Prima di sera andai a vedere il luogo dove nacque il Cid; se non ci

avessi pensato io stesso, me lo avrebbero rammentato i ciceroni, chè per

tutto dove passavo mi mormoravano all'orecchio:--Resti del Cid; casa del

Cid; monumento del Cid.--Un vecchietto maestosamente avvolto nella sua

cappa, mi disse con aria di protezione: "_Venga Usted conmigo,_" e mi

fece salire su per una collina posta a cavaliere della città, sulla cima

della quale si vedono tuttora i resti d'un enorme castello, antica

dimora dei Re di Castiglia. Prima di giungere al monumento del Cid,

s'incontra un arco di trionfo, di stile dorico, semplice e grazioso,

fatto innalzare da Filippo II, in onore di Fernan Gonzales, nel luogo

stesso, si dice, ove sorgeva la casa in cui nacque il famoso capitano.

Un po' più oltre si trova il monumento del Cid, eretto nel 1784. È un

pilastro di pietra, poggiato sur un piedistallo in muratura, e

sormontato da uno scudo araldico, con questa iscrizione: «In questo

luogo sorgeva la casa, nella quale nacque l'anno 1026 Rodrigo Diaz di

Vivar, chiamato il _Cid campeador_. Morì in Valenza il 1099, e il suo

corpo fu trasportato nel monastero di San Pietro di Cardena presso

questa città.» Mentre leggevo queste parole, il cicerone mi espose una

leggenda popolare sulla morte dell'Eroe: "Quando il Cid morì," mi disse

con molta gravità, "nessuno rimase a custodire il suo cadavere. Un ebreo

entrò nella chiesa, si avvicinò alla bara e disse:--Ecco il grande Cid

al quale nessuno, fin che visse, ebbe il coraggio di toccare la barba;

