Sol_; ci stavo ore ed ore, e mi ci divertivo tanto, che avrei voluto
passarci la giornata. È una piazza degna della sua fama; non tanto per
la sua vastità e la sua bellezza, quanto per la gente, per la vita, per
la varietà dello spettacolo che presenta a tutte le ore del giorno. Non
è una piazza come le altre: è insieme un salone, un passeggio, un
teatro, un'accademia, un giardino, una piazza d'armi, un mercato. Dallo
spuntar del giorno fino a un'ora dopo mezzanotte, v'è una folla
immobile, e una folla che va e viene per le dieci grandi strade che vi
metton capo, e un inseguirsi, e un incrociarsi di carrozze che dà il
capo giro. Là convengono i negozianti, là i demagoghi disoccupati, là
gl'impiegati smessi, i vecchi pensionati, i giovani eleganti; là si
traffica, si discorre di politica, si fa all'amore, si passeggia, si
leggono i giornali, si dà la caccia ai debitori, si cercan gli amici, si
preparano le dimostrazioni contro il Ministero, si coniano le false
notizie che fanno il giro della Spagna, si tesse la cronaca scandalosa
della città. Sui marciapiedi, che son larghi da poterci far passare
quattro carrozze di fronte, bisogna aprirsi il passo a forza: nello
spazio d'una lastra di pietra vedete una guardia civile, un venditor di
fiammiferi, un sensale, un povero, un soldato, tutti in un mazzo.
Passano frotte di scolari, serve, generali, ministri, contadini,
_toreros_, signore; vagabondi spiantati che vi domandan l'elemosina
nell'orecchio per non farsi scorgere, mezzani che vi guardano con
occhio interrogativo, donne leggere che vi urtano al gomito; da tutte le
parti cappelli in aria, sorrisi, strette di mano, saluti allegri, grida
di:--_Largo,_--di facchini carichi e di merciaiuoli col botteghino al
collo; urli di venditori di giornali, strilli di acquaiuoli, squilli di
corno delle diligenze, chiocchi di frusta, rumor di sciabole, tintinnío
di chitarre, canti di ciechi. Poi passano i reggimenti colle bande
musicali, passa il Re, s'innaffia la piazza con immensi getti d'acqua
che s'incrociano nell'aria, vengono i portatori d'avvisi ad annunciar
gli spettacoli, irrompono sciami di monelli con bracciate di
_supplementi_, esce un esercito d'impiegati dai Ministeri, ripassan le
bande musicali, le botteghe s'illuminano, la folla si fa più fitta, i
colpi di gomito spesseggiano, cresce il vocío, lo strepito, il moto. E
non è moto di popolo affaccendato; è vivacità di gente allegra, è
gaiezza carnevalesca, ozio inquieto, ribollimento, febbriciattola di
piacere, che vi si attacca e vi tien lì o vi spinge in giro come un
arcolaio senza lasciarvi uscir dalla piazza; una curiosità che non si
stanca mai, una beata voglia di spassarsela, di non pensare a nulla,
d'ascoltar chiacchiere, di bighellonare, di ridere. Tale è la famosa
piazza di _Puerta del Sol_.
Un'ora passata là basta per far conoscer di vista, nei suoi varii
aspetti, il popolo di Madrid. Il basso popolo veste come nelle nostre
grandi città; i signori, se si toglie la cappa che portan l'inverno, si
attengono al figurino di Parigi; e son tutti, dal duca allo scrivano,
dallo sbarbatello al vecchio tentenna, lindi, azzimati, impomatati,
inguantati, come uscissero allora allora dal gabinetto di toeletta.
Somigliano da questo lato ai napoletani: belle capigliature nere, barbe
coltissime, mani e piedi di donna. Raro il vedere un cappello basso:
tutti cappelli a staio; e poi mazze, catene, ciondoli, spille, e nastri
all'occhiello a migliaia. Le signore, fuor che in certi giorni di festa,
vestono anch'esse alla francese; le donne del medio ceto portano ancora
la mantiglia; gli antichi stivaletti di raso, la _peineta_, i colori
vivi, il costume nazionale, in una parola, è sparito. Son però sempre
quelle donnine tanto decantate per i loro grandi occhi, per le loro mani
di bimbe, per i loro piedini; di capelli nerissimi, ma di pelle meglio
bianca che bruna, bene appettate, diritte, svelte, vivaci.
