non fosse attestato dalla tradizione, che dal tempo antichissimo quando
fu posta sul piedistallo la statua della Vergine, fino al giorno in cui
viviamo, tranne la notte che la chiesa è chiusa, il santuario non rimase
vuoto un momento, un momento solo, in tutto il rigore della parola.
_Nuestra Señora del Pilar_ non è mai stata sola. Nel piedistallo della
statua, a furia di baci, s'è fatto un incavo nel quale può entrar la mia
testa. Neanco gli Arabi non ebbero il coraggio di proibire il culto di
_Nuestra Señora_: la cappella di San Giacomo fu sempre rispettata. È
caduto molte volte il fulmine nella chiesa, accanto al santuario, e
anche dentro, in mezzo alla gente affollata: ebbene, neghino le anime
dannate la protezione della Madonna: non è mai sta-to col-pi-to
nes-su-no! E le bombe dei Francesi? Ne hanno ben bruciati e rovinati
degli edifizi; ma a cadere sulla chiesa di _Nuestra Señora_ gli era come
se cadessero sulle rocce della Serra Morena. E ai Francesi che fecero
man bassa in ogni parte, gli è bastato il fegato di toccare i tesori di
_Nuestra Señora_? Un solo generale si permise di prendere un gingillo
per fare un regalo a sua moglie, offerendo in compenso alla Vergine un
ricco donativo; ma sa che cosa gli è seguito? Alla prima battaglia una
palla di cannone gli portò via una gamba. Non c'è barba di generale o di
re che ne abbia mai imposto a _Nuestra Señora_. E poi è scritto lassù
che questa chiesa durerà fino alla fine del mondo...." E tirò innanzi su
questo tenore, fin che un prete da un angolo buio della sagrestia gli
fece un cenno misterioso, e allora mi salutò e disparve.
All'uscir dalla chiesa, colla mente tutta occupata dall'immagine del
solenne santuario, incontrai una lunga fila di carri carnevaleschi,
preceduti da una banda musicale, accompagnati dalla folla e seguìti da
un gran numero di carrozze, che andavano verso il _Coso_. Non ricordo
d'aver mai visto testoni di cartapesta più grotteschi, più buffi, più
spropositati di quelli che portavan quelle maschere; così che solo
com'ero, e punto inchinevole all'allegrezza, non potei trattenermi dal
ridere, come alla chiusa d'un sonetto del Fucini. Il popolo però era
serio e silenzioso, e le maschere piene di gravità; si sarebbe detto che
negli uni e negli altri era più forte il malinconico presentimento della
quaresima che il giubilo fugace del carnevale. Vidi qualche bel visetto
alle finestre; ma nessun tipo ancora di quella bellezza propriamente
detta spagnuola, dalla _tez oscurecida_ e da _los negros ojos de fuego_,
che il Martinez della Rosa, esule a Londra, rammentava con sì caldi
sospiri in mezzo a _las bellezas del Norte_. Passai tra due carrozze,
fendetti la calca, tirandomi dietro qualche sacrato che notai subito sul
mio quaderno; e traversate alla lesta due o tre stradicciuole, riuscii
sulla piazza di San Salvador, davanti alla cattedrale che le dà il nome,
chiamata anche la _Seo_, più ricca e più splendida di Nostra Donna del
Pilar.
La facciata greco-romana, benchè di maestose proporzioni, e la torre
alta e leggera, non preparano allo spettacolo grandioso del di dentro.
Entrai, e mi trovai immerso nelle tenebre; per un istante, i confini
dell'edifizio mi restaron celati; non vidi altro che qualche sprazzo di
pallida luce, rotto qua e là dalle colonne e dagli archi. Poi, a poco a
poco, distinsi cinque navate, divise da quattro ordini di bei pilastri
gotici, i muri lontani, e la lunga serie delle cappelle laterali, e
rimasi attonito. Era la prima cattedrale che corrispondeva all'immagine
ch'io m'ero formato delle cattedrali spagnuole, varie, pompose,
straricche. La cappella maggiore, sormontata da una vasta cupola gotica
in forma di tiara, racchiude in sè sola le ricchezze d'una gran chiesa;
l'altar maggior è d'alabastro, coperto di rosoni, di volute, di
rabeschi; la volta ornata di statue; a destra e a sinistra, tombe ed
urne di principi: in un angolo la scranna sulla quale siedevano i Re
d'Aragona per ricevere la consacrazione. Il coro, che sorge in mezzo
alla navata principale, è un monte di tesori. La sua cinta esteriore,
nella quale sono aperte alcune piccole cappelle, presenta una
incredibile varietà di statuette, di colonnine, di bassorilievi, di
fregi, di pietre, da dover star là una giornata per poter dire d'aver
visto qualcosa. I pilastri delle due ultime navate, e gli archi che
s'incurvano sulle cappelle, sono sopraccarichi, dalla base alla volta,
di statue,--alcune enormi che par reggan sulle spalle l'edifizio,--di
emblemi, di sculture e d'ornamenti d'ogni forma e d'ogni grandezza.