io gliela tocco, e voglio vedere che mi può fare.--Così dicendo allungò

la mano; ma nello stesso punto il cadavere afferrò l'elsa della spada e

ne trasse un palmo fuori della guaina. L'ebreo gettò un grido e cadde a

terra tramortito; i preti accorsero, l'ebreo fu sollevato, tornò in sè e

raccontò il miracolo; allora tutti si volsero verso il Cid, e videro che

teneva ancora la mano sull'elsa in atteggiamento minaccioso. Dio non

aveva voluto che la salma del grande guerriero fosse contaminata dalla

mano d'un miscredente." Dicendo questo, mi guardò, e visto che non

facevo il menomo segno d'incredulità, mi condusse sotto un arco di

pietra, che doveva essere d'un'antica porta di Burgos, pochi passi

lontano dal monumento, e indicandomi una scanalatura orizzontale che si

vedeva nel muro a poco più d'un metro da terra, mi disse: "Questa è la

misura delle braccia del Cid, quand'era giovanetto, e veniva qui a

giuocare coi suoi compagni." E tese le braccia lungo la scanalatura per

farmi vedere quanto ce n'avanzava; poi volle che mi misurassi anch'io,

ed ero anch'io più corto; allora mi diede uno sguardo di trionfo e si

mosse per ritornare in città. Giunto in una strada solitaria, davanti

alla porta d'una chiesa, si fermò, e mi disse: "Questa è la chiesa di

Santa Agneda, dove il Cid fece giurare al re Don Alfonso VI di non aver

avuto parte nell'uccisione di suo fratello Don Sancho." Lo pregai di

dirmi tutta la storia: "Eran presenti" continuò "i prelati, i cavalieri,

gli alti personaggi dello Stato. Il Cid mise il Vangelo sull'altare, il

Re vi stese su la mano, e il Cid disse:--Re Don Alfonso, voi mi dovete

giurare che non vi siete macchiato nel sangue del re Don Sancho, mio

signore; e se giurate il falso prego Iddio che vi faccia perire per la

mano d'un vassallo traditore.--E il Re disse:--Amen;--ma cangiò di

colore. E il Cid ripetè:--Re Don Alfonso, voi dovete giurare che non

avete nè ordinata, nè consigliata la morte del re Don Sancho mio

signore; e se giurate il falso, possiate morire per la mano d'un

vassallo traditore!--E il re disse:--Amen;--ma cangiò una seconda volta

di colore. Dodici vassalli confermarono il giuramento del Re; il Cid gli

volle baciare la mano; il Re non glielo permise, e l'odiò da quel

momento per tutta la vita."--Soggiunse poi che un'altra tradizione

narrava non avere il re Don Alfonso giurato sul Vangelo, ma sul

chiavistello della porta della chiesa; che per molto tempo i viaggiatori

di tutti i paesi del mondo eran venuti ad ammirare quel chiavistello,

che il popolo gli attribuiva non so quali virtù soprannaturali, e che se

ne faceva tanto parlare in ogni parte, e gli si appioppavano tante e sì

strampalate favole, che il vescovo Don Fray Pascual fu costretto a farlo

togliere, come quello che creava una pericolosa rivalità di potere tra

la porta e l'altar maggiore.--Il cicerone non disse altro; ma ci sarebbe

da metter assieme dei bei volumi se si volessero raccogliere tutte le

tradizioni del Cid che corrono in Spagna. Nessun guerriero leggendario

fu mai più caro al suo popolo che questo terribile Rodrigo Diaz de

Vivar: la poesia ne ha fatto poco meno d'un dio; la sua gloria vive nel

sentimento nazionale degli Spagnuoli, come se fossero trascorsi, non

otto secoli, ma otto lustri dal tempo in che visse; il poema eroico che

da lui s'intitola, e che è il primo monumento della poesia della Spagna,

è ancora l'opera più possentemente nazionale della sua letteratura.

* * * * *

Sull'imbrunire me n'andai a passeggiare sotto i portici della piazza

maggiore, colla speranza di vedere un po' di gente; ma pioveva a

rovescio e tirava un vento maledetto, così che non ci trovai che qualche

gruppo di ragazzi, di operai e di soldati; e me ne tornai difilato

all'albergo. V'era arrivato la mattina stessa l'Imperatore del Brasile,

e doveva ripartire la notte per Madrid. Nella sala dove io desinai,

insieme ad alcuni spagnuoli, ai quali feci conversazione fino all'ora

della partenza, desinavano tutti i maggiordomi, cameriere, servitori,

staffieri e che so io, di sua maestà imperiale, seduti intorno ad una

gran tavola, che occupavano tutta. In vita mia non ho visto un più

strano gruppo di creature umane. C'eran dei visi bianchi, dei visi neri,

dei visi gialli, dei visi color di rame, con certi occhi e nasi e

bocche, da non trovarne gli uguali in tutta la raccolta del _Pasquino_

del Teja. E ognuno parlava una lingua diversa imbastardita: chi

l'inglese, chi il portoghese, chi il francese, chi lo spagnuolo;

qualcuno una mescolanza non mai più udita di tutte e quattro, aggiuntovi

parole, suoni e cadenze di non so che dialetti; e si capivano, e

discorrevano tutti insieme con confusione tale da far credere che

parlassero una sola arcana orrenda lingua di qualche terra selvaggia

ignorata dal mondo.

Prima di lasciare la Vecchia Castiglia, la culla della monarchia

spagnuola, avrei voluto veder Soria, fabbricata sulle rovine dell'antica

Numancia; Segovia, dall'immenso acquedotto romano; Sant'Idelfonso, il

delizioso giardino di Filippo V; Avila, la città natale di Santa Teresa;

ma fatte in fretta e in furia, prima di prendere il biglietto per

Valladolid, le quattro prime operazioni dell'aritmetica, dissi a me

stesso che in quelle quattro città non ci potevano essere grandi cose da

vedere, che le _Guide_ esagerano, che la fama fa le frangie, che val

meglio veder poco che molto, pur che quel poco si veda bene, e si

ritenga; ed altre profonde ragioni che rispondevano rigorosamente ai

dati dei miei calcoli e alle mire della mia ipocrisia.

Così partii da Burgos senz'aver visto proprio altro che monumenti,

ciceroni e soldati, poichè le castigliane, impaurite dalla pioggia, non

avevano osato avventurare i loro piedini nella strada; e mi rimase

perciò un ricordo quasi tristo di quella città, nonostante la pompa dei

suoi colori e la magnificenza della sua Cattedrale.

Da Burgos a Valladolid, la campagna è poco diversa che da Saragozza a

Miranda; sono ancora quelle pianure vaste e spopolate, cinte di colline

rossastre, dalle forme recise e dalle creste nude; quelle lande

solitarie, mute, inondate d'una luce ardente, che volgon la fantasia ai

deserti dell'Affrica, alla vita romita, al cielo, all'infinito, destando

nel cuore un sentimento inesprimibile di stanchezza e di malinconia. In

mezzo a quelle pianure, in quella solitudine, in quel silenzio, si

comprende la mistica natura del popolo delle Castiglie, la fede ardente

dei suoi re, le sacre ispirazioni dei suoi poeti, le estasi divine dei

suoi santi, le sue grandi chiese, i suoi grandi chiostri, e la sua

grande istoria.