Per passare in rassegna il bel sesso di Madrid, bisogna andare alla
passeggiata del _Prado_, che è per Madrid quello che son per Firenze le
Cascine. Il _Prado_ propriamente detto, è un larghissimo viale, non
molto lungo, fiancheggiato da viali minori, che si stende ad oriente
della città, accanto al famoso giardino del _Buen retiro_, ed è chiuso
alle due estremità da due enormi vasche di pietra, l'una sormontata da
una Cibele colossale, assisa sul cocchio, tratto dai cavalli marini;
l'altra da un Nettuno di eguale grandezza; tutti e due incoronati di
copiosi zampilli che s'incrociano e ricascano graziosamente con allegro
mormorìo. Questo grande viale, assiepato lungo i lati da migliaia di
seggiole, e da centinaia di banchi d'acquaioli e di aranciai, è la parte
più frequentata del _Prado_, e si chiama il _Salon del Prado_. Ma il
passeggio prosegue oltre la fontana di Nettuno; vi sono altri viali,
altre fontane, altre statue; si va in mezzo agli alberi e ai zampilli
fino alla chiesa di Nostra Signora di Atocha, la famosa chiesa colmata
di doni da Isabella II dopo l'attentato del 2 febbraio del 1852, nella
quale il re Amedeo andò a visitare il cadavere del generale Prim. Di là
si abbraccia collo sguardo un vasto tratto della deserta campagna di
Madrid e le montagne nevose del Guadarrama. Ma il _Prado_ è il passeggio
più famoso, non il più bello nè il più vasto della città. Sul
prolungamento del _Salone_, al di là della fontana di Cibele, si stende
per quasi due miglia il passeggio di _Recoletos_, fiancheggiato a destra
dal vasto e ridente borgo di Salamanca, il borgo dei ricchi, dei
deputati e dei poeti; a sinistra da una lunghissima catena di palazzine,
di villette, di teatri, di edifizi nuovi coloriti di vivi colori. Non è
un passeggio solo, son dieci, l'uno accanto all'altro, e l'un più bello
dell'altro; strade per le carrozze, strade pei cavalli, viali per la
gente che cerca la folla, viali pei solitarii, divisi da sterminate
siepi di mortella, fiancheggiati, interrotti da giardini e da boschetti,
nei quali sorgon statue e fontane, e s'intersecano sentierini
misteriosi. I giorni di festa vi si gode uno spettacolo incantevole: da
un capo all'altro dei viali, son due processioni opposte di gente, di
carrozze, di cavalli; nel _Prado_ si può appena camminare; i giardini
sono affollati di migliaia di ragazzi; suonan le musiche dei teatri
diurni; in ogni parte si sente un mormorío di fontane, un fruscío di
vesti, un gridío di bambini, uno scalpitío di cavalli; non v'è solo il
movimento, e la gaiezza d'una passeggiata; v'è il lusso, lo strepito, il
turbinío, l'allegrezza febbrile d'una festa. La città, in quell'ore, è
deserta. Sull'imbrunire, tutta quell'immensa folla si riversa nella gran
strada Alcalà, e allora dalla fontana di Cibele fino alla _Puerta del
Sol_ non si vede che un mare di teste, solcate da una fila di carrozze a
perdita d'occhio.
