Invece della casa del Cervantes, trovai, di lì a poco, quella dove

nacque don José Zorilla, uno dei più valenti poeti spagnuoli di questi

tempi, vivo tuttora, da non confondersi, come fanno molti in Italia,

collo Zorilla capo del partito radicale; benchè della poesia in testa ce

n'abbia anche questi, e la sparga a larga mano ne' discorsi politici,

con rinforzo di alte grida e di gesti furiosi. Don José Zorilla è nella

letteratura spagnuola, a parer mio, un po' più di quello che

nell'italiana è il Prati, col quale ha molti tratti di somiglianza: il

sentimento religioso, la passione, la fecondità, la spontaneità, e un

non so che di vago e di ardito, che scalda le fantasie giovanili; e un

modo di leggere, a quello che si dice, risonante e solenne, benchè

leggermente monotono, del quale molti spagnuoli vanno matti. La forma,

direi che l'ha più corretta il poeta spagnuolo; prolissi un po' l'uno e

l'altro; in tutti e due un barlume di grande poeta. Ammirabili, sovra

ogni altra opera dello Zorilla, _I cantos del Trovador_, racconti e

leggende, pieni di versi d'amore dolcissimi e di descrizioni

d'un'evidenza impareggiabile. Scrisse anco pel teatro: e il suo _Don

Juan Tenorio_, dramma fantastico, in versi ottonari a rime, è una delle

più popolari opere drammatiche della Spagna. Si rappresenta ogni anno il

giorno dei morti, con grande apparato, e vi accorre il popolo come a una

festa. Alcuni tratti di lirica sparsi nel dramma, corrono per le bocche

di tutti; e in special modo la dichiarazione d'amore di Don Giovanni

all'amante rapita, che è quanto di più soave, di più tenero, di più

ardente possa uscire dalle labbra d'un giovane innamorato nel più

impetuoso prorompere della passione. Sfido il più freddo degli uomini a

legger quei versi senza tremare! Ed è forse anche più potente la

risposta, della donna:--Don Giovanni! Don Giovanni! Lo imploro dalla tua

nobile compassione: o strappami il cuore o amami, perchè

t'adoro!--Fateveli dire, quei versi, da un'Andalusa, e ve n'accorgerete;

o se non potete far questo, vedete di leggere almeno la ballata col

titolo _La Pasionaria_, lunghetta, ma piena d'un affetto e d'una

malinconia che innamora. Io non posso ricordarmene senza che mi si

riempian gli occhi di lagrime; vedo sempre quei due amanti, Aurora e

Felice, giovanetti, in una campagna deserta, al cadere del sole, che

s'allontanano per opposte vie, voltandosi ad ogni tratto, e salutandosi,

e non saziandosi mai di guardarsi. Son versi, come li chiaman gli

Spagnuoli, _asonantes_, senza rima, ma composti e ordinati così che la

penultima sillaba d'ogni verso dispari o pari, sulla quale cade

l'accento, abbia sempre la stessa vocale; che è la maniera di verso più

popolare in Spagna, il verso del _Romancero_, nel quale moltissimi

improvvisano con meravigliosa facilità; nè può uno straniero sentirne

tutta l'armonia se non ci abbia fatto l'orecchio.