IV.

VALLADOLID.

Valladolid _la rica_, come la dice il Quevedo, famosa dispensatrice di

raffreddori, era fra le città situate al nord del Tago, quella che più

vivamente io desiderava di vedere, benchè sapessi che non ci sono grandi

monumenti artistici, nè alcuna cosa moderna notevole. Avevo una

particolar simpatia pel suo nome, per la sua storia, e per il carattere,

che m'ero immaginato a mio modo, dei suoi abitanti; mi pareva che

dovess'essere una città signorile, allegra e studiosa; e non potevo

raffigurarmi le sue strade, che non vedessi passar di qui il Gongora, di

là il Cervantes, da un'altra parte Leonardo d'Argensola, e tutti gli

altri poeti e storici e dotti, che vivevan là quando c'era la splendida

Corte della monarchia. E pensando alla Corte, vedevo un confuso

avvicendarsi nelle vaste piazze della mia città simpatica, di

processioni sacre, di corse di tori, di pompe militari, di mascherate,

di balli, tutto il diavolío delle feste per la nascita di Filippo IV,

dall'arrivo dell'Ammiraglio inglese col corteo dei seicento cavalieri

fino all'ultimo banchetto dai famosi mille e duecento piatti di carne,

senza contare i non serviti, per dirla colla tradizion popolare. Arrivai

di notte, scesi al primo albergo e m'addormentai col pensiero delizioso

che mi sarei svegliato in una città sconosciuta.

E lo svegliarsi in una città sconosciuta, quando ci si è andati per

elezione, è infatti un piacere vivissimo. Quel pensare che dal momento

che uscirete di casa fino a quando ci tornerete la notte, non farete che

passare di curiosità in curiosità, e di soddisfazione in soddisfazione;

che tutto quello che vedrete vi riuscirà nuovo, e che ad ogni passo

imparerete qualcosa, e che ogni cosa vi s'imprimerà nella memoria per

tutta la vita; che sarete tutta la giornata libero come l'aria e allegro

come un uccello, senza un pensiero al mondo, fuor di quello di

divertirvi; che divertendovi, gioverete nello stesso punto alla salute

del corpo, dell'animo e dell'intelletto; che il termine, finalmente, di

tutti questi piaceri, invece di avere per voi qualcosa di malinconico

come la sera dei dì di festa, non sarà che il principio d'un'altra serie

di diletti, che vi accompagnerà da quella città ad un'altra, da questa a

una terza, e via via, per uno spazio di tempo al quale la vostra

fantasia si compiace di non assegnare confini; tutti questi pensieri,

dico, che vi si affacciano alla mente in folla, nel punto che aprite gli

occhi, vi danno una cosiffatta scossa di gioia, che prima di

avvedervene, vi trovate ritto in mezzo alla stanza, col cappello in

testa e la Guida tra le mani.

Andiamo dunque a godere Valladolid.

Ahimè! quanto mutata dai bei tempi di Filippo III! La popolazione, che

fu già di centomil'anime, è ora ridotta a poco più di ventimila; nelle

strade principali fanno un po' di comparita gli studenti dell'Università

e i viaggiatori che passano per andare a Madrid; le altre strade sono

morte. È una città che fa l'effetto d'un gran palazzo abbandonato, nel

quale si vedono ancora qua e là traccie di bassorilievi, di dorature e

di mosaici, e nelle sale di mezzo alcune famiglie di povera gente, a cui

la solitaria vastità dell'edifizio ispira malinconia. Molte piazze

spaziose, qualche antico palazzo, case in rovina, conventi vuoti, lunghe

strade erbose e deserte; tutti gli aspetti, insomma, d'una gran città

decaduta. Il più bel punto è la piazza Maggiore, vasta, cinta

tutt'intorno da un porticato sostenuto da grandi colonne di granito

azzurrognolo, sulle quali s'alzan le case, tutte di tre piani, munite di

tre ordini di terrazzini lunghissimi, dove si dice che starebbero

comodamente sedute ventiquattro mila persone. Il porticato si stende

ancora ai due lati d'una larga strada che sbocca nella piazza, e qui e

in altre due o tre strade vicine è la maggiore frequenza della gente.

