attraversare tre o quattro piccole sale fin che s'arrivò a una stanza
dove tutti e tre ci fermammo. "Ecco _los restos_," disse la donna
accennando una specie di cofano posto sur un piedistallo in mezzo alla
stanza. Mi avvicinai, essa alzò il coperchio, io guardai dentro. Vi eran
due scompartimenti, in fondo ai quali si vedevan alcune ossa
ammonticchiate, che parevan frantumi di mobili vecchi. "Queste," disse
la portinaia "sono le ossa del Cid, e quest'altre le ossa di Ximene, sua
moglie."--Presi in mano uno stinco dell'uno e una costola dell'altra,
li guardai, li palpai, li rigirai; ma non riuscendo a raccappezzare la
fisonomia nè del marito nè della moglie, li rimisi. Allora la donna mi
accennò una scranna di legno mezzo disfatta appoggiata alla parete, e
un'iscrizione che diceva essere quella la scranna sulla quale sedettero
i primi giudici di Castiglia _Nunius Rasura_, _Calvoque Lainus_,
trisavoli del Cid; il che vuol dire che quel prezioso mobile sta ritto
in quel medesimo posto dalla bellezza di novecent'anni. L'ho in questo
momento dinanzi agli occhi, disegnato nel mio quaderno, a linee
serpeggianti; e mi pare ancora di sentire la buona donna che mi domanda:
"_Es Usted pintor?_" e mi mette il mento sulla matita per ammirare il
mio capolavoro. Nella stanza accanto mi mostrò un braciere della stessa
anzianità della scranna, e due ritratti, l'uno del Cid e l'altro di
Ferdinando Gonzales, primo conte di Castiglia, tutti e due così confusi
e slavati, da non porger l'immagine delle persone, meglio che gli
stinchi e le costole dei due illustri consorti.
Dal palazzo municipale fui condotto sulla riva dell'Arlanzon, in una
spaziosa piazza con giardino, fontane e statue, circondata da graziosi
edifizii nuovi. Di là dal fiume è il borgo Bega, più oltre le aride
colline che dominano la città, ad un'estremità della piazza la porta
monumentale di Santa Maria, che fu innalzata in onore di Carlo V, ornata
delle statue del Cid, di Fernando Gonzales, dell'Imperatore. Al di là
della porta appaiono le guglie maestose della Cattedrale. Pioveva, ero
solo in mezzo alla piazza, e senza ombrello; alzai gli occhi a una
finestra, e vidi una donna che mi parve una _criada_, che mi guardava e
rideva, come per dire:--Chi è quel matto?--Colto così all'improvviso,
rimasi un po' sconcertato, e fatta meglio un po' di faccia indifferente,
me n'andai per la via più corta verso la Cattedrale.
La Cattedrale di Burgos è uno dei più vasti, più belli e più ricchi
monumenti della Cristianità. Dieci volte scrissi in capo alla pagina
queste parole, e dieci volte mi mancò il coraggio di proseguire, tanto
mi sento inetto e meschino, paragonando le forze della mia mente alle
difficoltà della descrizione.
La facciata è sur una piccola piazza, dalla quale si può abbracciare
collo sguardo una parte dell'immenso edificio; dagli altri lati,
ricorrono strade tortuose e strette, che impediscono la vista. Da tutti
i punti del tetto smisurato s'alzano guglie snelle e graziose,
sopraccariche di ornamenti di color calcareo fosco, sporgenti oltre i
più alti edifizi della città. Sul dinanzi, a destra e a sinistra della
facciata, sorgono due campanili acuti, coperti di sculture dalla base
alla cima, traforati, cesellati, ricamati, con una delicatezza e una
grazia che innamora. Più in là, verso il punto di mezzo della chiesa,
sorge una torre straricca, essa pure, di bassorilievi e di fregi. E
sulla facciata, sugli spigoli dei campanili, a tutti i piani, sotto
tutti gli archi, da tutti i lati, una moltitudine innumerevole di statue
d'angeli, di martiri, di guerrieri, di principi, così fitte, così varie
d'atteggiamenti, e poste in così netto rilievo dalle forme leggiere
dell'edifizio, da presentar quasi allo sguardo un'apparenza di vita,
come d'una legione celeste posta a guardia del monumento. A risalir
cogli occhi su per la facciata, fino al vertice delle guglie esterne,
abbracciando a poco a poco tutta quell'armoniosa leggiadria di linee e
di colori, si prova un senso dolcissimo come a sentire una musica che si
elevi gradatamente da un'espressione di raccolta preghiera fino
all'estasi d'un'ispirazione sublime. Prima ch'entriate nella chiesa, la
vostra immaginazione spazia già fuori della terra.