* * * * *

"Si può vedere il Museo di Pittura?"--"_Porqué no, caballerito?_" La

portinaia mi schiuse le porte del Collegio maggiore di Santa Croce, e mi

accompagnò nell'interno. I quadri son molti, ma fuor di qualcuno del

Rubens, del Mascagni, del Cardenas, di Vincenzo Carducci, gli altri son

quadri di pochissimo pregio, razzolati qua e là pei conventi, e sparsi a

casaccio nelle stanze, nei corridoi, nelle scale, nelle gallerie. Ciò

non di meno, gli è un Museo che lascia nell'animo una impressione

profonda, non molto dissimile da quella che produce la prima volta lo

spettacolo del combattimento dei tori; e infatti sono trascorsi più di

sei mesi da quel giorno, ed io la risento ancora come se l'avessi

ricevuta poche ore fa. Quanto di più tristo, di più sanguinario, di più

orrendo è uscito dal pennello dei più feroci pittori spagnuoli, si trova

raccolto là. Immaginate pur delle piaghe, delle membra mutilate, delle

teste spiccate dal busto, dei corpi estenuati, flagellati, tanagliati,

arsi, straziati con quanti tormenti abbiate mai trovati descritti nei

romanzi del Guerrazzi o nelle Storie dell'Inquisizione, non giungerete a

formarvi un'adeguata idea del Museo di Valladolid. Passate di sala in

sala, e non vedete che visi stravolti di morti, di moribondi,

d'indemoniati, di carnefici, e in ogni parte sangue, e sangue, e sangue,

che vi pare di vederlo spicciar fuori dei muri e di sguazzarci dentro

come la Babette del Padre Bresciani nelle prigioni di Napoli. È un

cumulo di dolori e d'orrori da riempirne gli spedali d'uno Stato. Sulle

prime si prova un senso di tristezza, poi di ribrezzo, in fine, più che

di ribrezzo, di sdegno contro gli artisti macellai che prostituirono

l'arte di Raffaello e di Murillo in così sconcia maniera. Il quadro più

guardabile ch'io vidi, fra i moltissimi cattivi, benchè anch'esso d'un

_realismo_ spietatamente spagnuolo, rappresentava la Circoncisione di

Gesù, con tutti i particolari più minuti delle cose taglienti e delle

cose tagliate, e una corona di spettatori chinati ed immobili, come

studenti di clinica chirurgica intorno al maestro operatore: "_Vámonos,

vámonos_" dissi alla cortese portinaia, "se sto qui un'altra mezz'ora,

n'esco bruciato, o scorticato o squartato; non ha da farmi veder nulla

di più allegro?" Mi condusse a veder l'Ascensione del Rubens, gran

quadro di grande effetto, che starebbe bene sur un altar maggiore: una

Vergine maestosa e sfolgorante che sale al cielo, e ai lati, e sopra, e

sotto, un visibilio di volti d'angelo, di corone di fiori, di chiome

d'oro, d'ali bianche, di svolazzetti, di raggi; e tutto tremola, fende

l'aere e va su, come uno stormo di passere, onde pare che da un momento

all'altro debba sollevarsi e sparire.

Ma era fissato ch'io non dovessi uscire dal Museo con una gradevole

immagine davanti agli occhi. La portinaia aperse una porta e mi disse

ridendo:--Entri.--Entrai e detti indietro intimorito: mi parve d'esser

capitato in un manicomio di giganti. La vasta sala era piena di

colossali statue di legno colorito, rappresentanti tutti gli attori e

tutte le comparse del gran dramma della Passione, soldati, aguzzini,

spettatori, ciascuno nell'atteggiamento richiesto dal suo ufficio, chi

in atto di flagellare, chi di legare, chi di ferire, chi di

schernire,--orrendi volti orrendamente contratti;--poi le donne

inginocchiate, Gesù confitto sopra una croce enorme, i ladroni, la

scala, gli strumenti del supplizio: tutte le cose occorrenti, in somma,

per rappresentare la Passione, come si faceva una volta, sulle piazze,

con un gruppo di quei colossi, che dovevano occupare lo spazio d'una

casa. E anche qui piaghe, chiome inzuppate di sangue, lacerazioni da far

raccapriccire. "Vede quel Giudeo là?" mi disse la donna accennandomi una

delle statue, una faccia patibolare che sogno ancora adesso di tratto in

tratto. "Quello là, quando si facevano i gruppi fuori, si fu costretti a

levarlo, tanto è brutto e tristo; il popolo l'odiava a morte e lo voleva

mettere in pezzi, e siccome gli era sempre un gran da fare per le

guardie a impedire che dalle minaccie non si passasse ai fatti, fu

deciso di fare il gruppo senza di lui." Bellissima mi parve una madonna,

non so se del Berrugnete, di Iuan di Iuni, o dell'Hernandez, chè c'è

statue di tutti e tre; inginocchiata, colle mani giunte e gli occhi

volti al cielo, con una espressione di così disperato dolore, che muove

la pietà come una persona viva, e pare infatti, a pochi passi, viva;

così che, vedendola tutt'a un tratto, non si può trattenere

un'esclamazione di stupore "_Los ingleses_" mi disse la portinaia

(poichè i ciceroni si servono dei giudizi degli inglesi come di suggello

ai proprii, e qualche volta appioppan loro le più scipite stravaganze)