Era giorno di mercato; sotto i portici e sulla piazza formicolava una

folla di contadini, di erbivendole, di merciai; e poichè a Valladolid si

parla il castigliano con proprietà mirabile di forma e di pronunzia, io

mi misi a bighellonare fra le ceste d'insalata e i mucchi degli aranci,

per cogliere a volo i motti e i suoni della bellissima lingua. Mi

ricordo, tra gli altri, d'un curioso proverbio detto da una donna

stizzita a un giovinastro che facea lo smargiasso: "_Sabe Usted,_" gli

disse piantandosegli davanti, "_lo que es que destruye al hombre?_" Mi

fermai e tesi l'orecchio: "_Tres muchos y tres pocos: Mucho hablar y

poco saber, Mucho gastar y poco tener, Mucho presumir y nada valer._"[2]

E mi parve di sentire una gran differenza tra le voci di quella gente e

le voci dei Catalani: qui più limpide e più argentine, ed anco il

gestire più gaio, e l'espressione dei volti più vivace; benchè nulla

ancora di particolare nelle fisonomie e nei colori; e il vestire punto

differente da quello delle nostre plebi del nord. E appunto nella piazza

di Valladolid m'accorsi per la prima volta che dacchè ero entrato in

Spagna non avevo ancora visto una pipa! Gli operai, i contadini, i

poveri, tutti fumano il _cigarrito_; e c'è da ridere a veder certi omoni

tarchiati e baffuti andar attorno con quel cosino microscopico in bocca,

mezzo nascosto dai peli; e fumarlo diligentissimamente fino all'ultimo

filo di tabacco, fino a non aver più che una scintilla moribonda sul

labbro di sotto; e questa ancora tenerla lì, come una goccia di

liquore, fin che ne sputan la cenere, coll'aria di chi fa un sacrifizio.

E d'un'altra cosa m'accorsi, che osservai pure in seguito, per tutto il

tempo che rimasi in Ispagna: non ho mai sentito fischiare.

Dalla piazza Maggiore mi recai alla piazza di San Paolo, vasta ed

allegra piazza, nella quale è l'antico palazzo reale. La facciata non è

notevole, nè per grandiosità, nè per bellezza: mi affacciai alla porta,

e prima di provare un senso d'ammirazione per la maestà del luogo, ne

provai uno di tristezza per il silenzio sepolcrale che vi regnava. Non

v'è cosa che produca una impressione più vicina a quella d'un

camposanto, che la vista d'una reggia abbandonata, appunto perchè ivi è

forte e vivo, più che in ogni altro luogo, il contrasto tra i ricordi

che desta e lo stato in cui si trova. O superbi cortei di cavalieri

piumati, o splendidi conviti, o godimenti febbrili d'una prosperità che

pareva eterna! Dinanzi a questi vuoti sepolcri, è un piacere nuovo

quello di tossire un po', come qualche volta fanno i malati per prova, e

sentir ripetere dall'eco la vostra voce robusta, che v'assicura che

siete giovani e sani. Nell'interno del palazzo è un ampio cortile,

circondato di busti a mezzo rilievo che rappresentano gl'imperatori

romani; una bella scala, e spaziose gallerie al piano superiore. Tossii,

e l'eco mi rispose:--Che salute!--ed uscii confortato. Un portinaio

sonnecchiante mi accennò sulla medesima piazza un altro palazzo, al

quale non avevo badato, e mi disse che in quello era nato _el gran rey

Felipe segundo_, dal quale Valladolid ricevette il titolo di città;

"_Usted sabe, Felipe segundo, hijo de Carlo quinto, padre de..._"--"_Lo

sé, lo sé;_" m'affrettai a rispondere per salvare il _realito_, e dato

un sinistro sguardo al sinistro palazzo, m'allontanai.

Di fronte al palazzo reale è il Convento dei Domenicani di San Paolo,

con una facciata di stile gotico, così ricca, stracarica di statuette,

di bassorilievi, d'ornamenti d'ogni maniera, che basterebbe la metà ad

abbellire un vasto palazzo. In quel punto vi batteva su il sole, e

l'effetto era stupendo. Mentre io stavo contemplando a mio bell'agio

quel labirinto di scultura, dal quale lo sguardo, una volta cadutovi,

par che non possa più uscire; un accattoncino di sette o ott'anni ch'era

seduto in un angolo lontano della piazza, si spicca dal suo posto _come

da corda cocca_, e si slancia verso di me, gridando con voce tenera e

affannosa: «_Señorito! Señorito! que le quiero á Usted mucho!_» (ch'io

le voglio molto bene). Questa è nuova, pensai, che i poveri facciano

delle dichiarazioni d'amore. Mi si venne a piantare dinanzi, e io gli

domandai:

"_Porqué me quieres?_"

"_Porque_" mi rispose con franchezza "_Usted me da una limosnita._"

"E perchè ti debbo dare una _limosnita_?"