Entrate... Il primo moto che si desta in voi è un improvviso
ringagliardimento di fede, se l'avete; è uno slancio dell'anima verso la
fede, s'ella vi manca. Non vi pare possibile che quella smisurata mole
di pietra sia un'opera vana della superstizione degli uomini; vi pare
che affermi, che provi, che comandi qualcosa; vi fa l'effetto come d'una
voce sovrumana che gridasse alla terra:--Sono!--vi solleva e vi
schiaccia ad un tempo, come una promessa e una minaccia, come un
bagliore di sole e uno scoppio di tuono. Prima di cominciare a guardare,
provate il bisogno di ravvivar nel cuor vostro le scintille moribonde
dell'amore divino; il sentirvi straniero dinanzi a quel miracolo di
ardimento, di genio e di lavoro, vi umilia; il timido _no_ che vi suona
in fondo all'anima, muore come un gemito sotto il sì formidabile che vi
rimbomba sul capo. Prima girate gli occhi intorno vagamente, cercando i
confini dell'edifizio, che il coro e i pilastri enormi vi nascondono;
poi il vostro sguardo si slancia su per le colonne e gli archi
altissimi, e riscende risale e ricorre rapidissimamente le infinite
linee che s'inseguono, s'incrociano, si rispondono, si perdono, come
razzi incrociantisi nello spazio, su per le vôlte grandiose; e il cuore
vi gode in quell'affannosa ammirazione, come se tutte quelle linee
uscissero dalla vostra mente ispirata nell'atto stesso che le percorrete
cogli occhi; e poi vi assale ad un tratto come uno sgomento, una
tristezza che il tempo non vi basti a considerare, l'ingegno a
comprendere, la memoria a ritenere le innumerevoli maraviglie che da
ogni parte travedete, affollate, ammontate, abbarbaglianti, che
piuttosto che dalla mano degli uomini, si direbbero uscite, come una
seconda creazione, dalla mano di Dio.
La chiesa appartiene all'ordine chiamato gotico, dell'epoca del
Rinascimento; è divisa in tre lunghissime navate, attraversate per mezzo
da una quarta, la quale separa il coro dall'altar maggiore. Sopra lo
spazio compreso tra l'altare e il coro, s'innalza una cupola, formata
dalla torre che si vede di sulla piazza. Voi volgete gli occhi in su, e
restate un quarto d'ora a bocca aperta: è un visibilio di bassorilievi,
di statue, di colonnine, di finestrelle, d'arabeschi, d'archi sospesi,
di sculture aeree, armonizzate in un disegno grandioso e gentile, la cui
prima vista mette un tremito e fa sorridere, come l'improvviso
accendersi, scoppiettare e risplendere d'un immenso foco artificiale.
Mille vaghe immagini di paradiso che rallegrarono i nostri, sogni
infantili si spiccano tutte insieme dalla mente estatica, e volteggiando
su su come uno stuolo di farfalle si vanno a posare sui mille rilievi
dell'altissima vôlta, e girano, e si confondono, e il vostro sguardo le
segue come se le vedesse davvero, e il cuore vi batte, e vi fugge dal
petto un sospiro.
Se dalla cupola volgete lo sguardo intorno, vi si offre uno spettacolo
anche più stupendo. Le cappelle son altrettante chiese per vastità, per
varietà, per ricchezza. In ognuna è seppellito un principe, o un
vescovo, o un grande; la tomba è nel mezzo, e v'è stesa su la statua
rappresentante il sepolto, col capo appoggiato sur un origliere e le
mani giunte sul petto; i sacerdoti vestiti dei loro abiti più pomposi, i
principi delle loro armature, le donne delle loro vesti di gala. Tutte
coteste tombe son ricoperte di un ampio panno che ricasca dai lati e che
assecondando i rilievi angolosi delle statue, fa parer che ci siano
sotto davvero le membra irrigidite d'un corpo umano. Da qualunque parte
uno si volga, vede lontano, fra gli smisurati pilastri, dietro i ricchi
cancelli, all'incerto chiarore che scende dalle altissime finestre, quei
mausolei, quei drappi funebri, quei rigidi profili di cadaveri.
