento nuovo della

preghiera, un bisogno d'amare, di far del bene, di soffrire per gli

altri, di espiare, di nobilitar la mia mente e il mio cuore. Non son mai

stato tanto vicino alla fede come in quei momenti; non son mai stato

così buono e così affettuoso; e credo che sul mio volto non abbia mai

brillato più splendidamente la mia anima. La _Vergine dei dolori_,

_Sant'Anna che insegna a leggere alla Vergine_, _Cristo crocifisso_,

l'_Annunziazione_, l'_Adorazione dei pastori_, la _Sacra famiglia_, la

_Vergine del Rosario_, _Il bambino Gesù_ son tutti quadri mirabili e

belli d'una luce queta e soave, che va all'anima. Bisogna vedere la

domenica i fanciulli, le ragazze, le donne del popolo dinanzi a quelle

immagini; vedere come i loro volti s'illuminano, e sentire che dolci

parole escon dalle loro labbra. Il Murillo, per loro, è un santo; ne

pronunziano il nome con un sorriso, come per dire:--È nostro!--e

pronunziandolo, vi guardano come per imporvi un atto di reverenza. Gli

artisti non ne portan tutti lo stesso giudizio; ma l'amano anche essi

sopra ogni altro, e non riescono a sceverare l'ammirazione dall'amore.

Il Murillo non è soltanto un grande pittore, è una grand'anima; è più

che una gloria, è un affetto della Spagna; è più che un maestro sovrano

del bello, è un benefattore, un ispiratore di buone azioni, una immagine

cara che, afferrata una volta nelle sue tele, si porta nel cuore tutta

la vita, con un sentimento di gratitudine e di devozione religiosa. È

uno di quegli uomini, dei quali un non so qual sentimento secreto ci

dice che li dovremo rivedere, che il rivederli ci è dovuto come un

premio, che non possono essere spariti per sempre, che in qualche luogo

sono ancora, che la loro vita non è stata che un lampo d'una luce

inestinguibile, che dovrà apparire un giorno in tutto il suo splendore

agli occhi dei mortali. Si dirà: errori della fantasia! Ah, cari

errori!

Dopo le opere di questi quattro grandi maestri, vi son da ammirare i

quadri di Joanes, artista intimamente italiano, a cui il disegno

corretto e la nobiltà dei caratteri valsero il titolo, benchè profferito

sotto voce, di Raffaello spagnuolo; non nell'arte, ma nella vita simile

a frate Angelico, poichè il suo studio era un oratorio, dove si

digiunava e facea penitenza, ed egli pure, prima di mettersi all'opera,

andava a pigliar la comunione. Poi i quadri di Alonso Cano; i quadri del

Pacheco, maestro del Murillo; del Pareja, schiavo del Velasquez; del

Navarrate il Muto; del Menendez, gran pittore di fiori; dell'Herrera,

del Coello, del Carbajal, del Collantes, del Rizi. Del Zurbaran, uno dei

più grandi pittori spagnuoli, degno di star accanto ai tre primi, v'è

poco. Di quadri d'altri artisti, minori di quegli accennati, ma pure per

meriti diversi ammirabili, son pieni i corridoi, le anticamere, le sale

di passaggio. Ma non è questo il solo Museo di pittura di Madrid: vi

sono centinaia di quadri nell'Accademia di San Fernando, nel ministero

del _Fomento_, e in altre Gallerie private. Ci vorrebbero mesi e mesi a

veder bene ogni cosa; che non ci vorrebbe a descrivere, anche a chi

avesse ingegno da tanto? Uno dei più potenti scrittori di Francia,

amantissimo della pittura e gran maestro di descrizioni, messo al punto,

si spaventò, e non seppe far di meglio che cavarsi d'impiccio dicendo

che ci sarebbe troppo da dire; e s'egli stimò bene di tacere, a me deve

sembrare d'aver già detto anche troppo. È una delle più dolorose

conseguenze d'un bel viaggio questa di trovarsi ad avere nella mente

una folla di belle immagini e nel cuore un tumulto di grandi affetti, e

non potere, non sapere esprimerne che una sì piccola parte! Con che

profondo sdegno lacererei queste pagine quando penso a quei quadri! O

Murillo, o Velasquez, o povera penna mia!