"_Porque...._" rispose esitando; poi risoluto, col tuono di chi ha

trovato una buona ragione: "_Porque usted tiene el libro._"

La guida che avevo sotto il braccio! Ma vedete se bisogna proprio

viaggiare per sentirne delle nuove! Io avevo la guida, la guida l'hanno

i forestieri, i forestieri fanno la limosina, dunque io dovevo far la

limosina a lui; tutto questo ragionamento sottinteso invece di dire:--Ho

fame.--Mi piacque la speciosità del trovato, e misi nella mano del

profondo ragazzo i pochi _cuartos_ che mi trovai nelle tasche.

Svoltando in una strada accanto, vidi la facciata del Collegio

domenicano di San Gregorio, pure gotica, e più grandiosa e più ricca di

quella di San Paolo. Poi, di strada in strada, giunsi fino alla piazza

della Cattedrale. Nel punto che sbocco nella piazza, incontro una

spagnolina graziosissima, alla quale si sarebbero potuti applicare quei

due versi dell'Espronceda:

«Y que yo la he de querer

Por su paso de andadura.»

o il nostro «non era l'andar suo cosa mortale» che è la grazia suprema

delle donne spagnuole. Aveva nell'andatura quei mille sfuggevoli guizzi

e mollissimi ondeggiamenti, che l'occhio non iscorge a uno a uno, nè la

memoria ritiene, nè la parola esprime; ma che formano tutti insieme

quello che ha di più seducentemente femminino la donna. Qui mi trovai in

un imbarazzo; vedevo in fondo alla piazza la gran mole della Cattedrale,

e la curiosità mi stimolava a guardare la mole; vedevo, pochi passi

davanti a me, quella personcina, e una curiosità non meno viva mi

costringeva a guardare la personcina; e non volendo perdere nè il primo

colpo d'occhio della Chiesa, nè la fugace vista della donna, correvo

cogli occhi dal visino alla cupola e dalla cupola al visino, con sì

affannosa avidità, che la bella sconosciuta dovette credere certamente

ch'io avessi scoperto una qualche corrispondenza di linee, o qualche

legame misterioso di simpatia fra lei e l'edifizio; perchè si volse a

guardar la chiesa essa pure, e passandomi accanto sorrise.

La Cattedrale di Valladolid, benchè non finita, è una delle più vaste

cattedrali della Spagna: è una imponente massa di granito, che produce

nell'animo d'un incredulo un effetto simile a quello della chiesa del

_Pilar_ di Saragozza. Al primo entrare, si vola col pensiero alla

Basilica di San Pietro: è un'architettura grandiosa e semplice, che

riceve dal color fosco della pietra come un riflesso di mestizia; le

pareti son nude, le cappelle buie, gli archi, i pilastri, le porte, ogni

cosa gigantesco e severo; è una di quelle cattedrali che fan balbettar

la preghiera con un senso di terrore segreto; non avevo ancora visto

l'Escurial, ma ci pensai; è opera, in fatti, dello stesso architetto; la

chiesa fu lasciata incompiuta per dar opera alla costruzione del

convento; e visitando il convento si ricorda la chiesa. A destra

dell'altar maggiore, in una piccola cappella, sorge la tomba di Pietro

Ansurez, signore e benefattore di Valladolid, e al di sopra del

monumento è deposta la sua spada. Ero solo nella chiesa, e sentivo

echeggiare il mio passo; mi prese tutt'a un tratto un senso di freddo

acuto e non so che fanciullesco timore; volsi le spalle alla tomba ed

uscii.