Nelle cappelle una profusione di statue, di ricchi altari, di tombe
regie, di busti, di quadri, che immersi come sono in una mezza oscurità,
non offrono allo sguardo che una confusione di colori, di luccichii, di
forme vaghe, tra le quali l'occhio si perde, e l'immaginazione si
stanca. Dopo molto correre di qua e di là, col quaderno aperto e la
matita in mano, notando e disegnando, mi s'ingarbugliò la testa,
stracciai i fogli rabescati, promisi a me stesso che non avrei scritto
nulla di nulla, uscii dalla chiesa, e mi rimisi a girar per la città,
senza veder altro, per lo spazio d'una mezz'ora, che lunghe navate
oscure, e statue biancheggianti in fondo a cappelle misteriose.
* * * * *
V'hanno dei momenti in cui il viaggiatore più gaio e più appassionato,
girando per le strade d'una città sconosciuta, viene assalito
improvvisamente da un così profondo senso di noia che se potesse, per
virtù d'una parola, rivolare a casa tra i suoi, colla rapidità d'un
genio delle _Mille e una notte_, proferirebbe quella parola con uno
slancio di allegrezza. Fui colto da un cotal senso nel punto che
infilavo non so che stradicciuola lontana dal centro della città; e
n'ebbi quasi spavento. Richiamai in fretta alla mente le immagini di
Madrid, di Siviglia, di Granata, per scuotermi, per riaccendermi la
curiosità, il desiderio: quelle immagini mi parvero pallide e senza
vita. Mi riportai col pensiero a casa, ai giorni prima della partenza,
quando avevo la febbre, e non vedevo l'ora di spiccare il volo: e quel
pensiero non fece che accrescermi la tristezza. L'idea di aver a vedere
ancora tante città nuove, di aver da passar tante notti negli alberghi,
di avermi a trovare per tanto tempo in mezzo a gente straniera, mi
scoraggiò; mi domandai come mi fossi potuto risolvere a partire; mi
parve d'essermi tutt'a un tratto allontanato sterminatamente dal mio
paese, d'esser in mezzo a un deserto, solo, dimenticato da tutti, mi
guardai intorno, la strada era solitaria, mi prese freddo al cuore, mi
vennero quasi le lacrime agli occhi:--Io non posso star qui!--dissi tra
me.--Io muoio di malinconia! Voglio tornare in Italia io!--Non avevo
finito di dir queste parole che poco mancò non dessi in una risata da
matto; in un momento ogni cosa riprese vita e splendore ai miei occhi;
pensai alle Castiglie e all'Andalusia con una sorta di gioia frenetica,
e scrollando il capo in atto di pietà per quel passeggero sconforto,
accesi un sigaro, e tirai via più allegro di prima.
Era il penultimo giorno di carnevale; per le strade principali, verso
sera, si vedeva un via vai di maschere, di carrozze, di brigatelle di
giovani, di grosse famiglie con bambini, bambinaie, e ragazze da marito,
a due a due; ma nessun strepito rincrescevole, nè squarciati canti di
ubbriachi, nè serra serra importuni. Di tratto in tratto, si sentiva
qualche leggero colpo di gomito, ma leggero assai, da parer il cenno
d'un amico che volesse dire:--Son qui,--piuttosto che l'urto d'uno
sbadato; e col colpo di gomito, certi suoni di voci tanto più soavi
delle grida che gettavano le saragozzane antiche dalle finestre delle
case crollanti, e tanto più ardenti dell'olio bollente che versavano
sugli invasori! Oh non erano più quei tempi dei quali mi parlò pochi
giorni sono, a Torino, un vecchio prete saragozzano, assicurandomi di
non aver ricevuto, in sette anni la confessione d'un peccato mortale!