Come per le passeggiate, così in fatto di teatri e di spettacoli, Madrid
è, senza dubbio, una delle prime città del mondo. Oltre il gran teatro
dell'Opera, che è vastissimo e ricchissimo; oltre il teatro della
Commedia, il teatro della _Zarzuela_, il Circo di Madrid, che son tutti
teatri di prim'ordine, per ampiezza, eleganza, e concorso di gente; v'è
una corona di teatri minori per le compagnie drammatiche, per le
compagnie equestri, per le accademie musicali, per i _vaudevilles_,
teatri a sala, a palchi, a gallerie, grandi e piccini, signorili e
plebei, per tutte le borse, per tutti i gusti e per tutte le ore della
notte; e non ce n'è uno fra tanti che non sia ogni sera affollato. Poi
v'è il Circo dei Galli, il Circo dei Tori, i balli popolari, i giochi;
qualche giorno vi sono fino a venti spettacoli diversi, a cominciar da
mezzodì fino a poco prima dell'alba. Lo spettacolo dell'Opera, per il
quale il popolo spagnuolo è appassionato, è sempre splendido, non
solamente nella stagione del carnevale, ma in tutte le stagioni: nel
tempo ch'io fui a Madrid, cantava la Fricci al teatro della _Zarzuela_ e
lo Stagno al Circo, l'una e l'altro, circondati di valentissimi artisti,
con orchestre eccellenti e grandiose apparature. I più celebri cantanti
del mondo fanno a gara per andar a cantare nella Capitale della Spagna;
gli artisti vi sono ricercati, festeggiati; la passione della musica è
la sola che può stare in bilancia colla passione dei tori. Anche il
teatro della Commedia ha gran voga. L'Hatzembuch, il Breton de los
Herreros, il Tamayo, il Ventura, il D'Ayala, il Guttierrez, ed altri
moltissimi scrittori drammatici, quali morti, quali viventi, noti anche
fuori di Spagna, hanno arricchito il teatro moderno d'un gran numero di
commedie, che pur non avendo quel profondo stampo nazionale che rese
immortali le opere drammatiche del gran secolo della letteratura
spagnuola, son piene di calore, di sale, di sapore di lingua, e senza
confronto più sanamente educative delle commedie francesi. E si
rappresentan le commedie moderne, ma non si dimenticano le antiche:
negli anniversarii del Lopez de Vega, del Calderon, del Moreto, del
Tirso de Molina, dell'Alarcon, di Francesco de Rojas, e degli altri
grandi luminari del teatro spagnuolo, si rappresentano con pompa solenne
i loro capolavori. Gli attori però non finiscono di soddisfare gli
autori; partecipano dei difetti dei nostri: moto, grido, singhiozzo
soverchio; e molti preferiscono ancora i nostri, perchè ci trovan più
varietà di cadenze e di accenti. Oltre la tragedia e la commedia, si
rappresenta poi un componimento drammatico affatto spagnuolo, lo
_zainete_, nel quale fu maestro un Ramon de la Cruz, una specie di
farsa, che è per lo più una rappresentazione di costumi andalusi, con
personaggi della campagna e del volgo, ed attori che imitano il vestire,
l'accento, i modi di quella gente con una maestria ammirabile. Le
commedie vengon tutte stampate, e son lette avidamente, anche dal popolo
minuto; i nomi degli scrittori sono popolarissimi; la letteratura
drammatica, in una parola, è oggi ancora, come altre volte, la più
diffusa e la più ricca.
V'è pure molta passione per la _Zarzuela_, che si rappresenta usualmente
nel teatro a cui dà il nome, e ch'è una composizione di mezzo tra la
commedia e il melodramma, tra l'opera in musica e il _vaudeville_, con
una gradevole alternativa di prosa e di verso, di recitazione e di
canto, di serio e di buffo, composizione esclusivamente spagnuola, e
dilettevolissima. In altri teatri si rappresentano commedie politiche,
miste di canto e di prosa del genere delle riviste dello Scalvini, farse
satiriche di argomenti del giorno, una specie di _autos sacramentales_,
con scene della passione di Gesù Cristo, nella Settimana Santa; e balli
e ballonzoli e pantomime d'ogni natura. Nei teatri piccoli si danno tre
o quattro rappresentazioni per sera, d'un'ora l'una, e gli spettatori si
rinnovano ad ogni rappresentazione. Nel teatro _Capellanes_, famigerato,
si balla tutte le sere dell'anno un _kan-kan_ scandaloso oltre ogni
oscena immaginazione, e là accorrono i giovinastri, le donne ardite, i
vecchi libertini dal naso aggrinzato, armati di lenti, di occhiali, di
cannocchiali, e di quanti istrumenti ottici valgano ad avvicinare le
forme, come dice l'Aleardi, pubblicate dal palco.