Avvicinandosi alle cappelle, si resta sbalorditi dalla profusione delle
sculture, dei marmi, degli ori che ne adornano le pareti, le vôlte, gli
altari: ogni cappella racchiude un esercito d'angeli e di santi scolpiti
nel marmo, nel legno, dipinti, dorati, vestiti; in qualunque punto del
pavimento il vostro sguardo si fermi, è spinto su di bassorilievo in
bassorilievo, di nicchia in nicchia, di rabesco in rabesco, di dipinto
in dipinto, fino alla vôlta, e dalla vôlta, per un'altra catena di
sculture e di pitture, ricondotto al pavimento. Da qualunque lato
volgiate il viso, incontrate occhi che vi guardano, mani che vi
accennano, teste di cherubini che fan capolino, svolazzetti che par che
s'agitino, nuvole che par che salgano, soli di cristallo che par che
tremolino; una varietà infinita di forme, di colori, di riflessi, che
v'abbagliano gli occhi e vi confondon la testa.
Non basterebbe un volume a descrivere tutti i capolavori di scultura e
di pittura che son sparsi in questa immensa cattedrale. Nella sagrestia
della cappella del Conestabile di Castiglia è una bellissima Maddalena
attribuita a Leonardo da Vinci; nella cappella della Presentazione una
Vergine attribuita a Michelangelo, in un'altra una Santa Famiglia
attribuita ad Andrea del Sarto. Di nessuno dei tre quadri si conosce
sicuramente l'autore; ma quando vidi tirar la cortina che li copriva, e
udii proferire con voce riverente quei nomi, mi corse un brivido dalla
testa ai piedi. Provai per la prima volta in tutta la sua forza quel
sentimento di gratitudine che dobbiamo ai grandi artisti, che resero il
nome d'Italia riverito e caro nel mondo; compresi per la prima volta
ch'essi non sono solamente illustratori, ma benefattori della loro
patria; e non solo di chi ha intelletto per comprenderli ed ammirarli,
ma anche di chi sia cieco alle opere loro, anche di chi non li curi, o
gl'ignori. Perchè a chi manca il sentimento del bello, non manca
l'orgoglio nazionale, e chi non sente neppur questo, sente almeno
l'orgoglio suo, e gode nel profondo dell'anima quando non foss'altri che
un sagrestano, all'udirgli dire: nacqui in Italia... gli sorride e si
rallegra; e di quel sorriso e del suo godimento ei va debitore ai grandi
nomi che non gli toccavan l'anima prima di uscir dai confini del suo
paese. Quei grandi nomi l'accompagnano e lo proteggono, dovunque ei
vada, come indivisibili amici; lo fan parere meno straniero fra gli
stranieri; gli spargono intorno al viso un riflesso luminoso della loro
gloria. Quanti sorrisi, quante strette di mano, quante parole cortesi di
gente ignota dobbiamo a Raffaello, a Michelangiolo, all'Ariosto, al
Rossini!
Chi vuol vedere cotesta Cattedrale in un giorno bisogna che passi
dinanzi ai capolavori correndo. La porta scolpita che dà nel chiostro ha
fama di essere, dopo le porte del Battistero di Firenze, la più bella
del mondo; dietro l'altar maggiore è uno stupendo bassorilievo di
Filippo di Borgogna, rappresentante la Passione di Cristo, una
composizione immensa, a cui si direbbe non possa esser bastata la vita
d'un uomo; il coro è un vero museo di scultura d'una ricchezza
prodigiosa; il claustro è pieno di tombe con su statue distese, e
intorno una profusione di bassorilievi; nelle cappelle, intorno al coro,
nelle sale della sagrestia, per tutto quadri dei più grandi artisti
spagnuoli, statuette, colonne, ornamenti; l'altar maggiore, gli organi,
le porte, le scale, le inferriate, ogni cosa è grande e magnifico, e
desta e schiaccia nello stesso punto l'ammirazione. Ma a che pro
aumentar parole su parole? La più minuta descrizione potrebbe dare
un'immagine viva della cosa? E quando avessi scritto una pagina per ogni
quadro, per ogni statua, per ogni bassorilievo, sarei riuscito forse a
destare nell'animo altrui, solo per un istante, la commozione che io
provai?