"_los ingleses dicen que no le falta mas que el habla_" (che non le

manca che la parola). Mi accomodai lietissimamente al parere degli

Inglesi, diedi alla portinaia i soliti _reales_, ed uscendo colla testa

piena d'immagini sanguinose, salutai il cielo allegro con un sentimento

insolito di piacere, come uno studente novizio all'uscire dalla sala

anatomica, dove abbia assistito alla prima autopsia.

Visitai il bel palazzo dell'Università, _la plaza Campo grande_, dove la

Santa Inquisizione accendeva i suoi roghi, ampia, allegra, cinta di

quindici conventi; qualche chiesa adorna di pitture di grido; e quando

cominciai ad accorgermi che le immagini delle cose vedute mi si

confondevano nella testa, misi in tasca la _Guida_, e m'incamminai verso

la piazza maggiore. Il medesimo feci in tutte le altre città: quando la

mente è stanca, il volerla forzare ancora all'attenzione, per quella

pedanteria di non mancare di riguardo alla _Guida_, sarà una bella prova

di costanza; ma nuoce a chi viaggia collo scopo di narrar poi le

impressioni delle cose viste. Poichè tutto non si può ritenere, val

meglio non confondere la memoria viva delle cose principali, con una

folla di ricordi vaghi delle cose di minor conto. Oltrechè non si serba

mai grata ricordanza d'una città nella quale ci si è fatto il capo come

un cestone.

Per cogliere l'aspetto vespertino della città, andai a passeggiare sotto

i portici, dove s'incominciavano ad illuminare le botteghe; e v'era un

viavai di soldati, di studenti, di ragazze, che sparivan nelle

porticine, volteggiavano intorno alle colonne, guizzavano di qua e di

là, sfuggendo alle mani impronte degl'insecutori avvolti nelle ampie

cappe; e frotte di ragazzi scorazzavano per la piazza empiendo l'aria di

grida sonore; e per tutto eran capannelli di _caballeros_, dai quali si

udivano tratto tratto i nomi del Serrano, del Sagasta e di Amedeo,

alternati colle parole _justicia, libertad, traicion, honra de España_,

e simili. Entrai in un ampissimo caffè pieno zeppo di studenti, e là

saziai, come direbbe uno scrittore scelto, il natural talento di cibo e

di bevanda. Ma poichè avevo un gran bisogno di discorrere, adocchiai due

studenti che sorbivano il caffè e latte al tavolino accanto, e senza far

tanti preamboli, diressi la parola ad uno: cosa naturalissima in Spagna,

dove si è sicuri di aver sempre una risposta cortese. I due studenti

s'avvicinarono, e lì i soliti discorsi che ognuno s'immagina: Italia,

Amedeo, università, Cervantes, andaluse, tori, Dante, viaggi; una

scorsa, insomma, alla carta geografica, alla storia letteraria e ai

costumi dei due paesi; poi un bicchier di vino di Malaga, e una stretta

di mano da amici.