Dopo il teatro, si trovan tutti i caffè pieni di gente, la città
illuminata, le strade corse da innumerevoli carrozze, come sul far della
sera. Uscendo dal teatro, in un paese straniero, si è un po' tristi: si
son viste tante belle creature, e nessuna ci degnò d'uno sguardo! Ma un
italiano, a Madrid, trova un conforto. Si cantan quasi sempre opere
italiane, e si cantano in italiano; così che tornando a casa sentite
canterellare colle parole della vostra lingua le ariette che vi son
famigliari fin dall'infanzia; sentite un _palpito_ di qui, un _fiero
genitor_ di là, un _tremenda vendetta_ più oltre; e quelle parole vi fan
l'effetto di saluti di gente amica. Ma per arrivar a casa, che fitta
siepe di gonnelle dovete scavalcare! Si dà la palma a Parigi, e non
dubito che la meriti; ma neanco Madrid non canzona; e che ardimento, e
che parole di fuoco, e che provocazioni imperiose! Finalmente arrivate
davanti a casa vostra; ma non avete la chiave della porta. "Non si
confonda," vi dice il primo cittadino che incontrate, "vede là in fondo
alla strada quella lanterna? L'uomo che la porta è un _sereno_, e i
_serenos_ hanno le chiavi di tutte le case;" Allora voi gridate ad alta
voce:--Sereno!--e la lanterna si avvicina, e un uomo con un enorme
mazzo di chiavi tra le mani, datavi un'occhiata scrutatrice, v'apre la
porta, vi fa lume fino al primo piano e vi augura la buona notte. Così
tutte le sere: con una lira al mese voi siete libero dalla briga di
portar in tasca le chiavi di casa. Il _sereno_ è un impiegato del
Municipio, ve n'è uno per ogni strada, ed ognuno ha un fischietto; se vi
piglia foco in casa o i ladri vi fan saltare la serratura, voi non avete
che a buttarvi alla finestra e gridare:--Sereno! Aiuto!--Il sereno che è
nella strada fischia, i sereni delle strade vicine fischiano, in pochi
minuti tutti i sereni del quartiere accorrono in vostro soccorso. A
qualunque ora della notte voi vi svegliate, sentite la voce del sereno
che ve l'annunzia, soggiungendo che fa bel tempo, o che piove, o che sta
per piovere. Quante cose sa e quante ne tace questa notturna sentinella!
Quanti sommessi addii amorosi non sente! Quante letterine non vede cader
dalle finestre, e chiavette saltellare sul lastrico, e mani trinciar
l'aria in atto misterioso, e amanti imbacuccati infilar le porticine, e
finestrelle illuminate oscurarsi ad un tratto, e neri fantasmi
dileguare, al primo chiarir dell'alba, lungo i muri!...
Non dissi che dei teatri: a Madrid v'è un concerto musicale, si può
dire, ogni giorno; concerti nei teatri, concerti nelle sale accademiche,
concerti nelle strade, e poi una folla di suonatori ambulanti che vi
assordano a tutte le ore del giorno. Dopo tutto questo viene fatto di
dimandare come mai un popolo tanto infatuato della musica, da averne
bisogno, sto per dire, come dell'aria che respira, non abbia dato
all'arte alcun grande maestro. Gli Spagnuoli non se ne sanno dar pace!
Ci sarebbe da imbrattar molta carta, a voler descrivere di Madrid i
grandi sobborghi, le porte, i passeggi fuor della città, le piazze, le
strade storiche; e cui piacesse non ommetter nulla, gli splendidi caffè:
l'_Imperial_ nella piazza della _Puerta del Sol_, il _Fornos_ nella
strada Alcalà, due vastissime sale, nelle quali, tolti i tavolini,
potrebbe far gli esercizi uno squadrone di cavalleria; e gli altri
innumerevoli che si trovano a ogni passo, in cui danzerebbero
comodamente cento coppie di ballerini; le botteghe sfarzose che occupan
tutto il pian terreno di vasti edifizi, tra le quali i grandi negozi di
tabacchi di Avana, luogo di ritrovo dei signoroni, pieni di tanti sigari
piccolissimi, grossi, enormi, tondi, piatti, puntati, fatti a serpe, ad
arco, a uncino, d'ogni forma, d'ogni gusto e d'ogni prezzo, da
contentare la più matta fantasia di fumatore, e ubbriacare tutta la
popolazione d'una città; gli spaziosi mercati, le caserme da corpo
d'esercito, il gran palazzo reale, in cui il Quirinale ed il Pitti si
potrebbero nascondere senza timore di farsi scorgere; la gran strada di
Atocha che attraversa la città, l'immenso giardino del _Buen retiro_,
col suo gran lago, coi suoi poggi incoronati di chioschi, coi suoi mille
uccelli pellegrini.... Ma più d'ogni altra cosa meritano attenzione i
Musei d'armi, di pittura, di marina, a ciascuno dei quali sarebbe poco
dedicare un volume.