Un sagrestano mi si avvicinò, e mi mormorò nell'orecchio, come se mi
rivelasse un segreto:
"Vuol vedere il Cristo?"
"Qual Cristo?"
"Eh!" rispose "si sa, quel famoso!"
Il famoso Cristo della cattedrale di Burgos, che sanguina tutti i
venerdì, merita un cenno particolare. Il sagrestano vi fa entrare in una
cappella misteriosa, chiude le imposte delle finestre, accende due
candele sull'altare, tira un cordoncino, una tenda corre, e il Cristo è
là. Se al primo vederlo non pigliate la fuga, siete anime forti: un
cadavere vero piantato sulla croce non vi metterebbe più orrore. Non è
una statua, come le altre, di legno dipinto; è di pelle, si dice che è
una pelle umana, imbottita; ha dei veri capelli e sopracciglia e ciglia
e barba di pelo; i capelli intrisi di sangue, rigato di sangue il petto,
le gambe, le mani; le piaghe che paion vere piaghe, il color della
pelle, la contrazione del viso, l'atteggiamento, lo sguardo, ogni cosa
terribilmente vera; direste che a toccarlo si deve sentire il tremito
delle membra e il calor del sangue; vi par che le sue labbra si muovano,
e stia per uscirne un lamento; non potete reggere lungo tempo a quella
vista; vostro malgrado, torcete il viso, e dite al sagrestano:--Ho
veduto!--
Dopo il Cristo, bisogna vedere il celebre cofano del Cid. È un cofano
sdrucito e tarlato, appeso ad una parete in una sala della sagrestia. La
tradizione narra che il Cid portava seco questo cofano nelle sue guerre
contro i Mori, e che i sacerdoti se ne servivano come d'altarino per
celebrare la messa. Un giorno, trovandosi colle tasche vuote, il
formidabile guerriero riempì il cofano di sassi e di ferramenti, lo fece
portar da un ebreo usuraio, e gli disse:--Il Cid ha bisogno di denaro;
potrebbe vendere i suoi tesori, non vuole; dategli il danaro che gli
occorre, egli ve lo renderà fra breve cogl'interessi del novantanove per
cento, e lascia intanto come pegno nelle vostre mani questo cofano
prezioso che racchiude la sua fortuna. Ma ad un patto: che voi gli
giuriate che non l'aprirete prima ch'ei v'abbia restituito l'aver
vostro: v'è un segreto che non può esser noto ad altri che a Dio e a me:
decidete.--O sia che gli usurai d'allora riponessero maggior fiducia
negli ufficiali dell'esercito, o avessero un'oncia di più di
minchioneria che quelli d'adesso, il fatto è che l'usuraio del Cid
accettò la proposta, prestò il giuramento e diede il denaro. Se il Cid
si sia più fatto vivo, non so; e neanche se l'ebreo abbia dato querela;
il fatto è che il cofano c'è ancora, e che il sagrestano vi racconta
celiando la cosa, senza sospettare neanco per ombra che sia una
gherminella da briccone bollato, piuttosto che una burletta ingegnosa da
galantuomo faceto.
Prima di uscir dalla Cattedrale bisogna farsi raccontare da un
sagrestano la famosa leggenda di Papa-moscas. Papa-moscas è un fantoccio
di grandezza naturale, posto nella cassa d'un orologio, al di sopra
della porta, nell'interno della chiesa. Una volta, come i celebri
fantocci dell'orologio di Venezia, al primo tocco delle ore, usciva
fuori del suo nascondiglio, e ad ogni tocco gettava un grido e faceva un
gesto stravagante, del che i fedeli pigliavano un grandissimo diletto, i
ragazzi ridevano, le funzioni religiose erano turbate. Un vescovo
severo, per metter fine allo scandalo, fece recider non so che nervi a
Papa-moscas, e d'allora in poi egli rimase immobile e muto. Ma non per
questo si cessò di parlar dei fatti suoi e a Burgos, e in tutta la
Spagna, ed anche fuori di Spagna. Papa-moscas era una creatura di Enrico
III; e di qui vien la sua grande importanza. La storia è assai curiosa.