La sera, all'albergo, trovai un capomatto di francese che credo non
abbia mai avuto l'uguale sotto la cappa del cielo. Era un uomo sulla
quarantina, con uno di quei visi di pasticciano che dicono:--Son qui,
gabbatemi;--negoziante, da quanto mi parve, agiato, il quale era giunto
poco innanzi da Barcellona, e doveva ripartire il giorno dopo per San
Sebastiano. Lo trovai nella sala da pranzo, che raccontava i fatti suoi
a un crocchio di viaggiatori, i quali scoppiavano dalle risa. Mi cacciai
nel crocchio, e sentii la storia anch'io. Costui era nativo di
Bordeaux, e viveva da quattro anni a Barcellona. Aveva abbandonato la
Francia, perchè gli era fuggita la moglie, insalutato ospite, _avec le
plus vilain homme de la ville_, lasciandogli sulle braccia quattro
ragazzi. Dal giorno della fuga non ne aveva più avuto notizia; chi gli
aveva detto che era andata in America, chi in Asia, chi in Affrica; ma
erano state tutte congetture senza fondamento; da quattro anni egli la
considerava come morta. Un bel giorno, a Barcellona, trovandosi a
desinare con un suo amico marsigliese, questi gli disse (ma bisognava
vedere con che comica dignità esponeva la cosa) gli disse: "Amico, uno
di questi giorni voglio andare a San Sebastiano."--"A che fare?"--"A
spassarmela."--"Amorucci, eh?"--"Sì,... cioè... dirò: un amore
propriamente non è, perchè a me, in amore, non mi piace far coda: è un
capriccietto. Bella donnina, però! To', non più tardi d'ier l'altro ho
ricevuto una lettera; non avevo voglia d'andare; ma c'è tanti _vieni_, e
_t'aspetto_, e amico mio, e amico caro, che mi son lasciato tentare."
Così dicendo, gli porse la lettera facendo una smorfia di vanagloria
dongiovannesca. Il negoziante la prende, l'apre, la scorre: "_Nom de
Dieu! Ma femme!_" e senza dir altro pianta l'amico, corre a casa a
pigliar la valigia, e via alla stazione. Quando entrai nella sala, aveva
già mostrato la lettera a tutti i presenti, e steso sulla tavola, perchè
ognuno li potesse vedere, la sua fede di battesimo, l'atto matrimoniale,
ed altre carte che aveva portate con sè per il caso che sua moglie non
lo volesse riconoscere. "Che cosa le volete fare?" gli domandarono tutti
ad una voce. "_Je ne lui ferai pas de mal; j'ai déjà pris mon parti; il
n'y aura pas de sang; mais ce sera un châtiment plus terrible
encore._"--"Ma che cosa adunque?" domandarono gli uditori. "_J'ai déjà
pris mon parti,_" ripetè il francese colla più grande serietà, e tirato
fuori dalla tasca un paio di forbici enormi, soggiunse solennemente:
"_Je vais lui couper les cheveux et les sourcils!_" Tutti diedero in uno
scoppio di risa. "_Messieurs!_" gridò l'offeso marito; "_je le dis et je
tiendrai ma parole; si j'ai le bonheur de vous retrouver ici, je me
ferai un devoir de vous présenter sa perruque._" Qui seguì un diavolío
di risa, di voci, d'applausi, senza che il Francese spianasse neanco un
momento il suo tragico cipiglio. "Ma se le trovaste uno Spagnuolo in
casa?" gli domandò uno. "_Je le ferais sauter par la fenêtre!_" rispose.
"Ma se fossero molti?"--"_Tout le monde par la fenêtre!_"--"Ma farete
uno scandalo, accorreranno i vicini, i carabinieri, il popolo!"--"_Et
moi...._" gridò il terribile uomo, battendosi una mano nel petto, "_je
ferai sauter par la fenêtre les voisins, les gendarmes, le peuple, et la
ville entière, s'il le faut._" E tirò via a sbravazzare su questo tono,
gesticolando con la lettera da una mano, e le forbici dall'altra, in
mezzo alle risa sgangherate dei viaggiatori. _Vivir para ver_, vivere
per vedere, dice il proverbio spagnuolo; e dovrebbe dir meglio _viajar_,
viaggiare, chè certi originali par che s'incontrino solamente negli
alberghi e sulle strade ferrate. Chi sa come sarà andata a finire!
Entrando nella mia camera, domandai al cameriere chi fossero due cosi
che avevo osservato fin dalla sera prima, appesi alla parete, che
mostravano d'aver non so qual pretensione di passare per due ritratti.
