d'averne una dotta e savia, _digna de sentarse en el trono de Isabel la
Catòlica_, la quale, come tutti sanno, conosceva il latino quanto un
professore consumato; piuttosto che una di queste regine cervelline che
non hanno il capo ad altro che alle feste ed ai favoriti. In una parola,
non voleva vedere in Ispagna la casa di Savoia; ma se qualche cosa
poteva piegarlo un po' in di lei favore, era il greco della Regina. Che
galante repubblicano!
V'è però in codesta gente una generosità di cuore, e un vigore di animo
che giustifica la loro onorevole fama. L'aragonese, in Spagna, è
rispettato. Il popolo di Madrid che trincia i panni addosso agli
Spagnuoli di tutte le provincie, che dà al catalano di rozzo,
all'andaluso di vano, al valenziano di feroce, al galiziano di
miserabile, al basco d'ignorante, tratta con un po' più di riserbo gli
alteri figli d'Aragona, i quali nel secolo decimonono scrissero col
proprio sangue la più gloriosa pagina della storia di Spagna. Il nome di
Saragozza suona nel popolo come un grido di libertà, e nell'esercito
come un grido di guerra. Ma poichè non v'è rosa senza spine, questa
nobile provincia è anche un semenzaio di demagoghi inquieti, di capi di
_guerrillas_, di tribuni, di gente di testa calda e di mano ardita, che
danno un gran da fare a tutti i Governi. Il Governo deve accarezzar
l'Aragona come un figliuolo ombroso e focoso, che se niente niente si
picca, è muso da mandare in aria la casa.
* * * * *
L'entrata di re Amedeo in Saragozza, e la breve dimora che vi fece nel
1871, diedero occasione a parecchi fatti, che meritano d'essere
raccontati; non solo perchè si riferiscono al Principe, ma perchè sono
una eloquente manifestazione del carattere del popolo. E prima d'ogni
altra cosa il discorso del Sindaco, del quale s'è fatto tanto scalpore,
in Spagna e fuori, e che resterà forse fra le tradizioni di Saragozza
come un esempio classico di audacia repubblicana. Il Re arrivò verso
sera alla stazione della strada ferrata, dove eran venuti ad aspettarlo,
accompagnati da un'immensa folla, i rappresentanti di molti Municipii,
e associazioni e corpi militari e civili di varie città d'Aragona. Dopo
le solite grida e i soliti applausi, si fece silenzio, e l'alcade di
Saragozza, presentatosi al Re, lesse con enfatica voce il seguente
discorso:
«Signore! Non è la modesta personalità mia, non è l'uomo di convinzioni
profondamente repubblicane; ma bensì l'alcade di Saragozza, investito
del sacro suffragio universale, colui che, _per un dovere
imprescindibile_, si presenta a voi, e si mette agli ordini vostri. Voi
state per entrare nel recinto d'una città la quale, sazia ormai di
gloria, porta il titolo di sempre eroica; una città che quando corse
pericolo l'integrità nazionale, fu una nuova Numanzia, una città che
umiliò gli eserciti napoleonici nei loro stessi trionfi ec. Saragozza fu
la più avanzata sentinella della libertà; nessun governo le parve mai
abbastanza liberale ec. Nel petto di nessuno dei figli suoi albergò mai
il tradimento ec. Entrate, dunque, nel recinto di Saragozza. Se non
aveste coraggio, non ne avreste neanco bisogno, perchè i figli della
sempre eroica madre son valorosi a viso aperto, e incapaci di tradire.
Non v'è scudo, nè esercito più poderoso per difendere, in questi
momenti, la vostra persona, che la lealtà dei discendenti del Palafox,
poichè anche i loro nemici trovano un sacro asilo sotto i tetti
saragozzani. Pensate e meditate che se seguirete costantemente la via
della giustizia, se farete da tutti osservare le leggi della più stretta
moralità, se proteggerete il produttore che finora tanto dà, e sì poco
riceve, se sosterrete la verità del suffragio, se Saragozza e la Spagna
vi dovranno un giorno il compimento delle sacre aspirazioni della
maggioranza di questo gran popolo che venite a conoscere, _allora,
forse, vi adornerà un più splendido titolo_, che quello di Re. Potete
essere il primo cittadino della nazione, e il più amato in Saragozza, e
la _repubblica spagnuola_ vi dovrà la sua completa felicità.»