Enrico III, il re dalle avventure cavalleresche, che vendette un giorno
il suo mantello per comprarsi da mangiare, soleva andar ogni giorno,
incognito, a pregare nella Cattedrale. Una mattina i suoi occhi
incontraron quelli d'una giovine donna che pregava dinanzi al sepolcro
di Fernando Gonzales; gli sguardi, come direbbe Teofilo Gauthier, si
annodarono; la giovine arrossì, il Re le tenne dietro quando uscì dalla
chiesa, e l'accompagnò fino a casa. Per molti giorni, nello stesso luogo
e all'ora medesima, si rividero, si guardarono, si manifestarono cogli
sguardi e coi sorrisi la simpatia e l'amore; e sempre il Re seguitò fino
a casa la donna, senza dirle una parola, e senza ch'ella mostrasse di
desiderare che gliela dicesse. Una mattina, uscendo di chiesa, la bella
sconosciuta lasciò cadere il fazzoletto; il Re lo raccolse, lo nascose
in petto e le porse il suo. La donna, suffusa di rossore, lo prese, e
asciugandosi le lagrime, disparve. Da quel giorno Don Enrico non la vide
più. Un anno dopo, essendosi il Re smarrito in un bosco, fu assalito da
sei lupi affamati; dopo una lunga lotta ne uccise tre colla spada, ma
già gli mancavan le forze, e stava per esser divorato dagli altri. In
quel punto udì un colpo di fucile e uno strano grido, che volse in fuga
i tre lupi; si voltò, e vide una donna misteriosa che lo guardava cogli
occhi fissi senza poter profferire parola; i muscoli del suo viso erano
orribilmente contratti, e tratto tratto un acuto lamento prorompeva dal
suo seno. Riavutosi dal primo stupore, il Re riconobbe in quella donna
la giovane amata della Cattedrale. Gettò un grido di gioia e si slanciò
per abbracciarla; ma la giovane l'arrestò, esclamando con un sorriso
divino: "Amai la memoria del Cid e di Ferdinando Gonzales, perchè il mio
cuore ama tutto quello che è nobile e generoso; per questo amai te pure;
ma il mio dovere mi impediva di consacrarti questo amore che sarebbe
stato la felicità della mia vita. Accetta il sacrificio...." Ciò
dicendo cadde a terra e spirò senza finire la frase, premendosi sul
cuore il fazzoletto del Re. Un anno dopo il Papa-moscas si affacciava
per la prima volta alla cassetta dell'orologio ad annunziare le ore; il
re Enrico lo aveva fatto fare per onorare la memoria della donna che
aveva amata; il grido di Papa-moscas rammentava al Re il grido che la
sua salvatrice aveva lanciato nella foresta per spaventare i tre lupi.
La storia narra che Don Enrico avrebbe voluto udire ripetere da
Papa-moscas anche le parole d'amore della donna; ma che l'artista moro
che costrusse l'automa, dopo molti sforzi vani, si dichiarò incapace di
soddisfare il desiderio del pietoso monarca.
Udita la storia, feci ancora un giro per la Cattedrale, pensando
con tristezza che non l'avrei riveduta mai più, che di lì a poco
tante meravigliose opere d'arte non sarebbero più state per me che un
ricordo, e che questo ricordo un giorno si sarebbe turbato, o confuso
con altri, o perduto. Un prete predicava sul pulpito davanti all'altar
maggiore: la sua voce si sentiva appena; una folla di donne
inginocchiate sul lastrico, col capo basso e le mani giunte, stavano
ascoltando; il predicatore era un vecchio di aspetto venerabile, parlava
della morte, della vita eterna, degli angeli, con un accento soave, e
facendo ad ogni frase un atto della mano, come se volesse porgerla a una
persona caduta, e dicesse:--Sorgi.--Io gli avrei porto la mia,
gridandogli:--Sollevami.--La cattedrale di Burgos non è trista come
quasi tutte le altre di Spagna; m'aveva rasserenato l'animo, e disposto
quietamente ai pensieri religiosi. Uscii ripetendo a fior di labbra,
quasi senza accorgermene:--Sollevami;--mi voltai a guardar ancora una
volta le ardite guglie e gli svelti campanili, e fantasticando mi
diressi verso il centro della città.