* * * * *

Pochi giorni dopo ch'ero arrivato a Madrid, vidi per la prima volta,

sboccando dalla strada d'Alcalà nella piazza della Porta del Sole, il re

Amedeo. Provai un piacere vivissimo, come se avessi riveduto il più

intimo dei miei amici. È curiosa quella di trovarsi in un paese dove

l'unica persona che si conosca è il Re! Verrebbe voglia di corrergli

dietro gridando:--Maestà! son io, sono arrivato.--

Don Amedeo seguiva a Madrid le abitudini paterne. Si levava all'alba e

andava a fare una passeggiata nei giardini del Moro che si stendono tra

il Palazzo reale e il Manzanare; o si recava a visitare i Musei,

attraversando la città a piedi, con un solo aiutante di campo. _Las

criadas_, tornando a casa trafelate colla cesta ripiena, raccontavano

alle padrone sonnecchianti che l'avevano incontrato, che gli eran

passate accanto, quasi da toccarlo; e le padrone repubblicane

dicevano:--_Asì debe hacer,_--e le carliste storcevan la bocca

mormorando:--_Que clase de rey!_--(che razza di re), o come intesi dire

una volta:--_Quiere á toda costa que le peguen un tiro._--(Vuole a tutti

i costi che gli tirino una fucilata.) Rientrato in Palazzo, riceveva il

Capitano generale e il Governatore di Madrid, i quali, giusta una

consuetudine antica, dovevan presentarsi ogni giorno al Re per

domandargli se avesse nulla da ordinare all'esercito e alla polizia.

Venivan dopo i ministri. Oltre a vederli tutti insieme in Consiglio una

volta la settimana, Amedeo ne riceveva uno ogni giorno. Partito il

ministro, cominciava l'udienza: Don Amedeo dava udienza ogni giorno per

un'ora almeno, molte volte per due. Le domande erano innumerevoli, e gli

oggetti delle domande facili a indovinarsi: sussidi, pensioni, impieghi,

privilegi, croci; il Re riceveva tutti. La Regina pure riceveva; benchè

non ogni giorno, a cagione del suo mutevole stato di salute. A lei

spettavano tutte le opere di beneficenza. Essa riceveva in presenza d'un

maggiordomo e d'una dama d'onore, alla stess'ora che il Re, ogni sorta

di gente: signore, operai, donne del popolo, ascoltando pietosamente

lunghi racconti di miserie e di dolori. Oltre a cento mila lire al mese

ella distribuiva in opere di carità, senza contare le largizioni

straordinarie agli ospizi, agli ospedali, agli altri istituti di

beneficenza. Alcuni di questi fondò ella stessa. Sulla riva del

Manzanare, in vista del palazzo reale, in un luogo aperto e ridente, si

vede una casetta dipinta a vivi colori, con un giardinetto all'intorno,

di dove, passando, si senton risa, grida e vagiti di bimbi. La Regina

fece costruire quella casa per raccogliervi i figliuoli piccini delle

lavandaie, i quali, mentre le madri lavoravano, solevan rimaner per le

strade esposti a mille pericoli. Là son maestre, balie, donne di

servizio, che provvedono a tutti i bisogni dei bimbi: è insieme un

ospizio e una scuola. Le spese per la fabbricazione della casa e per il

suo mantenimento furon fatte colle venticinque mila lire mensili che lo

Stato aveva assegnate al Duca di Puglia. La Regina istituì pure un

Ospizio pei trovatelli; una casa, o specie di collegio, pei figliuoli

delle operaie da tabacco; una distribuzione di minestra, carne e pane

per tutti i poveri della città. Ella stessa si recò più volte ad

assistere alla distribuzione, improvvisamente, per accertarsi che non vi

si facessero abusi, e avendone scoperti, provvide perchè non s'avessero

a rinnovare. Oltre a ciò, le monache di carità ricevevano da lei ogni

mese trentamila lire per soccorrere quelle famiglie che per la loro

condizione sociale non potevano concorrere alla distribuzione della

minestra. Degli atti privati di beneficenza che faceva la Regina era

difficile aver notizia perchè soleva farli senza parlarne ad alcuno.

Poco si sapeva pure delle sue abitudini, perchè faceva ogni cosa senza

pompa, e con un riserbo che sarebbe parso quasi eccessivo anche in una

signora privata. Nemmeno le dame di corte sapevano ch'ella andava a

sentir la predica a San Luigi dei Francesi: una signora la vide per la

prima volta, per caso, in mezzo alle sue vicine. Nel suo vestire non

aveva alcun distintivo di Regina, neanco i giorni di pranzo a Corte. La

regina Isabella portava un gran manto rosso colle armi di Castiglia,

diadema, ornamenti ed insegne: Donna Vittoria nulla. Si vestiva per lo

più coi colori della bandiera spagnuola, e con una semplicità che

annunziava la corona assai più che lo splendore e lo sfarzo. Nè l'oro

spagnuolo ci aveva che vedere neanco con quella semplicità, tutte le

spese ch'ella faceva per sè, pei suoi bambini, per le sue cameriere, le

faceva col danaro suo.

Spagna · 第 9 / 29 段