"_Caramba!_" mi rispose "_nada menos que los hermanos Argensola,_"
aragonesi, nativi di Barbastro, "_dos de los mas afamados poetas de
España!_" (_Afamados_ per chi non lo sappia non vuol dire famelici, ma
famosi.) E furono tali davvero i due fratelli Argensola, due veri
gemelli letterarii, che ebbero la stessa indole, studiarono le stesse
cose, scrissero nel medesimo stile, puro, sobrio, forbito, facendo
argine con tutte le loro forze al torrente del cattivo gusto che
cominciava ad invadere, ai loro tempi, sulla fine del secolo
decimosesto, la letteratura spagnuola. L'uno morì a Napoli, segretario
di Stato del Vicerè, l'altro a Tarragona, prete; e lasciarono tutti e
due una fama onorata e cara, alla quale il Cervantes e il Lopez de Vega
apposero lo splendido suggello della loro lode. I sonetti degli
Argensola sono annoverati tra i più belli della letteratura spagnuola,
per argutezza di pensiero e nobiltà di forma; e poichè ve n'è uno, di
Lupercio Leonardo, che si sa a memoria da tutti e del quale i ministri
citano spesso la chiusa per rispondere alle magniloquenti filippiche
degli oratori della sinistra; lo metto qui colla speranza che potrà
servire a qualcuno dei lettori per rimbeccare gli amici quando gli
facessero rimprovero d'essersi innamorato, come il poeta, d'una donna
che si dà il belletto.
«Yo os quiero confesar, don Juan, primero
Que aquel blanco y carmin de doña Elvira
No tiene de ella mas, si bien se mira,
Que el haberle costado su dinero:
Pero tambien que me confieses quiero
Que es tanta la beldad de su mentira,
Que en vano à competir con ella aspira
Belleza igual de rostro verdadero.
Mas que mucho que yo perdido ande
Por un engaño tal, pues que sabemos
Que nos engaña asi naturaleza?
Porque ese cielo azul que todos vemos
No es cielo, ni es azul: ¡làstima grande
Que no sea verdad tanta belleza!»
(_Prima di tutto vi voglio confessare, o signor Giovanni, che quel
bianco e carminio di donna Elvira non ha di suo che il denaro che
le è costato; ma voglio che voi mi confessiate alla vostra volta
esser siffatta la bellezza della sua finzione, che nessuna bellezza
simile di volto vero potrebbe competere con essa. Ma che vale ch'io
mi dia pensiero di tale inganno, se si sa che nello stesso modo
c'inganna la natura? E infatti, quel cielo azzurro che tutti
vediamo, non è nè cielo nè azzurro.... Peccato che non sia verità
tanta bellezza!_)
La mattina dopo mi volli procurare un piacere somigliante a quello che
provava il Rousseau tenendo dietro al volo delle mosche; il piacere di
errare per la città, alla ventura, fermandomi a guardare le cose più
insignificanti, come si fa per la strada di casa nostra, quando si
aspetta un amico. Visitati alcuni edifizi pubblici, tra i quali il
palazzo della Borsa, che ha una stupenda sala formata da ventiquattro
colonne, ornata ciascuna di quattro scudi coll'arma di Saragozza,
sovrapposti alle quattro faccie del capitello; visitata l'antica chiesa
di Santiago e il bel palazzo dell'Arcivescovado, m'andai a piantare in
mezzo alla vasta ed allegra piazza della _Costitucion_, che divide in
due il _Coso_, e riceve altre due delle principali strade della città; e
di là presi le mosse, e bighellonai fino a mezzogiorno con un gusto
infinito. Ora sostavo a guardare un ragazzo che giocava a nocíno, ora
davo una capatina da curioso in un piccolo caffè da scolari, ora
rallentavo il passo per sentire le ciancie di due serve a una cantonata,
ora andavo a mettere il naso contro le vetrine d'un libraio, ora entravo
a far ammattire una tabaccaia chiedendo dei sigari in tedesco, ora mi
fermavo a intavolar conversazione con un rivenditore di fiammiferi, qui
compravo un giornaletto, lì chiedevo del fuoco a un soldato, là
domandavo la strada a una ragazza, e intanto ruminavo versi
dell'Argensola, cominciavo sonetti faceti, canterellavo l'inno di Riego,
pensavo a Firenze, al vin di Malaga, agli avvertimenti di mia madre, al
Re Amedeo, alla mia borsa, a mille cose, a nessuna; e non avrei cangiato
la mia sorte con quella d'un grande di Spagna.