O _caballeros_ di buona memoria, avventori di tutti i caffè, commensali

di tutte le tavole rotonde, vicini di scranna in tutti i teatri,

compagni di viaggio in tutte le strade ferrate della Spagna; voi che

tante volte, mossi da gentile pietà per uno straniero sconosciuto, che

scorreva con occhio malinconico l'_Indicatore delle Ferrovie_ o la

_Correspondencia española_, pensando alla famiglia, agli amici, alla

patria lontana, gli avete offerto, con amabile spontaneità, il

_cigarrito_, e dato appiglio a una conversazione, che gli ruppe il corso

dei mesti pensieri e lo lasciò rasserenato ed allegro; io vi ringrazio,

o _caballeros_ di buona memoria; chiunque foste, o carlisti, o

alfonsisti, o amedeisti, o liberali, vi ringrazio dal più profondo

dell'anima, in nome di tutti gl'Italiani che viaggiarono e di tutti

quelli che viaggeranno nel vostro caro paese; e giuro sull'eterno volume

di Michele Cervantes, che ogni qualvolta vi sentirò accusare di animo

feroce e di selvaggi costumi dai vostri civilissimi fratelli europei,

sorgerò a difendervi coll'impeto d'un andaluso e colla tenacia d'un

catalano, sin che mi resti tanta voce da gridare: Viva l'ospitalità!

Poche ore dopo mi trovavo in un carrozzone del treno che andava a

Madrid, e non era anche finito il fischio della partenza, che io mi

diedi un gran colpo della mano sulla fronte. Ahimè! era tardi; a

Valladolid avevo dimenticato di visitare la stanza dove morì Cristoforo

Colombo!

NOTE:

[2] Tre _molto_ e tre _poco_ distruggon l'uomo: molto parlare e poco

sapere, molto spendere e poco avere, molto presumere e nulla valere.

V.

MADRID.

Era giorno, quando uno dei miei vicini mi gridò nell'orecchio:

"_Caballero!_"--"Siamo a Madrid?" domandai svegliandomi. "Non ancora" mi

rispose "ma guardi!" Mi voltai verso la campagna e vidi lontano un mezzo

miglio, alle falde d'un alto monte, il convento dell'Escuriale,

illuminato dai primi raggi del sole. _Le plus grand tas de granit qui

existe sur la terre_, come lo chiamò un viaggiatore illustre, non mi

parve, a primo aspetto, quell'immenso edifizio che il popolo spagnuolo

considera come l'ottava meraviglia della terra. Nondimeno misi fuori il

mio:--_Oh!_--come altri viaggiatori che lo vedevano per la prima volta,

riserbando tutta la mia ammirazione al giorno che l'avrei visto da

vicino. Dall'Escurial a Madrid la strada ferrata attraversa una pianura

arida, che rammenta quella di Roma. "Non ha mai veduto Madrid, lei?" mi

domandò il vicino.--Risposi che no.--"_Parece imposible!_" esclamò il

buon Spagnuolo, e mi guardò in aria di curiosità, quasi dicendo fra

sè:--Oh vediamo un po' com'è fatto un uomo che non ha mai visto

Madrid!--Poi prese a enumerarmi le grandi cose che avrei veduto: che

passeggi! che caffè! che teatri! che donne! Per chi abbia un trecento

mila lire da spendere, non c'è di meglio di Madrid: è un gran mostro che

vive di patrimonii; se fossi in lei vorrei prendermi il gusto di

cacciargli in gola anche il mio.--Io premetti colla mano il mio floscio

portamonete, e mormorai:--Povero mostro!--"Ci siamo!" gridò lo spagnuolo

"guardi fuori!" Misi la testa fuor del finestrino. "Quello là è il

palazzo reale!" Vidi sopra un'altura una mole immensa; ma chiusi gli

occhi subito, perchè mi batteva il sole sul viso. Tutti s'alzarono, e

cominciò quel solito tramenío

«Di pastrani, di scialli e d'altri cenci,»