A questo discorso che veniva a significare in conclusione:--Non vi
riconosciamo come Re, ma entrate pure fra noi, che non v'ammazzeremo,
perchè gli eroi non ammazzano a tradimento; e se sarete bravo, e ci
servirete a dovere, consentiremo, forse, a sopportarvi come presidente
della Repubblica;--il Re rispose con un sorriso agro-dolce, che voleva
dire:--Troppa degnazione!--e strinse la mano all'Alcade, con grande
meraviglia di tutti i presenti. Poi montò a cavallo, ed entrò in
Saragozza. Il popolo, a quel che si dice, lo ricevette con festa, e
molte signore gli lanciarono dalle finestre poesie, corone di fiori e
colombe. In varii punti, il generale Cordova, e il general Rosell, che
lo accompagnavano, dovettero sgombrargli la strada coi proprii cavalli.
Mentre entrava nel _Coso_, una donna del popolo si slanciò innanzi per
dargli un memoriale; il Re, ch'era già passato oltre, se n'accorse,
tornò indietro, e lo prese. Poco dopo, gli si presentò un carbonaio, e
gli porse la sua nera mano: il Re gliela strinse. Nella piazza di Santa
Engracia, fu ricevuto da una sfarzosa mascherata di nani e di giganti,
che lo salutarono con certe danze tradizionali, fra le grida assordanti
della moltitudine. Così attraversò tutta la città. Il giorno dopo visitò
la chiesa della Madonna di Pilar, gli ospedali, le carceri, il circo dei
Tori, e in ogni parte fu festeggiato con quasi monarchico entusiasmo,
non senza segreta bizza dell'Alcade che l'accompagnava, il quale avrebbe
voluto che il popolo saragozzano si ristringesse all'osservanza del
quinto comandamento:--Non ammazzare,--senza andare più in là delle sue
modeste promesse. Liete accoglienze ebbe pure il Re sulla via da
Saragozza a Logroño. A Logroño, in mezzo a una folla innumerevole di
contadini, di guardie nazionali, di donne, di ragazzi, vide per la prima
volta il venerando generale Espartero. Appena si videro, si corsero
incontro; il generale cercò la mano del Re, il Re gli aperse le braccia;
la folla gettò un grido di gioia: "Maestà," disse l'illustre soldato con
voce commossa, "i popoli vi accolgono con patriottico entusiasmo, perchè
vedono nel loro giovane Monarca il più fermo sostegno della libertà e
della indipendenza della patria, e son sicuri che se i nemici della
nostra ventura tentassero di turbarla, Vostra Maestà, alla testa
dell'esercito e della milizia cittadina, saprebbe confonderli e
sgominarli. La mia affranta salute non mi permise d'andare a Madrid per
felicitare Vostra Maestà e la sua Augusta Sposa per il loro avvenimento
al trono di San Ferdinando. Oggi lo faccio, e ripeto anche una volta che
servirò fedelmente la persona di Vostra Maestà come re di Spagna,
eletto dalla volontà nazionale. Maestà, in questa città ho una modesta
casa, e ve la offro, e vi prego d'onorarla della vostra presenza."--Con
queste semplici parole era salutato il nuovo Re dal più vecchio e più
amato e più glorioso dei suoi sudditi. Felice auspicio, a cui mal
risposer gli eventi!
* * * * *
Verso mezzanotte andai a un veglione, in un teatro di mezzana grandezza,
sul _Coso_, a poca distanza dalla piazza della Costituzione. Le maschere
eran poche e meschinuccie; ma v'era per compenso una folla fittissima,
della quale un buon terzo ballavano furiosamente. Fuor che dalla lingua,
non mi sarei accorto di assistere ad un veglione d'un teatro di Spagna,
piuttosto che a un veglione d'un teatro d'Italia; mi pareva di veder
persino le stesse faccie. Poi il solito tramenío, la solita licenza di
parole e di mosse, il solito degenerare dal ballo in una ridda clamorosa
e sfrenata. Delle cento coppie di ballerini che mi passarono dinanzi,
una sola mi rimase impressa nella memoria: un giovanotto d'una ventina
d'anni, alto, snello, bianco, con due grand'occhi neri; e una ragazza
della stessa età, bruna come un'andalusa; tutti e due belli e alteri,
vestiti dell'antico costume aragonese, abbracciati stretti, viso contro
viso, come se l'uno volesse respirare l'alito dell'altro, rossi come due
viole e sfolgoranti di gioia. Passavano in mezzo alla folla, gettando
intorno uno sguardo sdegnoso, e mille occhi li accompagnavano, e li
seguiva un mormorio sordo di ammirazione e d'invidia. Uscendo dal
teatro, mi fermai un momento sulla porta per rivederli passare, e poi me
ne tornai all'albergo solo e malinconico. L'indomani mattina, prima
dell'alba, partii per la Vecchia Castiglia.