Verso sera andai a vedere la Torre nuova, che è uno dei più curiosi
monumenti di Spagna. È alta ottantaquattro metri,--quattro più della
torre di Giotto,--e inchinata di quasi due metri e mezzo, tutta intera,
come la torre di Pisa. Fu innalzata nel 1304; chi afferma che fu fatta
così, chi crede che siasi inchinata poi; le opinioni sono diverse. È di
forma ottagonale, e tutta costrutta di mattoni; ma presenta una varietà
mirabile di disegno e d'ornamenti, un aspetto diverso a ogni piano, un
misto grazioso di gotico e di moresco. Per entrare, dovetti andar a
domandare il permesso a non so quale impiegato del Municipio, che abita
là vicino; il quale, dopo aver guardato attentamente la punta dei miei
stivali e il ciuffo dei miei capelli, diede le chiavi al custode, e mi
disse: "_Puede Usted ir._" Il custode era un vecchietto vigoroso che
salì le interminabili scale con assai maggior speditezza di me. "_Verá
Usted,_" mi diceva: "_Verá Usted que magnífico golpe de vista!_"--Io gli
dissi che anche noi Italiani avevamo una torre inclinata, come quella di
Saragozza; egli si voltò a guardarmi e rispose secco: "_La nuestra es
unica en el mundo._"--"Oh cospetto! Vi dico che n'abbiamo una anche noi,
e che l'ho vista coi miei occhi, a Pisa, e poi, se non volete credere,
leggete qui, lo dice anche la Guida."--Diede un'occhiata e brontolò:
"_Puede ser._"--Può essere!--Vecchio cocciuto! Gli avrei dato il libro
sul capo. Finalmente arrivammo sulla cima. È uno stupendo spettacolo.
Saragozza si abbraccia tutta con uno sguardo: la grande strada del
_Coso_, il passeggio di Santa Engracia, i sobborghi; e lì sotto, che par
di poterle toccare, le cupole colorite di Nostra Donna del Pilar; un po'
più in là l'ardita torre della Seo; più oltre l'Ebro famoso, che gira
attorno alla città con una curva maestosa, e l'ampia valle, innamorata,
come dice il Cervantes, della chiarezza delle sue acque e della gravità
del suo corso; e la Huerba, e i ponti, e i poggi, che ricordano tanti
scontri sanguinosi e disperati assalti!
Il custode mi lesse sul volto i pensieri che mi attraversavan la mente,
e come proseguendo un discorso da me incominciato, prese ad accennarmi i
punti per dove erano entrati i Francesi, e dove i cittadini avevano
opposto le più gagliarde resistenze. "Non furono le bombe dei Francesi,"
mi disse, "che ci fecero arrendere; noi stessi bruciavamo le case, e le
facevamo saltare in aria colle mine; fu l'epidemia. Negli ultimi giorni
più di quindicimila uomini dei quarantamila che difendevan la città eran
negli ospedali; non si aveva più tempo per raccogliere i feriti e per
sotterrare i morti; le rovine delle case erano coperte di cadaveri
putrefatti che ammorbavano l'aria; un terzo degli edifizi della città
eran distrutti; eppure nessuno parlava d'arrendersi; e chi ne avesse
parlato, era stato innalzato apposta un patibolo in tutte le piazze,
sarebbe stato ucciso; volevamo morire sulle barricate, nel fuoco, sotto
i rottami delle nostre mura, piuttosto che piegare la testa. Ma quando
il Palafox si trovò in punto di morte, quando si seppe che i Francesi
avevano vinto in altre parti, e che non c'era più alcuna speranza,
bisognò porre giù le armi. Ma i difensori di Saragozza si arresero cogli
onori della guerra, e quando quella folla di soldati, di contadini, di
monaci, di ragazzi, scarni, cenciosi, coperti di ferite, macchiati di
sangue, sfilarono davanti all'esercito francese, i vincitori tremarono
di riverenza e non ebbero cuore di rallegrarsi della vittoria! L'ultimo
dei nostri contadini poteva portar la fronte più alta che il primo dei
loro marescialli:--_Zaragoza_, e dicendo queste parole era splendido,
_ha escupido en la cara a Napoleon!_--(Saragozza ha sputato in viso a
Napoleone!)"