Uscendo, incontrai un prete e gli domandai dov'era la casa che

aveva abitato il Cervantes. Mi rispose ch'era nella strada Cervantes e

m'indicò da qual parte dovevo passare; lo ringraziai, mi domandò s'ero

straniero, risposi di sì; "_de Italia?_"--"_de Italia._" Mi diede

un'occhiata da capo a piedi, si levò il cappello e tirò via per

la sua strada. Mi mossi anch'io, in senso opposto, e mi venne

un'idea:--Scommetto che s'è fermato per vedere com'è fatto un carceriere

del Papa;--mi voltai, ed egli era proprio là immobile in mezzo alla

piazza, che mi guardava con tanto d'occhi. Non potei trattenermi dal

ridere e scusai il riso con un saluto: "_Beso a usted la mano!_" ed egli

a me: "_Buenos dias!_" e tirò via; ma deve aver soggiunto, non senza

meraviglia, che, per essere un Italiano, non avevo poi tanto la faccia

di farabutto. Attraversai due o tre strade strette e silenziose, e

riuscii nella strada Cervantes, lunga, diritta, fangosa, fiancheggiata

da case meschine. Andai per un pezzo non incontrando che qualche

soldato, qualche criada, e qualche mulo, e guardando qua e là pei muri

in cerca dell'iscrizione:--_A qui vivió Cervantes_ ec.;--ma non trovai

nulla. Giunto in fondo, mi trovai nell'aperta campagna; non c'era anima

viva; stetti un po' là a guardare intorno, poi tornai. M'imbattei in un

mulattiere, e gli domandai: "_Donde está la casa que vivió Cervantes?_"

Per tutta risposta diede una sfruconata al mulo, e tirò innanzi.

Interrogai un soldato: mi mandò in una bottega. Nella bottega interrogai

una vecchia: non mi capì, credette ch'io volessi comprare il _Don

Chisciotte_, mi mandò da un libraio. Il libraio, che volea fare il

saputello, e non sapeva risolversi a dirmi che della casa del Cervantes

non aveva notizia, mi si mise a batter la campagna, parlando della vita

e delle opere del _milagroso escritor_; così che in somma delle somme me

ne dovetti andare pei fatti miei senza aver visto nulla. Eppure si

dev'esser serbata memoria di quella casa (e certo, se l'avessi meglio

cercata, l'avrei rinvenuta), non solo perchè il Cervantes l'abitò, ma

perchè seguì là un fatto, del quale tutti i suoi biografi fanno

menzione. Poco tempo dopo la nascita di Filippo IV, essendosi

incontrati, una notte, un cavaliere della Corte e uno sconosciuto,

vennero, non si sa perchè, a parole, misero tutti e due mano alle spade,

si batterono, e il cavaliere fu ferito mortalmente. Il feritore se la

svignò; il ferito, tutto intriso di sangue, corse a chieder soccorso ad

una casa vicina. Abitavano in quella casa il Cervantes colla sua

famiglia, e la vedova d'un rinomato scrittor di cronache, con due

figliuoli. Uno di questi accorse, alzò da terra il ferito, e chiamò il

Cervantes, ch'era già a letto. Il Cervantes scese, e aiutò l'amico a

portare il cavaliere in casa della vedova. Due giorni dopo morì. Se ne

mischiò la giustizia, si cercò di scoprir la cagione del duello, si

credette che i due campioni facessero la corte tutti e due alla figlia

o alla nipote del Cervantes: tutta la famiglia fu messa in gattabuia.

Dopo non molto tempo vennero lasciati in libertà, e non si seppe più

altro. Ma anche questa doveva capitare al povero autore del _Don

Chisciotte_, perchè potesse proprio dire d'averne avuta una per sorte!

In quella stessa strada Cervantes, mi son goduto una scenetta che mi

compensò a mille doppi di non aver trovato la casa. Passando davanti a

una porta, sorpresi al piè d'una scala una castiglianina, di dodici o

tredici anni, bella come un angioletto, la quale teneva fra le braccia

un bambino. Non trovo parole abbastanza delicate e gentili per

descrivere l'atto ch'ella faceva! Una infantile curiosità delle dolcezze

dell'amor materno l'aveva soavemente tentata; i bottoni del suo

camiciotto erano usciti pian piano dagli occhielli, l'un dopo l'altro,

sotto la pressione d'un ditino tremante; era sola, non sentiva rumor

nella strada, aveva nascosto la mano nel seno; allora, forse, era

rimasta un momento perplessa; ma data un'occhiata al bambino, e sentito

rinascere il coraggio, aveva fatto un leggero sforzo colla mano

nascosta, e aveva messo fuori quello che poteva; e tenendo schiusi i

labbruzzi al bambino coll'indice e col medio, gli diceva con tenerezza:

"_Héla aqui_" (eccola qui), e aveva il volto color di foco, e un sorriso

dolcissimo negli occhi. Sentito il mio passo, gettò un grido, e

scomparve.

Spagna · 第 6 / 29 段