NOTE:
[1] Le piace mangiar con me?
III.
BURGOS.
Per andare da Saragozza a Burgos, città capitale della Vecchia
Castiglia, si risale tutta la gran valle dell'Ebro, attraversando una
parte dell'Aragona, e una parte della Navarra, fino alla città di
Miranda, posta sulla strada di Francia che passa per San Sebastiano e
Baiona. Il paese è pieno di ricordi storici, di rovine, di monumenti, di
nomi famosi: ogni villaggio rammenta una battaglia, ogni provincia una
guerra. A Tudela, i Francesi sconfissero il generale Castaños; a
Calahorra, Sertorio resistette a Pompeo; a Navarrete, Enrico di
Transtamare fu vinto da Pietro il Crudele; si vedono i vestigi della
città di Egon ad Agoncillo, le rovine d'un acquedotto romano ad
Alcanadre, i resti d'un ponte arabo a Logroño; la mente dura fatica ad
abbracciare le memorie di tanti secoli e di tanti popoli, e l'occhio si
stanca colla mente. L'aspetto della campagna varia ad ogni momento.
Vicino a Saragozza son campi verdi sparsi di case e di viottole
serpeggianti, per le quali si vede qualche gruppo di contadini, avvolti
nei loro scialli variopinti, qualche somarello, qualche carro. Più oltre
non sono che vaste pianure ondulate, nude, aride, senza un albero, senza
una casa, senza un sentiero; ove non si vede che di miglio in miglio un
armento, un pastore, una capanna; e qualche piccolo villaggio, composto
di casuccie color terraceo, basse, che quasi si confondono col suolo;
piuttosto gruppi di capanne, che villaggi, vere immagini di miseria e di
squallore. L'Ebro serpeggia a grandi curve lungo la strada, ora vicino,
che par che il treno ci si vada a tuffare, ora lontano, come una
striscia d'argento, che appare e dispare fra le gobbe del terreno e i
cespugli delle sponde. Lontano si vede una catena di monti azzurri, e al
di là le cime bianche dei Pirenei. Presso Tudela si scopre il canale;
dopo Custejon la campagna verdeggia; e via via, le pianure aride si
alternano cogli oliveti, e qualche striscia di verde vivo rompe qua e là
il giallognolo secco dei campi abbandonati. Sulle cime dei colli lontani
si vedon rovine di castelli enormi, sormontate da torri tronche,
spaccate, corrose, simili a grandi moncherini di giganti prostrati che
minaccino ancora.
A ogni stazione della strada ferrata comprai un giornale; prima
d'arrivare a metà viaggio n'avevo un monte: giornali di Madrid e
d'Aragona, grandi e piccini, neri e rossi; nessuno, sfortunatamente,
amico di Don Amedeo. E dico sfortunatamente, perchè, a legger quei
giornali, c'era da cadere in tentazione di voltar le spalle a Madrid e
tornarsene a casa. Dalla prima all'ultima colonna, eran tutt'una
sfuriata d'ingiurie, d'imprecazioni e di minaccie contro l'Italia: corna
del nostro Re, roba da chiodi dei nostri ministri, ira di Dio del nostro
esercito; tutto fondato sulla voce, che allora correva, d'una prossima
guerra, nella quale l'Italia e la Germania alleate si sarebbero gettate
sulla Francia e sulla Spagna, per distruggervi il Cattolicismo, nemico
eterno di tutt'e due, e mettere sul trono di San Luigi il Duca di
Genova, e assicurare il trono di Filippo II al Duca d'Aosta. Erano
minaccie nell'articolo di fondo, minaccie nell'appendice, minaccie nelle
notizie, in prosa, in versi, con figurine, con lettere cubitali, con
lunghe righe di puntini; dialoghi tra il _padre_ e il _figlio_, l'uno da
Roma, e l'altro da Madrid, questi che domandava: "Che cosa ho da fare?"