* * * * *
L'armeria di Madrid è una delle più belle del mondo. Al primo entrare
nella vastissima sala, il cuore vi dà un balzo e il sangue un tuffo, e
voi restate immobile sulla soglia come uno smemorato. Un intero esercito
di cavalieri coperti di ferro, colle spade nel pugno, colle lancie in
resta, sfolgoranti, formidabili, si slanciano contro di voi, come una
legione di spettri. È un esercito d'imperatori, di re, di duchi, chiusi
nelle più splendide armature che siano mai uscite dalla mano dell'uomo,
sulle quali da diciotto smisurate finestre si versa un torrente di luce,
che ne cava un barbaglio di lampi, di scintille, di colori, da dar le
traveggole. Le pareti sono coperte di corazze, d'elmi, d'archi, di
fucili, di spade, di alabarde, di lancie da torneo, di moschettoni
enormi, di lancioni giganteschi che s'alzan dal pavimento alla volta;
dalla volta pendon bandiere di tutti gli eserciti del mondo, trofei di
Lepanto, di San Quintino, della guerra d'indipendenza, delle guerre
d'Affrica, di Cuba, del Messico; in ogni parte è una profusione di
insegne gloriose, di armi illustri, di meravigliosi lavori d'arte, di
effigie, di emblemi, di nomi immortali. Non si sa di dove cominciare ad
ammirare; si corre, sulle prime, di qua e di là, guardando tutto e non
vedendo nulla, e si è stanchi prima di aver cominciato. Nel mezzo della
sala sono le armature equestri; cavalli e cavalieri disposti in fila, a
tre a tre, a due a due, tutti rivolti nello stesso senso, come uno
squadrone in colonna; e vi si distinguono a primo aspetto, fra le altre,
le armature di Filippo II, di Carlo V, di Emanuele Filiberto, di
Cristoforo Colombo. Qua e là, sopra piedestalli, si vedono elmi,
cassidi, morioni, golette, rotelle, appartenenti a' re d'Aragona, di
Castiglia, di Navarra, lavorate a rilievi finissimi d'argento che
rappresentan battaglie, scene mitologiche, figure simboliche, trofei,
grotteschi, ghirlande; alcuni d'inestimabile valore, opera dei più
insigni artisti d'Europa; altri di forme strane, sopraccarichi di
ornamenti, con creste, visiere e cimieri colossali; poi elmetti e
corazzine di principini; spade e scudi donate da papi e da monarchi. In
mezzo alle armature equestri, si vedono statue vestite di fantastiche
assise di Americani, di Affricani, di Chinesi, ornate di penne e di
sonagli, con archi e turcassi; spaventose maschere guerresche; abiti di
mandarini intessuti d'oro e di seta. Lungo le pareti altre armature;
quella del marchese di Pescara, quella del poeta Garcilaso della Vega,
quella del marchese di Santa Cruz, quella gigantesca di Giovan Federico
il Magnanimo, duca di Sassonia; e fra l'una e l'altra bandiere arabe,
persiane, moresche, cadenti a brani. Nelle vetrine una serie di spade
che a sentirvi dire il nome di coloro che le portarono, vi si rimescola
il sangue: la spada del principe di Condé, la spada d'Isabella la
Cattolica, la spada di Filippo II, la spada di Ferdinando Cortes, la
spada del Conte duca di Olivares, la spada di Giovanni d'Austria, la
spada di Conzalvo di Cordova, la spada del Pizzarro, la spada del Cid, e
un po' più in là, la celata di re Boabdil di Granata, la targa di
Francesco I, la seggiola da campo di Carlo V. In un canto della sala
sono schierati i trofei degli eserciti ottomani, elmetti tempestati di
gemme, sproni, staffe dorate, collari di schiavi, pugnali, scimitarre
dal fodero di velluto, cerchiati d'oro, ricamati, imperlati; le spoglie
di Alì Bascià, ucciso sulla nave capitana alla battaglia di Lepanto; il
suo caffettano di broccato d'oro e d'argento, la cintura, i bozzacchini,
lo scudo; le spoglie dei suoi figli; le bandiere strappate dalle galee.