che impedisce quasi sempre la prima vista delle città. Il treno si

ferma; scendo, e mi trovo in una piazza piena di carrozze, in mezzo a

una folla rumorosa; cento mani si stendono sulla mia valigia, cento

bocche mi urlan nell'orecchio; è un casa del diavolo di facchini, di

carrozzai, di _ciceroni_, di fattorini di _casas de huespedes_, di

guardie, di ragazzi. M'apro il passo a colpi di gomito, mi caccio in un

_omnibus_ pieno di gente, e via. Si va su per uno stradone, si

attraversa una gran piazza, si infila una strada larga e diritta, si

arriva alla _Puerta del Sol_. È un colpo d'occhio stupendo! È una

vastissima piazza semicircolare, circondata di alti edifizi, nella

quale sboccano, come dieci torrenti, dieci grandi strade; e da ogni

strada una continua onda rumorosa di popolo e di carrozze; e tutto

quello che vi si vede è proporzionato alla vastità del luogo; i

marciapiedi larghi come vie, i caffè ampi come piazze, una vasca di

fontana grande come un lago; e in ogni parte una folla fitta e

mobilissima, un gridío assordante, un non so che di allegro e di festivo

nei volti, nei gesti, nei colori, che fa sì che non vi paia straniera nè

la gente, nè la città, e vi mette addosso una smania di mescervi in

quello strepito, di salutar tutti, di correr qua e là, piuttosto per

riconoscere cose e persone, che per vederle la prima volta. Scendo a un

albergo, n'esco subito, mi metto a girare per la città, alla ventura.

Non grandi palazzi, non antichi monumenti d'arte; ma strade spaziose,

pulite, gaie, fiancheggiate da case dipinte a vivi colori, interrotte da

piazze di mille forme diverse, quasi tracciate a caso, e in ogni piazza

un giardino, una fontana, una statuetta. Alcune strade in leggiera

salita, di modo che, entrandovi, si vede in fondo il cielo, e par che

sbocchino nell'aperta campagna; ma giunti sul punto più alto, un'altra

lunga strada si stende allo sguardo. Ad ogni poco, crocicchi di cinque,

sei, fino a otto vie, e qui un incrociarsi continuo di carrozze e di

gente; i muri coperti, per lunghi tratti, di cartelloni di spettacoli;

nelle botteghe, un va e vieni incessante; i caffè, stipati; in ogni

parte il brulichío d'una grande città. La strada d'Alcalà, larghissima,

da parer quasi una piazza rettangolare, divide Madrid per mezzo, dalla

_Puerta del Sol_ verso oriente, e sbocca in una vasta pianura, che si

stende lungo tutto un lato della città, e contiene giardini, passeggi,

piazze, teatri, circo di tori, archi trionfali, musei, palazzine,

fontane. Salgo in una carrozza, e dico al vetturino:--_Vuela!_--Passo

accanto alla statua del Murillo, risalgo per la strada Alcalà, infilo la

strada del Turco, dove fu assassinato il generale Prim; attraverso la

piazza delle Cortes, dove sorge la statua di Michele Cervantes; sbocco

nella piazza Maggiore, dove accendeva i suoi roghi l'Inquisizione; torno

addietro, e passo dinanzi alla casa di Lopez de Vega; riesco nella vasta

piazza d'Oriente in faccia al palazzo reale, dove si innalza la statua

equestre di Filippo IV in mezzo a un giardino circondato di quaranta

statue colossali; rimonto verso il centro, attraversando altre larghe

strade, e piazze allegre, e crocicchi pieni di gente; e ritorno

finalmente all'albergo dicendo che Madrid è grande, gaia, ricca,

popolosa e simpatica, e che la vorrò veder tutta, e starci un pezzo, e

godermela fin che lo consentano i registri di cassa e la mitezza della

stagione.

* * * * *

In capo a pochi giorni, un buon amico mi trovò una _Casa de huespedes_,

e mi ci andai a installare. Queste case di ospiti non son altro che

famiglie che dan da mangiare e da dormire a studenti, artisti,

forestieri, a prezzi differenti, si capisce, secondo come ci si dorme e

come si mangia; ma sempre a miglior prezzo che gli alberghi,

coll'inestimabile vantaggio che ci si respira un'aria di casa, ci si

stringono amicizie, e vi si è trattati piuttosto come gente della

famiglia che come dozzinanti. La padrona di casa era una buona signora

sulla cinquantina, vedova d'un pittore che aveva studiato a Roma, a

Firenze e a Napoli, ed aveva serbato per tutta la vita una ricordanza

grata e affettuosa d'Italia. Anch'essa, naturalmente, nutriva per il

nostro paese una vivissima simpatia, e me lo dimostrò coll'assistere

ogni giorno al mio desinare, raccontandomi vita, morte e miracoli di

tutti i suoi parenti e di tutti i suoi amici, come se fossi stato il

solo confidente ch'ella avesse in Madrid. Pochi spagnuoli intesi parlare

così spedito, così franco, e con tanta abbondanza di frasi, di motti, di

paragoni, di proverbi, di parole. Sui primi giorni ne fui sconcertato;