quello che rispondeva: "Fucila!" di tratto in tratto un: "Vengano! siamo
pronti! siamo sempre la Spagna del 1808; i vincitori degli eserciti
napoleonici non hanno paura nè del muso degli Ulani di re Guglielmo, nè
del gridío dei Bersaglieri di Vittorio Emanuele."--E poi Don Amedeo
designato coll'appellativo di _pobre bambino_, l'esercito italiano
chiamato un esercito di ballerini e di cantanti, gl'Italiani di Spagna
invitati a sfrattare col poco gentile avvertimento di:--_Italianos al
tren!_--(Italiani al treno); in somma, chiedete e domandate, ce n'era
una per sorte. Vi confesso che, su quel subito, rimasi un po' turbato;
m'immaginai che a Madrid gl'Italiani fossero poco meno che segnati a
dito per le vie; mi ricordai della lettera ricevuta a Genova; ripetevo
tra me e me quell'_Italianos al tren_, come un consiglio che meritasse
una seria meditazione; guardavo con sospetto i viaggiatori che entravano
nel carrozzone, e gl'impiegati della strada ferrata, e mi pareva che, al
primo vedermi, tutti dovessero dire:--Ecco là un emissario italiano;
mandiamolo a tener compagnia al general Prim.--
Avvicinandosi a Miranda, la strada s'inoltra in una contrada montagnosa,
varia, pittoresca; dove da qualunque parte si volga lo sguardo, non si
vedon che roccie grigiastre, a perdita d'occhio, che rendon l'immagine
d'un mare petrificato nell'atto della tempesta. È un paese pieno di
bellezza selvaggia, solitario come un deserto, silenzioso come un
ghiacciaio, che rappresenta alla fantasia come una visione di pianeta
disabitato, e desta un senso misto di tristezza e di paura. Il treno
passa fra due pareti di roccie puntagute, incavate, crestate, faccettate
in tutti i sensi e in tutte le forme, che par che intorno a ciascuna
abbian lavorato tutta la vita una folla di scalpellini furiosi, facendo
alla cieca a chi ci lasciasse le traccie più capricciose. La strada
riesce poi in una vasta pianura piantata di pioppi, nella quale sorge
Miranda.
La stazione è lontanissima dalla città; dovetti aspettare nel caffè,
fino a notte, il treno di Madrid. Per tre ore non ebbi altra compagnia
che quella di due guardie doganali chiamate in Spagna _carabineros_,
vestite d'una divisa severa, con daga, pistole e carabina ad armacollo.
A ogni stazione ce ne son due: le prime volte, vedendo apparire davanti
al finestrino del carrozzone le canne delle loro carabine, credetti che
fosser là per chiappare qualcuno, e fors'anche.... e misi,
senz'accorgermene, la mano sul passaporto. Son bei giovanotti, arditi e
cortesi, coi quali il viaggiatore che aspetta può intrattenersi
piacevolmente a discorrer di Carlisti e di contrabbando, come io feci,
con grande vantaggio del mio frasario spagnuolo. Verso sera capitò un
mirandese, un uomo sulla cinquantina, impiegato, allegro, chiaccherone,
ed io lasciai i _carabineros_ per attaccarmi a lui. Fu il primo
Spagnuolo che mi parlò profondamente di politica. Lo pregai di dipanarmi
un po' codesta benedetta matassa dei partiti, di cui non ero ancor
riuscito a trovare il bandolo; ed egli ne fu contentissimo, e mi servì
per filo e per segno. "È detto in due parole," cominciò: "ecco come
stanno le cose. Ci son cinque partiti principali: l'assolutista, il
moderato, il conservatore, il radicale, il repubblicano. L'assolutista
si divide in due: carlisti puri, carlisti dissidenti. Il partito
moderato in due: l'uno vuole Isabella seconda, l'altro vuole Don
Alfonso. Il partito conservatore in quattro: tenga bene a mente: i
Canovisti, capitanati da Canovas del Castillo; gli ex-montpensieristi,
capitanati dal Rios Rosas; i _fronterizos_, capitanati dal generale
Serrano; i progressisti storici, capitanati dal Sagasta. Il partito