Da un altro lato, corone votive, croci e monili di principi goti. In un
altro scompartimento, gli oggetti tolti agli Indiani di Mariveles, ai
Mori di Cagayan e del Mindanao, ai selvaggi delle più remote isole
dell'Oceania: collane di guscio di lumaca, pipe di lattone, idoli di
legno, flauti di canna, ornamenti fatti di zampe d'insetti, schiavine di
foglie di palma, foglie scritturate che servivan di salvacondotto,
freccie avvelenate, scuri da carnefici. E poi da qualunque parte uno si
volga, selle di re, cotte d'arme, colubrine, tamburi storici, ciarpe,
iscrizioni, memorie ed immagini di tutti i tempi e di tutti i paesi,
dalla calata dei Goti alla battaglia di Tetuan, dal Messico alla China;
un emporio di tesori e di capolavori da cui uno si allontana, commosso,
stordito e sfinito, per ritornar poi a sè come da un sogno, colla
memoria stracca e confusa.
Se un giorno un grande poeta italiano vorrà cantare la scoperta del
nuovo mondo, in nessun luogo potrà attingere più possenti ispirazioni
che nel Museo navale di Madrid, perchè in nessun luogo si sente più
profondamente l'aura vergine dell'America selvaggia, e la presenza
arcana di Colombo. V'è una sala chiamata Gabinetto degli Scopritori: il
poeta, entrandovi, se ha davvero anima di poeta, si scoprirà il capo con
venerazione. In qualunque punto della sala cada lo sguardo, si vede
un'immagine che fa battere il cuore: non si è più in Europa, nè in
questo secolo; si è nell'America del secolo decimoquinto, si respira
quell'aria, si vedon quei luoghi, si sente quella vita. Nel mezzo è un
alto trofeo d'armi tolte agl'indigeni delle terre scoperte: scudi
rivestiti di pelli di fiere, giavellotti di canna colle cocche pennute,
sciabole di legno entro guaine di vimini, coll'else ornate di crini e di
capelli cascanti in lunghe ciocche; mazze, aste, clave enormi; grandi
spade dentellate a modo di sega, scettri informi, turcassi da giganti,
vestimenti di pelo di scimmia, daghe di re e di carnefici, armi dei
selvaggi di Cuba, del Messico, della nuova Caledonia, delle Caroline,
delle isole più remote del Pacifico, nere, strane, orrende, che destan
nella fantasia visioni confuse di lotte terribili, nell'oscurità
misteriosa delle foreste vergini, entro sterminati laberinti d'alberi
ignoti. E intorno a queste spoglie d'un mondo selvaggio, le immagini e
le memorie dei vincitori: qui il ritratto di Colombo, là il ritratto
del Pizzarro, più in là il ritratto di Ferdinando Cortes; in una parete,
la carta d'America che tracciò Giovanni de la Cosa, nel secondo viaggio
del Genovese, sur un'ampia tela sparsa di figure, di colori, di segni,
che dovevan servire a diriger le spedizioni nell'interno delle terre;
vicino alla tela, un pezzo dell'albero sotto il quale riposò il
conquistatore del Messico nella famosa _notte triste_, dopo che s'era
aperto il passo attraverso l'immenso esercito che lo aspettava nella
valle d'Otumba; un vaso cavato dal tronco dell'albero presso il quale
morì il celebre capitano Cook; imitazioni di barche, di barconi, di
zattere usate dai selvaggi; una corona di ritratti di navigatori
illustri; e nella parte di mezzo un gran quadro che rappresenta le tre
navi di Cristoforo Colombo, la _Nina_, la _Pinta_ e la _Santa Maria_,
nel momento in cui scopron la terra Americana, e tutti i marinai, ritti
sulle poppe, agitando le braccia e gettando alte grida, salutano il
nuovo mondo e ringraziano Iddio. Non v'è parola che esprima l'emozione
che si prova alla vista di quello spettacolo, nè lagrima che valga
quella che vi tremola negli occhi in quel punto, nè anima umana che in
quel momento non si senta più grande!