capivo poco; dovevo pregarla ogni momento di ripetere; non riuscivo a

farmi intendere sempre; m'accorsi in una parola, che studiando la lingua

sui libri, avevo sciupato di molto tempo a inzepparmi la testa di frasi

e di vocaboli che non occorrono quasi mai nella conversazione ordinaria;

mentre ne avevo lasciati da parte altri moltissimi, che sono

indispensabili. Dovetti dunque ricominciare a raccogliere, a notare, e

sopratutto a star sempre coll'orecchio teso per tirar profitto, quanto

potevo, dai discorsi della gente. E mi persuasi di questa verità: che si

può stare dieci anni, trenta, quaranta in una città straniera; ma che se

non si fa uno sforzo da principio, se per molto tempo non si continua a

studiare, se non si sta sempre, come diceva il Giusti, «con tanto

d'occhi aperti,» o non s'imparerà mai a parlare la lingua, o si parlerà

sempre male. Conobbi a Madrid degl'Italiani vecchi che stavano in Spagna

dalla loro prima giovinezza, e che parlavano lo spagnuolo da cani. Già,

non è punto, neanco per noi Italiani, una lingua facile, o per dir

meglio, presenta la grande difficoltà delle lingue facili: che non è

lecito parlarle meschinamente, perchè non è indispensabile parlarle per

farsi intendere. L'Italiano che vuol parlare spagnuolo in una

conversazione di gente colta, dove tutti lo capirebbero se parlasse

francese, bisogna che giustifichi il suo ardimento parlando con

scioltezza e con garbo. Ora la lingua spagnuola, appunto perchè molto

più affine alla nostra che la francese, è assai più difficile a parlarsi

presto, e per così dire, ad orecchio, senza dir degli spropositi; poichè

si dice, ad esempio, assai più facilmente _propre, mortuaire, délice_,

senza pericolo che ci scappi detto proprio, mortuario, delizia, di

quello che non si dica _propio, mortuorio, delicia_. Si casca

nell'italiano senza accorgersene, si inverte la sintassi ad ogni

istante, si ha sempre la propria lingua nell'orecchio e sulle labbra,

che ci inciampa, ci confonde, ci tradisce. Nè la pronunzia spagnuola ci

è men dura della francese; la _jota_ araba, facile a pronunciarsi

quand'è sola, è difficilissima quando ne cascan due in una parola, o

parecchie in una proposizione; la _zeta_ che si pronuncia come

pronunziano i blesi la _esse_, non si acquista che dopo un esercizio

lungo, ed anco paziente, perchè è un suono che sulle prime ci riesce

sgradevolissimo, e molti, anche sapendo, non lo voglion far sentire. Ma

se c'è una città in Europa dove si possa imparar bene la lingua del

paese, quella città è Madrid, e si può dir lo stesso di Toledo, di

Valladolid, di Burgos. Il popolo parla come i letterati scrivono; le

differenze di pronunzia fra la gente colta e la plebe dei sobborghi sono

leggerissime; e lasciando anche da parte quelle quattro città, la lingua

spagnuola è incomparabilmente più parlata, più comune, e perciò più

determinata, e per conseguenza più efficace nei giornali, sul teatro e

nella letteratura popolare, che la lingua italiana. V'è in Spagna il

dialetto valenziano, il catalano, il galliziano, il murciano, e

l'antichissima lingua delle provincie basche; ma si parla spagnuolo

nelle due Castiglie, nell'Aragona, nell'Estremadura, nell'Andalusia,

cioè in cinque grandi provincie. Il frizzo gustato a Saragozza è gustato

anche a Siviglia; la frase popolesca che colpisce la platea in un teatro

di Salamanca, ottiene lo stesso effetto in un teatro di Granata. Dicono

che la lingua spagnuola d'oggigiorno non è più quella del Cervantes, del

Quevedo, del Lopez de Vega; che la lingua francese l'ha imbastardita;

che Carlo V, se rivivesse, non direbbe più che è la lingua da parlarsi

con Dio; e che Sancho Panza non sarebbe più nè capito nè gustato. Ah!

chi per poco abbia bazzicato nelle gargotte e nei teatrucci dei

sobborghi, si accomoda a malincuore a quella sentenza!