Io pensai, in quel momento, alla storia del Thiers, e il ricordo della
narrazione ch'egli fa della presa di Saragozza mi destò un
sentimento di sdegno. Non una parola generosa per la sublime ecatombe di
quel povero popolo! Il loro valore, per lui, non è che fanatismo feroce,
o vana manìa guerresca di contadini stanchi della vita uggiosa dei
campi, e di monaci ristucchi della solitudine della cella; la loro
eroica ostinazione è testardaggine; il loro amor di patria, orgoglio
stolto. Essi non morivano _pour cet idéal de grandeur_ che animava il
coraggio dei soldati imperiali! Come se la libertà, la giustizia,
l'onore d'un popolo, non fossero qualcosa di più grande che l'ambizione
d'un Imperatore, che lo fa assalire a tradimento e lo vuol governare
colla violenza!... Tramontava il sole, le torri e i campanili di
Saragozza erano illuminati dagli ultimi raggi, il cielo era
limpidissimo; volsi ancora uno sguardo intorno per imprimermi bene nella
memoria l'aspetto della città e della campagna, e prima di voltarmi per
scendere, dissi al custode che mi guardava con un'aria di benevola
curiosità: "Racconti agli stranieri che verranno a visitare d'ora in
avanti la torre, che un giorno, un giovane italiano, poche ore prima di
partire per la Castiglia, salutando per l'ultima volta, da questo
balcone, la capitale dell'Aragona, s'è scoperto il capo col sentimento
del più profondo rispetto, così,--e che non potendo baciare sulla
fronte, ad uno ad uno, tutti i discendenti degli eroi del 1809, ha dato
un bacio al custode,"--E glielo diedi, e me lo rese, e me n'andai
contento, ed egli pure, e rida chi vuole.
* * * * *
Con questo mi parve di poter dire che avevo visto Saragozza, e tornai
all'albergo ricapitolando le mie impressioni. Mi restava però una gran
voglia di fare un po' di conversazione con qualche buon saragozzano, e
dopo desinare andai al caffè, dove trovai subito un capomaestro e un
bottegaio, che tra un sorso e l'altro di cioccolatte, mi esposero lo
stato politico della Spagna e i mezzi più efficaci
«Di portar la baracca a salvamento.»
La pensavano molto diversamente. L'uno, il bottegaio, ch'era un ometto
col naso rincagnato e un grosso bernoccolo tra occhio e occhio, voleva
la repubblica federale, senza transazioni, quella sera stessa, prima
d'andare a letto; e metteva come condizione _sine qua non_ per la
prosperità del nuovo governo, che si fucilasse il Serrano, il Sagasta e
lo Zorilla, per convincerli una volta per sempre _que no se chanzea con
el pueblo español_, che non si scherza col popolo spagnuolo. "_Y su rey
de Ustedes,_" concludeva volgendosi verso di me, "al re che ci han
mandato loro,--mi perdoni, caro il mio Italiano, la franchezza con cui
le parlo,--al loro re un biglietto di prima classe per tornarsene _á la
hermosa Italia_, ove c'è miglior aria per i Re. _Somos
españoles_"--perdoni, caro il mio Italiano e mi metteva una mano sul
ginocchio--"_somos españoles_, e non vogliamo stranieri, nè cotti, nè
crudi!"
"Mi pare d'aver capito il suo concetto; e lei," domandai al capomaestro,
"come crede lei che si potrebbe salvar la Spagna?"
"_No hay mas que un medio!_" rispose con accento solenne; "non v'è che
un mezzo! Repubblica federale,--in questo sono d'accordo col mio
amico,--ma con Don Amedeo presidente!"--(L'amico scrollò le spalle)
"Ripeto: con Don Amedeo presidente! È il sol uomo che possa tener ritta
la repubblica; non è soltanto un'opinione mia; è l'opinione di molta
gente. Don Amedeo faccia intendere a suo padre che qui colla monarchia
non si compiccia nulla; chiami al governo il Castelar, il Figueras, il
Pi y Margal; proclami la repubblica, si faccia elegger presidente, e
gridi alla Spagna:--Signori, ora comando io, e chi alza le corna,
legnate! E allora avremo la vera libertà."
Il bottegaio, il quale non credeva che la vera libertà consistesse nel
pigliarsi delle legnate sulle corna, protestò; l'altro ribattè; il
battibecco durò un pezzo. Si venne poi a parlare della Regina; e il
capomaestro dichiarò che, sebbene fosse repubblicano, aveva per Donna
Vittoria un profondo rispetto e una calda ammirazione. "_Tiene mucho_
(molto) _de aquí_" disse toccandosi la fronte col dito.--"_Es verdad que
sabe el griego?_"--(È vero che sa il greco?)
"E come!" risposi.
"Hai inteso, eh?" domandò l'altro.
"Sì," rispose il bottegaio brontolando; "_pero no se govierna à España
con el griego._"