radicale in quattro: i progressisti democratici, capo lo Zorilla; i
_Cimbrios_, capo il Martos; i democratici, capo il Ribero; gli
economisti, capo il Rodriguez. Il partito repubblicano in tre: gli
unitarii, capo Garcia Ruiz; i federali, capo il Figueras; i socialisti,
capo il Garrido. I socialisti si dividono ancora in due; socialisti
coll'_Internazionale_, socialisti senza l'_Internazionale_. In tutto
sedici partiti. Questi sedici partiti si suddividono ancora. Il Martos
tende a costituire un partito suo; il Candau un altro partito; il Moret
un terzo partito; il Rios Rosas, il Pi y Margall, il Castelar, vanno
pure preparando ciascuno un partito proprio. Son dunque ventidue
partiti, parte fatti parte da farsi: aggiunga i partigiani della
repubblica con Don Amedeo presidente, i partigiani della Regina che
vorrebbero dare il gambetto a Don Amedeo, i partigiani della monarchia
dell'Espartero, i partigiani della monarchia del Montpensier; i
repubblicani a patto che non si lasci Cuba; i repubblicani a patto che
Cuba si lasci; coloro che non hanno ancora rinunziato al principe di
Hohenzollern, coloro che vagheggiano l'unione col Portogallo; sarebbero
trenta partiti. Volendo andar pel sottile, si potrebbe suddividere
ancora; ma val meglio farsi un'idea chiara di come stanno le cose. Il
Sagasta si appoggia agli unionisti, lo Zorilla si appoggia sui
repubblicani, il Serrano sarebbe disposto ad appoggiarsi sui moderati; i
moderati, all'occasione, farebbero lega cogli assolutisti, i quali,
intanto, danno la mano ai repubblicani, che si uniscono con una parte
dei radicali, per mandare in aria il ministero Sagasta, troppo
conservatore per i progressisti democratici, troppo liberale per gli
unionisti, che hanno paura dei federali; mentre i federali non ripongono
alla loro volta una gran fiducia nei radicali, sempre tentennanti fra i
democratici e i sagastini. S'è fatto un'idea chiara?"
"Chiara come l'ambra!" risposi raccapricciando.
* * * * *
Del viaggio da Miranda a Burgos mi ricordo come d'una pagina d'un libro
leggiucchiata a letto, quando gli occhi cominciano a chiudersi e la
fiammella della candela a languire: cascavo di sonno. Un vicino mi
scoteva di tratto in tratto perchè guardassi fuori: era una notte
serena, splendeva un bellissimo lume di luna; ogni volta che m'affacciai
al finestrino, vidi dalle due parti della strada roccie enormi, di
fantastiche forme, vicine tanto che pareva dovessero precipitare sul
treno, bianche come marmo, e così ben rischiarate, che se ne sarebbero
potute contare tutte le punte, tutti gl'incavi, tutte le gobbe, come
alla luce del sole. "Siamo a Pancorbo," mi diceva il vicino, "guardi su
quell'altura: là era un terribile castello che i Francesi distrussero
nel 1813. Siamo a Briviesca: guardi; qui Giovanni I di Castiglia radunò
gli Stati generali, che accordarono il titolo di principe delle Asturie
all'erede della Corona. Guardi il monte della Brujola che tocca le
stelle!"--Era uno di quegli infaticabili ciceroni che parlerebbero anche
agli ombrelli; e sempre, dicendo: guardi, mi toccava in un fianco, dalla
parte della tasca. Finalmente arrivammo a Burgos; il vicino disparve
senza salutarmi, io mi feci condurre a un albergo, e sul punto di pagare
il vetturino, m'accorsi che non avevo più un piccolo portamonete da
spiccioli che solevo tenere in una tasca del pastrano. Pensai agli Stati
generali di Briviesca, e suggellai la cosa con un filosofico:--Mi sta
bene!--invece di gridare come fan molti in simili occasioni:--ma per
Dio! ma dove siamo! ma che paese è questo!--come se nel loro paese non
ci fosse della gente destra che porta via la borsa senza neanco usar la
cortesia di darvi una notizia storica o una indicazione di geografia.