* * * * *
Svoltando a una cantonata, mi trovai dinanzi a una bottega, che mi fece
rabbrividire. Ce n'è di uguali a Barcellona e a Saragozza, e in tutte le
altre città della Spagna; ma non so come, non ne avevo mai viste. Era
una bottega ampia, pulita, con due stupende vetrine a destra e sinistra
della porta; sulla soglia, una donnina sorridente, che faceva la calza,
e un ragazzo, in fondo, che giocava. Eppure, guardando quella bottega,
l'uomo più freddo avrebbe sentito una stretta al cuore, l'uomo più
allegro si sarebbe turbato. Ve la do in mille a indovinare. Nelle
vetrine, dietro i battenti della porta, lungo le pareti, e su, fin quasi
al soffitto, l'una sull'altra, in bell'ordine, come ceste di frutta,
quali coperte di un bel velo ricamato, quali infiorate, dorate,
scolpite, dipinte, v'eran tante casse da morto. Dentro, le casse per gli
uomini; fuori, quelle pei bambini. Una delle vetrine combaciava dalla
parte esterna con la vetrina d'una bottega da salumaio, in modo che le
casse toccavan quasi le uova e i formaggi; e si poteva dare benissimo
che un cittadino frettoloso, credendo d'andarsi a comperar la
colezione, sbagliasse la porta, e andasse a inciampar nelle bare:
scambio poco atto a stuzzicar l'appetito.
E poichè sono a parlar di botteghe, entriamo in una bottega da
tabaccaio, a vedere che c'è di diverso dalle nostre. In Spagna,
all'infuori dei _cigarritos_ e degli Avana, che si vendono in botteghe a
parte, non si fumano altri sigari che i così detti di _tres cuartos_ (un
po' meno di tre soldi), della forma dei nostri sigari romani, un po' più
grossi, squisitissimi o cattivissimi, secondo la fattura, che è un po'
trasandata. Gli avventori abituali, che in spagnuolo si chiamano col
curiosissimo nome di _parroquianos_, pagando qualcosa di più si fan dare
i sigari _escogidos_ (scelti); i buongustai raffinati, aggiungendo
ancora il contentino alla giunta, ottengono _los escogidos de los
escogidos_, i scelti dei scelti. Sul banco v'è un piattino con una
spugnetta intrisa nell'acqua per inumidire i francobolli, senza quella
seccatura di star lì a leccare; e in un canto una cassetta per le
lettere e per le stampe. La prima volta che s'entra in una di queste
botteghe, specie quando c'è molta gente, vien da ridere a veder quei tre
o quattro che vendono, sbatter le monete sul banco in maniera da farsele
saltare fin sopra la testa, e coglierle in aria, con un gesto da
giocatori di bussolotti; e fan così da per tutto per accertarsi col
suono che le monete sian buone, poichè ne corron moltissime false. La
moneta più usuale è il _real_, che vale poco più di cinque soldi nostri;
quattro _reales_ fanno una _peceta_, cinque _pecetas_ un _duro_, che
equivale al nostro scudo di buona memoria, aggiuntovi ventisei
centesimi; cinque scudi fanno un _doblon de Isabel_, d'oro. Il popolo fa
i suoi conti a _reales_. Il reale si divide in otto _cuartos_, o
diciassette _ochavos_, o trentaquattro _maravedis_; monete dei mori, che
han perduta quasi la forma primitiva, e rassomigliano a bottoni
schiacciati piuttosto che a monete. Il Portogallo pure ha una unità
monetaria più piccola della nostra: il _reis_, che vale presso a poco la
metà d'un centesimo; e tutto si conta a _reis_. Figuriamoci un povero
viaggiatore, che arrivi là senza saperne nulla, e che fatto un buon
pranzetto e domandato il conto, si senta dire a muso duro, invece di
quattro lire:--Ottocento reis!--Gli si rizzano i capelli.
* * * * *