Passando dalla lingua al palato, mi ci volle un po' di buona volontà per

abituarmi a certe salse e intingoli e basoffie della cucina spagnuola;

ma mi ci abituai. I Francesi, che in punto mangiare sono schizzinosi

come ragazzi mal avvezzi, ne gridano ira d'Iddio; il Dumas dice che in

Spagna ha patito la fame; in un libro sulla Spagna che ho sott'occhio, è

scritto che gli Spagnuoli non vivono che di miele, di funghi, d'uova e

di lumache. Son tutte corbellerie. Essi possono dire altrettanto della

cucina nostra: ho conosciuti molti spagnuoli ai quali il veder mangiare

maccheroni al sugo moveva lo stomaco. Impasticciano un po', abusano un

po' del grasso, condiscono un po' troppo forte; ma via, tanto da cavar

l'appetito al Dumas, compicciano. Son maestri, fra le altre cose, di

piatti dolci. Il loro _puchero_ poi, il piatto nazionale, mangiato tutti

i giorni, da tutti, in tutto il paese, dico la verità, lo divoravo con

una golosità rossiniana. Il _puchero_ è, rispetto all'arte culinaria,

quello che è rispetto alla letteratura un'antologia: c'è un po' di

tutto, e del meglio. Una buona fetta di lesso di vacca forma come il

nucleo del piatto; intorno, un'ala di pollo, un pezzo di _chorizo_,

lardo, erbaggi, prosciutto; sotto, sopra e in tutti gl'interstizi,

_garbanzos_. I buon gustai pronunziano con reverenza il nome di

_garbanzos_. Sono una specie di ceci, ma più grossi, più teneri, più

saporiti; ceci, direbbe uno stravagante, caduti quaggiù da qualche mondo

dove una vegetazione eguale alla nostra è fecondata da un sole più

potente. Codesto è il _puchero_ usuale; ma ogni famiglia lo modifica

secondo la borsa; il povero si contenta della carne e dei _garbanzos_;

il signore ci aggiunge cento bocconcini squisiti. In fondo, è piuttosto

un desinare che un piatto; e però moltissimi non mangiano altro; un buon

_puchero_ e una bottiglia di _Val de peñas_ posson bastare a

chicchessia. Non parlo degli aranci, dell'uva di Malaga, degli asparagi,

dei carciofi e d'ogni sorta di legumi e di frutti, che tutti sanno

essere in Spagna bellissimi e buonissimi. Cionondimeno, gli Spagnuoli

mangian poco; e benchè nella loro cucina predomini il pepe, la salsa

forte, la carne salata; benchè mangino dei _chorizos_, che, come dicon

essi, _levantan las piedras_, ossia bruciano gl'intestini; bevono

pochissimo vino. Dopo la frutta, invece di star lì a centellinare una

buona bottiglia, pigliano per lo più una tazza di caffè e latte, e

raramente bevon vino la mattina. Alle tavole rotonde degli alberghi non

ho mai veduto uno spagnuolo vuotar la bottiglia; ed io che la vuotavo,

ero guardato con aria di stupore, come un beone scandaloso. È raro,

nelle città di Spagna, anco nei giorni di festa, incontrare un ubriaco;

e per questo appunto, avuto riguardo al sangue focoso e al liberissimo

commercio che vi si fa dei coltelli e dei pugnali, seguon assai meno

risse con ferimenti e uccisioni, di quello che fuor di Spagna non si

creda.

Trovata la casa e la cucina, non mi restò più altro pensiero che quello

di zonzare per la città, colla _Guida_ in tasca e il sigaro di _tres

cuartos_ in bocca,

«...... mestier facile e piano.»

Spagna · 第 7 / 29 段