L'albergo in cui scesi, come quasi tutti gli alberghi delle Castiglie,
era servito da ragazze. Eran sette o otto bambolone paffute e muscolose
che andavano e venivano con grandi bracciate di materassi e di
biancheria, curvate indietro in atteggiamenti atletici, rosse,
sbuffanti, sghignazzanti, che mettevano allegrezza a vederle. Un albergo
servito da donne è tutt'altra cosa che i soliti alberghi: il viaggiatore
ci si pare meno straniero, e ci riposa col cuore più queto; le donne gli
danno una cert'aria di casa, che fa quasi dimenticare la solitudine in
cui ci si trova. Son più premurose degli uomini; sanno che il
viaggiatore inclina alla malinconia, e par che ne lo vogliano stornare;
sorridono e parlano con un piglio confidente, come per far capire che
s'è in famiglia, in mani sicure; hanno un non so che di massaie, che
servono meno per mestiere che pel gusto di rendersi utili; vi attaccano
i bottoni con un'aria di protezione; vi levan la spazzola di mano, con
un atto scherzoso, come per dire: "A me, buono a nulla!" vi levano i
peli dal vestito quando uscite, vi dicono: "_O pobrecito!_" quando
tornate infangati, vi raccomandano di non dormire col capo basso quando
vi danno la buona notte, vi porgono il caffè a letto dicendovi
benevolmente: "Stia queto, via, non sta bene!" Una si chiamava
_Beatriz_, un'altra _Carmelita_, un'altra _Amparo_ (Protezione); belle
tutte e tre di quella poderosa bellezza montanina, che fa esclamar con
un vocione di basso:--Che-bel-pez-zo-da-ses-san-ta!--Quando correvano
pei corridoi, tutta la casa tremava.
L'indomani mattina al levar del sole, Amparo mi gridò
nell'orecchio:--_Caballero!_--Un quarto d'ora dopo ero già nella strada.
Burgos, posta alle falde d'una montagna, sulla riva destra
dell'Arlanzon, è una città irregolare, di strade tortuose e strette, con
pochi edifizi notevoli, e la maggior parte delle case non più antiche
del secolo decimosettimo. Ma ha una qualità particolare che la rende
curiosa e geniale: è variopinta come uno di quei scenari da teatro di
marionette, coi quali i pittori si sono proposti di strappare un grido
di stupore alle serve della platea. Pare una città stata colorita
apposta per una festa carnovalesca, col proposito di rimbiancarla poi.
Le case son rosse, gialle, azzurre, cinerine, ranciate, con ornamenti e
contorni di altri mille colori; e tutto vi è dipinto: battenti di porte,
ringhiere di terrazzini, inferriate, cornicioni, mensole, bozze, sporti,
davanzali. Tutte le strade sembrano parate a festa; a ogni svoltata è
un colpo d'occhio diverso; in ogni parte è come una gara di colori, che
fanno a quale tira più gli sguardi; vien quasi da ridere; vi son colori
che non si son mai visti sui muri; verde, incarnato, porporino; colori
di fiori strani, di salse, di dolci, di stoffe da veste da ballo; se ci
fosse a Burgos un manicomio di pittori si direbbe che la città fu
colorita un giorno che scapparono i pazzi. A render più grazioso
l'aspetto delle case, moltissime finestre hanno dinanzi una specie di
terrazzino coperto, chiuso davanti da un'ampia vetrata, come una scansía
da museo; uno a ogni piano, per lo più, e quel di sopra appoggiato su
quel di sotto, e il più basso sulle vetrine d'una bottega, in modo che
dal suolo al tetto paion tutti insieme una vetrina sola d'una bottega
smisurata; e dietro ai vetri d'ogni piano si vedono, come messi in
mostra, visini di ragazze e di fanciulli, fiori, paesaggi e figurine di
carta di Francia, tende ricamate, trine, rabeschi. S'io non l'avessi
saputo, non mi sarebbe mai caduto in mente che una città siffatta
potesse essere la Capitale della Vecchia Castiglia, il cui popolo ha
fama di grave e di austero; l'avrei creduta una delle città andaluse
dove la gente è più allegra; m'ero figurato di vedere una matrona
meditabonda, e avevo trovato una mascherina ghiribizzosa.
Fatti due o tre giri, riuscii in una vasta piazza, chiamata Piazza
Maggiore, o Piazza della Costituzione, tutta cinta di case color di
melagrano, con portici, e nel mezzo, una statua di bronzo,
rappresentante Carlo III. Non avevo ancora dato un'occhiata all'intorno,
che un ragazzo avviluppato in una lunga cappa sbrandellata, strascicando
due grandi ciabatte, e agitando in aria un giornale, mi corse incontro.
"Vuole l'_Imparcial_, _caballero_?"
"No."
"Vuole una cartella della lotteria di Madrid?"
"Nemmeno."
"Vuole dei sigari di contrabbando?"
"Neppure."
"Vuole...?"
"Eh!"
L'amico si grattò il mento.
"Vuol vedere i resti del Cid?"
Vivaddio, che salto! non importa: andiamo a vedere i resti del Cid.